Tempo di correzioni. Ma il mercato rimane intonato
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Martedì mattina, l’Europa si è svegliata con numeri inaspettati provenienti dall’Asia: il titolo Samsung è calato dello 9,8% e le azioni Sk Hynix (in attesa di quotarsi anche al Nasdaq) sono scese dell’11%. La performance negativa delle due azioni ha contribuito ad affossare l’indice sudcoreano Kospi, che ha chiuso al -8%. A prima vista, un tonfo inaspettato, viste le ottime prestazioni dei tecnologici a Wall Street, e considerato che Samsung ha previsto, per il secondo semestre 2026, un utile operativo di 58,44 miliardi di dollari, con un aumento di 19 volte. La fase orso a Seul ha rinfocolato i timori, sempre presenti, di bolla dell’intelligenza artificiale. Ma, prima di essere tentati dal catastrofismo, è bene guardare i numeri in Borsa del primo semestre, che hanno visto il Kospi salire di oltre il 141% e la stessa Samsung del 130% circa. Di fronte a queste percentuali, anche un calo vicino al 10% non può essere considerato un crollo, anche se naturalmente occorre sempre prestare attenzione ai numeri.
Quando l’eccezionalità è scambiata per normalità
Lo abbiamo ricordato più volte: quando la comunità finanziaria si abitua alla crescita prolungata di un titolo, o di un settore, o ancora di un indice, finisce di aspettarsi sempre risultati mirabolanti, come se questi fossero la normalità. E invece non è così: se gli incrementi sono geometrici, prima o poi ci si deve attendere uno storno, anche di grandi dimensioni. Che non deve essere per forza una bolla, ma può rivelarsi (come la maggior parte delle volte) un movimento dovuto alla normale dinamica degli scambi. Non per niente, nel recente passato, si è già gridato più di una volta alla bolla dell’intelligenza artificiale, per poi invece osservare che si trattava semplicemente di una fisiologica fase correttiva. Oltre a questo, le ragioni che sono alla base di un trend sono molteplici e cambiano ogni volta. Per esempio, attualmente nel settore tecnologico stiamo vivendo un paradosso: il primo semestre del 2026 ha spinto in alto il comparto, ma il rialzo non è stato trainato dalle sette “grandi”, ma dalle aziende più piccole (si fa per dire), specialmente quelle collegate ai semiconduttori. Il quadro si incrocia con la persistenza della rotazione settoriale, che rende più difficile identificare gli investimenti da scegliere volta per volta.
La volatilità delle materie prime
Nello scorso semestre, a evidenziare una volatilità incredibile sono state le materie prime, influenzate anche dalla guerra nel Golfo: il petrolio, che nelle fasi più problematiche del conflitto si era spinto anche intorno ai 120 dollari al barile, ora veleggia da un po’ di tempo vicino ai 70, non lontano dalla fascia compresa fra i 50 e i 60, che ha contraddistinto la fase pre-bellica. L’oro, da parte sua, ha perso il 20% circa da febbraio, mentre l’alluminio ha raggiunto quota 3.800, per poi ripiegare a 3.100. Ci stiamo orientando su un mercato non facile da interpretare, che vede anche performance non certo brillanti da parte dell’obbligazionario e il rafforzamento del dollaro. Trend, quest’ultimo, che è un po’ una reazione alla lunga fase di discesa dei mesi scorsi (-14% in un anno) e un po’ la conseguenza delle dinamiche dei tassi Fed, da cui ci si aspettava un taglio e che invece, anche per il buono stato dell’economia americana, ha preferito la stabilità.
Barra dritta
In Europa hanno chiuso un buon semestre borsistico banche e difesa, mentre (non è una novità) ha sottoperformato l’auto. Sale l’interesse per le infrastrutture, anche per i lavori preannunciati nel Golfo, che serviranno a costruire vie alternative ai punti critici per il passaggio delle merci. In un periodo, è bene non dimenticarlo, che vede ancora lo Stretto di Hormuz aperto a singhiozzo. Il mercato rimane comunque intonato e le discese, anche brusche, possono creare opportunità d’acquisto: quando un titolo rientra dagli eccessi ed esce dal radar delle correzioni, può essere conveniente aggiudicarselo. Da questa regola, però, sembrano al momento esulare i preziosi, probabilmente entrati in una fase negativa. Ora ci attendono le semestrali, aperte dai dati di Jp Morgan: questi numeri saranno importanti per comprendere se dovremo aspettarci una certa cautela o attenderci un nuovo balzo delle Borse nei prossimi mesi.
Siamo alla frutta?
La notizia di un parassita asiatico che sta distruggendo le colture fa paura ai coltivatori di frutta. L’insetto, a quanto sembra, potrebbe essere in grado di mettere a repentaglio mele e uva, colpendo anche industrie strettamente collegate, come quella del vino. A questa preoccupazione si aggiunge una notizia curiosa che riguarda ancora una volta la frutta: il caldo record di questi giorni ha causato il deperimento più rapido di pesche (soprattutto nettarine) e albicocche. Ciò induce una sovrapproduzione e spinge gli agricoltori a fare di tutto per distribuirle più rapidamente, diminuendo anche i prezzi all’ingrosso. In attesa di scoprire se il parassita farà danni nella nostra economia, i consumatori colpiti da anni di aumenti dovuti all’inflazione possono respirare un po’ con pesche e albicocche. Almeno finché questo caldo record continuerà a persistere.
