Distensione Mosca-Kiev: come reagiranno le Borse?
Le truppe russe si stanno ritirando dal confine ucraino, proprio mentre le tensioni tra i due paesi hanno fatto "ballare" i mercati. E ora...
Il punto di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sugli eventi della settimana sui mercati finanziari
Le turbolenze sui mercati non accennano a placarsi. La settimana scorsa, negli Stati Uniti, il tasso di inflazione ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi 40 anni. Mentre si è verificato un rialzo generalizzato dei rendimenti dei titoli governativi e corporate europei. Un esempio su tutti è dato dai cali registrati sui titoli decennali tedeschi, che durante il mese di gennaio hanno infatti perso il 3,30% e con i decrementi della scorsa settimana sono a -4,40% da inizio anno. In pratica, a tassi invariati, un detentore di decennali tedeschi impiegherà 13 anni per recuperare questa perdita.
In questo periodo, insomma, sulle obbligazioni bisogna essere particolarmente selettivi: difficile pensare a un ritorno a tassi negativi, a meno di ipotizzare uno scenario recessivo che al momento non sembra per fortuna alla porte.
La Nato può attendere
Settimana negativa anche per l'azionario, che ha proseguito l'andamento ondivago: le tensioni, soprattutto sul mercato europeo, dipendono in gran parte dall'inflazione e dalla nota americana secondo cui l'Armata Russa avrebbe varcato i confini ucraini il 16 febbraio, cioè oggi. Una previsione che, per fortuna, non si sta avverando.
Quello che ai più sembrava un evento ineluttabile, e che aveva causato ribassi ai listini anche lunedì mattina, alla fine non si è verificato. La crisi si sta ricomponendo, proprio come voleva la Russia. Decisivo nella risoluzione della crisi è stato il vertice Scholz-Zelensky, svoltosi lunedì scorso a Kiev: il cancelliere tedesco, in conferenza stampa, ha detto a chiare lettere che „l’ingresso dell’Ucraina nella Nato non è in agenda”. Un'affermazione non contraddetta dal presidente ucraino: l'entrata nell'Alleanza Atlantica – ha affermato - “non è un dossier urgente”, anche se resta in costituzione. Risultato: Kiev non entrerà nella Nato per almeno dieci anni, problema rimandato e sospiri di sollievo in tutto il mondo.
A vincere, in ogni caso, non è stata una parte o l'altra, ma il buonsenso. Come del resto avvenne nell'ottobre 1962, al tempo della crisi dei missili a Cuba, che vedeva un'identica situazione, anche se a parti invertite.
La partita si gioca sul gas
Ora, almeno per Italia e Germania, la partita si gioca sul gas: dal prezzo spot sulla borsa di Chicago, si evince chiaramente che l'aumento dei prezzi è largamente legato alla crisi ucraina, oltre che alla eccessiva finanziarizzazione di questo prodotto. Come del resto la crescita dell'alluminio, arrivato ai suoi massimi la scorsa settimana. Una sempre più probabile de-escalation sull'asse Mosca-Kiev – e, magari, anche il sospirato avvio del Nordstream 2 – potrebbero invertire la rotta e alleggerire costi e bollette di famiglie e aziende, sventando una minaccia cruciale per la ripresa e la stessa sopravvivenza di centinaia di imprese.
Per scoprirlo dovremo aspettare la fine dell'inverno, quando ci sarà minore richiesta di combustibile, e quando sarà passato un periodo di tempo sufficiente da questo "febbraio caldo".
Per il resto, non si è ancora sciolto l'altro nodo che ha caratterizzato l'inizio di quest'anno, e cioè l'incertezza delle Banche centrali sui tassi. La decisione è molto difficile, perché occorre scegliere fra due rischi: da una parte il pericolo di frenare la ripresa, rallentando la crescita economica, dall'altra il timore di una spirale inflattiva senza fine. In ogni caso è bene ricordarlo: Christine Lagarde ha detto che non è alzando i tassi che si riesce a fermare il rialzo delle materie prime. Quindi i tassi saliranno, ma non in maniera violenta.
Mantenere la rotta
Se la crescita si affievolisse, il 2022 potrebbe confermarsi complicato, con i titoli tecnologici che potrebbero subire ulteriori correzioni al ribasso e le obbligazioni impossibilitate a svolgere un ruolo difensivo. Ma, come al solito, occorre saper aspettare. Le previsioni delle case di investimento relative agli indici stimano che, a fine anno, il prezzo delle azioni sarà più alto rispetto a ora, ma non di tanto. Il tutto in un contesto di volatilità accentuata.
