Ritorno al vertice per i titoli bancari

Dopo un inizio anno a zig zag, che ha alternato disinteresse per il settore a performance di singoli titoli, le azioni dei gruppi di credito tornano a brillare. Ottima anche la settimana dell'automotive, mentre il comparto energetico soffre. La spada di Damocle della crisi in Medio Oriente

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La Borsa di Milano ha chiuso la scorsa settimana in rialzo, in controtendenza rispetto alle altre europee. E ha riaperto ancora in positivo, per poi rifiatare. A trainarla, il settore bancario e quello automobilistico, mentre spicca il calo dell'energetico. Nel primo caso si è vista una buona progressione che ha coinvolto la maggior parte dei titoli. E quelli che hanno archiviato la settimana in flessione sono stati protagonisti di una moderata inversione di rotta già lunedì scorso.

Fuochi artificiali

La performance dei bancari era prevedibile: dopo un mese e mezzo in cui il settore era andato un po' a zig zag, alternando disinteresse da parte degli investitori a rally dovuti essenzialmente a performance individuali, i mercati si sono accorti che il comparto ha ancora enormi potenzialità. Molti fra i risultati di esercizio che stanno uscendo in questi giorni mostrano quanto la galassia bancaria e finanziaria sia in buona salute. In particolare, dopo gli ottimi numeri di Unicredit, ora è Banca Popolare di Sondrio a sparare i fuochi artificiali, con il raggiungimento di dati record. L'istituto retico, sempre gestito in maniera impeccabile, è anche la banca più ambita per operazioni di merger & acquisition: per questo motivo, il suo titolo è sotto costante osservazione.

Rotazioni settoriali

L'inizio d'anno tranquillo dei bancari, ora protagonisti dell'ennesima svolta, risponde anche alle rotazioni settoriali tipiche delle Borse, che ora stanno premiando anche i titoli automotive. Queste azioni, come del resto le finanziarie, hanno ancora molto margine di crescita, soprattutto Stellantis. Sull'energetico, si osserva che alcuni titoli hanno subito perdite senza apparenti ragioni (come Enel, che ultimamente ha lasciato sul campo il 10% circa): gli storni potrebbero presto creare nuove occasioni di investimento. Altri titoli che stanno soffrendo, un po' dappertutto, sono i petroliferi – e onestamente non si capisce bene il motivo di questo trend. Mentre i tecnologici, soprattutto a New York, continuano a salire. Attenzione però: i loro livelli sono quasi valori da “bolla”.

Delisting

A Milano è salita anche Tod's in occasione dell'opa amichevole voluta dalla famiglia Della Valle, dopo quella non riuscita del 2022. L'offerta pubblica di acquisto, lanciata da Crown Bidco (azienda controllata al 100% dal fondo L Catterton) porterà al delisting della società. Lascerà Piazza Affari anche Saras, in seguito all'accordo con cui la famiglia Moratti si è impegnata a cedere il 35% all'olandese Vitol.

Moderato ottimismo

In ogni caso, nonostante tutto, aleggia ancora un cauto ottimismo. Almeno a quanto si evince dal sondaggio Assiom Forex, che è stato condotto tra i suoi associati. In particolare, a fine gennaio, il 43% si è detto convinto che i listini rimarranno stabili (erano il 36% a dicembre), mentre per il 44% saliranno (contro il 46% precedente) e per il 5% cresceranno addirittura in doppia cifra (3% il mese prima). Solo il 13% (dal 18% di fine anno) prevede flessioni. Più neutre le previsioni sul taglio dei tassi (per l'86% non se ne parlerà prima di fine giugno) e sul cambio euro-dollaro (il 51% lo vede stabile), mentre una minoranza comunque numerosa (31%) preconizza uno spread sotto i 150 punti.

Forche caudine

Naturalmente, tutte le previsioni dovrebbero tenere conto della spada di Damocle che pende sulle economie mondiali, e cioè le spinose questioni geopolitiche. Il Medio Oriente rimane una scheggia impazzita e i timori di un conflitto armato tra Stati Uniti e Iran sono forse più forti di quanto non fossero durante la stessa era Carter. Finora, le Borse hanno reagito con forza alla crisi del Mar Rosso, anche se l'economia mondiale ne sta risentendo. E quella italiana non fa eccezione: per Confcommercio, il conflitto tra navi angloamericane e Houthi dello Yemen ha già causato il raddoppio dei costi dei noli(la spesa per un container di 140 piedi sulla rotta Genova-Shanghai, secondo l'organizzazione delle imprese, sarebbe salita del 129%). Il rischio effetto domino è a un passo. I bilanci dei porti italiani sono già in peggioramento; se questa situazione perdurasse, o addirittura peggiorasse, e le navi migrassero totalmente sulla rotta sudafricana, i prezzi delle merci aumenterebbero sensibilmente, creando nuova inflazione. Che, ovviamente, non sarebbe più possibile affrontare aumentando nuovamente i tassi, pena il crollo delle economie. Per questo motivo, le previsioni ottimistiche sull'andamento dei listini devono forzatamente passare sotto le forche caudine dello stretto di Hormuz. Un'eventuale escalation metterebbe a dura prova la pur acclarata robustezza delle Borse.

