Le Borse scommettono sulla ripartenza
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Una delle tante vignette che girano per internet mostra due animali preistorici intenti a osservare un meteorite in rapido avvicinamento. I timori del primo (un dinosauro) vengono raffreddati dall’osservazione del suo interlocutore, sicuro che i mercati abbiano già scontato l’impatto, ancora prima che esso sia materialmente avvenuto. Un modo buffo, ma brillante, per canzonare un po’ l’attitudine dei mercati, che tendono a “digerire” le sollecitazioni negative in largo anticipo, arrivando persino a precorrere i tempi. Questo trend non è, ovviamente, immune dall’effetto-annuncio, ma dota le Borse di un armamentario difensivo tale da assorbire eventuali dichiarazioni, o operazioni, dell’amministrazione americana. La dinamica prevede un’alternanza fra fase difensiva (rallentamento degli storni) e offensiva (rimbalzo).
La lezione dei dazi
Gli indici hanno acquisito gli anticorpi giusto un anno fa, nell’aprile 2025, con l’entrata in vigore dei dazi a pioggia di Donald Trump e il mega-storno borsistico mondiale, poi prontamente recuperato. A 12 mesi di distanza, i listini hanno imparato a relazionarsi con un presidente che è capace di dire tutto e il contrario di tutto nel giro di una stessa giornata: nella primavera dell’anno scorso si erano verificate vendite allo scoperto che avevano poi lasciato gli investitori senza paracadute; oggi, l’esperienza ha consigliato maggior cautela. Non per niente, la discesa dei mercati è stata composta, per poi dimostrarsi capace di un violento rimbalzo, nella speranza di un accordo imminente. Le “due fasi”, come si diceva. E così, ora le Borse hanno recuperato le perdite accumulate in marzo, mese – ricordiamolo – che si rivela spesso difficile anche nei periodi di normalità.
Guardare lontano
La dinamica delle montagne russe si è ripetuta la scorsa settimana: è bastata la riapertura iraniana dello Stretto di Hormuz per abbattere il prezzo del petrolio. Il che ha dato vento alle Borse, che ha portato i listini a recuperare tutte le perdite di questi due mesi. La successiva dichiarazione di Donald Trump, che ha deciso di non rimuovere il blocco navale, ha poi causato un nuovo rincaro del petrolio; tuttavia, il conseguente arretramento borsistico si è mostrato tutto sommato gestibile, ed è stato seguito da un tentativo di recupero.
Questo perché – come si diceva – le Borse hanno già scontato la guerra e stanno scommettendo su un accordo definitivo fra le parti. Non per niente, il prezzo del greggio a un anno è stato fissato a meno di 70 dollari. Nonostante l’incertezza, dunque, i mercati guardano già avanti: danno per scontato che nel secondo trimestre proseguiranno le difficoltà legate alla situazione dello Stretto, e cioè il mancato passaggio di petrolio e approvvigionamenti, ma che nei tre mesi successivi avverrà una ripartenza. L’ottimismo è anche spinto dall’esigenza sempre più pressante degli Stati Uniti di non rallentare la corsa di tecnologia e intelligenza artificiale, che sono settori energivori e hanno bisogno di tutto tranne che della penuria di petrolio e gas. Gli Usa hanno interesse che il prezzo del greggio scenda, perché gli investimenti pianificati possano avvenire.
Finanziari alle stelle
L’ottimismo ha spinto verso l’alto i titoli finanziari, che la scorsa settimana si sono resi protagonisti di un’ottima rimonta. Il recupero è stato di tipo strutturale, dato che il settore era stato troppo penalizzato in precedenza: ora, il comparto rappresenta un ottimo cavallo su cui puntare, in una situazione in cui non è consigliato acquistare energetici, mentre sugli industriali sembra più saggio attendere le evoluzioni del quadro internazionale. La tecnologia rappresenta invece un’incognita per la sua dipendenza dall’energia, ma offre comunque ottime prospettive sul lungo termine. In contemporanea con la riaffermazione dei titoli finanziari si è verificata la grande rivincita di Luigi Lovaglio, che torna amministratore delegato di Mps. Ciò è potuto accadere grazie all’inaspettata sconfitta, in assemblea, della lista sostenuta dalla famiglia Caltagirone, che rappresentava il cda uscente (ferma al 38,79%), e dalla vittoria del raggruppamento legato a Delfin e Banco Bpm (49,95%), che appunto sosteneva l’ex ad. Il risultato evidenzia che i soci hanno voluto evitare i giochi politici e restituire fiducia a un manager capace di risanare la banca, ma emarginato dal consiglio di amministrazione uscente, oltre che licenziato per giusta causa. La votazione ha dato forza al titolo Mps, che era stato uno dei peggiori del Mib e in due settimane ha registrato una performance del 20%, arrivando ai massimi storici. Continua anche l’operazione Unicredit-Commerzbank; in questo caso, l’esito è più che mai incerto, soprattutto in virtù delle barricate costruite dal governo tedesco in difesa del gruppo bancario di Francoforte.