Il problema – lo abbiamo ricordato più volte – è quindi essenzialmente psicologico. Perché se l'investitore è metodico, se non si lascia prendere dalla paura, alla fine guadagna quasi sempre.
Lo rivela anche uno studio molto interessante: un risparmiatore che avesse investito 10.000 dollari il 1 gennaio 1980 sull’indice americano, e avesse sempre mantenuto quella posizione, oggi avrebbe 680.000 dollari.
L’utile sarebbe però sceso a a 420.000 dollari se l'investitore fosse uscito nei cinque giorni più performanti di questi 42 anni, a 310.000 se si fosse perso i migliori dieci e a 100.000 se avesse evitato i top 30.
Che cosa significa? Semplice: che la pazienza è davvero la virtù dei forti, anche negli investimenti. Adottare una strategia "dentro e fuori" può certamente salvaguardare da ribassi molto violenti, ma richiede una forte capacità di saper rientrare al momento giusto. Il che non è certamente facile, anche a causa del ruolo rivestito da avvenimenti impossibili da prevedere, rivolgimenti improvvisi e "cigni neri".
Too strategic to fail
Intanto, in Italia fa ancora discutere il caso-Saipem, anche alla luce dell'ammenda da 192 milioni comminata lunedì scorso al gruppo da parte del tribunale di Algeri. Sul piatto c'è il prestito ponte da 500 milioni di euro chiesto dall'azienda energetica a Intesa e Unicredit. L'importo permetterebbe a Saipem di restituire la tranche delle obbligazioni che scadrà il prossimo 5 aprile - data entro la quale è impossibile completare il programmato aumento di capitale.
Secondo le indiscrezioni, i due colossi bancari hanno espresso atteggiamenti differenti: più possibilista Intesa, più rigida Unicredit.
Ma alla fine è difficile ipotizzare che Saipem non verrà salvaguardata: pagherà la tranche e porterà a casa l'aumento di capitale, che assicurerà la continuità aziendale e la presenza sui mercati internazionali. Parafrasando un'espressione che solitamente si utilizza riferendosi alle banche, Saipem è too strategic to fail.
Fusioni, nuovo giro di valzer
A proposito di Unicredit, i mercati hanno apprezzato sia l'interesse della banca di piazza Gae Aulenti per Banco Bpm, sia i passi avanti dell'operazione Bper-Carige, che ha ottenuto semaforo verde dal Fondo interbancario di tutela dei depositi.
Potrebbe aprirsi un nuovo valzer di merger&acquisition. Il che non è per nulla sorprendente: da anni si prevede che in Italia le fusioni ridurranno il numero di istituti bancari, portandolo a tre o quattro, mentre resteranno indipendenti quasi unicamente le piccole banche di credito locali.
Un nuovo giro di consolidamento bancario piace alle Borse, perché porterà valore agli azionisti. C'è però l'altra faccia della medaglia: il rischio-esuberi, dovuto alla sovrapposizione degli sportelli e alla loro chiusura. Proprio in un periodo storico in cui, in generale, sembra irreversibile il trend che vede le succursali ridursi a causa della corsa alla digitalizzazione.
La crisi energetica preoccupa i mercati
Il punto di vista di Carlo Vedani - Amministratore Delegato di Alicanto Capital SGR
L'aumento delle bollette potrebbe rivelarsi insostenibile non solo per le singole imprese, ma per intere filiere produttive. Con conseguenze preoccupanti per l'economia globale.
Per il mercato Usa, la prima settimana del 2022 si è chiusa con i mercati azionari e obbligazionari in forte discesa. Eppure l'anno si era aperto con buone premesse, almeno per i primi tre giorni. A invertire bruscamente la rotta è stato l'intervento della Federal Reserve, che ha, di fatto, intrapreso il cambio di direzione nelle decisioni di politica monetaria.
Dobbiamo preoccuparci? No, o almeno non eccessivamente. Perché è avvenuto un arretramento su posizioni simili a quelle di fine 2021: i mercati hanno perso poco più di quello che avevano guadagnato e si sono attestati su una posizione di cautela.
In altri termini, ciò che è accaduto oltre oceano non è una replica dei crolli del marzo 2020, anche se così potrebbe sembrare. E’ semplicemente una normale dinamica di mercato, come lo era l'arretramento registrato alla fine dello scorso anno.
Guardiamo per esempio il Nasdaq, che ha archiviato un buon 2021, ma con divergenze importanti all’interno dell’indice: la performance positiva è stata legata quasi esclusivamente ai FAANG (Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google), escludendo i quali la performance di fine anno sarebbe stata negativa.
