Si chiude un nuovo annus horribilis per i mercati finanziari

Le previsioni per il 2022 delineavano un periodo di ripresa, inflazione sotto controllo e buone prospettive per gli investimenti. Ma nessuna di queste congetture si è avverata: i mercati hanno dovuto fronteggiare incertezza, paura e perdite. Nell'azionario e, soprattutto, nell'obbligazionario. Al calo di quasi il 14% dell’indice Msci World (rappresentativo delle borse mondiali) misurato in euro e ai decrementi dei bond vanno aggiunti il deprezzamento dell’euro (del 7%) e la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione del 10%.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Le previsioni per il 2022 dell'economia mondiale erano decisamente tranquillizzanti. Le graduali riaperture dopo la lunga stagione dei lockdown e delle restrizioni inducevano a sperare in una ripresa, mentre i rincari di gas ed elettricità (già in atto nel 2021) non preoccupavano più di tanto.
Se dunque andassimo a rileggere le aspettative che gli economisti mettevano nero su bianco a fine dicembre 2021, osserveremmo una certa unanimità di giudizio su un 2022 solido, con inflazione sotto controllo e buone prospettive per il mercato. A titolo d’esempio, le aspettative sui tassi americani prevedevano di avere i Fed funds all’1% a fine dicembre 2022; invece oggi siamo al 4,25% e abbiamo assistito da parte della Federal Reserve alla più veloce stretta monetaria della storia.

Ipotesi smentite
Tutte le ipotesi espresse nel 2021 sono dunque crollate come castelli di carta. I mercati azionari hanno incontrato una lunga fase di ribasso, recuperando poi con un rimbalzo di lunga durata, ma insufficiente, mentre l'obbligazionario ha archiviato la peggiore stagione da 50 anni a questa parte, pur con prospettive di recupero per il 2023. Risultato: per la quarta volta da sempre (le altre, nel 1931, 1941 e 2018), azioni e bond hanno chiuso l'anno in negativo.
Ancora più allarmante la situazione delle materie prime, con il gas che ha raggiunto livelli record nel corso dei primi mesi della guerra russo-ucraina, per poi tornare a prezzi più gestibili (ma comunque ancora troppo alti) e il petrolio, che è schizzato in alto prima di attestarsi in un territorio più neutrale.
Risultato di questo annus horribilis: crescita dell'inflazione attorno al 10% nel mondo occidentale ed economie che stanno per entrare in recessione.

Azionario
Che le previsioni di fine dicembre non fossero corrispondenti a realtà lo si era capito fin dall'inizio dell'anno. Dopo i primi tre giorni all'insegna della crescita, la prima settimana di gennaio si era infatti chiusa con forti cali dei mercati, sia azionari, sia obbligazionari.
Inizialmente, il fenomeno sembrava passeggero e poco preoccupante. Ma la crisi sul confine russo-ucraino, che avrebbe poi portato all'invasione da parte di Mosca e al conflitto tra i due più importanti stati ex sovietici ha buttato in acqua un altro cigno nero, a un paio d'anni di distanza dall'esplosione del Covid.
Il calo dei mercati azionari è proseguito fino a fine estate e il rimbalzo d'autunno – pur solido e rassicurante – ha offerto un recupero solo parziale delle perdite accumulate nel corso dell'anno. Nell'azionario, i mercati europei chiuderanno dunque a -10%, l'indice S&P a -20% circa e il Nasdaq a -33%. Pur meno coinvolte dalla guerra russo-ucraina, anche le Borse asiatiche archivieranno l'anno con un arretramento. In totale, l'indice Msci World, rappresentativo di tutte le Borse mondiali, chiuderà il 2022 con un calo di quasi il 14%.

Obbligazionario
Se l'azionario è calato, l'obbligazionario ha subito un vero e proprio crollo. I bond chiuderanno il 2022 con perdite ampiamente superiori al 10%, registrando l'anno peggiore degli ultimi 50.
Se esaminiamo solo i governativi dell'area euro, osserviamo che l'arretramento è stato di circa il 14%. L'anno scorso tutti i bond dei paesi che adottano la nostra moneta con scadenze fino a cinque anni davano rendimenti negativi (Grecia compresa), mentre oggi non ce n'è uno che non offra performance positive (Germania inclusa: il Bund decennale è salito da un -0,17% al 2,2%).
Discorso non troppo diverso per gli Stati Uniti, dove il Treasury era già in territorio positivo (1,5%) ed è balzato oltre il 3,5%.

