Crisi industriale europea, spada di Damocle sui mercati

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La Bce deciderà domani, 17 ottobre, se tagliare nuovamente i tassi: l’attesa sta generando cautela nelle Borse europee. I listini rimangono comunque sulla fascia alta del trading range con rotazione settoriale che domina da inizio aprile e che ha avuto un solo scossone con il calo di inizio agosto, peraltro recuperato entro fine mese. I mercati Ue, teoricamente, avrebbero le potenzialità per nuovi rimbalzi ma sono frenati dai dati industriali, vera e propria spada di Damocle sospesa sull’economia del nostro continente e in grado di minacciarne la stabilità. Le politiche di bilancio della Commissione Europea, che verosimilmente non cambieranno con l’insediamento della von der Leyen bis, si scontrano con la recessione tedesca e i problemi di bilancio evidenziati dalla Francia, che non può più drenare risorse. In un quadro precario per la stessa tenuta dell’euro.

Auto tedesche ai box

In particolare la crisi tedesca, innescata dalla marginalizzazione delle forniture di gas russo, è stata ulteriormente aggravata dalla politica comunitaria sull’auto, che sta minacciando il business e forse la stessa sopravvivenza di alcuni marchi storici. I dati continuano a essere drammatici e si sono rivelati ancora più preoccupanti dopo gli ultimi numeri del mercato cinese, dove stanno crollando le vendite delle auto occidentali. Specialmente le tedesche, che erano particolarmente forti, e le americane. A soffrire sono soprattutto Bmw e Mercedes: nel terzo trimestre le immatricolazioni della prima sono calate del 30% e la seconda è arretrata del 13%, mentre le case locali hanno conquistato la leadership degli acquisti, portandosi al 63%. La Cina (il più grande mercato motor al mondo) sembra l’unico Paese davvero interessato alle auto elettriche e – complice lo scarso entusiasmo delle case europee verso questa via, pur obbligata – sta sviluppando con convinzione (e vendendo) le e-cars e la loro componentistica, conquistando il mercato domestico e preparandosi a invadere i mercati occidentali mediante una sorta di… Autostrada della Seta.

Elettrico, il declino del “campione europeo”

L’elettrico di casa nostra, invece, arranca. Lo dimostra la crisi attraversata dal gruppo svedese Northvolt, ”campione europeo” di produzione batterie. L’azienda scandinava, che era vista come un argine allo strapotere cinese, sembra non reggere il disinteresse generale nei confronti di questo settore. Per questo si è trovata costretta prima ad annunciare il taglio del 20% dei posti di lavoro, poi a cercare disperatamente denaro per evitare un disastroso fallimento. Una sorte che ha già colpito la filiale Ett Expansion Ab, e che Northvolt sta cercando disperatamente di scongiurare. Alcuni rumours (smentiti dall’azienda svedese) suggeriscono che Northvolt stia cercando di vendere le sue scorte di materiali utili per produrre batterie, proprio con l’obiettivo di cercare fondi per proseguire la propria attività. Che l’indiscrezione sia vera o no, è comunque chiaro che il “campione europeo” dell’elettrico stia cercando di evitare lo stop ridimensionando il proprio business.

Tutti contro Tavares

L’Italia non sfugge al disinteresse generale per l’elettrico, che ha contribuito all’arretramento di Stellantis. L’amministratore delegato Carlos Tavares, invitato a un’audizione in Parlamento sulla situazione dell’azienda e del settore auto, ha affermato che non sono previste vendite (di Maserati e del sito di Termoli), né fughe dall’Italia. Ma ha anche chiesto, senza troppi giri di parole, il ritorno degli incentivi auto per risollevare il settore. In parole povere, il top manager ha invocato i “soliti” aiuti di Stato, oltretutto senza specificare come verrebbero spesi. L’intervento di Tavares ha avuto come effetto un inedito accordo fra maggioranza e opposizione, insolitamente uniti tra loro (e con i sindacati) per criticare le intenzioni del gruppo olandese. Nonostante i commenti negativi da parte delle forze politiche, Tavares è andato dritto per la sua strada: alcuni giorni dopo, a margine del Salone dell’Auto di Parigi, non ha escluso licenziamenti. Proprio mentre le aziende cinesi progettano l’apertura di fabbriche in Europa, anche per aggirare i dazi che potrebbero aprire una guerra commerciale con Pechino.