Africa, si erode il potere occidentale

Mentre la Cina è alle prese con la liquidazione Evergrande - e con l'impegno gravoso, da parte delle autorità, di far proseguire i lavori e consegnare le case già pagate - in Africa inizia a sgretolarsi l'influenza europea, lentamente rimpiazzata proprio dalla nuova partnership di Pechino e Mosca. I governi di Niger, Mali e Burkina Faso, retti da militari dopo i rispettivi colpi di stato, hanno recentemente annunciato l'uscita dei tre Paesi dall'Ecowas, la comunità degli stati africani fondata nel 1975, accusata dalle tre giunte di aver tradito i principi originari dell'organizzazione e di subire influssi stranieri (soprattutto francesi), oltre che di non aver fornito aiuti nella lotta contro il terrorismo. L'Africa subsahariana è un terreno lasciato colpevolmente vuoto da Europa e Stati Uniti: la loro incapacità di avere visione progettuale e la mentalità spesso neocoloniale con cui l'Occidente ha interagito con l'area, alla fine ha favorito l'espansione di due nuovi referenti: Russia e Cina, appunto. Dopo anni di indifferenza, ora Europa e Usa cercano di frenare l'emorragia e non perdere influenza su altri territori, puntando su una tardiva cooperazione. Forse, fuori tempo massimo.

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La folle corsa del gas

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il prezzo del gas continua a salire vertiginosamente, inanellando record su record. Dopo il nuovo stop a Nord Stream, l'oro blu ha sfiorato quota 300 euro a megawattora, per poi attestarsi nell’intorno dei 270 euro.
Il rischio è ormai noto: se non si dovesse trovare una soluzione, l'economia europea potrebbe crollare, con scenari da incubo. Vale a dire: imprese che chiudono, forte aumento della disoccupazione e cittadini sull'orlo della povertà.

L’impatto delle sanzioni su Mosca

Per capire il trend è sufficiente esaminare la differenza tra le bollette di agosto 2021 e quelle attuali, che in alcuni casi arrivano a costare sei volte tanto. Finora, in Italia si è cercato di turare la falla con sconti sull'imposizione fiscale in bolletta, che sono costati circa 30 miliardi di euro, pari a 2 punti di Pil. E le nuove, inevitabili riduzioni per i prossimi mesi costeranno altrettanto.
La corsa del gas dimostra ancora una volta quanto i sei pacchetti di sanzioni introdotte dall'Ue contro la Russia abbiano avuto un impatto non del tutto atteso. Soprattutto in paesi come Germania e Italia, legati mani e piedi alle forniture di Mosca. Non è un caso che a Berlino l'asse pro-embargo inizi a incrinarsi; il liberale Wolfgang Kubicki, vicepresidente del Bundestag, ha proposto senza mezzi termini l'apertura del Nord Stream 2, la cui inaugurazione è stata bloccata su pressioni americane, per poter salvare l'economia tedesca. Una posizione singolare per un dirigente di un partito particolarmente severo nei confronti della Russia e della sua aggressione all'Ucraina.
Se la Germania invertisse la rotta, respirerebbe un po' anche l'economia italiana, già duramente colpita dallo stop ai commerci con Mosca. Solo le mancate esportazioni costano al nostro paese un punto di pil – e l'impatto potrebbe essere persino maggiore se non ci fossero le “triangolazioni”, cioè la presenza di alcuni paesi che accettano di fare da intermediari tra l'Italia e la Russia, permettendo alle aziende di aggirare l'embargo.
Le sanzioni – lo avevamo previsto fin da febbraio – non riescono a generare l’impatto atteso sull’economia russa, che finora, è stata colpita solo marginalmente in alcuni ambiti, ma favorita in modo massiccio in altri. Con un saldo positivo. Un esempio su tutti: Gazprom ha chiuso il 2021 con un utile netto pari a poco meno di 28 miliardi di euro, in forte crescita rispetto ai 2 miliardi dell’anno precedente – e prevede di raddoppiarlo con riferimento al 2022.
Non era questo l'obiettivo delle misure europee, ma un'eventualità simile era facilmente pronosticabile.