Nessun piano B
Naturalmente, la ripresa in cui credono i mercati è una scommessa, non una certezza assoluta. In altri termini, occorrerebbe avere un “piano B” molto valido per attraversare la turbolenza, qualora si rivelasse più lunga del previsto. Cosa che l’Europa ha evitato di elaborare: l’Ue si è limitata a ventilare la possibilità di un lockdown energetico (estremamente impopolare), mentre la Bce è orientata verso un controproducente ritorno dei tassi alti. Tutto questo in presenza dei primi, inquietanti problemi di carenza di petrolio negli scali aeroportuali (la scorsa settimana è stata la volta di Venezia, Brindisi e Catania, in cui il carburante è mancato per alcune ore). A denunciare l’assenza di un “piano B” è stato anche Emanuele Orsini, presidente di Confindustria. “Mi meraviglio che l’Europa non stia vedendo questa cosa e non abbia pronte misure, che si stia parlando ancora di aiuti di Stato e non di debito pubblico. Ancora oggi il cambio euro-dollaro vale 1,16, questa miopia mi spaventa, forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa”. Parole forti, che si uniscono ai molti appelli a cambiare rotta sul patto di stabilità e sullo stop al gas russo, che rischierebbe, in questa situazione, di provocare rischi di carenze e di nuovi aumenti, a loro volta in grado di mettere in ginocchio le famiglie più deboli e le aziende. Proprio il presidente di Confindustria ha ricordato che “prima del conflitto Russia-Ucraina noi pagavamo l’energia 28 euro a megawattora oggi siamo a 160 euro. Credo che su questo serva fare una riflessione. Oggi noi abbiamo bisogno di fare tutto ciò che è possibile per salvaguardare le nostre imprese, che in questo momento sono veramente fuori dalla competizione globale”. Secondo Orsini, a questo proposito “bisogna fare dei ragionamenti, anche perché mi risulta che stiamo ancora comprando gas naturale liquefatto dalla Russia”. Senza il quale, sembra di capire, le nostre bollette sarebbero ancora più care.
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Golfo, trattative in stallo. Ma i mercati credono nella pace
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Prima, a chiudere (parzialmente) Hormuz, erano stati gli iraniani. Ora, dopo il fallimento della prima tornata di colloqui a Islamabad, si è aggiunto il contro-blocco americano nei confronti delle imbarcazioni che hanno accettato di pagare un pedaggio al governo degli Ayatollah.
La decisione di Donald Trump ha inizialmente spinto oltre quota 100 le quotazioni petrolifere, rinfocolando i timori sulla carenza degli approvvigionamenti.
Tuttavia, Brent e Wti sono tornati sotto le tre cifre, regalando una boccata d’aria alle Borse, specialmente a quelle asiatiche.
I motivi dell’inversione di tendenza
L’inversione di tendenza dipende dalla scommessa, da parte dei mercati, di un accordo fra i belligeranti, che potrebbe rivelarsi in grado di innescare una lenta ripresa del traffico normale. Tutto questo mentre l’Opec+ punta su una maggiore produzione di greggio, e l’Arabia Saudita sta lavorando per costruire vie di passaggio alternative per il suo petrolio. La cessazione definitiva delle ostilità potrebbe arrivare anche da vie traverse: secondo questa interpretazione, se le parti non trovassero un’agenda condivisa, la contromossa americana sul blocco navale e il conseguente braccio di ferro sarebbero in grado di portare a una situazione in cui la pace è l’unica via per evitare un disastro economico mondiale. Una sorta di “tiro alla fune”, in cui una delle due parti cede: il blocco di Hormuz è un rischio per gli Stati Uniti, il consumatore americano e, di qui, per il Partito Repubblicano alle prese con le elezioni di mid term; il contro-blocco Usa, se portato avanti, è un rischio ancora più grande per la tenuta stessa dell’economia iraniana. Il ritorno al dialogo sarebbe spinto soprattutto (ma non solo) dalla Cina, i cui approvvigionamenti di petrolio dipendono in gran parte dai pozzi del Medio Oriente. Sia come sia, i mercati scontano già una pace che, attualmente, non sembra a portata di mano. E resistono con tutte le loro forze.