La Cina stampa denaro

Da parte sua, la Cina cerca di sostenere l’economia e continua a stampare soldi, intervenendo per dare fiato alle famiglie e rilanciare l’economia. L’operazione non è passata inosservata: il mercato cinese, dopo oltre cinque anni di scarso appeal, ha prodotto una fiammata importante, portando alcune azioni a performance clamorose. Uno su tutti, il titolo Alibaba, che nell’ultima decina di giorni è cresciuto di oltre il 30%. Dal prossimo 25 ottobre, inoltre, gli istituti di credito cinesi diminuiranno gli interessi sui mutui di almeno 30 punti base. L’operazione, richiesta dalla banca centrale di Pechino, si applicherà a gran parte di questi strumenti, anche se con alcune eccezioni. L’ottimo momento dell’economia cinese potrebbe rendere interessante una puntata su quel mercato e sui Paesi emergenti, anche in un quadro di diversificazione dagli investimenti in titoli europei.

 Torino, causa sui derivati

Il Comune di Torino ha dato il via a una causa contro tre gruppi bancari con l’obiettivo di fermare il pagamento di debiti legati ai derivati, i cui contratti risalgono a quasi 20 anni fa. La capitale piemontese vuole evitare un esborso maxi di 200 milioni, pari a una media di 3.400 euro a cittadino. Il problema, che già aveva colpito Milano, evidenzia un errore risalente agli anni pre-Lehman: da una parte, spesso gli istituti hanno pensato a guadagnare senza spiegare adeguatamente i rischi di questi strumenti, mentre gli enti pubblici hanno dimostrato in molti casi una cultura finanziaria bassa. Oggi Torino è la città più indebitata d’Italia: in questi anni, i derivati sono già costati 150 milioni di euro, e ora l’amministrazione comunale sta cercando di fermare l’emorragia.

Red Bull alla conquista del calcio?

Dopo l’ingresso in Moncler, Bernard Arnault entra nel mondo del calcio: il fondatore, presidente e ceo di Lvhm ha acquisito, in partnership con Red Bull, il Paris Fc, seconda squadra della Ville Lumière attualmente al primo posto nella Ligue 2 (la serie B transalpina). Più in particolare l’operazione, che promette di regalare alla capitale francese il derby calcistico con il Psg, vede Arnault al 55% e il 15% alla società austriaca (l’attuale presidente della squadra, Pierre Ferracci, conserva il 30%, almeno per ora). L’operazione conferma anche una diversificazione nel modello di business Red Bull nel mondo dello sport: il gruppo guidato da Dietrich Mateschitz usava acquisire marchi rinominandoli con il suo brand (lo ha fatto a Salisburgo e Lipsia, per esempio, ma anche in Formula 1), mentre ora sembra anche disposta ad affiancare il suo marchio (o la sua quota di proprietà) ad altre realtà. Basti pensare al team ciclistico Red Bull-Bora-Hansgrohe, squadra in cui milita Primož Roglič: in questo caso, il gruppo austriaco ha aggiunto il suo nome a quello dello sponsor storico (Bora-Hansgrohe, appunto). Nello stesso tempo, il gruppo è diventato sponsor di maglia del Leeds e official energy drink partner del Torino e dell’Everton. La Red Bull sta cercando di espandersi ulteriormente nel mondo dello sport? Difficile dirlo. Certo è che alcune voci – mai verificate – hanno accostato il brand austriaco prima al Monza (che ora interessa all’imprenditore americano Mario Joseph Gardelli) e poi allo stesso Torino, dopo l’ingresso nel novero dei partner della società granata. Intendiamoci: oggi come oggi, investire sul calcio italiano è impresa molto difficile. Ma non impossibile. Sarebbe abbastanza seguire modelli di crescita come quello dell’Atalanta: la società di Bergamo, molto impegnata nello sviluppo del settore giovanile, ha raggiunto i vertici del calcio europeo in modo prudente ma costante lanciando ragazzi della Primavera, facendo acquisti mirati e (come oggi sembra inevitabile) vendendo pezzi pregiati per far quadrare i bilanci.

