Broadcom, una storia americana

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo un iniziale arretramento, dovuto all’impatto del forte e improvviso calo del titolo di Broadcom, le Borse europee hanno assorbito il colpo e recuperato le perdite.
A soffrire davvero il crollo del titolo dell’azienda di semiconduttori, giunto dopo un anno di avanzamenti fino al 75% e risultati sopra le aspettative, sono stati i mercati americani, in particolare il Nasdaq. Il momento critico dei tecnologici continua a manifestarsi anche nelle criptovalute, in crollo verticale. Da parte sua Milano, come spesso è accaduto quest’anno, ha mostrato un recupero particolarmente brillante, avvenuto dopo un ritracciamento minimale. Niente di diverso dal trading range molto stretto che prosegue da tempo. La rotazione settoriale, in questo caso, ha premiato l’automotive, in ripresa per il dietrofront della Commissione europea sullo stop totale alla produzione di auto endotermiche.

Costretti alla sovraperformance

Il caso Broadcom resta una storia soprattutto americana, con difficoltà che a prima vista sembrano inspiegabili, date le ottime performance di quest’anno e i dati finanziari ben al di sopra di quelli attesi. Cercare di capire questo improvviso ritracciamento apparentemente senza ragioni può chiarire meglio le dinamiche di un settore in espansione devastante come quello dell’intelligenza artificiale. Tra i motivi del caso Broadcom, dunque, c’è proprio la forte (e predominante) esposizione dell’azienda di semiconduttori sull’Ia, che va benissimo, mentre il resto dei business procede nell’anonimato, sbilanciando le fonti di ricavo. Inoltre, quando si cresce, gli investitori si aspettano sempre di più, e anche una proiezione che prefigura un futuro un po’ meno brillante manda i mercati in allarme. Insomma: se sali del 75%, sei costretto a migliorare l’anno dopo, per evitare che un incremento ancora formidabile, ma inferiore, venga accolto freddamente dai mercati.

Bolla sì, bolla no

Il violento storno di Broadcom, che ha eroso una parte importante dell’avanzamento registrato dal suo titolo quest’anno, ha fatto tornare di moda quella che sembra la “madre di tutte le domande”: ci sarà o non ci sarà la bolla dell’intelligenza artificiale? La risposta è difficile da abbozzare, anche perché l’asticella delle risposte si sposta sul “sì” o sul “no” a seconda del singolo avvenimento che si è manifestato più di recente. Si alternano proclami e dichiarazioni del tipo “la bolla sta per scoppiare” e “non ci sarà nessuna bolla”, rendendo un futuro già incerto ancora più indecifrabile. Forse, prima o poi un ribilanciamento ci sarà. Ma non necessariamente una bolla. Tanto più che “tecnologia” e “intelligenza artificiale” non sono sinonimi: Apple e Microsoft, per esempio, diversificano fra varie attività, mentre per Nvidia (come del resto per Broadcom) l’Ia ha un ruolo trainante. Una cosa è importante ricordare: che fino a quando la crescita legata all’intelligenza artificiale contribuirà ad avere effetti economici positivi sulle aziende, le cose andranno bene; in caso contrario, i soldi inizieranno a vaporizzarsi. Se la bolla dovesse manifestarsi, ci saranno vincitori e perdenti, come ai tempi della crisi delle dotcom: alcune aziende ne usciranno bene, molte altre saranno ridotte alla marginalità, o rischieranno addirittura di sparire.

Le Poste crescono in Tim

Il tempo prenatalizio 2025 verrà comunque ricordato per improvvisi movimenti azionari, effettuati o tentati. Molto interessante, per esempio, l’incremento di Poste Italiane in Tim: il “gigante giallo” è ora al 27,3% della compagnia telefonica storica. L’operazione ha avuto luogo con l’acquisto del 2,5% controllato da Vivendi (in uscita completa da Tim), per l’importo di 187 milioni di euro. Tuttavia, non ci sarà l’opa sul 100% del capitale della compagnia telefonica: le Poste hanno sfruttato una norma prevista dal Testo unico della finanza, che prevede l’esenzione dall’offerta pubblica di acquisto se lo “sconfinamento” è temporaneo. Il socio che ha superato il limite (in questo caso Poste Italiane) deve vendere la parte eccedente entro 12 mesi, e non sfruttare il diritto di voto oltre il 25%. Qualcuno ha visto in questa mossa un tentativo di rientro dello Stato nel capitale di Tim (quasi il 30% delle Poste è controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, e circa il 35% è nelle mani della Cassa Depositi e Prestiti, a sua volta detenuta dal Mef). E la cosa non è certo negativa: in determinate aziende importanti, lo Stato può ancora dire la sua.

Tether vuole la Juve. Ma Exor schiera la barriera

Sembra avere poche possibilità di successo Tether nel suo tentativo di scalata della Juventus. Attualmente seconda azionista del club, con oltre il 10%, la stablecoin ha reso nota un’offerta vincolante per acquisire la parte di capitale controllata da Exor, pari al 65%, per il controvalore di 1,1 miliardi di euro. Paolo Ardoino, amministratore delegato di Tether e tifoso bianconero, metterebbe sul piatto un altro miliardo per la campagna acquisti. La holding della famiglia Agnelli ha prontamente respinto la richiesta al mittente. Tether potrebbe, a questo punto, rilanciare, ma difficilmente gli Elkann cederanno a questa società. Intendiamoci: il passaggio di proprietà della Juventus è possibile, ma sembra più probabile che il pacchetto di maggioranza della società bianconera prenda la via dell’Arabia Saudita, che organizzerà i Mondiali del 2034 e ha bisogno di aumentare in modo massiccio e veloce la sua presenza nel sistema calcio.

Warner Bros: chi la prenderà?

Più intricata la partita che si sta giocando intorno a Warner Bros Discovery. Netflix ne ha annunciato l’acquisto del gruppo per 82,7 miliardi di dollari: l’operazione ha suscitato proteste e preoccupazioni nell’ambiente, anche se Netflix ha assicurato che non cambierà il carattere cinematografico di Warner, almeno per ora. In particolare, si teme il conflitto di interessi fra cinema e streaming, e la possibilità che le visioni via computer anticipino quelle sul grande schermo, penalizzandole. Con i rischi connessi, primo fra tutti la perdita di posti di lavoro. Importante anche la questione dell’accesso al database storico di Warner, su cui avrà certamente l’Antitrust americano avrà qualcosa da dire. La partita sembra ancora aperta, perché Paramount avrebbe rilanciato sia dal lato economico (18 miliardi in più), sia promettendo di garantire 30 film l’anno. A influenzare la decisione potrebbe essere Donald Trump, ormai onnipresente come il classico “prezzemolo”.