Non solo petrolio
Già. Perché, se le previsioni sul futuro possono essere cautamente ottimistiche, il presente è allarmante. A pesare non è tanto il prezzo del petrolio, ma la quantità delle scorte in grado di raggiungere l’Europa e l’Estremo Oriente. A rischio gli approvvigionamenti per aerei e i traghetti, che fra meno di un mese potrebbero raggiungere una situazione critica. Non per niente, l’associazione di categoria degli scali europei (Airport Council International) ha inviato una lettera alla Commissione Ue, lanciando un allarme rosso: se Hormuz non dovesse riaprire entro i primi giorni di maggio, nel nostro continente subentrerebbe una carenza sistemica di carburante per i voli aerei. Meno allarmante, invece, la situazione della benzina per le automobili: è pur vero che lo scorso fine settimana 600 distributori Eni sono rimasti senza gasolio; ma ciò è legato alla politica dei prezzi più bassi che l’azienda petrolifera deve seguire, essendo partecipata dallo Stato. Politica che ha scatenato la corsa dei consumatori a fare il pieno. Il problema, come abbiamo già evidenziato in passato, non coinvolge solo il greggio. Già ora inizia a esserci scarsità di approvvigionamenti per alcune filiere produttive. La Fao rileva che mancano fertilizzanti, il che rappresenterebbe un vero dramma per l’Africa. Anche il prezzo dell’alluminio sta salendo, mentre per riavviare gli stabilimenti attualmente bloccati e raggiungere la piena produzione ci vorrà almeno un anno. E l’inflazione torna a fare paura, come suscita timore una sua possibile conseguenza: l’intenzione della Banca Centrale Europea di tornare ad alzare i tassi. Un’opzione discutibile, considerato che il caro petrolio non è dovuto a un eccesso di domanda ma a una scarsità di offerta.
Scenario moderato…
Se la guerra dovesse finire a breve, le Borse potrebbero soffrire per un trimestre per le conseguenze del conflitto sul traffico marittimo e sul danneggiamento degli impianti nel Golfo, e poi (forse) tornare alla normalità nel quarter successivo. Certo è che, per ora, si osserva una certa compiacenza dei mercati e dei governi, proprio come era avvenuto all’inizio del Covid; molti esecutivi, compreso quello di Giuseppe Conte, avevano inizialmente sottovalutato gli effetti della pandemia sul Pil, che poi si sono rivelati molto più pesanti. Per ora, di certo, sappiamo ciò che ha affermato l’Ocse, secondo cui il Pil italiano nel 2006 aumenterà solo dello 0,4%, fanalino di coda delle economie del G20.
… o rischioso
Occorre anche prendere in considerazione eventuali scenari più negativi, che potrebbero obbligare i governi a scelte radicali e sofferte. In un quadro che vede Paesi come Italia e Germania particolarmente penalizzati dalle sanzioni a Mosca, a differenza di quanto avviene per altri Stati membri Ue, trova un suo spazio la proposta di Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, che ha invitato l’Unione Europea a “sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di gas naturale liquefatto che vengono dalla Russia”. Certo è che la sconfitta di Viktor Orbán a opera del suo ex delfino Péter Magyar non cambierà certamente la posizione ungherese sul gas russo, da cui Budapest dipende strettamente: il premier in pectore cambierà probabilmente solo la politica dei veti nei confronti degli aiuti militari all’Ucraina, che era stata una delle posizioni distintive del leader di Fidesz.
L’oro si riassesta
Se in Borsa oggi è meglio mantenere gli investimenti quanto possibile, attendendo la normalizzazione, è più difficile intravedere come si comporterà l’oro. Se osserviamo il comportamento del metallo giallo in questi ultimi mesi, notiamo un riassestamento verso il basso avvenuto dopo il raggiungimento dei massimi.