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Wall Street e Hang Seng preoccupano le Borse europee

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Per le Borse europee, la prima settimana di ottobre è stata leggermente negativa. Piazza Affari ha poi chiuso in parziale recupero, vestendo la maglia rosa europea, e ha continuato ad avanzare lentamente alla riapertura sulla scia dei “soliti” titoli bancari. La situazione è ora all’insegna di un trading range, in attesa di conoscere gli impatti delle notizie provenienti da New York e Hong Kong. I listini americani hanno infatti aperto la settimana in evidente difficoltà (proprio quando i rendimenti del Tesoro hanno raggiunto i massimi dall’estate e il petrolio torna a salire), mentre lo Hang Seng ha finora perso oltre il 9%. Le performance negative dei due indici potrebbero avere un impatto anche sull’Europa causando uno storno, mentre le gravi crisi geopolitiche finora non stanno influenzando troppo i listini del nostro continente. Comunque vada, un inizio d’autunno in calo era ampiamente previsto: per le Borse, ottobre è storicamente il peggior mese dell’anno.

Dazi, servono davvero?

Prosegue invece la crisi dell’auto, schiacciata dall’agenda green. Che qualcuno ha rinominato yellow deal, per sottolineare quanto siano reali i rischi di vedere l’Europa a quattro ruote nelle mani della Cina. Per controbattere l’egemonia elettrica di Pechino, l’Unione Europea sta valutando l’introduzione di dazi, che però molti osservatori bollano come la risposta sbagliata a problemi reali. Prima di tutto perché le aziende cinesi stanno già reagendo a questa possibilità, progettando di investire in industrie di batterie e apparecchiature elettriche in altri Paesi del mondo, aggirando, così, eventuali balzelli doganali. In secondo luogo, si teme che Pechino possa a sua volta imporre contro-dazi all’automotive europeo, provocando molti disagi a un settore già colpito duramente dall’agenda 2035. Questo è uno dei motivi per cui l’industria automobilistica tedesca si sta opponendo all’inserimento di barriere doganali, in una situazione che, inoltre, vede i costruttori della Germania esternalizzare una parte della componentistica proprio in Cina.

Fronte anti-green deal

In un quadro così caotico iniziano a levarsi le voci contrarie alla politica energetica di Bruxelles. Ha fatto molto rumore la dichiarazione di Claudio Descalzi a margine dell’Italian Energy Summit 2024. “Non voglio essere anti-europeo”, ha tuonato, senza mezzi termini, l’amministratore delegato di Eni, “ma anche la stupidità uccide e ci sta uccidendo perché dobbiamo subirla sulla base di ideologie ridicole che ci vengono dettate da una minoranza dell’Europa, non una maggioranza, e noi dobbiamo continuare a digerirle e chinare il capo morendo lentamente”. L’esternazione di Descalzi si unisce alle richieste delle case automobilistiche tedesche di rivedere il piano 2035, anche alla luce del fatto che l’Europa sarebbe l’unica macroarea del mondo ad attuare un piano “elettrico” così pronunciato (soprattutto in caso di vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane). Hanno alzato la voce anche i concessionari di Stellantis, che si sono allineati alle posizioni dell’Associazione dei costruttori europei di automobili, chiedendo alla prossima Commissione di rinviare al 2027 l’entrata in vigore delle limitazioni sulle emissioni delle auto. Le e-cars non si riescono a vendere, hanno aggiunto chiaro e tondo i player che hanno più di ogni altro il polso della situazione: i clienti non le vogliono acquistare per problemi di “prezzo, autonomia e accessibilità”, hanno scritto in una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea.”Ciò”, hanno affermato, “ci pone in una posizione contraria a quella del produttore che rappresentiamo, che rimane ottimista circa il rispetto di queste severe normative Ue”. Le parole dei concessionari evidenziano che Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, è rimasto solo nel sostegno al green deal. Forse costretto a mantenere la posizione perché il gruppo ha investito molto nell’elettrico e non può permettersi di revocare la scelta.