Google, confermata la sanzione Ue
Niente da fare per Google. E’ stata infatti confermata dalla Corte di giustizia Ue la contravvenzione per abuso di posizione dominante negli smartphone Android. I magistrati europei hanno dunque detto no al ricorso di Mountain View (e della capogruppo Alphabet) contro una sentenza del 2022. Unico cambiamento, il calo della multa da 4,34 a 4,125 miliardi. A prima vista sembra che l’Europa abbia rialzato la testa, anche alla luce delle dichiarazioni di Donald Trump, che ha minacciato una forte ritorsione a suon di nuovi dazi. In realtà, però, la contravvenzione Ue, per Google, è poco più di un buffetto per i bilanci del gruppo. Per le bigtech, sembra così più conveniente andare avanti per la propria strada e pagare le multe, quando comminate.
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Intelligenza artificiale: bolla o non bolla?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il ritracciamento dei tecnologici, avvenuto la scorsa settimana, sembrava aver portato la famigerata bolla dell’intelligenza artificiale temuta dai mercati. Ma nella giornata (americana) di lunedì è avvenuto l’impensabile: dopo una settimana di sensibile arretramento, il Nasdaq ha invertito la rotta, riprendendosi più del 2%. Nel mentre, il Dow Jones ha raggiunto i massimi.
Dispersione di rendimenti
Naturalmente, non era matematico che si stesse entrando in bolla la scorsa settimana e non è sicuro che il rischio sia completamente sventato ora. Anche perché un dettaglio complica ancora di più l’analisi della situazione. Se sezioniamo un po’ meglio l’andamento dei titoli per dimensione, vediamo infatti che le “magnifiche sette” del Nasdaq hanno fatto ben poco e il rialzo è stato trainato da titoli più piccoli. Il mercato, per la precisione, si è localizzato sulle azioni che stanno a valle degli investimenti dell’intelligenza artificiale. Mentre alcuni colossi, da inizio anno, hanno totalizzato una performance ben poco invidiabile (Oracle ha perso il 25%, Microsoft il 30%) e altri, come Nvidia e Apple, hanno sperimentato una crescita molto leggera. Questi dati evidenziano la difficoltà di impostare, ora come ora, una strategia di investimenti, a causa della grande dispersione di rendimenti tra titoli e settori. In ambito tecnologico, la variabile di cui tenere conto a breve termine sarà Space X, che dal 7 luglio entrerà nel Nasdaq100. Difficile prevedere che cosa accadrà di qui a dieci giorni; è però lecito aspettarsi che a fine anno questo indice si trovi su valori più alti di quelli attuali, ovviamente a meno di fatti clamorosi. Potrebbe però proseguire un andamento eterogeneo, basato ancora una volta sull’attuale dispersione: non stupiamoci se vedremo titoli a +30% e altre azioni a -30%. Il quadro si può estendere anche alle Borse europee, con Milano, sempre da inizio anno, indubbia protagonista di un balzo in avanti, che però è dovuto soprattutto agli energetici. Mentre in Giappone sono pochi i titoli che hanno raddoppiato il loro valore, compensando il calo di gran parte delle altre azioni.
Azioni o obbligazioni?
Analizzando i risultati, si osserva che è stato premiato molto di più il mercato azionario, che è riuscito a navigare su mari tempestosi (prima i dazi, poi la guerra nel Golfo) e che a cavallo del fine settimana è riuscito a non cedere troppo terreno alle sollecitazioni dovute alle nuove schermaglie militari Usa-Iran, dimostrandosi in grado di gestire questa breve fase neutrale-negativa. Sicuramente, da questo lato, avranno beneficio i settori legati alle infrastrutture legate a investimenti per evitare i choke point relativi al passaggio di materie prime e fertilizzanti.
I bond, pur rappresentando un importante strumento di diversificazione, hanno in molti casi perso il loro valore e, se aggiungiamo gli effetti dell’inflazione, hanno spesso smentito l’equazione “bond uguale investimento sicuro”. Pur più volatile, quindi, l’azionario ha reso molto di più rispetto ai bond, nonostante i rischi insiti nella dispersione di rendimenti. Un elemento che rende più sicuro investire sugli indici, piuttosto che su singoli titoli.
Petrolio in picchiata, benzina stabile
Mentre gran parte delle materie prime arretra e l’oro sembra riassestarsi su valori ben lontani dai massimi, il petrolio viaggia a poco più di 70 dollari al barile, raggiungendo in anticipo quello che già poche settimane fa era il prezzo spot a tre mesi. Sebbene Hormuz sia stato riaperto solo parzialmente, dunque, i prezzi di mercato si stanno avvicinando a quelli fatti registrare prima dei bombardamenti all’Iran. Tutto bene per gli automobilisti, dunque? Non proprio. Perché, mentre il petrolio ha abbandonato le tre cifre ormai da un po’ di tempo, i prezzi della benzina al dettaglio restano alti. La Commissione di allerta rapida di sorveglianza sui prezzi, convocata giovedì scorso dall’autorità Garante, ha osservato che, nello stesso periodo in cui il Brent è sceso del 24,2%, la benzina ai distributori è calata di appena il 6,3% e il gasolio del 4,8%. Per affrontare questo problema il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso si è confrontato con le compagnie petrolifere. Argomento della discussione, l’adeguamento del prezzo per gli automobilisti alla quotazione del greggio. L’iniziativa è stata sicuramente apprezzata dai consumatori, a cui sorge spontanea una domanda: per quale motivo quando sale il costo del petrolio il prezzo della benzina si adegua, mentre il fenomeno contrario appare così lento? Sicuramente, l’abbassamento delle tariffe al dettaglio subisce un ritardo rispetto alla quotazione del greggio a causa dell’utilizzo delle scorte, ma questo fenomeno dovrebbe valere anche quando i grafici si impennano e i prezzi salgono.