Il delisting cinese
La reazione occidentale ha anche compattato Russia e Cina, come ha ricordato in un'intervista Henry Kissinger. In particolare, l'ex segretario di stato americano – a suo tempo fautore della distensione con Mao - ha puntato il dito contro la politica miope dell'amministrazione a stelle e strisce, anche in relazione alle tensioni su Taiwan.
E proprio nel momento più critico delle relazioni tra Washington e Pechino arriva un annuncio: cinque colossi cinesi hanno deciso il delisting dal Nyse, che avverrà probabilmente il prossimo mese. La capitalizzazione di mercato di queste società è enorme: 370 miliardi di dollari, più della metà, ricordiamolo, di quella della Borsa di Milano.
Sullo sfondo c'è la proposta, avanzata lo scorso giugno, di una nuova moneta unica globale istituita dai Brics, che potrebbe essere istituita per rappresentare un'alternativa al dollaro statunitense negli scambi internazionali. Un'idea sul tappeto da molti anni, ma tornata alla ribalta con la crisi fra Stati Uniti, con l'occidente a ruota, e l'asse russo-cinese. Se le cinque potenze emergenti mettessero in atto questo proposito, in futuro gli stati occidentali vedrebbero ridimensionata l’efficacia di sanzioni come quelle inflitte all'economia russa.

Inflazione alle stelle
Mentre, è persino inutile ripeterlo, l’effetto boomerang di queste misure sta creando criticità sempre pià acute all'Europa, che grazie al caro-gas sta subendo impotente il galoppo dell'inflazione. A luglio 2022, il dato ha raggiunto l'9,8% per l'Ue (era 2,2% nello stesso periodo dell'anno precedente) e l’8,9% per l'eurozona. Percentuali che avrebbero potuto essere persino più elevate se il petrolio non avesse fermato la sua corsa, attestandosi su un più ragionevole prezzo di 90 dollari al barile.
Si prevede che l'inflazione continui a salire fino a gennaio, per poi stabilizzarsi. A meno che il caro-gas prosegua in questi termini, provocando la chiusura di molte aziende e la distruzione della florida economia europea.
Finora, a calmierare gli aumenti ci sono gli sconti decisi dal governo e le formule, offerte a suo tempo dai fornitori di energia, di gas bloccato per uno o più anni. A loro volta, queste società si coprono dai minori introiti con l'acquisto di contratti derivati sulla Borsa di Amsterdam, per assicurare il prezzo ai consumatori e alle aziende senza perdere profitto.

Borse, tornano le difficoltà
Il pessimismo sull'inflazione e il timore di un nuovo rialzo dei tassi hanno influito anche sui mercati. Le Borse hanno esaurito la loro spinta propulsiva che durava da luglio. Milano, in particolare, ha raggiunto i minimi del mese.
Lo stop è meno preoccupante per i mercati americani, che erano rimbalzati molto, portando l’indice S&P500 a dimezzare le perdite annue. Per gli indici made in Usa si tratta, finora, di una normale fase di trading range – in attesa, naturalmente, di capire le reazioni al delisting cinese.
Situazione diversa, invece, per l'Europa, il cui rimbalzo si era dimostrato di minore portata. Il nostro continente è sotto la doppia minaccia della recessione e dell'esplosione dei costi industriali, che hanno rallentato la fase positiva. Proprio lo scenario a tinte fosche per il prossimo inverno ha colpito, in particolare, i titoli industriali tedeschi, e ha messo sotto pressione quelli finanziari italiani.

Attenti allo spread
Le sfide del prossimo ottobre sembrano preoccupare tutti. Quasi tutti. Perché la campagna elettorale continua a concentrarsi su temi di vario tipo, senza però sfiorare quelli più importanti: la crisi del gas e l'inflazione galoppante.
Nessuno parla, perché tutti i politici in competizione hanno paura di aprire il sipario e mostrare agli elettori uno spettro che aleggia sul paese: l'ingresso della troika in Italia, che potrebbe ridimensionare la capacità di movimento dello schieramento vincitore alla prossima tornata elettorale.
Ora lo spread è salito a 230, e lo scudo europeo non è una protezione incondizionata. Lo ha ricordato anche Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, sottolineando che questo meccanismo non è automatico, che ci sono condizioni da rispettare. Il timore diffuso è che il prossimo governo, qualunque esso sia, non possa evitare di confrontarsi con i paletti posti nel suo cammino da regole europee e banchieri centrali. E di varare misure impopolari per aziende e famiglie italiane.
Certo è che, qualunque cosa accada, la finanziaria del prossimo esecutivo non potrà essere troppo diversa da quella varata dal governo uscente.

 

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