Dopo-Powell: si scalda il toto-successore in Fed

Il presidente americano sta naturalmente preparando un dossier molto più “pertinente” al suo ruolo: la successione a Jerome Powell alla guida della Federal Reserve, prevista l’anno prossimo. Due i possibili nomi, svelati dallo stesso inquilino della Casa Bianca in un’intervista al Wall Street Journal: Kevin Warsh, ex membro del board dei governatori Fed, e Kevin Hassett, direttore del Consiglio Economico Nazionale. Secondo Trump, il prossimo numero uno della Fed dovrebbe coinvolgerlo nella politica dei tassi, anche se – ha ammesso lo stesso tycoon – non è tenuto a seguire pedissequamente le indicazioni presidenziali. Ma quasi sicuramente il Tesoro americano sceglierà il candidato più dovish. In una situazione di partenza in cui, nonostante i tassi al 4%, l’economia Usa è in ottimo stato. L’inflazione americana è però sopra le aspettative: a favorirla, i dati sull’occupazione, i dazi e le restrizioni sull’ingresso di forza lavoro. La Fed, dunque, dovrebbe decidere un nuovo taglio di 25 centesimi nel terzo trimestre; poi è probabile uno stop che potrebbe

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Borse poco mosse. In attesa della Fed

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse hanno archiviato una settimana all’insegna della debolezza e provano a rimbalzare. Ma restano comunque poco mosse, come spesso accade nella fase prenatalizia. L’ultimo appuntamento in grado di dare qualche scossone è l’imminente riunione della Federal Reserve, che dovrà sancire il taglio tassi di 25 punti base, dato per scontato praticamente da tutti. Superata quest’ultima scadenza, gli indici dovrebbero muoversi in modalità prefestiva, a meno ovviamente di imprevisti. Insomma, quello che i mercati dovevano fare lo hanno fatto, non c’è motivo di aspettarsi scossoni: a fine anno si tireranno le somme e si ripartirà.

La Fed taglia. La Bce no

Se la Fed si appresta a tagliare, la Banca Centrale Europea non ci pensa neanche. Le divergenze fra i membri del comitato esecutivo Bce dividono infatti chi vuole diminuire i tassi, chi non lo vuol fare e chi invece vuole addirittura tornare a inasprire la politica monetaria. Ma i “falchi” sembrano avere il pallino in mano. Il sasso è stato lanciato da Isabel Schnabel, membro del board, nonché possibile candidata alla presidenza dopo Christine Lagarde. In un’intervista a Bloomberg, la consigliera ha apertamente affermato di sentirsi a proprio agio con il possibile aumento dei tassi (anche se non nell’immediato, ha precisato). Nel mentre, ha aggiunto, a meno di shock “prevedo che resteranno in questa posizione per un certo tempo”, a causa del ritorno dei rischi di un nuovo aumento dell’inflazione. Più “colomba” Olli Rehn, membro del consiglio direttivo Bce e presidente della Banca di Finlandia, che in un’intervista a Milano Finanza ha ritenuto “più probabile che l’inflazione si attenui”, esortando l’Eurotower a decidere secondo i dati, piuttosto che su posizioni rigide. Il nuovo duello a colpi di fioretto fra falchi e colombe in quel di Francoforte sembra quindi iniziato. Ciò che è certo è che, nel confronto tra la politica monetaria Fed e quella Bce, sembra possibile un “sorpasso in frenata”, con Washington destinata a tornare su valori più bassi rispetto a Francoforte.

Riarmo: la Germania dice addio ai paesi “frugali”

Questo trend rende realistica la previsione di un’ulteriore divaricazione del rapporto euro-dollaro, già in fascia alta: la possibilità di una politica monetaria dovish americana e hawkish europea apre a un possibile avvicinamento dei valori fra le due monete a una quota non distante da 1,20. A meno, ovviamente, di una crisi economica europea forte: a questo proposito occorrerà tenere sotto controllo come potrebbero reagire mercati ed economia reale all’annunciato distacco totale dal gas russo, previsto per il 2027. Intanto, a cercare di risollevare i conti in modo insolito è la Germania, che sembra allontanarsi dalla tradizionale leadership dei Paesi “frugali”: il Bundestag si appresta ad approvare l’acquisto di armamenti ed equipaggiamenti per la maxi-somma di 52 miliardi. Un approccio che fa paura ad alcuni economisti tedeschi, per il rischio di rivolgimenti della vita quotidiana nel Paese. Un doomsday scenario sul futuro del benessere della locomotiva d’Europa è stato tracciato da Veronika Grimm, membro del consiglio tedesco degli esperti in economia, secondo cui entro quattro anni gli interessi sul debito pubblico, i costi per le armi e gli investimenti per lo stato sociale esauriranno il gettito fiscale, impedendo altri investimenti o obbligando il governo ad alzare le tasse. Con una facile conseguenza: il trasferimento delle aziende e dei giovani lavoratori in altri Paesi. Dalla disamina dell’economista tedesca, appaiono i rischi di un tramonto della Germania come lido sicuro. Il che, se davvero avvenisse, avrebbe effetti devastanti sul resto d’Europa.

Trump: le debolezze europee

Il monito di Veronika Grimm non sembra così distante dal documento di 33 pagine sulla strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con cui Donald Trump ha paventato il rischio che la civiltà europea venga cancellata, e che fra anche meno di 20 anni il continente diventi “irriconoscibile”. Il presidente degli Stati Uniti ha criticato l’Europa a 360 gradi, sia dal punto di vista economico, sia da quello dell’attenuazione della libertà di parola, dell’immigrazione di massa e delle aspettative, definite “irrealistiche” sulla guerra russo-ucraina. Concentrandosi sulla parte più strettamente economica, il documento evidenzia le debolezze del sistema europeo. I rilievi non sono fuori luogo: l’Ue, nata per assicurare libertà di commercio nel continente, è diventata un’istituzione popolata da burocrati, che invece di favorire l’industrializzazione piazza regole, regolette, lacci e lacciuoli sulla strada delle aziende, deprimendo lo sviluppo e consegnando le nostre economie nelle mani dei cinesi, il cui avanzo commerciale tocca i 1.000 miliardi di euro.

Renault con Ford per metterci una pezza

Esempio lampante della stagnazione industriale europea è il momento critico dell’automotive, che vede i costruttori provare nuove vie per assicurarsi la sopravvivenza nell’era del green radicale. A questo obiettivo mira l’alleanza industriale che Renault ha stretto con Ford per le auto prodotte in Francia. La collaborazione punta a potenziare soprattutto il settore delle vetture elettriche: a questo proposito, il gruppo americano progetterà due nuovi modelli per la casa di Boulogne-Billancourt, che a sua volta poi si incaricherà di produrli; le auto saranno poi vendute sul mercato europeo a marchio Ford dal 2028. La partnership potrebbe non fermarsi qui: le due aziende hanno siglato anche un’intesa preliminare sulla produzione comune dei veicoli commerciali leggeri dei due brand per il mercato europeo.

Snellire le procedure

Le aziende europee, dunque, cercano di arginare gli ostacoli piazzati dai politici Ue sulla strada dello sviluppo. Un percorso che sembra andare in direzione opposta a quello americano, dove lo Stato ha partecipazioni in aziende per 10 miliardi di dollari. Un trend che qualcuno ha scherzosamente soprannominato “social-capitalismo trumpiano” (e qualcun altro, più seriamente, “capitalismo di Stato”). Nell’Ue – e qui torniamo seri – manca invece una difesa degli interessi strategici europei e dei singoli paesi membri nazionali. Illuminante, a questo proposito, è un articolo scritto sul Sole 24 Ore da Gianfilippo Cuneo sul caso Ilva. Nel suo intervento, Cuneo evidenzia l’assenza della politica e il potere di qualsiasi procura operante sul territorio nazionale di bloccare impianti per tempi anche molto lunghi. Una situazione che può scoraggiare qualsiasi imprenditore, bloccando un suo possibile interesse al rilancio della struttura (in questo caso, il colosso tarantino). Ovviamente i giudici devono poter fare liberamente il proprio mestiere, questo è fuori da ogni dubbio. Basterebbe però mettere un po’ di ordine nelle competenze, e magari deliberare che, per le questioni di interesse nazionale, la pertinenza venga centralizzata a una superprocura. Questa mossa eviterebbe possibili disaccordi fra magistrati locali, demandando inchieste e potere di bloccare impianti a un solo organismo giudicante. Ciò potrebbe dare più certezze in casi delicati che coinvolgono decine di migliaia di posti di lavoro, come appunto l’Ilva. E snellire i procedimenti, evitando un tira e molla procedurale in grado di allungare in maniera spropositata i tempi e a non offrire certezze su eventuali nuovi blocchi, dissuadendo imprenditori da possibili investimenti.