Fusioni sì, fusioni no…

La parabola di Tavares sembra comunque giunta al termine: si vocifera su imminenti dimissioni del 66enne dirigente portoghese. Proprio mentre si torna a parlare di una possibile fusione fra Stellantis e Renault, ipotesi bollata dallo stesso Tavares come “pura speculazione”. Nessun merger, almeno per ora, neppure fra Unicredit e Commerzbank. Dopo lo scetticismo del governo Scholz – che però va contro la dottrina della presidente Bce Christine Lagarde, contraria all’ingerenza dei governi nelle fusioni multinazionali – ecco presentarsi il nein di Bettina Orlopp, amministratore delegato della banca tedesca. “Soltanto perché una fusione sembra buona sulla carta”, ha detto, “ciò non vuol dire che sarà eseguita bene e che alla fine potrà avere successo e creare valore per i nostri azionisti”. Bettina Orlopp ha evidenziato anche la difficoltà di unire i sistemi informatici e soprattutto il rischio di perdere clienti. Il recente incontro con Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit, non è stato altro che un incontro con gli investitori – ha poi aggiunto Orlopp, cercando di quietare i crescenti rumours. Per ora, dunque, l’idea sembra non fattibile. Anche da parte Unicredit, che dovrebbe riflettere molto su una simile operazione in Germania, viste le difficoltà riscontrate dopo l’acquisto di Hypovereinsbank. A proposito di fusioni, un patto parasociale anti-scalata è stato siglato da Lvmh e Double R su Moncler, dopo l’entrata, con il 10%, del gruppo guidato da Bernard Arnault nell’azienda (e primo socio dell’azienda di piumini) di Remo Ruffini. Questo accordo, con cui si fermano eventuali appetiti di altre grandi case, fa di Lvmh il probabile, futuro leader del lusso mondiale: Arnault dovrà stare fermo per sei anni, ma avrà la priorità su un’eventuale vendita di partecipazioni in Moncler da parte di Double R.

Il punto sui Btp

Dopo il taglio di 50 punti base, la Fed si accinge a ridurre ancora i tassi: probabilmente, gli aggiustamenti saranno della stessa entità, ma divisi in due tranche da 25 bp l’uno. Anche la Bce interverrà, ma difficilmente abbasserà il costo del denaro di mezzo punto prima di fine anno, nonostante l’inflazione sia ormai sotto il 2%. In questo contesto, i Btp a 24 mesi sono scivolati a 2,60% per poi avere un moderato ritracciamento. I decennali sono invece compresi nella forbice fra 3,50% e 3,60%. C’è dunque ancora un po’ di spazio, in attesa che la banca centrale, con i suoi tempi, porti il costo del denaro sotto il 2%. Investire nei Btp decennali ha ancora la sua convenienza. Ma attualmente la scelta migliore è l’adesione al collocamento del 14% del capitale di Poste Italiane che, compreso il dividendo, potrebbe rendere il doppio rispetto a un buono del tesoro decennale. L’unico problema di questo strumento è la quantità limitata delle azioni a disposizione per ogni piccolo risparmiatore: il 65% del collocamento è dedicato agli investitori istituzionali e solo il 35% al mercato retail. Si prevede che ogni risparmiatore non potrà impegnare più di 1.000 euro, a causa della fortissima richiesta per questo strumento.

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Federal Reserve: improbabile un taglio dei tassi a marzo

Jerome Powell ha messo le cose in chiaro: a meno di clamorose sorprese, la prossima riunione della Fed lascerà invariato il costo del denaro. L'annuncio ha contribuito all'apertura di una settimana fiacca per le Borse europee. Con l'eccezione di Milano, che ha approfittato dei risultati eccellenti di Unicredit per chiudere in rialzo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Continua la telenovela sul taglio dei tassi. Ora è la volta della Federal Reserve: il suo presidente Jerome Powell, confermando le indicazioni del Fomc, ha definito improbabile un calo delle percentuali già alla prossima riunione di marzo. L'inflazione sta scendendo, ha ricordato, ma occorre evitare il rischio di agire troppo presto (o troppo tardi, ha aggiunto). Per avviare l'allentamento delle condizioni monetarie il calo dell'inflazione dovrà dunque essere duraturo. In parole povere, negli Usa il taglio dei tassi può attendere.