Ma se esaminiamo un orizzonte temporale più ampio, dal 2018-19, vediamo che ha triplicato il suo prezzo; il trend è divenuto più marcato nel 2022 con il blocco degli asset russi, decisione che ha convinto vari paesi, primo fra tutti la Cina, a cercare un investimento alternativo e al riparo da eventuali embarghi americani ed europei. L’oro si è dimostrato volatile, ma redditizio: anche se scendesse di un ulteriore 10%, chi ha tenuto i suoi asset aurei ci ha sicuramente guadagnato, trasformando il “re dei metalli” in una sorta di polizza assicurativa contro le crisi economiche.
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Tregua tra Usa e Iran: Borse in rally, petrolio in calo. Ma l’inflazione resta un’incognita
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La tregua annunciata nella notte tra Stati Uniti e Iran segna una svolta importante in uno scenario geopolitico che, nelle ultime settimane, aveva fortemente condizionato i mercati finanziari globali. Dopo una fase di elevata tensione, che ieri aveva spinto il prezzo del petrolio a 115 dollari e innescato vendite diffuse sui listini azionari nel corso del mese di marzo, i mercati reagiscono oggi con un deciso rimbalzo delle Borse europee.
De-escalation
L’accordo, pur temporaneo, rappresenta un segnale di de-escalation che gli investitori attendevano, soprattutto per il rischio legato a possibili interruzioni delle forniture energetiche attraverso lo stretto di Hormuz. La prospettiva di una stabilizzazione dell’area si è immediatamente manifestata sul prezzo del greggio, con il petrolio in forte discesa fino a quota 94 dollari al barile. Nelle scorse settimane, infatti, il protrarsi delle tensioni aveva fatto emergere timori concreti sulla continuità delle forniture energetiche e di materie prime essenziali, con il rischio che intere filiere produttive potessero andare incontro a rallentamenti o addirittura a uno stop entro la fine di aprile. Uno scenario che avrebbe potuto tradursi in una pesante frenata dell’attività economica globale e quindi portare a una forte recessione. Alla luce degli ultimi sviluppi, questo rischio appare oggi significativamente ridimensionato, contribuendo a migliorare il sentiment degli operatori e a sostenere le aspettative di crescita nel breve periodo.
Mercati pronti al recupero
Sul fronte azionario, i futures europei indicano un’apertura in rialzo fino al 5%, in un contesto di ritrovata propensione al rischio. I mercati – che in ogni caso erano sì scesi, ma in maniera abbastanza composta, proprio perché ritenevano che il conflitto sarebbe stato di breve durata – sembrano pronti a recuperare parte delle perdite accumulate nel mese di marzo, quando l’incertezza geopolitica aveva portato a un significativo aumento della volatilità. Il rimbalzo dei mercati riflette non solo il venir meno del rischio immediato, ma anche la possibilità che le pressioni inflazionistiche legate all’energia possano attenuarsi nel breve periodo.
Le incertezze
Resta tuttavia elevato il grado di incertezza: la tregua ha una durata limitata e molto dipenderà dalla capacità delle parti di trasformarla in un accordo più stabile. In questo contesto, gli investitori continueranno a muoversi con cautela, pronti a reagire rapidamente a eventuali nuovi sviluppi. Dopo settimane dominate dalla paura, i mercati tornano dunque a scommettere sulla diplomazia, consapevoli però che l’equilibrio resta fragile. Anche se è bene ricordare che molti danni alle infrastrutture sono già stati arrecati, e ripararli chiederà parecchio tempo. Risultato: c’è e ci sarà carenza di materie prime. E non solo di petrolio e gas. E’ interessante l’esempio dell’alluminio, che ha visto fermarsi gli impianti in Qatar e in Bahrein, con la previsione di almeno un anno per riparare gli ingenti danni causati dagli attacchi iraniani effettuati sia con i missili, sia con i droni. Si prevede, in questo caso, uno scenario da incubo per il settore, con l’arrivo del più grande deficit globale di sempre per l’alluminio primario.
Colpi di coda nella logistica
Inoltre, sotto il profilo logistico, gli effetti delle tensioni non si esauriranno nell’immediato. Anche nel contesto più favorevole, le prime navi con nuove forniture sono attese non prima di due settimane, con il conseguente protrarsi di alcune criticità operative lungo le filiere. I disagi risultano già evidenti in diversi settori, tra cui il trasporto aereo e gli aeroporti, e che potrebbero perdurare ancora per qualche tempo.