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Mercati, ancora trading range. Mentre i bitcoin crollano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il dicembre delle Borse si è aperto con un trading range al ribasso, già constatato alla fine del mese precedente. Un lieve movimento, ma meno preoccupante di quanto molti temano: di fatto, il 2025 è ormai praticamente finito (i giorni di apertura delle Borse sono rimasti una ventina) e i mercati fanno piccole manovre per assestarsi, prima arretrando e poi provando cauti rimbalzi. Difficile che questa fase di stanca sia qualcosa di più preoccupante di un normale su e giù: le Borse hanno dimostrato di saper recuperare quei cali ciclici del 2%-3% che si sono verificati di tanto in tanto. Siamo, lo ripetiamo, a fine anno: chi ha approfittato degli utili può aver pensato di portare a casa qualcosa. Hanno influito sulla leggera incertezza anche le crisi geopolitiche, l’attesa dei dati americani del post-shutdown e delle decisioni della Federal Reserve sui tassi. Il mercato ha già scontato il taglio di 25 punti base: una retromarcia della Fed sarebbe dunque una sorpresa negativa. Improbabile, ma non impossibile, dato che l’inflazione Usa è ancora sopra il 2,5%.

Le preoccupazioni Bce

Ha avuto invece un influsso quasi nullo il monito della Banca Centrale Europea, che nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria ha paventato un rischio di correzione dei mercati azionario e obbligazionario. Tuttavia, dalle parole di Luis De Guindos, vicepresidente della Bce, sembrerebbe che il momento molto favorevole che ha contraddistinto i mercati fino a non molto tempo fa possa nascondere un’insidia “dietro l’angolo”. Tre i rischi evidenziati dal rapporto. Primo, le valutazioni molto alte dei titoli, soprattutto di quelli dell’intelligenza artificiale: il timore di restare fuori da parte degli investitori hanno causato un forte rialzo dei titoli, ma prima o poi, afferma la Bce, potrebbe verificarsi un improvviso aggiustamento (anche se – precisa la banca centrale – non si ravvisano similitudini con la bolla di inizio millennio). Secondo punto critico, i rischi legati ad alcuni bilanci di Paesi europei. Terzo, i dazi, di cui si parla meno, ma i cui effetti possono ancora colpire le aziende e, di riflesso, il settore bancario, a causa del rischio di credito nei confronti delle imprese esposte alle tariffe doganali di Donald Trump. Come detto, le Borse europee non si sono fatte influenzare da questo rapporto, che rimane un’opinione come un’altra. Sono almeno tre mesi che le banche centrali lanciano avvertimenti pessimistici, ma finora non è accaduto nulla di drammatico, né al mercato obbligazionario, né tanto meno a quello azionario. Intendiamoci: l’effetto dei dazi e dei debiti pubblici sull’economia è reale e sulla tecnologia ci sono valutazioni molto forti e “tirate”, che dovranno essere confermate da crescita di fatturato e di utili; se ciò non avvenisse, i rischi potrebbero rivelarsi reali. Ma sul mercato, in generale, attualmente non ci sono valutazioni da bolla. E’ quindi lecito essere ottimisti sul 2026, che nonostante la volatilità alta potrebbe assestarsi su una crescita annuale fino all’8%. Poco in confronto agli ultimi anni, ma tutto sommato niente male. Dicembre è solitamente un mese di attesa, in cui i più staranno fermi. Eccezione può rivelarsi il titolo Mps, che ai livelli attuali può promettere guadagni: è infatti facile che il tonfo assurdo seguito all’inchiesta per aggiotaggio possa essere recuperato del tutto in tempi brevi.

La (parziale) retromarcia di Trump

I dazi, come si è visto, fanno ancora paura, ma un po’ meno di prima. Trump ha infatti deciso di fare alcuni passi indietro; l’ultimo è lo stop alle tariffe su circa 200 alimenti, in gran parte prodotti solo fuori dagli Stati Uniti, fra cui tè, caffè, cacao, arance, pomodori, succhi e frutta tropicale. Il presidente americano ha motivato la decisione come conseguenza di accordi siglati con alcuni Paesi dell’America Latina, ma è chiaro che sulla marcia indietro ha pesato il vortice dell’inflazione alimentare: l’aumento dei prezzi (a due cifre per beni come carne bovina e caffè in polvere) ha creato tensioni tra i cittadini statunitensi: quando la merce rincara, difficilmente poi torna indietro, anche se le tasse doganali vengono eliminate. Il malcontento degli americani si è già osservato in alcune elezioni locali e potrebbe amplificarsi alle votazioni di mid term. Un vero incubo per il presidente degli Stati Uniti. L’Italia, finora, non è stata toccata dal “colpo di spugna” trumpiano, ma ogni passo verso l’attenuazione delle tariffe rende lecita qualche timida speranza. In ogni caso, non sono i dazi sul cibo a preoccupare l’Italia, ma quelli – al 50% – su acciaio e alluminio.

Bitcoin in rotta

Prosegue il trend ribassista dei bitcoin, con ripetuti tentativi di rimbalzo. Il realizzo degli early adopter ha contribuito a innescare una forte correzione. La crisi sembra assumere il carattere di una vera e propria fuga, che ora pare coinvolgere anche gli Etf. Il calo della “regina delle criptovalute” può impressionare per le sue dimensioni, ma non stupire più di tanto. Perché il bitcoin non è altro che un asset ad alto rischio, e non può entrare nella maniera più assoluta nella categoria dei beni rifugio, già presidiata da oro, argento e franco svizzero. A posteriori, anche l’ok della Fed agli Etf in criptovaluta è stato un azzardo, per l’opacità dello strumento. Una caratteristica che li rende fragili ogni volta che si manifesta un’avversione al rischio.

Il caso Airbus

Nei giorni scorsi Airbus ha richiamato circa 6.000 aerei A320 a causa di una vulnerabilità del software alle radiazioni solari. Il difetto è stato riscontrato in un programma fornito da Thales (ma, a quanto ha affermato Airbus, il problema non è di responsabilità di questa azienda). Il gruppo francese non ha fatto a tempo ad aggiornare con procedura d’urgenza gran parte degli aeromobili che si è presentato un altro problema, questa volta legato ai pannelli della fusoliera (in questo caso, la responsabilità sarebbe di un subfornitore). La notizia ha spinto i titoli Airbus a -11%, poi solo parzialmente recuperati. Occorre precisare che le temute cancellazioni massicce di voli non si sono fortunatamente verificate. E’ però vero che oggi siamo completamente nelle mani della tecnologia, e dobbiamo fidarci, sperando che non ci abbandoni o non ci mostri la sua fragilità.