Unicredit allunga

Le parole di Powell hanno influito sulle Borse europee, che hanno aperto questa settimana con ritmi molto fiacchi. Unica eccezione, Piazza Affari, che ha chiuso un lunedì brillante, a +1%. Tuttavia, il merito è quasi esclusivamente di Unicredit, schizzato a +8,2%. Il gruppo creditizio ha trainato il settore bancario e l'intero listino: senza Piazza Gae Aulenti, anche Milano si sarebbe allineata all'andamento degli altri listini europei. Il balzo in avanti di Unicredit dipende dai dati di bilancio, in special modo dall'utile raggiunto (decisamente superiore alle aspettative) e dai dividendi succulenti offerti agli azionisti. Nessuna novità, invece, sul fronte del risiko bancario: il ceo Andrea Orcel ha per ora escluso nuove acquisizioni. Il rally di Unicredit dà ragione a chi ha avuto la forza di tenere il suo titolo in portafoglio, nonostante le forti progressioni dell'ultimo anno e più. Chi ha acquistato le azioni della banca quando valevano 15 euro e le ha mantenute ha davvero fatto un grande affare. Che potrebbe rivelarsi ancora più proficuo in caso di un'ulteriore crescita – possibilissima, dato che i margini ci sono ancora.

Ferrari in pole position

La forza del settore bancario in un'epoca di tassi alti è strutturale e ampiamente spiegabile. Diversamente dalle “fiammate” contingenti, come lo sprint della Ferrari, salita del 10% dopo l'ingaggio a sorpresa di Lewis Hamilton. Un colpo che ha influito sulla Borsa più per l'approdo di sponsor e di attenzione sul Cavallino piuttosto che per ragioni più strettamente sportive, data anche l'età avanzata del fuoriclasse inglese. Non per niente, dopo l'allungo iniziale, i titoli della Rossa di Maranello hanno subito un riposizionamento.

Il punto sul petrolio

Tra i protagonisti di questi ultimi giorni il petrolio, che ha subito un calo sia nell'indice Brent, sia nel Wti, ma sempre all'interno della forbice tra i 70 e gli 80 dollari al barile. Tra i motivi dell'arretramento, il cauto ottimismo sulla crisi del Mar Rosso e le incertezze sul settore dei servizi in Cina. Cina che intanto ha registrato un cambio di gerarchia tra i suoi fornitori top: ora la leadership è stata conquistata dalla Russia, che con 107,02 milioni di tonnellate (+24%) ha superato l'Arabia Saudita. Mentre in India il greggio di Mosca è passato, dal 2021 a oggi, da quote trascurabili al 40% del petrolio importato, e in Brasile il gasolio russo ha superato quello americano. Petrolio e gas di Mosca sono stati dunque semplicemente dirottati dal mondo occidentale ad altri mercati, attutendo l'effetto delle sanzioni e creando problemi in una sola area geografica: l'Europa, che sta ancora arrancando a causa della ridotta fornitura a basso costo di gas russo. Unica eccezione, la Norvegia, Paese ricco di petrolio e gas naturale, che non aderisce né all'Unione Europea, né all'Opec ed è l'unico Stato europeo che, proprio per il greggio, ha i conti in attivo. Grazie anche alle massicce esportazioni di petrolio, Oslo ha visto il suo fondo sovrano battere tutti i record. Una strada che in futuro potrebbe essere percorsa anche dal Canada. Ottawa ha raddoppiato il Trans Mountain Pipeline, infrastruttura forse in grado di lanciare la Foglia d'Acero come Paese esportatore di petrolio. Potrebbe invece cavalcare la diversificazione energetica ed economica l'Arabia Saudita che, secondo rumours insistenti, starebbe esaminando la possibilità di vendere azioni di Aramco (la società petrolifera nazionale, maggiore esportatrice al mondo e quotata alla Borsa di Riad) per 10 miliardi di dollari. Un'operazione che comunque non intaccherebbe il controllo dell'azienda da parte dello stato (che ora, direttamente o indirettamente, si attesta sul 98%) e libererebbe una somma molto grande per i progetti sauditi, dal tentativo di conquistarsi uno spazio in ambito sportivo alla nuova città in progetto sul Mar Rosso.