Risiko bancario, proseguono le mosse dei protagonisti
Sul fronte del risiko bancario, Intesa Sanpaolo ha depositato alla Consob il documento relativo all’opas su Mps: per ogni titolo Montepaschi, Cà de Sass è disposta a offrire 1,6 azioni ordinarie Isp di nuova emissione, più un euro. Si è dunque aperta la corsa alla banca senese (e quindi a Mediobanca, con partecipazioni su Generali annesse): da una parte la favoritissima Intesa Sanpaolo, in alleanza con Biper e Unipol, dall’altra Banco Bpm, che sembra puntare alla difficile difesa della propria indipendenza da un’eventuale nuova sortita di Unicredit da un lato e da un rafforzamento nell’azionariato del Crédit Agricole dall’altro. Certo è che le mosse delle grandi banche rischiano di portare a una situazione di “gigantismo”, che non sembra un risultato positivo per il sistema economico italiano. Perché meno banche in giro è sinonimo di meno concorrenza (e meno offerta sul fronte dei prestiti). A ciò si aggiunge la ricaduta possibile sulla forza lavoro, che già rischia di essere ridimensionata per la crescita dell’intelligenza artificiale in molti processi aziendali.
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Colloqui Usa-Iran, la reazione dei mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La seconda parte della scorsa settimana ha riservato sorprese e colpi di scena sul fronte della crisi del Golfo. Ad alternarsi, a ritmo frenetico, tensioni e disgelo: dopo la firma digitale dell’accordo tra Washington e Teheran, i contendenti si sono riuniti al resort Bürgenstock (Svizzera) per i colloqui di pace; tuttavia, la nuova chiusura iraniana di Hormuz, causata dal proseguimento della guerra tra Israele e Hezbollah, ha rischiato di mandare tutto all’aria.
Se non che, le parti hanno ripreso a parlarsi. E le dichiarazioni ottimistiche da parte della delegazione iraniana, rilanciate dai negoziatori pakistani e qatarini, hanno fatto il resto: lunedì mattina il mondo si è svegliato mediamente positivo, con il petrolio tornato sotto quota 80. Tuttavia le Borse europee – che il venerdì precedente erano salite – sono apparse caute e prudenti.
Alla fine, i colloqui si sono chiusi ieri: l’Iran ha accettato le ispezioni Aiea sugli armamenti per assicurare la trasparenza sul nucleare, mentre gli Stati Uniti bloccheranno le sanzioni per due mesi.
Le parti hanno anche deciso di formare quattro gruppi di lavoro, dedicati a revoca delle sanzioni, nucleare, ricostruzione e sviluppo economico dell’Iran.
Dai risultati dei colloqui e dalla situazione dello Stretto di Hormuz (che non è ancora completamente aperto, diversamente dalla situazione pre-bellica) sembra che Donald Trump sia il grande sconfitto di questa operazione. E che ora stia cercando di tornare a concentrarsi sulla situazione interna, dato che fra pochi mesi il Partito Repubblicano sarà impegnato nelle elezioni di metà mandato, che vedono il Grand Old Party nettamente sfavorito.
Calo strutturale
Come detto, gli spiragli di pace della scorsa settimana hanno spinto le Borse europee in alto. Ma così non è accaduto lunedì, e tanto meno ieri: i listini del nostro continente sono calati già in apertura, con storni tra lo zero virgola e oltre l’1%. Stamattina il trend al ribasso sembra confermarsi, con aperture deboli.
II motivo è semplice: come si usa dire, si comprano le notizie e si vendono i fatti. Ora i mercati giudicheranno secondo ciò che accadrà davvero e non più sui documenti, che già in passato sono stati siglati e poi disattesi o superati dai nuovi avvenimenti.
A rispondere alle molte incognite saranno anche il futuro di Hormuz e la velocità di normalizzazione delle consegne di petrolio, gas, fertilizzanti e materie prime, che non sarà immediata (si prevede un’attesa da sei mesi a un anno). Tutto questo mentre i Paesi del Golfo puntano alla costruzione di infrastrutture che agevolino un passaggio alternativo allo Stretto, nel caso in cui il futuro ci riservi altre chiusure.
Consolidamento dei rialzi
La discesa è anche figlia del bisogno di consolidare i rialzi degli ultimi tempi: per questo motivo, le perdite di questa settimana non sorprendono.
Il periodo di assestamento potrebbe durare fino alla pubblicazione delle semestrali, su cui le Borse hanno già puntato i fari: se i bilanci si rivelassero molto soddisfacenti, ci sarebbe spazio per un nuovo rilancio. Che sarebbe ancora più probabile in caso di ritorno del petrolio sotto quota 60, anche se il traguardo potrebbe concretizzarsi non prima di sei mesi-un anno.