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Borse, ancora su e giù. Ma i mercati non crollano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Per due volte nel giro di pochi giorni, le Borse hanno fatto quanto si suol dire tutto e il contrario di tutto. E questo è particolarmente vero per il Nasdaq. Un mercato che sembrava tonico ha inaspettatamente corretto in maniera brusca, per poi tornare in alto sulle ali dei titoli tecnologici americani.
A brillare particolarmente è stata Nvidia, che ha archiviato il terzo trimestre con un fatturato pari a 57 miliardi di dollari e un utile di 31,91, pari a 1,30 dollari ogni azione. I numeri, ben superiori alle aspettative, sembrano mitigare le paure di bolla per l’intelligenza artificiale che – con una certa dose di esagerazione – si erano diffuse nelle scorse settimane. Piuttosto, il settore Ia è molto magmatico, come si conviene alle discipline che stanno spiccando i primi passi (anche se da gigante): voci di alleanze tra colossi e di ulteriori innovazioni si rincorrono, evitando qualsiasi rischio di rilassamento o di noia tra gli osservatori. Per esempio: le recentissime indiscrezioni sulle trattative fra Meta e Alphabet, con il gruppo di Facebook che sarebbe intenzionato a utilizzare i chip IA di Google dal 2027 in avanti, hanno causato un crollo delle azioni Nvidia, con un successivo recupero, ma solo parziale. C’è da scommettere che le indiscrezioni sull’intelligenza artificiale continueranno a proliferare, e non mancheranno le maxi-operazioni nel comparto.

Come uno stress test

Da questa situazione caotica emerge paradossalmente una buona notizia: nonostante i ripetuti ed eterogenei allarmi, il mercato non crolla; la volatilità è particolarmente alta, ma gli investitori sembrano mantenere la calma e mostrare nervi saldi. In altri termini, non ci sono le premesse per un tonfo a due cifre. Le condizioni attuali assomigliano quasi a una situazione di stress test, con cui si cerca di sondare le possibili reazioni dei mercati retail a sollecitazioni forti. Come quelle geopolitiche, particolarmente articolate. Ma anche l’incertezza sul taglio dei tassi Fed a dicembre, operazione che fino a pochi giorni fa sembrava improbabile e ora appare tutto a un tratto possibile.

Fed, in evidenza il partito pro-tagli

Il cambio di approccio nei confronti dei tagli a dicembre ha potuto verificarsi grazie alle dichiarazioni di tre esponenti della Federal Reserve, che hanno aperto alla possibilità di effettuare questa operazione: il membro del board Christopher Waller (secondo cui la mossa sarebbe giustificata dalla debolezza del mercato del lavoro), la presidente della Fed di San Francisco, Mary Daly, e il suo omologo di New York, John Williams. Le tre esternazioni hanno catturato l’attenzione delle Borse: quelle europee, in particolare, procedono caute, cercando di fare fine tuning sulle reali intenzioni di Jerome Powell. Che proceda o no a dicembre (e, a questo punto, sembra probabile che lo faccia), la Fed probabilmente opterà per due tagli di 25 punti base ciascuno entro fine giugno 2026. La Bce, invece, potrebbe mantenersi stabile per almeno sei mesi, a meno che l’economia non mostri improvvisi segnali di crisi. L’Europa ha ormai centrato l’obiettivo di inflazione, mentre gli Stati Uniti sono ancora un po’ sopra target.

La pace piace

Piazza Affari, a questo giro, ha evidenziato un calo, raggiungendo una performance inferiore alla media delle Borse europee. La responsabilità risiede nello stacco delle cedole, che ha fisiologicamente favorito la fase orso. Ma a tenere banco sono stati i due piani di pace per l’Ucraina, presentati rispettivamente da Stati Uniti e Commissione Europea per l’Ucraina. Piani che, a quanto pare, sono graditi ai mercati occidentali, anche se in Europa si segnala un calo del settore difesa. Il gas, da parte sua, scende dopo molto tempo sotto i 30 euro al megawattora e il petrolio arretra (il Brent è di poco sopra i 60 dollari al barile, il Wti addirittura sotto). Al momento non si può prevedere se, in caso di pace, i commerci tra Europa e Russia torneranno alla normalità; tuttavia, sembra che il mercato prenda in considerazione questa eventualità. Oro e argento continuano il loro ballo sulle montagne russe, ma ad apparire particolarmente interessanti sono le azioni legate ai due comparti, che rendono più promettente un investimento in titoli del settore (per esempio, quelli legati alle miniere d’argento) che non ai due metalli “fisici”. Nelle cripto, continuano le vendite da parte dei primissimi compratori, che stanno realizzando l’enorme plusvalenza accumulata in questi anni. E il valore di bitcoin e compagnia ne risente in negativo. Di lì a teorizzare che il settore non sia in salute, però, ce ne passa. Anche perché a un venditore corrisponde sempre un compratore. E dove c’è un compratore, c’è un investimento, soprattutto se l’acquisto avviene a prezzi comunque stratosferici, anche se inferiori a un po’ di tempo fa.

Qualcuno volò sul nido delle bigtech

Intanto, da New York, giunge una notizia inattesa: la big pharma americana Eli Lilly ha superato la capitalizzazione di 1.000 miliardi di dollari. E’ la prima società del settore farmaceutico (e la seconda non tecnologica, dopo la Berkshire Hathaway di Warren Buffett) a sfondare questa soglia psicologica. Più in generale, sarebbe utile seguire il comparto pharma, che ha trascorso un paio danni di sottoperformance e ora potrebbe spiccare il salto. Con l’aumentare del reddito e della crescita si apre più spazio per la spesa sanitaria e i medicinali, soprattutto quelli per malattie e disturbi legati al benessere: non per niente, Eli Lilly è specializzata in farmaci contro l’obesità e le sue conseguenze e il diabete di tipo 2. Proprio il settore farmaceutico, insieme ai titoli argentiferi, è tra i candidati a una buona performance per il 2026, che – qualora l’anno in corso si chiudesse a questi livelli – evidenzierebbe ottimi margini di crescita.

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Borse senza una direzione precisa

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo i voti favorevoli del Congresso e la firma del presidente Donald Trump, lo shutdown più lungo della storia americana si è ufficialmente concluso. Ora, gradualmente, si rimetterà in moto la gigantesca macchina organizzativa federale, con la riassunzione dei dipendenti provvisoriamente licenziati e la pubblicazione dei dati macroeconomici bloccati dal lungo stop. Primi tra tutti quelli sull’occupazione, fermi alle comunicazioni relative ad agosto, e il cui aggiornamento su settembre è previsto a breve.