La liquidazione Evergrande

In Cina è l'ora della liquidazione di Evergrande, sancita dall'alta corte di Hong Kong, che ha ufficializzato il fallimento gigantesco del colosso immobiliare. In realtà, però, il gruppo è in bancarotta da tre anni: nessuna sorpresa, dunque, nonostante le proteste dell'organizzazione di Shenzen, che ha conquistato il non invidiabile primato di gruppo real estate più indebitato al mondo, con un passivo-monstre di 350 miliardi di dollari. Di questi, 150 sono obbligazioni, contratte in giro per il mondo e ormai carta straccia. Piuttosto, la domanda d'obbligo è: lo stato si farà carico di completare i lavori edili già iniziati dalla società? Oppure sorgeranno “cattedrali nel deserto” e cantieri lasciati a metà e abbandonati? Difficile rispondere, anche perché a causa della crisi, molti cinesi inurbati in tempi recenti stanno tornando nelle campagne.

La protesta degli agricoltori

Prosegue la protesta degli agricoltori europei, spinti da una serie di motivazioni che, in alcuni casi, differiscono da Paese a Paese. In Francia, gli assembramenti di trattori hanno ottenuto un primo punto a favore, con il pronunciamento, da parte dell'intera classe politica, contro l'accordo di libero scambio Ue-Mercosur. In Italia, la protesta si concentra soprattutto sul contrasto alla diminuzione dei sussidi. Ma anche alla sostituzione di terreni agricoli con impianti fotovoltaici e al calo obbligatorio di aree coltivabili, sostenuti dalla commissione europea. Eventualità che, se davvero applicate, rischierebbero di far naufragare un settore di eccellenza come l'agricoltura del nostro continente, aprendo massicciamente i mercati a Paesi che non offrono la stessa qualità, né la stessa sicurezza su ogm, diserbanti e altre sostanze proibite in Europa. Ci perderebbero, dunque, sia gli imprenditori del settore (molti dei quali hanno aree dalle dimensioni non superiori a due ettari), sia i consumatori. A vantaggio delle grandi multinazionali. Proprio per la specificità dei prodotti della terra e la loro centralità nelle tavole delle persone, il settore agricolo dovrebbe essere l'unico da sussidiare in maniera continua e organica. A differenza del comparto automotive, che in Italia è stato aiutato in maniera massiccia nel corso degli anni. Non per niente, il diktat di Carlos Tavares – che ha affermato chiaro e tondo la possibile chiusura della produzione Stellantis in Italia in assenza di aiuti – ha suscitato reazioni irritate da governo, opposizioni e sindacati, mai così uniti come in questo frangente. Piuttosto, se si dovessero destinare sussidi all'industria, sarebbe preferibile dirottarli su Taranto, considerata l'attività strategica dell'Ilva. Mentre un aiuto alla ricerca sull'elettrico rischierebbe di creare un buco nell'acqua, dato che i consumatori italiani (e non solo) sono molto freddi nei confronti di queste vetture.

Foto di Dan Schiumarini su Unsplash


Gas: quell'accordo che accordo non è

Il Consiglio Europeo ha finalmente messo nero su bianco i termini che dovrebbero portare a un tetto alle tariffe di metano e di energia elettrica. Ma il compromesso raggiunto dopo quasi 12 ore di riunione segna, in realtà, solo l'inizio di una roadmap, i cui termini devono essere ancora definiti

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo quasi 12 ore di riunione, il Consiglio Europeo ha finalmente partorito un accordo sul gas. O, almeno, quello che i media hanno definito tale. E che in realtà tale non è. Si tratta, invece, di un invito ai ministri dei paesi Ue e alla Commissione di avanzare con “urgenza” decisioni per fermare il caro-metano. In pratica, si dà mandato di studiare un possibile modello di tetto al gas usato per l'elettricità (sul modello spagnolo e portoghese), un nuovo benchmark complementare con l'obiettivo di “prevenire picchi di prezzo e manipolazioni”, e l'acquisto congiunto di metano.