Il calo delle Borse europee dipende anche dal sell off dei tecnologici negli Stati Uniti. Il Nasdaq è stato protagonista di un calo considerevole, che era prevedibile dopo l’euforia per la quotazione di SpaceX. Azienda che, dopo la super-valutazione e l’ingresso nel Nasdaq 100, ha essa stessa ripiegato, arrivando a perdere il 16% in un solo giorno.
Sono film già visti, come si usa dire: anche le prime bigtech, dopo la quotazione, non erano state esenti da perdite, anche dal 25% al 50%, recuperate poi in un secondo tempo con la corsa verso nuovi massimi.
Federal Reserve, tassi fermi
Chi credeva che con l’insediamento di Kevin Warsh la politica della Federal Reserve cambiasse radicalmente è rimasto deluso. Nella prima scadenza sui tassi, infatti, la banca centrale americana ha lasciato il costo del dollaro invariato. E c’è di più. Nove consiglieri su 18 del Fomc, comitato Fed che gestisce la politica monetaria americana, hanno previsto un possibile intervento al rialzo entro fine anno.
Questo anche perché l‘inflazione prevista è, per quest’anno, al 3,6%, molto oltre la percentuale “classica” del 2% – tutto questo in presenza di un mercato del lavoro sano e di un’economia ancora in ottime condizioni.
La reazione di Donald Trump è stata tutto sommato tranquilla: il presidente Usa, ancora concentrato sulla situazione internazionale, ha accettato di buon grado la scelta di stabilità, aggiungendo una critica molto temperata nei confronti di un’eventuale, successivo aumento, esprimendo comunque fiducia in Warsh.
Le dimissioni di Starmer
Turbini, invece, in Gran Bretagna: Keir Starmer, dopo la perdita di consensi anche nel suo partito, ha deciso di dimettersi da leader laburista e – di conseguenza – da primo ministro. Starmer ha affermato che starà al suo posto finché non sarà nominato un nuovo leader nei Lab: la corsa partirà con il giro delle candidature, previste dal 9 al 16 luglio.
Finora l’unico successore credibile è Andy Burham, ex sindaco di Manchester, fresco di vittoria alle elezioni suppletive a Makerfield nonostante il calo di consensi dei laburisti nei sondaggi su scala nazionale. Il che ha fatto della sua elezione un successo personale, ottenuto nonostante il partito. Il trionfo ha contribuito a minare le ultime sicurezze di Starmer, accelerando le sue dimissioni.
Burham, visto come probabile nuovo premier, ha un programma economico improntato sulla devolution e l‘aumento della spesa pubblica; quest’ultima voce, però, aprirà facilmente all’introduzione di nuove tasse, di cui la Gran Bretagna già provata dal post Brexit non ha certamente bisogno.
Il nuovo premier dovrà anche affrontare le difficili sfide legate all’immigrazione.
Risiko: le grandi manovre
Il risiko bancario è in pieno svolgimento e Unicredit sta giocando su più fronti. Commerzbank, prima di tutto: le adesioni all’offerta, che si è chiusa lo scorso 16 giugno, hanno raggiunto il 12,51%, portando Piazza Gae Aulenti al 39,28% del capitale della banca tedesca.
Una percentuale che, aggiunti derivato e strumenti regolati per cassa, porterebbe teoricamente il gruppo guidato da Andrea Orcel al 55,7%.
Il governo tedesco, però, mantiene il 12%, e non lo vuole cedere: si preannuncia così una convivenza difficile con le istituzioni di Berlino, che mal digeriscono l’operazione voluta da Orcel.
Oltre alla pista tedesca, Unicredit potrebbe tornare su quella milanese, rilanciando le proprie mire su Banco Bpm. Che, a sua volta, sta provando la strada della fusione con Mps – in competizione con Intesa Sanpaolo, anch’essa interessata a un merger con Siena, in alleanza con Bper e Unipol.
Un tutti contro tutti, sembra di capire, a cui non è estranea la possibilità di acquisire una succosa quota di Generali, che Montepaschi ha incamerato dopo l’operazione Mediobanca.
Alla corsa per il Leone di Trieste non sarebbe estranea neppure Unicredit che, secondo Il Sole 24 Ore, avrebbe contattato Delfin, proponendo uno scambio azionario. Con l’operazione, Piazza Gae Aulenti acquisirebbe il 10% di Generali, portandosi – soglie permettendo – al 19,2%. L’operazione, che è ancora a livello di rumour e non è quindi stata confermata ufficialmente, conferirebbe alla holding dei Del Vecchio una posizione importante fra i soci Unicredit.
Delfin, a opinione del quotidiano economico, non sarebbe però convinta dell’operazione. Certo è che, sul fronte risiko, i prossimi mesi potrebbero portarci manovre e operazioni clamorose, su molti fronti. Con strascichi imprevedibili sulla Borsa di Milano.
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I venti di Pace spingono le Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Alla fine, la guerra fra Stati Uniti e Iran sembrerebbe incamminarsi verso la conclusione – o meglio, verso un arresto dei combattimenti. Anche se il condizionale è d’obbligo, dati i precedenti e la precarietà strutturale della situazione.
L’ottimismo è comunque giustificato, perché l’accordo fra i due Paesi sembra ormai raggiunto: la sua firma è in calendario all’hotel Bürgenstock, in Svizzera, il prossimo 19 giugno.