Su e giù

La fine dello shutdown ha dato slancio alle Borse, ma per poco. I mercati hanno infatti archiviato presto la vicenda, tornando a concentrarsi su tre nodi: le crisi geopolitiche, i timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale e le preoccupazioni sulle prossime mosse della Fed che, anche a causa del blackout sui dati economici pubblici derivanti dallo shutdown, potrebbe rinunciare ai tagli dei tassi previsti a dicembre. La decisione cambierebbe i piani dei mercati, che avevano già previsto un intervento, ma sarebbe anche sintomo di un’economia in ripresa, senza la quale è onestamente difficile mantenere la stretta monetaria. In ogni caso, le montagne russe sono proseguite fino a fine settimana, con un recupero del Nasdaq che ha spinto anche Piazza Affari a una parziale rimonta dopo ore di forte calo. Tuttavia, lunedì mattina è giunto il contrordine: Wall Street è crollata. Né per l’onda lunga dello shutdown, né per i problemi geopolitici: a causare la picchiata è stata soprattutto la strategia di Peter Thiel, il cui hedge fund ha sorprendentemente venduto le sue partecipazioni in Nvidia per 100 milioni di dollari, senza aspettare gli imminenti risultati del gigante dei semiconduttori. L’operazione ha rinfocolato il nervosismo e i timori di bolla dell’intelligenza artificiale, affossando le Borse americane. Il risultato lo abbiamo già anticipato: il crollo di Wall Street. E questo nonostante l’investimento da 5 miliardi di dollari che Berkshire Hathaway ha effettuato in Alphabet. Un’operazione che, in condizioni normali, avrebbe spinto le Borse americane, più per motivi psicologici che per altro; il titolo del gruppo che controlla Google capitalizza 3.000 miliardi, e l’investimento della società – che ha ancora 340 miliardi sul suo conto corrente – è percentualmente molto basso, anche se enorme agli occhi del cittadino comune. Occorre anche ricordare che il gruppo presieduto da Warren Buffett aveva ridotto di molto la posizione sia in Apple, sia in altre aziende, e da qualche gruppo è anche uscita completamente. Il crollo di Wall Street ha influenzato il calo (non così drammatico, però) delle Borse europee.

Bolla Ia: sì o no?

Il nervosismo per il sell off di Nvidia è pienamente giustificato (se Thiel lo ha fatto ci sarà un motivo), ma i timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale sembrano per lo meno esagerati: almeno per ora, infatti, queste paure non hanno un fondamento logico, se non i soliti condizionamenti psicologici. A oggi, sembra di non riscontrare numeri “da bolla”: occorrerà, ovviamente, osservare l’andamento dei titoli e gli utili delle big per poi rifasarsi. E’ certo che il monitoraggio dei tecnologici dovrà essere effettuato con molta attenzione: oggi il mercato americano vale due volte il Pil, contro il 78% dell’Europa e il 38% dell’Italia. Ecco: nel 2005, gli Stati Uniti evidenziavano una percentuale dell’80% – simile, cioè, a quella attuale del nostro continente. I protagonisti del balzo, è persino inutile ricordarlo, sono i titoli tecnologici, cresciuti enormemente. E la cui forza è iperconcentrata; su 27mila miliardi di dollari, 9.000 sono in mano a tre persone – il che fa emergere una crescita disorganica.

Saltano gli schemi

Probabilmente, dovremo farci l’abitudine: sembrano saltati tutti i parametri, e il rischio più grande è l’imprevedibilità dei mercati. Persino i bitcoin, per cui qualcuno prevedeva un lungo futuro di magnifiche sorti progressive, sono rovinosamente franati sotto i 90.000 dollari, per poi attestarsi di poco sopra a questa soglia. Anche in questo caso, il fenomeno è stato causato, o almeno favorito, da una campagna di sell off: per la prima volta dalla sua creazione, il bitcoin è stato infatti oggetto di vendite massicce da parte di alcuni early adopter, che avevano accumulato fortune incredibili e si trovavano in mano una ricchezza non ancora monetizzata in valuta reale. L’oro, da parte sua, è sceso per poi abbozzare un tentativo di recupero appena sopra quota 4.000 dollari l’oncia. L’unico bene rifugio che continua a macinare record è il franco svizzero, che sale sia sull’euro, sia sul dollaro; il rapporto tra la moneta unica e il biglietto verde si mantiene invece all’insegna della stabilità, intorno a quota 1,16.

Il nodo Taiwan

Mentre le crisi geopolitiche dominano la scena, si manifesta un altro allarme in Estremo Oriente. La crisi diplomatica tra Cina e Giappone su Taiwan ha raggiunto picchi pericolosi dopo le dichiarazioni della premier nipponica, Sanae Takaichi, che ha fatto filtrare la possibilità di un intervento militare di Tokyo nel caso in cui Pechino decidesse di attaccare Taipei. La Cina ha quindi inviato la guardia costiera a pattugliare un gruppo di isole amministrate dal Giappone, ma rivendicate sia dalla Cina, sia da Taiwan (il loro nome è Senkaku per i primi, Diaoyu per i secondi e Tiaoutay per i terzi). Nel mentre, Pechino ha sconsigliato ai suoi cittadini di visitare il Giappone – privando il Sol Levante di un numero di turisti vicino al 25% del totale – e ha persino posticipato l’uscita di due film giapponesi. La schermaglia tra i due paesi ha depresso il Nikkei, che in precedenza era salito proprio per le grandi aspettative riposte nella nuova premier, in economia molto vicina a Shinzō Abe – ma in politica estera, come si è visto, ben più aggressiva. Se la crisi non dovesse rientrare potrebbe aprirsi un nuovo, deleterio capitolo in grado di acuire ulteriormente i nodi geopolitici che affliggono il mondo. Un capitolo che sembra già mettere alla prova le Borse di tutto il mondo, espandendo i suoi effetti dal Nikkei agli altri mercati, occidentali e non.

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Stati Uniti, la luce in fondo al tunnel

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Primo passo verso la fine dello shutdown americano, che ha bloccato per 40 giorni vari settori del Paese, intaccando i sussidi alimentari per milioni di americani, il lavoro di vari dipendenti federali, la diffusione dei dati sull’economia Usa, la regolarità dei voli aerei e diverse altre attività. Il provvedimento introdotto per consentire il ritorno alla normalità è stato sancito lunedì scorso dal Senato, che lo ha approvato anche grazie al “sì” di otto democratici (in tutto, sono stati 60 i favorevoli e 40 i contrari). La palla ora passa alla Camera dei rappresentanti, che presto dovrebbe rendere definitivo il provvedimento e, compatibilmente con i tempi tecnici legati al ripristino, permettere di tornare rapidamente alla situazione ordinaria. Per un periodo limitato, però, perché non si tratta di un’intesa definitiva, ma di un accordo-tampone, che assicura l’estensione dell’attuale budget fino a fine gennaio. Qual è stata la molla che ha interrotto un braccio di ferro che sembrava di difficile soluzione? Molto probabilmente, i parziali blocchi dei voli: gli Stati Uniti possono rinunciare a molte cose, ma non a un traffico aereo regolare.

I mercati volano

L’ottimismo sul ritorno alla normalità negli Stati Uniti, che si era diffuso già domenica dopo una seduta straordinaria del Senato, ha dato fiato alle Borse, dopo le difficoltà incontrate la scorsa settimana. L’ottima prestazione coinvolge anche i listini americani, che avevano subito un arretramento soprattutto a causa dei tecnologici e hanno reagito all’accordo anti-shutdown con una forza inaspettata. D’altra parte, siamo in epoca di calo dei tassi, e quando la Federal Reserve taglia, i mercati salgono. Unica rilevante eccezione a questa regola non scritta si è verificata nel 2007, ma a causa del ciclone-subprime. In generale, ci sono i presupposti perché le Borse continuino a macinare performance, anche se forse con ritmi più lenti rispetto a ora: vedremo se a dicembre gli indici rallenteranno come fanno sempre, nel classico calo di volatilità che si manifesta prima di Natale. Non è escluso uno storno, ma piuttosto limitato: se le Borse calassero di una percentuale vicino al 5% ci sarebbe molto da stupirsi. Per ora, i mercati si godono l’euforia che ha coinvolto anche l’oro – il cui cedimento aveva moltiplicato le domande e i dubbi riguardante il futuro degli investimenti nel “re dei metalli” – e l’argento: entrambi sono tornati a correre.