Casella 58
Nessuna risoluzione, quindi, ma l'inizio di un percorso, l'apertura di una roadmap che dovrà portare a una decisione. Un traguardo salutato come epocale ricorda un po' la casella 58 del Gioco dell'oca – quella, cioè, che obbliga a tornare alla casella di partenza.
Tutto questo mentre, come al solito, ognuno pensa di aver portato a casa il risultato migliore per il proprio paese. Ancora una volta, l'Ue ha purtroppo evidenziato l'incapacità di abbracciare una strategia comune. Un'incapacità che poi alimenta il montante euroscetticismo che sta crescendo ai quattro angoli dell'Unione e che era un fenomeno del tutto marginale prima della crisi dei debiti sovrani.
Paradossale che, nel mentre, il gas stia calando autonomamente – non certo per le decisioni della classe politica europea, ma per normali (chiamiamole così) dinamiche legate ai mercati. Il costo del metano è sceso sotto quota 100 e ad Amsterdam, per qualche minuto, ha addirittura registrato un prezzo negativo (sulle consegne “next hour” durante le contrattazioni di lunedì pomeriggio). Queste dinamiche ci fanno comprendere quanto sia irresponsabile continuare a legare i prezzi dell'energia (e la vita di milioni di persone) a bizzarri schemi deregolamentati che agevolano la speculazione più estrema.

Europeisti? Sì, ma...
Velate critiche alla lentezza delle autorità comunitarie sulla risoluzione del caro-gas sono arrivate anche dalla nuova premier italiana Giorgia Meloni nel corso del suo discorso programmatico pronunciato ieri alla Camera.
La leader di Fratelli d'Italia ha rassicurato i deputati sulla prosecuzione di una linea europeista, dichiarando che il governo rispetterà le regole in vigore. Cercando però di contribuire alla riforma, nelle sedi opportune, di quelle che non hanno funzionato, come il patto di stabilità e crescita.
Nel contempo, Giorgia Meloni ha promesso un intervento nazionale per aiutare famiglie e aziende a fronteggiare il caro-bollette e carburante. Previsto anche un piano per la diversificazione delle fonti di energia che ha l'obiettivo di accelerare l'avvicinamento alle energie rinnovabili, sfruttando anche le condizioni climatiche favorevoli del Mezzogiorno.
Luce verde agli investimenti esteri (con un contrasto a “logiche predatorie”) e al Pnrr, che secondo la premier ha il compito di rimodernare il paese. Un corretto utilizzo di questo piano, ha puntualizzato, favorirebbe anche una svolta culturale che porti alla lotta contro le pastoie burocratiche, forte ostacolo alla crescita economica.

Downing Street: altro giro, altro premier
Se una donna si insedia alla testa di un governo, un'altra alza bandiera bianca. Si tratta di Liz Truss, che si è dimessa da premier britannica lasciando campo libero a Rishi Sunak, da lei recentemente sconfitto nella corsa a leader conservatore.
L'ennesimo avvicendamento a Downing Street sembra aver rassicurato i mercati, un po' per le posizioni meno radicali del nuovo premier dal punto di vista fiscale, un po' per l'esperienza pregressa del nuovo primo ministro come cancelliere dello scacchiere, un po' ancora per gli anni trascorsi nel mondo della finanza.
Sunak, johnsoniano di ferro e brexiteer della prima ora, avrà il compito proprio di arginare i problemi che stanno affliggendo Londra in seguito all'uscita dall'Unione Europea: la bilancia commerciale costantemente in passivo, l'impossibilità di attingere facilmente a lavoratori temporanei comunitari per soddisfare l'eccesso di domanda (come nel caso della carenza di rifornimenti, dovuta alla scarsità di camionisti) e l'arretratezza degli investimenti esteri, che stanno abbandonando il paese per l'Unione Europea, mercato che con i suoi 300 milioni di consumatori è decisamente più attraente.