Inflazione spinta dal gas
Nel 2022, molte materie prime hanno raggiunto picchi preoccupanti, per poi scendere e attestarsi su prezzi più sopportabili.
Il caso più clamoroso, che ha fatto tremare le economie di mezzo mondo, è rappresentato dal gas, la cui galoppata vorticosa ha rischiato di mandare a terra l'intera Europa. Il caro-bollette – fenomeno ancora in corso, nonostante il ritorno dell'oro blu a livelli prebellici – ha provocato la chiusura di varie aziende, soprattutto in Italia e Germania, mettendo a serio rischio l'esistenza di intere filiere produttive, oltre che la solvibilità delle famiglie.
Gli interventi di alcuni paesi per arginare salassi (Spagna e Portogallo prima, Germania poi) e il calo dei prezzi hanno mitigato eventuali conseguenze. Ma nulla ha potuto fermare l'inflazione, che in Europa è meno facile da combattere rispetto a quanto avviene nel resto del mondo, proprio perché legata al prezzo del gas e ai timori di non poterne ricevere a sufficienza.
Anche per questo motivo è difficile prevedere se il metano salirà di nuovo, resterà ai livelli attuali (comunque ancora molto, troppo alti rispetto a quelli storici) o diminuirà ancora, anche grazie al tempo eccezionalmente mite che sta contraddistinguendo il periodo natalizio. Certo, se i valori del gas dovessero rimanere sotto quota 100 ci si aspetta una decisa riduzione delle bollette dal prossimo mese, o al massimo da febbraio. Se ciò non avvenisse, sarebbe doveroso indagarne i motivi ed evitare che qualche fornitore sfrutti la situazione di incertezza per interessi personali.

Petrolio sulle montagne russe
Per un certo periodo, coincidente con i record dei prezzi del gas, anche il costo del petrolio era schizzato molto in alto. Il fenomeno aveva costretto il governo italiano a diminuire provvisoriamente le accise, che notoriamente pesano sul prezzo del pieno in misura maggiore rispetto allo stesso costo del carburante. Una decisione che ha provocato anche conseguenze imprevedibili – come la situazione che ha visto il “sorpasso” dei costi benzina alle pompe svizzere (storicamente meno care) rispetto a quelle italiane.
La recente diminuzione dello sconto fiscale sul carburante, deciso dal governo Meloni, non ha influito molto sui prezzi alla pompa, rimasti stabili a causa di un calo degli indici Brent e Wti.
Ma il futuro è incerto. A provocare un nuovo rialzo del petrolio potrebbero contribuire decisioni dell'Opec+, la ricostituzione delle riserve strategiche da parte degli Stati Uniti e la ripartenza della domanda di oro nero in Cina.

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Inflazione? Niente panico

Lunedì 23 gennaio si sono verificate vendite indiscriminate, che hanno trascinato i mercati in un vortice di emotività. Un atteggiamento che si dovrebbe sempre cercare di evitare.

Inflazione, crisi energetica e politica, ribassi sui mercati. Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - ci accompagna in una lucida analisi della complessa situazione attuale.

L'inflazione preoccupa cittadini, governi e mercati. Negli Stati Uniti ha raggiunto il punto più alto negli ultimi 40 anni: siamo al 7%, e non è tutto, perché, a causa della crisi energetica e il rincaro del cibo ad essa conseguente, l'inflazione "reale" tocca (e forse supera) il 50%. Un esempio tra tutti: proprio a causa del rincaro delle materie prime, nei mercati di New York il prezzo del pesce è letteralmente raddoppiato. Costa di più il trasporto, costa di più la refrigerazione, e alla fine è facile arrivare a questi rincari-monstre che spaventano consumatori e imprese, e mettono le Banche centrali con le spalle al muro. Come abbiamo già avuto modo di puntualizzare, queste istituzioni - che dovrebbero dettare la linea - non sanno come muoversi: la loro "navigazione" è di piccolo cabotaggio. E la paura serpeggia.

 

 Venti (gelidi) a est

Tutto questo mentre la crisi russo-ucraina ha tutto il potenziale per peggiorare ulteriormente la crisi energetica. Anche perché la questione è molto delicata, ed è gestita molto male sia da Washington, sia da Mosca. Mentre la terza parte – quella che più avrebbe da perdere in questa situazione – è ai margini. L'Europa è il convitato di pietra, il gigante dai piedi d'argilla che non è minimamente coinvolto nella risoluzione della crisi (basti pensare che gli Stati Uniti non si sono neppure degnati di invitare i rappresentanti Ue al tavolo).
Qualche piccolo segnale di cambiamento, però, si sta registrando. Il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Scholz hanno per la prima volta espresso alcuni distinguo sulla posizione americana nella crisi russo-ucraina, specificando a chiare lettere che l'Ue non è d'accordo con la sua gestione e che non si farà trascinare in avventuristici salti nel buio.