La notizia ha causato il crollo del prezzo del petrolio, che è ora sotto gli 80 dollari al barile. A contribuire al fenomeno, le speranze di una rapida riapertura completa di Hormuz anche se – almeno secondo il governo iraniano – Teheran manterrà la possibilità di regolare il traffico nello Stretto, insieme all’Oman. Se ciò si dimostrasse vero, parrebbe molto probabile un pedaggio per le navi in transito, anche se il vicepresidente Usa JD Vance ha escluso la possibilità.
Ai massimi
I venti di pace e il calo del petrolio si sono rapidamente riverberati sulle Borse, che hanno accolto il nuovo scenario con una dinamica espansiva: il rally, a cui ha contribuito anche l’ingresso in Borsa di SpaceX, ha portato vari indici ai massimi. Da questa dinamica non è stata esclusa Piazza Affari, a livelli da record.
La performance dei listini internazionali rende lecita un’osservazione: allo scoppio della guerra era davvero difficile immaginare che i mercati, tre mesi e mezzo dopo e con quotazioni del petrolio anche oltre i 100 dollari al barile, avrebbero raggiunto i massimi.
Dal 2022 la geopolitica è entrata pesantemente negli investimenti, ma – come ricordato più volte – i mercati hanno sviluppato anticorpi capaci di resistere a prove davvero impegnative. Anche per questo, chi ha mantenuto le sue esposizioni in portafoglio – in tutto o in larga parte – ha scelto una strategia vincente.
Se le cose andranno come tutti sperano, le Borse torneranno presto a orientarsi su fondamentali, tassi e inflazione, ristabilendo la normalità.
Valutazione record
Come già accennato, Space X ha fatto il suo ingresso ufficiale in Borsa, con una valutazione di 2.000 miliardi di dollari. L’importo supera la quotazione finora più alta, quella di Saudi Aramco nel 2019, e spinge il Nasdaq.
L’ingresso in Borsa del gruppo conferma la genialità di Elon Musk, che sembra aver messo in pratica le trame dei film di fantascienza degli anni Settanta: non ci stupiremmo se il magnate riuscisse a realizzare i suoi progetti di viaggi nel cosmo, fin dove nessuno si è mai spinto.
Certo, portare l’uomo su Marte – che è uno degli obiettivi dichiarati del trilionario sudafricano-americano – è ancora un obiettivo fantascientifico. Ma, se si dovesse scommettere su chi ha le maggiori possibilità di conquistare il pianeta rosso, sarebbe bene puntare proprio su Musk, che sicuramente dispone di più fondi a disposizione rispetto alla Nasa – per non parlare dell’Agenzia Spaziale Europea.
Intanto, al magnate è bastato sbarcare in Borsa per rendere milionari i suoi dipendenti – e questa è comunque una grande impresa.
La quotazione, occorre però sottolinearlo, ha un punto debole: il fatturato di SpaceX è di soli 18,6 miliardi di dollari. Se in quattro anni il dato dovesse spingersi a 450 miliardi, la quotazione avrebbe un senso. Altrimenti, rischierebbe di crollare.
Trump ferma Anthropic
Se SpaceX vola, Anthropic ha una battuta d’arresto. Non sul lato finanziario, ma dal punto di vista operativo. Adeguandosi alla volontà di Donald Trump, il gruppo di Claude ha infatti bloccato i modelli Mythos 5 e Fable 5.
La Casa Bianca ha ritenuto che gli algoritmi fossero talmente sviluppati da poter rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale americana; lo stop di Trump, relativo all’utilizzo dei due modelli nei Paesi esteri, è stato esteso temporaneamente anche agli utenti americani.
Le proteste Ue non si sono fatte attendere: un conto – ha osservato la Commissione – sarebbe stato introdurre un provvedimento restrittivo per Russia e Cina, un conto è colpire Paesi alleati.
Il blocco dei due modelli più avanzati di Claude, però, potrebbe rivelarsi il classico tentativo di fermare il mare con uno scoglio: se si rallenta Anthropic è possibile che a certi risultati ci arrivi qualcun altro, magari proprio aziende dei Paesi di cui l’amministrazione Trump ha più timore.
Giappone, tassi all’1%
Nessuna sorpresa sul fronte della stretta monetaria: la Bce, come da previsioni, ha alzato i tassi di 25 punti base. La decisione cambia ben poco, ma ha un valore simbolico molto forte e manda un segnale di economia asfittica e di inflazione legata alla scarsità dell’offerta. Un nuovo irrigidimento sul fronte valutario piacerebbe solo ai Bot people, che come nel 2022 avrebbero la possibilità di accumulare rendimenti senza sforzo, incamerando un reddito aggiuntivo e mettendo in circolo nuovo denaro nell’economia reale.
Ad alzare i tassi è stata anche la Banca Centrale giapponese, che li ha portati all’1%. Il livello, intendiamoci, è ancora basso. Tuttavia, allo stesso tempo, la percentuale è un record per una strategia monetaria – quella nipponica – abituata a percentuali basse, nulle o addirittura negative. Non per niente, a Tokyo i tassi non erano così elevati dal 1995.
La mossa dell’istituto centrale ha fermato la corsa del Nikkei, che aveva superato da poco l’asticella dei 70.000 punti e che è poi arretrata, anche se non di molto. Chiari i motivi della reazione: se i titoli decennali salgono, l’investimento in azioni diventa meno attrattivo. I mercati hanno dunque reagito a un possibile previsione di trend al rialzo.