Ltro: addio o arrivederci?
Cambiano i governi, non cambia la politica delle autorità monetarie sui tassi. Scontato un nuovo rialzo sia per la Fed (atteso un ritocco di 75 punti), sia della Bce. Le banche centrali, dunque, proseguono in una strategia anti-inflazione dalla dubbia utilità, mentre più di metà dell'Eurozona – Italia compresa - è già in recessione tecnica (l'aggettivo non inganni: si tratta di una recessione “vera” in tutto e per tutto).
I tassi alti potrebbero avere ripercussioni negative specialmente sul mercato immobiliare, la cui contrazione sembra inevitabile nel caso in cui diminuissero le richieste di mutuo casa. Un'eventualità probabile: basti pensare che in Italia il mutuo a tasso fisso a dieci anni era ancora al 1,10% il 10 gennaio, e ora naviga sul 4%.
Un rallentamento del real estate danneggerebbe molti settori dell'economia, di cui il comparto immobiliare è un vero e proprio volano: a ogni acquisto di abitazione fanno seguito le ristrutturazioni, che creano nuove occasioni di lavoro e mantengono fiorente l'indotto.
Oltre al rialzo dei tassi, l'agenda della Bce prevede anche la fine delle aste Ltro, che in tutta probabilità andranno a scemare gradualmente.
La decisione è però molto rischiosa, dato che già oggi i problemi di liquidità sono evidenti. Proprio per questo, non è escluso che lo stop alle aste possa essere seguito a breve termine da una loro riapertura, magari con un altro nome e caratteristiche leggermente diverse.

Transizione alle auto elettriche, urge un ripensamento
È invece calma piatta per il petrolio, il cui prezzo è tornato a calare, Per ora, il tentativo saudita di alzare il prezzo mediante un calo di produzione non ha sortito effetti, anche e a causa della riconferma di Xi Jinping alla testa del Partito Comunista cinese: il leader di Pechino è un sostenitore della politica “zero Covid”, che prevede frequenti lockdown e un conseguente calo di domanda di greggio e di investimenti occidentali. Tuttavia, si teme un nuovo rincaro dell'oro nero dopo le elezioni americane di mid term, se gli Stati Uniti scegliessero di formare nuovamente le loro riserve strategiche.
A lungo termine, invece, la domanda di petrolio potrebbe rivelarsi maggiore del previsto, dato che il caro energia rischia di far saltare la transizione elettrica nell'Ue entro il 2035. Secondo uno studio pubblicato due giorni fa da Facile.it, oggi ricaricare un'auto elettrica costa il 169% in più rispetto all'anno scorso. Mentre in alcuni casi la benzina e il diesel iniziano a essere più convenienti della scelta “non fossile”.
La crisi energetica persuaderà probabilmente la politica a fare un passo indietro e rivedere, almeno parzialmente, la sua scelta radicale di stop alla vendita di vetture tradizionali. Troppo rischioso dipendere da una variabile, come l'energia, che può provocare problemi ben maggiori rispetto al petrolio – non solo in termini di costo, ma anche di approvvigionamenti.
Oltre a questa problematica recente, restano in piedi gli altri dubbi legati a un cambio così repentino e netto: le incognite legate all'elettrosmog, decisamente sottovalutato; il rischio di distruzione di un'industria, come l'automotive, molto forte in Italia, Germania e Francia; la consegna della mobilità europea nelle mani delle industrie cinesi, molto presenti nel settore delle auto elettriche.
Problematica, quest'ultima, sollevata anche da Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, al Salone dell'auto di Parigi: alla presenza di Emmanuel Macron, il ceo della società olandese ha invocato il principio di reciprocità, assicurando che i produttori cinesi sono i benvenuti in Europa, a condizione che le industrie Ue possano godere delle stesse condizioni a Pechino. Il warning, che è un tentativo di moral suasion nei confronti delle autorità europee, potrebbe essere raccolto anche da altri dirigenti dell'automotive, e avere seguito in sede istituzionale.

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