Il dubbio della Federal Reserve

L’eventuale ripresa delle attività non essenziali sbloccherà, anche le informazioni sul mercato del lavoro, al momento impossibili da rilevare per la mancanza di personale. Finora, sono disponibili solo dati privati: secondo il report di Challenger, Gray e Christmas è avvenuto un deciso indebolimento, con 150.000 tagli a ottobre (contro i 50.000 attesi). Un valore che mostra un rallentamento dell’economia americana, anche se il dato è chiaramente influenzato dallo shutdown, e non solo dai licenziamenti provvisori dei dipendenti pubblici, ma anche dall’inevitabile ripercussione sul settore privato. Inoltre, ci vorrà il suo tempo per il ritorno ai normali ritmi di comunicazione, soprattutto per i dati più recenti, e si dovrà attendere gennaio o febbraio per comprendere i veri riflessi del blocco sul settore privato. Tutto questo potrebbe convincere la Federal Reserve a procedere con i piedi di piombo per quanto riguarda le prossime mosse; se però la situazione si confermasse in peggioramento, Jerome Powell potrebbe decidere di effettuare un altro taglio il prossimo dicembre, che tra l’altro è stato già scontato dal mercato. Ci si aspetta, per il 2026, una sforbiciata di 50 punti base, distribuiti in due parti diverse dell’anno.

Mps in grande spolvero

Le vicende di oltre oceano non distraggono l’attenzione di Piazza Affari dagli eventi di casa nostra. Come l’utile di Mps, migliore di quanto ci si aspettasse. La banca senese ha chiuso i nove mesi raggiungendo 1,37 miliardi di euro, a +17,5% su base annua, al netto degli effetti positivi delle imposte. Il terzo trimestre ha fruttato 474 milioni (+16,5%). Gli utili di Montepaschi hanno fatto bene al suo titolo (trainando l’intero settore bancario in Borsa) che si è dimostrato il migliore a Piazza Affari e l’azione finanziaria più performante in Europa; ciò ha sottolineato che il valore della banca era a sconto. E che il mercato guarda attentamente i numeri.

Intelligenza artificiale, Amazon contro Perplexity

Mentre gli investitori si interrogano se ci sarà o meno una bolla, l’intelligenza artificiale è protagonista nei tribunali. Amazon ha infatti citato Perplexity, proprietaria dell’AI agent Comet che proprio con l’IA compra merce on line al posto dei clienti, senza certificare la sua natura ed eludendo così i blocchi di sicurezza del portale di e-commerce. Il contenzioso potrebbe fare giurisprudenza negli Stati Uniti sulla liceità o meno degli agenti IA d’acquisto e delle deleghe date dall’utente per fare shopping nel web. E’ difficile prevedere chi vincerà questa battaglia legale: certo è che l’IA è ancora agli albori, e nei prossimi anni ne vedremo delle belle. O delle brutte, date le ripercussioni che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbero avere sui posti di lavoro. Lo ha ricordato anche Papa Leone XIV dopo la sua elezione, attribuendo proprio a questo problema (e alla necessità di una nuova Rerum Novarum) la scelta del suo nome pontificale.

Il taglio dell’Irpef

La manovra di bilancio proposta dal governo italiano è stata “bollinata”. Tra i provvedimenti, il taglio dell’Irpef per oltre 13 milioni di contribuenti (dal 35% al 33% per i redditi compresi da 28.000 a 50.000 euro). Critiche sono giunte da Banca d’Italia, secondo cui il provvedimento non cambierà in modo significativo “la disuguaglianza nella distribuzione del reddito”. Una tendenza a cui si è allineata l’analisi dell’Istat, per cui l’85% del denaro utilizzato per il taglio dell’Irpef si applicherà ai due raggruppamenti con gli stipendi più elevati (l’istituto aveva diviso i cittadini in cinque gruppi). Il giudizio di Banca d’Italia sembra, però, influenzato da un pregiudizio politico: lascia perplessi che si possa considerare un “paperone” chi guadagna più di 30.000 l’anno, che fa invece parte integrante del ceto medio.

Crediti d’imposta edilizi, stop alla compensazione

Ha fatto molto discutere anche lo stop alla compensazione dei crediti d’imposta edilizi con i debiti di tipo previdenziale e contributivo: il divieto, finora limitato a banche e intermediari finanziari, viene esteso a tutti. In questo caso, le proteste sembrano più motivate, anche perché la norma ha spirito retroattivo: è vero che la nuova situazione scatterà dal 1 luglio 2026, ma è altrettanto palese che c’è chi ha già acquistato i crediti e resterà presumibilmente con il cerino in mano. Uno dei principi cardine della tassazione è che non ci può essere nulla di retroattivo, e di questo la Corte Costituzionale ne dovrà tenere conto. L’utilizzo della compensazione dei crediti edilizi era stato ammesso quando le banche avevano esaurito il plafond per i prestiti alle aziende del settore: con una misura del genere, si rischiano fallimenti, che a fronte di un risparmio iniziale per lo Stato causerebbero in un secondo momento danni maggiori all’erario.

Luci a San Siro

Il Comune di Milano ha siglato il rogito con Inter e Milan sul passaggio di proprietà dello stadio “Meazza”. Con il documento, l’impianto e le aree vicine diventano proprietà delle due società di calcio, che hanno sborsato 73 milioni di anticipo, per una spesa complessiva che si attesterà a 197 milioni. Una volta ultimato il progetto, sapremo come sarà la nuova “Scala del calcio”: l’attuale impianto sarà probabilmente abbattuto e rimpiazzato con un nuovo stadio da oltre 70.000 posti, che – salvo intoppi – dovrebbe essere pronto per il 2027. Ricorsi permettendo: la Procura di Milano ha infatti aperto un’indagine per turbativa d’asta (anche se l’inchiesta è stata definita dal presidente rossonero Paolo Scaroni “un venticello”). Sull’operazione-San Siro sembra più saggio sospendere il giudizio. Almeno fino a quando si toccherà con mano in che modo Inter e Milan riqualificheranno la zona con spazi pubblici e se l’operazione sarà fruttuosa per i due club.