Inflazione
Nonostante la notizia più che positiva della tregua raggiunta, le tensioni recenti lasciano in eredità alcune fragilità: il rischio inflazionistico rimane elevato, pur in attenuazione, a causa delle difficoltà nelle catene di approvvigionamento e della persistente scarsità di alcune materie prime. Un aiuto in proposito potrebbe giungere dalla decisione dell’Opec+, che ieri (quindi prima della tregua) aveva scelto di aumentare la produzione di 206.000 barili al giorno dal prossimo maggio. A medio termine, in caso di ritorno dell’inflazione, potrebbe rivelarsi auspicabile uno stimolo all’economia con denaro pubblico. Come è avvenuto nel 2020, quando i governi sono stati costretti a misure straordinarie, che hanno spinto i consumi e il rimbalzo delle Borse.
Calcio, il grande malato
Nonostante gli allarmi provenienti dal Golfo, ha comunque suscitato un grande scalpore la mancata qualificazione della nazionale italiana di calcio per la prossima Coppa del Mondo. Una cosa è certa: non si tratta di una casualità, dato che ci troviamo di fronte alla terza eliminazione consecutiva. Il risultato di Bosnia-Italia ha confermato quello che, in fondo, si sapeva già: il calcio italiano è diventato un grande malato. Molti sono i motivi di questa decadenza. Tra questi, le scelte dei procuratori e il loro costo, che impediscono a una parte delle giovani promesse di proseguire nella carriera. Ma anche l’abitudine, da parte di alcuni genitori, di versare contributi alla società in cambio di una tacita assicurazione di un posto in squadra per il figlio. Il che ostacola le scelte basate sul merito. In alcune situazioni, invece che puntare sullo scouting di talenti, spesso si preferisce “l’uovo di oggi”, precludendo la formazione a potenziali campioni di domani. Vedendosi ostacolati nella loro crescita, molti ragazzi abbandonano il pallone e si dedicano ad altri sport: questo potrebbe aver contribuito al tramonto del calcio giovanile e al contemporaneo boom di altre discipline, con i conseguenti brillanti risultati olimpici delle ultime edizioni. Cambiare si può, rendendo trasparenti i criteri di accesso alla formazione calcistica e puntando maggiormente sulla crescita dei singoli atleti. In questo modo si potrebbe sfruttare l’onda dei ragazzi di seconda generazione già arrivata da tempo in Inghilterra, Francia, Germania e, più recentemente, in Spagna. Sta, naturalmente, al sistema calcio saper riconoscere i nuovi Dembelé, Musiala e Yamal in erba, e seguire passo passo la loro crescita sportiva e umana.
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I mercati navigano a vista
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
I mercati sembrano potersi rilanciare dopo la fase più dura, che da inizio anno ha portato lo S&P a -7% e le Borse europee a -10%. Impossibile prevedere i prossimi movimenti; finora è possibile affermare che la correzione c’è stata, ma non si è rivelata così violenta come la situazione attuale avrebbe potuto far credere. Ancora una volta, gli indici europei si sono dimostrati resilienti. Ed è bastata la dichiarazione di Donald Trump sulla durata della guerra (che, ha detto, non si protrarrà oltre due o tre settimane) per favorire un calo del petrolio e, di lì, la fiammata delle Borse. Anche di quelle asiatiche, perché il Far East è la zona del mondo che dipende maggiormente da petrolio e gas di importazione: in particolare, dopo una discesa rilevante, il Nikkei ha chiuso l’ultima seduta a oltre +5%.
Percezione di provvisorietà
Gli indici cercano quindi di captare qualsiasi segnale positivo (o anche vagamente interpretabile come tale) per provare a uscire dal pantano e abbozzare tentativi di rimbalzo. La precedente dichiarazione di Trump su una possibile fine delle ostilità entro il prossimo 6 aprile aveva permesso alle Borse di recuperare le perdite; passato l’effetto-annuncio erano tornati i ribassi, rovesciati a sua volta da una sorprendente inversione a U (sempre originata da un discorso del presidente americano, come abbiamo ricordato). E la tendenza positiva sembra poter proseguire. Ma, come è facile capire, siamo in una fase di estrema provvisorietà, e la forza che le Borse hanno dimostrato più volte non è sempre in grado di evitare rovesci e arretramenti. In altri termini, si naviga a vista, cercando di limitare i danni e di sfruttare ogni minima occasione per riguadagnare terreno. L’imperativo è, dunque, quello di vivere alla giornata. E, una volta finita la guerra, di dimostrarsi pronti a cogliere le opportunità e a sfruttare il probabile rimbalzo poderoso che ci si attende a fine conflitto. L’esempio più vicino in ordine di tempo è quello del Covid, che ha depresso le Borse, per poi lasciar spazio a un violento balzo in avanti. Dopo le crisi viene spesso il sereno, che porta con sé le opportunità per rimpinguare il portafoglio. Quando le Borse scendono di una percentuale vicina al 10%, è spesso consigliabile aggiungere qualche investimento, per poi rivenderlo quando il mercato sale.