Ricavi, i Mondiali surclassano le Olimpiadi
Il campionato del mondo di calcio è ormai in pieno svolgimento, ma si conosce già il nome di un vincitore. No, non stiamo parlando della nazionale che porterà a casa la Coppa del Mondo, ma della Fifa, che nel quadriennio che termina nel 2026 ha registrato ricavi per 14 miliardi di dollari, di cui 11,5 dalla massima rassegna per nazionali, 2 per la quella per club dello scorso anno e quasi 600 milioni per il mondiale femminile.
Una cifra enorme, soprattutto se paragonata con l’altro grande evento quadriennale: i Giochi Olimpici. Fra il 2021 e il 2024, il Cio ha incassato 7,6 miliardi di dollari, di cui poco meno di 4,5 per la rassegna a cinque cerchi di Parigi.
Il divario è molto forte, se si pensa che solo poco tempo fa Fifa e Cio se la giocavano con cifre abbastanza simili.
Il calcio è lo sport più popolare del mondo, ma ciò non basta a spiegare la performance dell’ultimo quadriennio. Sicuramente, a far volare i conti della Fifa hanno contribuito i maxi-investimenti dei Paesi petroliferi.
Il rischio è, tuttavia, che il gioco più amato al mondo diventi uno sport elitario, con biglietti di ingresso sempre più cari. Ci si augura che non si affermi il modello americano, che vede, per esempio, il costo dei tagliandi spingersi oltre i 50.000 dollari per i posti migliori delle finali Nba. Una strategia del genere allontanerebbe gran parte della popolazione dalla possibilità di assistere dal vivo alle partite rischiando, a medio termine, un calo dell’entusiasmo popolare e un boomerang economico per il movimento.
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L'improvviso ritorno del risiko
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
I dati sui posti di lavoro americani, diffusi la scorsa settimana, hanno rinfocolato i timori di un rialzo dei tassi Fed, rallentando le Borse mondiali.
A soffrire più di tutti è stato il Nasdaq, in caduta libera – ciò a significare che i numeri sull’occupazione statunitense hanno fornito una scusa ai tecnologici per arretrare dopo 15 giorni di crescita decisa. Intelligenza artificiale e simili hanno trascinato con sé le criptovalute, con i bitcoin sotto i 60.000 dollari come non accadeva da ottobre 2024. Ciò fa temere un rischio esistenziale per le monete virtuali, che dopo l’elezione di Donald Trump sembravano inarrestabili.
Lo tsunami bancario
A Piazza Affari, il ribasso è stato rovesciato dalla nuova ondata di risiko partito nel fine settimana: alla riapertura, il monopoli bancario ha rilanciato Milano. Lunedì, la Borsa italiana ha dunque chiuso in positivo, contrariamente ad altri indici, vicini alla parità. A dimostrazione che sui titoli value e finanziari c’è ancora da guadagnare. Più nel dettaglio, domenica scorsa Banco Bpm ha inviato una proposta di fusione a Montepaschi. L’assalto ha provocato un contrattacco di Intesa Sanpaolo, che ha lanciato un’opas in collaborazione con Bper e Unipol. In pratica, il colosso guidato da Carlo Messina si prenderebbe Mediobanca, con il suo 13% di Generali, lasciando alla banca dell’Emilia-Romagna le oltre 600 filiali di Mps. Ora siamo ancora all’inizio dei giochi ed è difficile fare un pronostico. Tra le due contendenti sembra però favorito il polo guidato da Intesa Sanpaolo, perché per il tentativo di Banco Bpm sembrano mancare i numeri. Una cosa è certa: la vera preda non è Mps in sé, ma Generali – non solo come assicuratore, ma anche come polo di sistema, con i suoi circa 800 miliardi di euro in risparmio gestito e 40 di Btp. Nel caso in cui a spuntarla fosse Bpm, a goderne sarebbe il Crédit Agricole, in grado di salire nell’azionariato di Piazza Meda fino al limite del 30%, come da autorizzazione Bce. Questo darebbe ai francesi un peso ingombrante anche nella gestione del risparmio privato italiano. Per questo motivo, l’intervento di Intesa e Bper non è nient’altro che una mossa di sistema per tenere i francesi il più possibile fuori da poteri decisionali nel Leone: nel caso in cui la spuntasse questa proposta, si creerebbe però una convergenza fra il primo gruppo bancario e la prima assicurazione d’Italia, che in tutta probabilità dovrebbe passare da un ok da parte delle autorità di vigilanza.
Unicredit più vicino a Commerzbank
Intanto, Unicredit ha già superato il 30% di Commerzbank, obiettivo dell’offerta pubblica di scambio lanciata dal gruppo milanese su quello tedesco, in scadenza il 3 luglio; considerando anche l’apporto dei derivati, il controllo supererebbe il 50%. Percentuale che però può essere davvero utilizzata solo dopo il via libera delle authority. E proprio su questo fronte si è già aperta una partita. Almeno secondo Commerzbank, una parte rilevante dei derivati potrebbe provenire da player che sono anche banche controparti di piazza Gae Aulenti. Per questo motivo, la banca di Francoforte si è appellata alla Bafin, l’autorità di vigilanza tedesca. Se da una parte Commerzbank gioca le carte rimanenti per ostacolare l’operazione, dall’altra prova ad adattarsi alla possibile nuova situazione: Bettina Orlopp, amministratore delegato di Commerzbank, ha escluso un rilancio, aprendo alla trattativa. Naturalmente a certe condizioni. “Non siamo una banca da ristrutturare”, ha puntualizzato la top manager, che ha fissato due linee rosse, una su governance e modello di business, l’altra sull’assegnazione di un premio “significativo” per gli azionisti. La novità è, comunque, l’abbandono della strategia muro contro muro, favorita dall’esito dell’opas.