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L'intelligenza artificiale sulle montagne russe

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’intelligenza artificiale prima sale, poi scende. E’ tutto iniziato con l’accordo fra Amazon e Open Ai, intesa settennale che prevede la possibilità, per la proprietaria di ChatGpt, di utilizzare con effetto immediato il cloud di Amazon Web Services, per un corrispettivo di 38 miliardi di dollari. L’accordo, con cui Open Ai vuole ridurre la dipendenza da Microsoft e, nel contempo, utilizzare capacità di calcolo enormi, aveva inizialmente causato un balzo in avanti del 6% per il gruppo con sede a Seattle.
Il Nasdaq e le Borse asiatiche avevano reagito positivamente, per poi ripiegare: le vendite di azioni a New York si sono ripercosse anche in Estremo Oriente con una correzione importante, causata dai timori di una bolla. A influire sul calo delle Borse, che si è esteso all’Europa, anche la dichiarazione di David Solomon e Ted Pick, rispettivamente ceo di Goldman Sachs e Morgan Stanley, che durante una conferenza a Hong Kong hanno paventato un possibile storno molto severo nei prossimi due anni. “Una contrazione del 10%-15%”, ha detto Solomon, “accade spesso, anche nel corso di cicli di mercato positivi”; “dovremmo accogliere favorevolmente la possibilità che avvengano ribassi del 10%-15%”, ha confermato Pick, non spinti “da una specie di effetto macroeconomico”. Come sembra di capire, la sfida dell’intelligenza artificiale è solo all’inizio, e non sarà priva di ostacoli. Perché le valutazioni appaiono molto più alte rispetto al reale valore delle società: si stima, per esempio, che Nvidia, per sostenere il suo valore in Borsa, dovrà totalizzare almeno 150 miliardi di utile in cinque anni – traguardo da cui oggi sembra distante. Ma, a parte questo, c’è chi viaggia come un treno e chi rimane indietro: per ogni gruppo che corre, ce ne sono molti che arretrano, o scompaiono.

In ordine sparso

A influenzare il grafico in discesa si aggiungono i dubbi e le opacità legate all’accordo Stati Uniti-Cina su dazi e terre rare. Anche le Borse europee, come anticipato, si sono prese una pausa. Dopo vari mesi di chiusura in positivo, sono infatti arrivate vicine ai massimi, ma poi hanno aperto la nuova settimana in ordine sparso per, infine, arretrare. A questo si aggiunge il costante recupero del dollaro sull’euro (ora il rapporto fra le due valute veleggia su quota 1,15) e il ritracciamento dell’oro e dell’argento, nuovamente in ribasso rispetto ai massimi. Il petrolio è sempre in posizione soft, ma gli automobilisti non lo percepiscono: il rialzo del dollaro rende automaticamente un po’ meno conveniente il prezzo alla pompa, anche se siamo ben lontani dai valori del 2022. I bitcoin, infine, sono in discesa.

Top e flop

A Piazza Affari ha aperto la settimana in grande spolvero il titolo di A2A, che ha raggiunto i massimi da febbraio 2008. La prestazione dipende in buona parte da Morgan Stanley, che ha innalzato la valutazione sull’azienda energetica da equal weight a overweight, aumentando il prezzo target da 2,55 a 3,25. L’ottimo giudizio si è innestato in un periodo favorevole per il comparto delle utility, che ha coinvolto positivamente anche altre aziende, come Enel. Crollo invece per Campari, dopo il sequestro di azioni per oltre 1,2 miliardi di euro della controllante lussemburghese Lagfin, accusata di “dichiarazione fraudolenta mediante artifici” e di “responsabilità amministrativa delle persone giuridiche”. Il titolo ha pagato dazio anche se, ha puntualizzato Lagfin in una nota, la questione riguarda la stessa holding e non il gruppo Campari, né la società italiana “Davide Campari-Milano” e neppure altre aziende controllate. La holding si è comunque detta “certa di avere sempre operato nel pieno rispetto di tutte le norme, incluse quelle fiscali italiane”, affermando che “si difenderà vigorosamente con sereno rigore in tutte le sedi deputate”.

Taglio Fed: sì, ma…

Mentre la Bce lascia il costo dell’euro invariato, negli Stati Uniti si allenta ancora la stretta monetaria: la Federal Reserve ha tagliato nuovamente i tassi di 25 basis point, abbassando la forbice fra il 3,75% e il 4%. Ci si attende un altro intervento a dicembre, anche se un’eventuale persistenza delloshutdown americano rischia di far saltare l’eventuale taglio di fine anno (comunque già scontato dagli investitori) o di posporlo a gennaio o febbraio 2026. Per il momento, il mercato del lavoro americano non è a rischio; tuttavia, il presidente della Fed Jerome Powell ha affermato che guidare immersi nella nebbia obbliga il conducente a un rallentamento. In questo caso, la mancata visibilità è causata dall’assenza di informazioni sul lavoro, che non vengono prodotte proprio a causa dello stop temporaneo alle attività non essenziali: per questo motivo, la sospensione (dei dati macro) ne causerebbe un’altra (degli interventi sul costo del dollaro). In una situazione che comunque vede un rallentamento già in atto del mercato del lavoro e nuovi rischi sul versante dell’inflazione. Tutti sperano che lo shutdown si trasformi presto un brutto ricordo; c’è però l’impressione che solo un passo indietro di Donald Trump – magari mascherato da atto di responsabilità e di attitudine al negoziato – possa risolvere la situazione in tempi brevi.

Tassa sulle banche, per Messina è “gestibile”

Mentre la tassa sulle banche fa discutere, Carlo Messina butta acqua sul fuoco. Precisando che per conoscere l’aliquota vera e propria occorrerà attendere il varo della manovra, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo ha comunque sottolineato: “L’impatto che potremmo avere sia sul risultato netto che sul patrimonio netto è completamente gestibile. E quindi non siamo assolutamente preoccupati per questo impatto”. Un’altra voce autorevole prova dunque a quietare le apprensioni legate a questo intervento: l’entità dell’imposizione, così come è stata anticipata, sembra accettabile, a fronte degli utili record raggiunti dagli istituti di credito. In ogni caso il titolo di Intesa, insieme Mps, sembra fra i più interessanti in un momento in cui si aprono opportunità interessanti nell’acquisto di azioni bancarie.

Scope ottimista sull’Italia

Interessante anche, in un’ottica più macro, l’investimento sul sistema Italia: anche Scope, agenzia di rating con sede a Berlino, ha confermato la valutazione BBB+ dei buoni del tesoro tricolori, ma con un outlook passato da “stabile” a “positivo”.
I vari miglioramenti dimostrano che qualche passo in direzione di un approccio virtuoso è stato compiuto: sia chiaro, l’Italia non ha superato i suoi problemi, ma ora è messa meglio di altri Paesi europei.

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Cina-Usa: fiorisce la distensione. E le Borse brindano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Cina e Stati Uniti hanno raggiunto dopo soli due giorni di trattative un accordo preliminare che ferma la guerra commerciale fra le due potenze. Lo ha annunciato Scott Bessent, segretario Usa al Tesoro. Le negoziazioni tra i delegati dei due Paesi hanno bloccato l’applicazione di dazi al 100% di Washington contro Pechino, fermando anche un’escalation su soia e terre rare. Riguardo quest’ultimo punto – centrale nei rapporti sino-americani – Bessent ha annunciato che “Pechino rimanderà la stretta di un anno”, prendendosi quindi il tempo di riesaminarla. La Cina procederà anche ad acquisti nell’agricoltura americana. L’accordo sarà formalizzato nell’imminente incontro tra Xi Jinping e Donald Trump. Nel mentre, il presidente americano ha visitato Malaysia, Giappone e Corea del Sud, con l’obiettivo di cercare nuovi accordi sulle terre rare e diminuire la dipendenza dalla Cina. Sullo sfondo, sempre parlando di minerali, la partnership già siglata con Kiev e un possibile, futuro rifornimento anche da Mosca, nel caso in cui la guerra russo-ucraina finisca.

