Decreto energia, impatto limitato

La misura, approvata a mercati chiusi, tassa gli extra-profitti dei produttori, ma può intervenire solo in ambito italiano. Mentre il problema dei rincari delle materie prime può e deve essere affrontato a livello internazionale, con un freno alla speculazione concertato dalle banche centrali.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

La settimana scorsa si è conclusa con l'approvazione del decreto energia. Il governo è intervenuto sia sulle accise, diminuite di 25 centesimi al litro per almeno 30 giorni, sia sugli extra-profitti (peraltro sarebbe interessante capire cosa sono gli extra profitti in un mercato di libera concorrenza) delle aziende energetiche, che saranno soggetti a tassazione. Questo specifico intervento, però, rischia di imbattersi nella scure della Corte costituzionale, dato che la misura ha reso la nuova tassa retroattiva. Una caratteristica che, ricordiamolo, non può essere applicata a misure fiscali.

Whatever it takes

Detto questo, il decreto va a colpire solo l'ultimo “miglio” dell'approvvigionamento energetico, senza poter toccare tutti i passaggi intermedi che la vendita compie dall'erogatore iniziale al cliente finale. Occorre tenerlo ben presente: il rincaro del gas non è legato agli acquisti, che si basano su prezzo spot della Borsa di Chicago, ma a una serie di alchimie che si verificano all'Ice Index di Amsterdam, mercato a cui fa riferimento la filiera dei broker del gas e dell'energia. Il vero problema, quello che poi crea gli aumenti fuori controllo di carburante e gas, è la finanziarizzazione dell'economia, con la relativa facilità di speculazione.
Insomma: la tassazione degli extra-profitti decisa da Draghi rischia di sortire conseguenze minime: oltre ad avere un orizzonte limitato, la normativa si applica (e non potrebbe essere altrimenti) solo alle società italiane – e poco cambierebbe se l'iniziativa si estendesse all'intera Ue – gli Stati Uniti e altri paesi non aderirebbero certo, e si creerebbe un gap competitivo tra le aziende dell'Unione Europea e quelle del resto del mondo.
Per questo motivo, occorrerebbe identificare un ambito più ampio di intervento da parte delle istituzioni monetarie internazionali. Un'operazione all'insegna del whatever it takes sarebbe più che possibile, dato che le banche centrali ne hanno assolutamente le prerogative: una simile operazione potrebbe riportare senza alcun problema il petrolio sotto quota 90 e il gas a livelli normali.
Naturalmente, occorre la volontà di farlo.

L'incertezza prosegue

Il decreto energia è stato approvato a mercati chiusi, per evitare contraccolpi sui titoli del settore. Ma di impatti, in realtà, non ce ne sono stati molti. Stiamo infatti attraversando una fase di mercato laterale, con pochi volumi: gli investitori sembrano in una posizione di attesa, cercando di capire che cosa succederà sul fronte di guerra e su quello dei rincari energetici che, ricordiamolo, è in atto da ben prima che il conflitto russo-ucraino iniziasse.
Proprio l'incertezza potrebbe prolungare l'atteggiamento di avversione al rischio che sta contraddistinguendo il mood degli investitori in questo primo trimestre dell'anno.
È probabile che la reazione dei mercati sarà diversa da quella del 2020, anno in cui abbiamo assistito a una discesa e a una successiva ripartenza, innescata dalla politica monetaria delle banche centrali.
A complicare le cose è il boom inflattivo, che morde i profitti delle aziende ed è aggravato dalla guerra e dalle sanzioni, che colpiscono le economie europee come un boomerang. Mentre le banche centrali hanno iniziato ad adottare politiche più restrittive.

Recupero limitato

In queste condizioni, l'avversione al rischio potrebbe permanere, in attesa di spiragli di pace: ci si può aspettare un nuovo ribasso e un recupero prima di fine anno, ma non troppo forte. In Europa, il 2022 potrebbe chiudersi tra lo 0% e il -5%, un dato comunque non così negativo visti i problemi sul tavolo.
Con ovvi distinguo tra settore e settore. Al momento, nell'azionario, il comparto bancario è il più colpito da rallentamento economico e problemi derivanti da guerra e sanzioni. I tecnologici, da parte loro, tendono a soffrire quando i tassi aumentano – ma il rallentamento di questi titoli non è che un ridimensionamento del loro valore a una valutazione più corretta, dopo una crescita eccessiva.
Ben più seria la situazione del mercato obbligazionario: si potranno verificare restringimenti degli spread, ma difficilmente rivedremo a breve termine i tassi negativi sul Bund, passato in poco tempo da -0,25% a + 0,50%. Una selezione attenta e dinamica può aiutare a gestire una situazione così complessa, al contrario il mantenimento di una posizione statica implica un recupero assai arduo: a tasso costante ci vorranno anni per ritornare in possesso dei propri investimenti.

Tassi, rialzi modesti

Intanto, la Bank of England ha aumentato i tassi – ma sarebbe più giusto parlare di un modesto rialzo. Il Monetary Policy Committee, con una maggioranza di 8 a 1, ha infatti deciso di
ripristinare il valore pre-Covid dello 0,75% - il che significa un ritocco dello 0,25%. Un'operazione di piccolo cabotaggio, se è vero che l'inflazione reale tocca il 7%.
Ci si aspetta una scelta di questo tipo anche dalla Federal Reserve, che dovrebbe apportare un rialzo appena appena maggiore (0,50%) già nella prossima riunione.
E l'Eurozona? Le nostre esigenze hanno obiettivi diversi: mentre gli Stati Uniti non possono permettersi di fermare la crescita, la Bce deve prima di tutto evitare che gli spread esplodano – tutto questo per assicurare la sopravvivenza dell'euro.
In generale, nessuna economia è oggi in grado di assorbire shock monetari al 4%/5%, essenzialmente per problemi strutturali di debito e finanza pubblica. Ma il problema è più europeo che americano, dato che gli Usa lo possono aggirare stampando valuta.

La corsa del dollaro

A proposito di valuta, il dollaro ha ancora guadagnato sull'euro, attestandosi a quota 1,10. Ma non è il caso di dare eccessiva importanza a questi cambi, essenzialmente legati al conflitto in corso. Difficilmente il cambio euro-dollaro scenderà sotto il valore di 1,08 a meno che accada qualcosa di ancora più grave di ciò a cui stiamo assistendo.
Il petrolio, come già anticipato, è invece nel pieno del terremoto speculativo, ed è possibile che prosegua a viaggiare tra i 100 e i 110 dollari. Mentre l'aumento della produzione, che alcuni paesi Opec sostenevano, sembra più lontano: le aperture statunitensi a un nuovo accordo con l'Iran sono malviste dall'Arabia Saudita, intenzionata a bocciare, per ritorsione, un aumento della produzione.
Infine l'oro: la combinazione fra guerra e inflazione ne ha provocato una moderata crescita, e questo ha fornito agli investitori una certa protezione. Tuttavia, nonostante il periodo di incertezza, non si è registrata una corsa massiccia all'acquisto.

 

 


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