Arrivano le Ipo
Mentre la Borsa Italiana corre con il risiko, e – come gli altri listini – scommette sull’avvicinarsi di una pace fra Stati Uniti e Iran, Wall Street fa il conto alla rovescia per la mega-Ipo di SpaceX. I numeri sono enormi: la valutazione è di 1.780 miliardi di dollari, mentre si verificherà un aumento di capitale pari a 75 miliardi; il giro d’affari previsto per il 2026 è di oltre 15 miliardi (con una perdita netta di 4,9), e nel 2030 il fatturato atteso è intorno ai 450 miliardi. Vale la pena domandarsi come si sarebbe potuta valutare una società con potenziale enorme, ma con una perdita così forte, senza il maxi-aumento capitale previsto. A guadagnarci saranno certamente le banche collocatrici che si stima incasseranno almeno 500 milioni dall’operazione. Se la fase cruciale della corsa di SpaceX inizierà venerdì prossimo, ha appena preso il via l’iter di OpenAI, che ha da poco consegnato alla Sec il suo prospetto in via riservata. Per ora, però, la società di ChatGpt non ha ancora deciso i tempi per iniziare l’eventuale operazione. A breve vedremo dunque se il gioco delle Ipo darà nuovi slanci alle Borse americane e, di rimando, a quelle di tutto il mondo. La spinta del percorso verso le quotazioni punta a controbilanciare i problemi provenienti dal Golfo, dove lo Stretto di Hormuz funziona ancora a singhiozzo e, anche in caso di riapertura, non sarà in grado di restituire immediatamente all’economia reale le condizioni pre-belliche. Per tornare alla normalità ci vorranno, infatti, da otto mesi a un anno. E le Borse potrebbero risentirne.
Mondiali senza l’Italia, quanto perde l’economia?
Con l’incontro inaugurale fra Messico e Sudafrica si aprono domani i Campionati Mondiali di calcio, ospitati da tre differenti Paesi (Stati Uniti, Messico e Canada). Per la terza volta consecutiva l’Italia non si è qualificata, nonostante il numero alto delle squadre che parteciperanno, passato da 32 a 48. Con l’eliminazione degli azzurri si è tornati a evidenziare la perdita economica prevista per molte attività commerciali, soprattutto bar, trattorie, pizzerie o ristoranti con maxi-schermi televisivi, oppure negozi di alimentari, che traggono beneficio dalle riunioni tra amici per assistere alle partite tra le mura di casa. Tutti ricordano gli Europei 2020 (giocati nel 2021), quando la vittoria dell’Italia spinse le persone ad aggregazioni spontanee – vero e proprio ossigeno per gli esercenti, appena usciti dalle forti restrizioni dovute al Covid. Rispetto alle precedenti edizioni dei Mondiali senza l’Italia, però, la perdita per le attività commerciali sembra, a occhio, potenzialmente minore, a causa degli orari non sempre comodi per gli spettatori. Se per il gruppo preliminare la Bosnia-Erzegovina (che ha eliminato l’Italia) giocherà sempre alle 21, non è dato di sapere a che ora (italiana) sarebbero scesi in campo gli azzurri in caso di qualificazione alle gare a eliminazione diretta. Già due partite in notturna avrebbero potuto diminuire, e di molto, gli incassi degli esercenti. Ai commercianti non resta che sperare nei Mondiali 2030, che si svolgeranno prevalentemente in Spagna, Portogallo e Marocco (con soltanto poche sfide inaugurali in Argentina, Uruguay e Paraguay). Per questa edizione, la Fifa sta studiando un’edizione titanica a 64 squadre, che – se non altro per il numero dei partecipanti – agevolerebbe un ritorno degli azzurri sui campi della Coppa del Mondo.
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Listini ancora su e giù, ma con una buona intonazione
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
I negoziati fra Stati Uniti e Iran proseguono, in bilico fra fasi ottimistiche e irrigidimenti: a volte sembra di essere a un passo dal sospirato accordo, poco tempo dopo ci si ritrova in una versione geopolitica del Gioco dell’Oca, con le pedine costrette a ripartire dal via. E le Borse si adeguano, sempre con una buona intonazione: i listini seguono le notizie positive con balzi in avanti e cedono terreno nella situazione opposta, ma mostrandosi comunque in grado di tenere tutto sotto controllo. La scorsa settimana, per esempio, gli indici hanno chiuso bene. Grazie al contributo delle aziende specializzate in intelligenza artificiale, Wall Street ha addirittura archiviato in positivo la quarta settimana consecutiva – fatto decisamente raro. Più di recente, i su e giù sono diventati più frequenti: ogni notizia, positiva o negativa, ha inciso sui trend borsistici, che ieri hanno accolto bene la tregua in Libano. La scorsa notte si sono sono poi verificati scontri intensi nel Golfo e le Borse europee sono puntualmente tornate a flettere. A dirigere i movimenti degli indici anche il prezzo del petrolio che è sceso di un “gradone” e ora è nella fascia alta della forbice 90-100 dollari al barile. La valutazione del greggio ispira ottimismo, dato che la curva a sei mesi lo quota 70 dollari al barile. Mostrando una chiara e indubitabile fiducia da parte dei mercati.