 

L'Europa s'è desta?

L'Europa inizia a capire i problemi geopolitici che potrebbero scaturire da un conflitto a est. Se già ora l'aumento delle materie prime crea malcontenti, che cosa ne sarebbe delle nostre bollette se la Russia decidesse, per ritorsione, di chiudere i rubinetti? Con il rischio, oltretutto, di un coinvolgimento della Cina, che potrebbe approfittare del caos ucraino per rinfocolare le sue mire su Taiwan.
I leader europei, insomma, non potranno che prodursi in un sano esercizio di Realpolitik e rivendicare una posizione autonoma. Non ci si può permettere di aggravare una situazione preoccupante. Già ora, la questione energetica mette in difficoltà intere filiere. Il cibo, abbiamo detto, ma anche l'artigianato, la manifattura, la tecnologia, i trasporti, il turismo. Il costo folle delle bollette rischia di fermare gli impianti di risalita nelle località sciistiche, mentre alcune aziende già progettano di sospendere la produzione. Che cosa accadrebbe se la Russia, fornitore del 40% del nostro gas, decidesse di non vendercelo più? Risposta semplice: aziende chiuse, famiglie in grave difficoltà, disordini sociali. E sipario sulla ripresa, già minata dalla disoccupazione, proprio quando gli interventi di finanza pubblica introdotti in pandemia stanno venendo meno.

 

Monday, crazy Monday

Intanto, anche le stime di crescita iniziano a ridimensionarsi (Banca d'Italia, per esempio, le ha già abbassate da 4,0% a 3,8%), le previsioni positive scemano rapidamente. E i mercati di tutto il mondo sembrano spaventati: lunedì 23 si sono verificate vendite indiscriminate senza una logica, con un'esplosione di emotività che sembra aver contagiato tutti.
Particolarmente coinvolte dal vorticoso flusso in uscita, le aziende che erano cresciute ben più del loro valore reale. Se un investitore sceglie titoli che crede "fenomenali" e invulnerabili, alla prima flessione importante si fa prendere dal panico. E vende. Risultato: l'emotività crea un vortice e accelera la discesa. In un mese e mezzo, Amazon ha perso il 20%, e vari titoli tecnologici ne hanno seguito le orme.

 

No panic!

Ecco: l'emotività è la reazione più sbagliata in questa situazione di estrema incertezza. Non bisognerebbe mai stancarsi di ripetere due parole semplici: niente panico. La società ha gli anticorpi per resistere alla crisi. Con i suoi tempi. Per questo non bisogna mai stancarsi di raccomandare valutazioni di medio termine.
Vendere sui ribassi è sempre molto pericoloso. E' più che mai valida la teoria della pallina da tennis: tanto piu alta è la velocità di caduta, tanto piu ampio sarà il primo rimbalzo. Quando si verificano rotture forti sul mercato, l'attività rimane elevata per un po' di tempo; chi ha denaro, può investire a tranche del 25% a ogni forte discesa. Lunedì scorso, la pallina da tennis è atterrata su S&P e Nasdaq, che hanno chiuso la giornata con il rimbalzo più forte degli ultimi 30 anni sul mercato intraday.
Proprio in un'ottica di medio termine iniziano a intravedersi prezzi interessanti sul mercato azionario. Con l'avvertenza che, in un periodo in cui i tassi salgono, i titoli growth tendono a essere più penalizzati rispetto ai value perché il mercato richiede utili e crescita ancora maggiori per mantenere valutazioni che già di per sé sono molto elevate. Per il resto, è cresciuta l'avversione al rischio e il contesto di aumento dei tassi impone, per la componente obbligazionaria, di dover prestare molta attenzione nella gestione della duration di portafoglio e nella selezione delle emissioni sulle quali investire.

Anche l'oro, pur con questo inizio di spirale inflattiva, non sta offrendo protezione, non sale, né scende: al momento sembra aver perso le sue caratteristiche di bene rifugio. A tal proposito, è sempre bene ricordare la massima di Warren Buffet: “Don’t buy gold, buy stocks!“
In ottica difensiva gli unici bond che potrebbero dare un minimo di rendimento sono quelli legati all'inflazione. Ma il mercato azionario rimane decisamente più interessante per i veri investitori di medio periodo.


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