Eppure, questa dinamica non ha destato l’attenzione dei mercati a livello globale. Al pari, un rialzo dei tassi dovrebbe essere causa di allarmismo, ma il mercato è in grado di riassorbirlo senza particolari problemi.
Carissima bolletta...
L'avvio negativo negli Stati Uniti e le sue eventuali ripercussioni, dunque, non dovrebbero turbare più di tanto il sentiment di mercato. La minaccia che dovrebbe preoccuparci – e farlo molto seriamente – è invece un'altra. E cioè la crescita dei costi energetici in Europa, che non accenna a fermarsi. In Italia si prevede un aumento delle bollette che potrebbe spingersi al 70% - e il dato è simile negli altri paesi Ue. Questo significa un salasso per le famiglie. Ma anche per le imprese, che già lo hanno subito pesantemente nel corso dell’ultima parte dell’anno, e che, nel primo trimestre, potrebbero vedere quintuplicato il costo dell’energia.
Le conseguenze? La risposta dipenderà dalla capacità, per le aziende, di ribaltare l’aumento dei costi sul prezzo di vendita dei beni. Questo aggiustamento non è scontato né immediato: per questo motivo ipotizziamo cali degli utili per molte aziende e intere filiere produttive costrette a chiudere i battenti a causa dei costi impossibili da sostenere.
Insomma: questa mini-crisi energetica rischia di diventare grande, in un contesto di crescita prevista per l'economia. Le due forze contrapposte potrebbero creare un braccio di ferro dagli esiti molto incerti.
E' possibile uscire da questa situazione, che potrebbe rivelarsi un vero e proprio incubo per famiglie, imprese e mercati? Sì, senza dubbio. Ma non è un compito che spetta all'economia, bensì alla politica. Occorrerebbe, prima di tutto, che l'Europa abbandonasse l'approccio da nuova Guerra Fredda e normalizzasse il rapporto con la Russia, che è un grande produttore di materie prime. Le rinnovate tensioni tra Mosca e Washington hanno un solo perdente: l'Europa, incapace di sviluppare una politica comune nel proprio interesse. Combattere una battaglia che non è la nostra finisce per innescare ritorsioni. E i costi, come vediamo, vengono riversati su famiglie e aziende, mentre gli Stati Uniti, che hanno di fatto l’indipendenza energetica, sono abbastanza al riparo da questo rialzo improvviso, imprevisto e folle delle tariffe di gas ed elettricità.
Anche sul Kazakhstan occorre che l'Unione Europea cerchi di gettare acqua sul fuoco e di contribuire, con tutta la forza diplomatica di cui dispone, a una de-escalation delle tensioni. Perché in quel Paese, l'Europa (e l'Italia) hanno interessi economici molto forti. Se la tensione tra governo e manifestanti dovesse acuirsi, la crisi energetica potrebbe causare ripercussioni ancor più rilevanti. Con esiti da vero incubo per la nostra economia.
Il destino di Carige
Un altro nodo che potrebbe preoccupare il mercato – specificamente quello italiano – è il dossier Carige, tema molto caldo in questi giorni. Ma, in questo caso, non dovrebbero esserci sorprese negative.
Oggi le linee guida per affrontare le crisi bancarie sono molto chiare: come diceva Ben Bernanke, ex presidente della Federal Reserve, “le banche non possono fallire”. Tipicamente, gli istituti di credito prestano a lungo termine, ma hanno debiti a breve con i correntisti: un altro crack avrebbe un effetto molto negativo sull'economia. E sulla fiducia dei cittadini, fondamentale per sostenere il sistema.
Ne sono la prova i problemi che ha causato il fallimento delle “quattro banche”: tutti ricordano l'eco sollevato dal braccio di ferro sul rimborso delle obbligazioni subordinate, che ha occupato per molto tempo le prime pagine dei giornali e ha causato un danno reputazionale non solo a Banca Etruria, ma a tutto il sistema.
Ecco, questa vicenda ci ha fatto capire che Bernanke tutti i torti non li aveva. E che può anche esserci il bail-in, ma non si potrà comunque fare a meno di rimborsare correntisti e obbligazionisti, che, a differenza degli azionisti, non scelgono di correre rischi, ma danno fiducia alla solidità della banca in cui allocano i loro risparmi. Risparmi, non investimenti.
Anche per questo si è creduto molto nel salvataggio di Carige, e la sua cessione non dovrebbe incontrare ostacoli: il Fondo interbancario ha scelto Bper e ci sono le premesse affinché le trattative – la cui natura esclusiva è assicurata fino al 15 febbraio - possano andare a buon fine. Il cammino sarà molto più tortuoso per Monte dei Paschi, ma alla fine è probabile che anche la banca senese venga salvata e ceduta a un altro gruppo.