Fase interlocutoria
A quanto sembra di capire dai movimenti borsistici, siamo in una fase interlocutoria, con i listini in buono stato, capaci ancora una volta di mostrarsi solidi anche nei momenti più critici. A tenere su i mercati è anche l’entusiasmo per l’imminente quotazione di SpaceX, che si prepara a marcare il territorio con una gigantesca Ipo, forse la maggiore di sempre: per l’azienda di Elon Musk, la raccolta punta a 75 miliardi di dollari e la valutazione intorno a 1.750 miliardi – meno dei 2.000 fissati in precedenza, ma pur sempre una cifra maxi. Le Borse preannunciano dunque un boom, spinte dal salvagente scacciacrisi di Musk: le sue conseguenze positive si potrebbero vedere molto presto, con l’inizio dei roadshow per gli investitori istituzionali. La forza dei mercati si riverbera anche in dati economici inattesi; l’Ocse ha previsto che il Pil italiano dovrebbe chiudere il 2026 con un +0,5%, e il 2027 con un +0,6%.
Deglobalizzazione
La crisi del Golfo ci tiene ancorati a terra e SpaceX cerca di offrirci un carburante per volare oltre l’atmosfera, si potrebbe dire. Ma la situazione di Hormuz rappresenta un monito per l’economia mondiale. Una lezione che ci indica quanto la globalizzazione si sia spinta troppo oltre, fino a rendersi capace di costringere intere economie a dipendere da luoghi lontani e talvolta insicuri. Se per alcune materie prime c’è poca alternativa, per altre forniture, componentistiche e produzioni fondamentali sarebbe possibile, se solo lo si volesse, rimpatriare almeno parte di materiali, approvvigionamenti e aziende. Gli Stati Uniti, già dal primo mandato di Donald Trump, hanno scelto la via della reindustrializzazione, che non è stata abbandonata nel corso del quadriennio di Joe Biden. La stessa via dovrebbe essere percorsa dall’Europa, ma questa speranza sembra poco più che una chimera. In natura, a sopravvivere non è il più forte o il più veloce, ma chi è capace di adattarsi alle situazioni e cambiare rapidamente strategia. E l’Ue è l’esatto contrario di questa figura: si muove come un pachiderma e insiste su percorsi che si rivelano disastrosi. Per esempio, il dibattito energetico: mentre gli Stati Uniti si stanno orientando verso la sostituzione di parte del fossile con il gas, che hanno a disposizione a un prezzo irrisorio, l’Europa insiste sull’auto elettrica, che si è dimostrata una scelta velleitaria, snobbata dalla maggioranza della popolazione. Se governata in questo modo, l’Europa – distante dalle utopie del secolo scorso – ha ben poco futuro. Non per niente, tornano di moda le decisioni autonome dei Paesi membri: la Germania, per esempio, cerca di ovviare alla crisi dell’automotive trasformando quell’industria in produzione di armamenti.
Tassi, l’apertura di Panetta
C’è uno spazio per il cambiamento? Sì, secondo Fabio Panetta: il governatore di Bankitalia, nelle sue tradizionali considerazioni finali, ha apertamente evocato un cambio di passo, in grado di dotare l’Ue dell’agilità necessaria e di una maggiore unità di intenti. L’Europa, ha detto Panetta, “deve ora mostrare rapidità di azione, trasformando quegli obiettivi e quelle priorità in decisioni, investimenti e risultati”. Anche trovando “in una maggiore unità la condizione della propria forza”. Il governatore ha espresso ottimismo, affermando che l’Ue ha “finalmente iniziato a reagire”. Panetta ha anche parlato della possibilità di una “ricalibrazione dell’orientamento della politica monetaria, per contrastare il rischio di tensioni inflazionistiche persistenti”. In una situazione che vede le imprese già intente “a prospettare aumenti dei listini”, mentre “sono in rialzo le aspettative di inflazione dei consumatori, soprattutto nel breve termine”. Il governatore di Bankitalia, si potrebbe dire, sembra proporsi come “pontiere” tra falchi e colombe in Bce, in attesa della riunione di giugno sui tassi. Che la sua posizione moderata possa favorire una sua futura candidatura a leader dell’Eurotower?
Offerta per EasyJet
Un detto millennial recitava che Ryanair e EasyJet hanno fatto di più per unire gli europei che non politici, economisti e aziende. Perché le due compagnie low cost hanno permesso a molti giovani di viaggiare a prezzi contenuti e conoscere le altre realtà del continente, incontrando anche persone nuove e scambiando idee ed esperienze. Ora, nel pieno della crisi del Golfo e delle minacce ai viaggi a basso costo provocate dall’aumento del carburante, EasyJet potrebbe passare di mano. Nello scorso week end Castlelake, fondo americano con specializzazione in compagnie aeree, ha espresso interesse nell’acquisizione del vettore, provocando il rialzo delle sue azioni del 13%. Qual è stata la reazione dell’azienda inglese? Molto favorevole: il carrier ha definito l’offerta “altamente opportunistica”, dato che il prezzo dei titoli risente della crisi del Golfo e del caro-petrolio. La proposta di Castlelake dovrà essere concretizzata entro il 26 giugno. Ma non è sicuro che sia messa nero su bianco: il fondo ha avvertito che la fase di valutazione potrebbe portare a un’offerta o a una rinuncia all’acquisizione.
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