Banche Centrali alla ribalta

La Bce ha aperto allo scudo anti-spread, facendo arretrare il differenziale Btp-Bund. La Fed ha ribadito l’intenzione di riportare l’inflazione al 2%. E la Banca Nazionale Svizzera ha alzato improvvisamente i tassi dello 0,50%. Mentre in Giappone…

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari

Bastava proprio poco per fermare la vendita massiccia di titoli di stato italiani e spagnoli. È stata infatti sufficiente una dichiarazione da parte della Bce, che durante la riunione straordinaria di mercoledì scorso ha aperto alla possibilità di uno scudo anti-spread, per portare il valore che separa Btp e Bund sotto i 200 punti base di spread.
Intendiamoci: siamo ancora lontani da quota 150, identificata dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco come limite massimo accettabile. Tuttavia, si è già compiuto un importante passo avanti. La Bce non ha ancora deciso nulla: ha soltanto incaricato i tecnici di mettere a punto una proposta di scudo. Come spesso accade l’effetto annuncio è quasi più importante del provvedimento in sé: infatti, il solo esprimere l’intenzione di intervenire ha tranquillizzato i mercati e, allo stesso tempo, ha lanciato un avvertimento agli speculatori, sempre pronti a scommettere contro il debito pubblico italiano. Un’attività che spesso si è configurata come un tiro al bersaglio: per chi specula, è molto più semplice vendere allo scoperto i titoli di stato italiani rispetto a quelli francesi e spagnoli, sebbene questi due paesi evidenzino, a nostro parere, squilibri peggiori di finanza pubblica (il saldo delle partite correnti è al +7% per l’Italia, al -30% per la Francia ed al -70% per la Spagna).

Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi…
Christine Lagarde ha dunque ribadito il rinnovato impegno della Bce a difendere i paesi periferici, cercando di buttarsi alle spalle la lunga serie di indecisioni e di messaggi contrastanti alla comunità finanziaria. Uscite avventate, queste, che le hanno guadagnato il soprannome di Madame Gaffe.
Tutti ricordano la dichiarazione che la presidente Bce rilasciò nel marzo 2020, quando sostenne che la Banca centrale non era lì per “chiudere gli spread”. La dichiarazione fu poi ritrattata poche ore dopo, tra un diffuso imbarazzo.
La speranza generale è che la guida dell’istituto centrale europeo rinunci definitivamente ai tentennamenti e ad un andamento a zig-zag, imboccando una linea forte e decisa. Per fare questo, ça va sans dire, è necessario un cambio nella strategia di comunicazione, in un mondo in cui basta un batter d’ali a Francoforte per far crollare palazzi in tutta Europa.
Per rifinanziare un debito pubblico pari al 150% del suo Pil, l’Italia avrà bisogno di validi alleati nell’Eurotower. Oltre agli speculatori, bisogna fermare anche i falchi, che vorrebbero affibbiarci la presenza (aperta o mascherata) della troika o condizioni vincolanti e soffocanti. Se la Banca Centrale Europea si dimostrasse in grado di regolare gli spread in maniera automatica, riconoscendo nel contempo le peculiarità dei vari paesi, si sarebbe compiuto un grande passo avanti. In ogni caso, vale la pena ricordare che il problema dello stock di debito pubblico riguarda oramai quasi tutti i Paesi Europei, gli Stati Uniti ed il Giappone con debiti che hanno superato il 100% del Pil (Giappone vicino al 300%, però ha ancora un rating dato dalle varie Agenzie elevatissimo – come è strana la vita alle volte…).

Usa, recessione dietro l’angolo
Se la Bce tenta timidamente di avviare un whatever it takes 2.0, la Federal Reserve è alle prese con un intervento deciso anti-inflazione, intervento che l’ha portata a un aumento dei tassi dello 0,75% – il ritocco più forte dal 1994 a oggi. Un rialzo molto più aggressivo rispetto a quello annunciato dalla Bce.
Tutto questo mentre le stime sulla crescita dell’economia americana vengono ridimensionate (dal 2,8% all’1,7%, con il rischio che si spingano ancora più in basso) e lo spettro della recessione è dietro l’angolo.
Jerome Powell, presidente della Fed, ha ribadito un suo cavallo di battaglia: l’impegno a riportare l’inflazione al 2%, traguardo raggiungibile a medio termine se i prezzi delle materie prime si stabilizzeranno.
Powell ha anche sottolineato l’impegno di mantenere la centralità del dollaro nell’economia internazionale. E a questo proposito ha suggerito il lancio di una versione dematerializzata del biglietto verde: il dollaro digitale, che Powell interpreta come un mezzo per contrastare le criptovalute e la loro opacità.
L’introduzione ufficiale di monete digitali è già stata decisa da circa 100 paesi nel mondo. Ma è lecito esprimere un certo scetticismo sulla reale utilità di questi progetti. In primo luogo, perché il contante resiste, e per toglierlo di mezzo (ammesso che si riesca) ci vorranno almeno due generazioni. In secondo luogo, se vogliamo parlare chiaro, le valute fiat digitali esistono già: sono i pagamenti con carte di debito o di credito. Un nuovo progetto rischierebbe di rivelarsi un doppione dalla dubbia utilità.