Il nodo di Hormuz
La vera preoccupazione non è tanto la possibilità che si verifichino nuovi ribassi fisiologici delle Borse, quanto il rischio di inflazione dovuto alle restrizioni di transito a Hormuz. Il blocco (parziale) dello stretto contribuisce in senso decisivo al continuo innalzamento del prezzo del petrolio, oltre al rincaro della quotazione del gas.
Ma non è solo una questione di greggio e di metano. Da quel braccio di mare sono infatti solite transitare anche altre materie prime, oltre a elementi che servono sia per l’industria agroalimentare (fertilizzanti su tutti), sia per quella chimica. Alla lunga, impedire alle navi di trasportare questa merce potrebbe portare a problemi gravissimi. Per il mondo occidentale, con un’ondata di inflazione difficilmente controllabile. Ma ancora di più per l’Africa: un blocco delle navi che trasportano materie prime alimentari rischierebbe di rallentare l’approvvigionamento alle industrie e la produzione agricola, proprio all’inizio della stagione di semina. Con i rischi di penuria, se non di carestia, per le popolazioni locali, e i possibili sconvolgimenti provocati dalle conseguenti migrazioni di massa. Ma il maggiore rischio di inflazione potrebbe avverarsi se, dopo un lungo periodo di restrizioni al passaggio marittimo, Hormuz tornasse rapidamente in piena efficienza: in questo caso, infatti, si verificherebbe una corsa per accaparrarsi le scorte, che provocherebbe una crescita incontrollata dei prezzi. Con i relativi guai per i cittadini: a goderne sarebbero solo i Paesi indebitati, per cui l’inflazione è spesso un toccasana.
Bond o azioni?
Per l’Italia, Moody’s ha alzato le previsioni di inflazione dall’1,8% al 2,1%, mentre la crescita 2026 sarà, sempre secondo l’agenzia di rating, dello 0,7% (-0,1% rispetto alle previsioni precedenti). Per proteggersi dai rischi in un simile quadro, i bond possono non rappresentare la scelta migliore. Le obbligazioni sono un parcheggio temporaneo di liquidità, ma non offrono più rendimenti allettanti. I bond governativi hanno perso un po’ dall’inizio della guerra, ma già prima le loro performance erano abbastanza basse; le obbligazioni societarie, da parte loro, soffrono invece gli spread governativi ristretti. In questo quadro il posizionamento sul comparto obbligazionario è pertanto consigliabile solo se accompagnato da un’attenta gestione attiva dell’investimento. Piuttosto che accaparrarsi i bond, è quindi più consigliabile puntare sull’azionario, aspettando il tempo propizio per investire sui settori attualmente penalizzati. Come il settore finanziario, che è sceso più dell’indice e ha sofferto parecchio, ma già ora sta provando una risalita, forse anche in previsione di dati trimestrali positivi. A fine guerra, il settore potrebbe tornare a correre, regalando molte soddisfazioni agli investitori. Ottime anche le prospettive del settore infrastrutture petrolifere, già in spolvero, e che nei prossimi anni sarà premiato per i ricavi provenienti dalle riparazioni degli impianti danneggiati e dalla costruzione di nuovi oleodotti.
Oro, in vista un assestamento?
Oro e argento, da parte loro, tentano di rimbalzare, anche se i massimi storici sono molto lontani, e difficilmente raggiungibili, almeno a breve termine. I due metalli sono stati oggetto prima di “realizzo” da parte dei risparmiatori, forse spinti dal bisogno di affrontare la crisi con denaro contante, poi dai Paesi arabi, che hanno ceduto una parte delle loro riserve per finanziare questa crisi. Oro e argento, dunque, potrebbero aver raggiunto una quotazione abbastanza stabile. Un po’ come il franco svizzero che, dopo essere salito a quota 1,11 sull’euro, ha invece fatto qualche passo indietro, fino a 1,08, per poi risalire leggermente a 1.09. La moneta elvetica è comunque sempre vicina ai massimi e ha evitato un ritracciamento simile a quello dell’oro, anche per le dimensioni ridotte del suo impiego.