Giappone, ultimo baluardo
La scorsa settimana, un altro istituto centrale ha conquistato la ribalta: la Banca Nazionale Svizzera, che improvvisamente ha alzato i tassi dello 0,50%, pur restando in territorio negativo dello 0,25%. Con la decisione improvvisa di Berna, il Giappone è rimasto l’ultimo baluardo della politica di tassi fermi: la Banca Centrale di Tokyo non si è fatta smuovere né dal braccio di ferro con gli investitori, né dalla perdita di valore dello yen, ai minimi storici.
A Tokyo, d’altra parte, notizie come queste non creano drammi: il Giappone, come del resto gli Stati Uniti, non considera la forza della moneta come un vessillo. E, comunque, un ribasso della valuta non influisce sulle decisioni della Banca Centrale. Che è stata molto chiara: i tassi non saranno toccati e la Banca Centrale continuerà a comperare i titoli decennali non permettendo che i loro rendimenti superino lo 0,2%. Succeda quel che succeda.
La fermezza più volte ribadita dalla Banca del Giappone sembra più lungimirante rispetto alla strategia ondivaga della Bce: in Europa, la dinamica dei prezzi è legata quasi esclusivamente al rincaro delle materie prime, a cui si sono aggiunti la siccità e il caldo record. E il rialzo dei tassi (tra l’altro molto timido) non serve a contenere questo tipo di inflazione.

Tagli al gas e blackout
Mentre gas e petrolio sono ancora molto alti, Gazprom ha annunciato tagli alle forniture dirette a Italia e Germania, mettendo un altro tassello alla situazione di disagio generale. Il “combinato disposto” tra il rialzo delle materie prime e il caldo soffocante di questi giorni sta già provocando blackout in varie città, evocando lo spettro dell’austerity (quella anni Settanta). Insieme a ripensamenti su una transizione energetica troppo veloce, che è impraticabile se la rete elettrica non è capace di assorbirla. Non per niente, la Germania sta riaprendo le centrali a carbone, che sembravano ormai archiviate nelle pagine dei libri di storia.
Le difficoltà emerse in questi giorni dovrebbero far riconsiderare ai politici europei la decisione di fermare le automobili tradizionali entro il 2035. Pensate a una vettura elettrica bloccata in un ingorgo autostradale a 40 gradi, con la batteria che si consuma: che cosa accadrebbe? Proprio per evitare queste situazioni, che con una scelta al 100% elettrica potrebbero non rivelarsi così rare, sono state introdotte le auto ibride, meno inquinanti e più sicure. Ecco: questa scelta potrebbe configurarsi come un ottimo compromesso di Realpolitik fra le esigenze di transizione ecologica e i limiti già ora preventivabili di una scelta così radicale.

Congo sull’orlo dell’abisso
Proprio sul fronte delle materie prime che alimentano veicoli (ma anche dispositivi) elettrici, pende una nuova spada di Damocle: il rischio di escalation della guerra nella Repubblica Democratica del Congo, uno degli oltre 60 conflitti dimenticati in corso nel mondo.
Gli scontri diffusi già in corso in varie parti del paese potrebbero aggravarsi con l’entrata in gioco del Ruanda: le tensioni sono già altissime, in seguito all’accusa a Kigali, da parte del governo dell’ex Zaire, di sostenere un gruppo ribelle. Saccheggi a proprietà ruandesi e aggressioni a esponenti della minoranza tutsi vanno di pari passo con le manifestazioni nella capitale congolese, in cui una folla inferocita chiede la rottura delle relazioni diplomatiche.
Con un aggravamento del conflitto si rischierebbe una nuova, drammatica catastrofe umanitaria. E anche molte ricadute economiche sulle materie prime: il Congo è ricchissimo di litio, cobalto e coltan, elementi fondamentali per telefoni cellulari e dispositivi elettrici di qualsiasi tipo. L’ennesima crisi africana potrebbe anche spingere Cina e Russia a espandere la loro influenza nel continente, un processo già ampiamente in corso. Mentre l’Europa, che non ha una politica estera comune, sta mestamente a guardare. Un piano di incentivazione – una sorta di “piano Marshall” per l’Africa – avrebbe molte chance di fermare vari conflitti e promuovere lo sviluppo del continente. Ma, se un progetto simile sarà approvato, non saremo noi a introdurlo.

Obbligazioni, non è il momento per il fai-da-te
Sui mercati europei, intanto, si cercano le basi per un primo rimbalzo dopo oltre una settimana di forti ribassi. I tempi potrebbero essere maturi: il mercato può ancora scendere, ma nel medio-lungo periodo gli investimenti dovrebbero essere in grado di dare soddisfazioni.
Tornano le opportunità sulle obbligazioni, in una gestione attenta a selezionare le emissioni e dinamica nella negoziazione delle differenti duration. Mentre nell’azionario potrebbe essere il momento delle utility, che hanno sofferto per il rialzo dei tassi, e dei titoli finanziari e petroliferi. Troppo presto invece per puntare sulle azioni del settore industriale.

2022-06-22T12:03:58+00:0022 giugno 2022|
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