Mercati felici

Le Borse hanno reagito con entusiasmo alla notizia. A cominciare dal Nikkei, che ha infranto per la prima volta la soglia psicologica dei 50.000 punti. Record anche per New York, che risente pure dei dati positivi sull’inflazione e si sta riallineando con le Borse europee. Che, a loro volta, hanno reagito bene alla distensione commerciale fra Cina e Stati Uniti, ma in misura più contenuta; eccezione importante, ancora una volta, Parigi, che ha risentito del downgrade di Moody’s dei suoi titoli di Stato, con un rating passato da “stabile” a “negativo”. I buoni risultati dell’Europa risentono anche della performance delle banche (compatibile con la rotazione settoriale che detta legge ormai da tempo), ma anche del fenomeno, già sottolineato la scorsa settimana, delle scarse alternative agli investimenti e, last but not least, degli utili del terzo trimestre, che sono buoni nonostante la crescita asfittica dei mercati. Sembra, dunque, che le Borse debbano veleggiare bene perché la situazione lo esige. Di contro, oro e argento crollano: la schiarita che promette di risolvere una crisi preoccupante come quella tra Cina e Stati Uniti rende i beni rifugio meno appetibili. Fa eccezione, almeno finora, il franco svizzero, mentre il petrolio resta debole.

Il balzo di Eni

Il petrolio resta debole, si diceva. Ma Eni, alla scadenza di settembre 2025, ha raggiunto un utile netto di 2,5 miliardi di euro (+5%), mentre nel solo terzo trimestre si è attestato sugli 803 milioni, con una crescita del 54%; il piano di buyback dei titoli è decollato a 1,8 miliardi e le azioni sono salite come non si vedeva da molto tempo. Occorre anche ricordare che, per dinamiche di mercato spesso difficili da capire, Eni era sempre stata trattata a sconto rispetto ai concorrenti: ha perciò recuperato un valore più vicino a quello reale. Tuttavia, se il petrolio dovesse rimanere a questi livelli, è difficile immaginare un’ulteriore salita in Borsa per l’azienda guidata da Claudio Descalzi. Per ora, dunque, a godere dell’ottima performance di Eni sono ben più i cassettisti che incassano il dividendo rispetto a chi punta al capital gain.

Boom Btp Valore

E’ stato ancora una volta un successo il collocamento di Btp Valore: la raccolta, di 16,5 miliardi, ha superato quanto registrato dal Btp Più dello scorso maggio. A spingere gli italiani verso la nuova emissione sono stati la voglia di sicurezza, la pubblicità molto presente sui mezzi di comunicazione e i tassi, superiori alla media e considerati accettabili da chi ha sottoscritto i buoni del tesoro. Se pensiamo alle obbligazioni Usa osserviamo facilmente che, con la svalutazione del dollaro, gli investimenti di risparmiatori europei in Treasury hanno causato una perdita del 10% – valore che rende alte, se non sontuose, le percentuali offerte dai Btp.

Tassa sui dividendi

E’ stata introdotta la tassa sui dividendi incassati in qualità di partecipazione di minoranza dalle aziende, che includerebbe le società con meno del 10% del controllo (con esclusione di piccoli risparmiatori e fondi di investimento, mentre sono comprese banche e grandi gruppi, che pagherebbero l’aliquota più alta). La tassa dovrebbe portare un miliardo di euro nelle casse dello Stato. Altra novità dal fronte fiscale: il governo aumenterà di due punti l’Irap per le banche. “Se su 44 miliardi di profitti nel 2025 ce ne mettono a disposizione circa 5 per aiutare le fasce più deboli della società”, ha spiegato la premier Giorgia Meloni, “credo che possiamo essere soddisfatti noi e che in fin dei conti possano esserlo anche loro”. In questi termini, l’intervento del governo sembra ragionevole, a condizioni che non si calchi la mano in maniera esagerata. E’ comunque certa la legittimità di un aumento dell’Irap, a differenza delle proposte di imposizione fiscale degli extraprofitti, che in tutta probabilità non avrebbero superato l’esame di adeguatezza costituzionale.

Faro Ue su TikTok e Meta

TikTok e Meta sono finiti sotto il faro della Commissione Europea. I due social network sono accusati di non aver rispettato l’obbligo di garantire un accesso adeguato ai dati pubblici. Secondo l’esecutivo Ue, le due aziende non hanno neppure offerto agli utenti strumenti semplici per segnalare contenuti illegali, né per permettere di contestare decisioni di moderazione dei contenuti. Nel caso in cui l’osservazione della Commissione fosse confermata, i due gruppi, che hanno respinto ogni addebito, rischierebbero una multa salata. Sembra che, però, l’intervento dell’esecutivo Ue sia arrivato fuori tempo massimo, cioè mentre Cina e Stati Uniti interrompono la loro guerra commerciale. Con un accordo che, tra le altre cose, riguarda anche la vendita dell’80% delle attività americane di TikTok a gruppi statunitensi. Un’intesa fra due grandi potenze come Pechino e Washington renderebbe più debole la posizione della Commissione Europea.

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Borse, dopo il maltempo torna il sereno

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Scusate, abbiamo scherzato. Sembra questo il messaggio delle Borse europee che, dopo la tempesta della scorsa settimana, hanno poi imboccato la strada del recupero. Eppure, venerdì scorso i mercati del nostro continente avevano aperto con cali generalizzati (con l’eccezione di Parigi, ringalluzzita dal via libera al governo Lecornu), chiudendo poi con una timido recupero – anche grazie alle parole distensive di Donald Trump sulla Cina – ma sempre in perdita. Passato il week end, è avvenuta l’inversione a U, con cifre positive.

Difficile orientarsi

Non era, quindi, una correzione, ma un semplice calo causato dalla guerra commerciale sino-americana sui dazi. La dinamica mostra rotazione settoriale e trading range, con qualche scivolone. Questa situazione rende tuttavia difficile la scelta degli investitori. In condizioni simili è difficile orientarsi: non appena ci si muove, si rischia di sbagliare. All’orizzonte c’è poi l’imminente, gigantesco piano di spesa pubblica tedesca del 2026, che a breve potrebbe riorientare le Borse europee in senso più marcatamente positivo. Tutto questo mentre Wall Street recupera, spinto dai tecnologici, e il Nikkei 225 si impenna fino quasi a 50.000 punti dopo l’elezione di Sanae Takaichi a primo ministro giapponese, molto gradita ai mercati per la sua piattaforma di riforme sulla scia degli Abenomics.

Poche alternative all’azionario

Nonostante gli scivoloni e la volatilità alta, sembra che non ci siano grandi alternative all’azionario. Per questo motivo, gli investitori mantengono la loro presenza sui titoli in Borsa, accettando anche gli storni (come quello, severo, dello scorso aprile) e facendosi andar bene i periodi di volatilità. Il quadro attuale richiede comunque cautela: per il momento non ci sono grossi spunti, e questo consiglia di mantenere le posizioni attuali. Al momento, dopo aver – a lungo – performato meno rispetto all’Europa, Wall Street sembra attraversare un periodo positivo, con il nostro continente a traino: la causa è il momento particolare della rotazione settoriale, che sta premiando i tecnologici, su cui New York è particolarmente esposta. L’Europa, da parte sua, attende un ritorno delle banche, che hanno ripiegato (a Piazza Affari sono a circa -10% dai massimi).

La Cina è più vicina?

Le Borse hanno le antenne puntate sulle crisi geopolitiche, lo shutdown americano (che, secondo il direttore del National Economic Council, Kevin Hassett, potrebbe risolversi presto) e la guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina, che ha causato lo scivolone poi riassorbito dopo molti giorni di arretramento. I colloqui in videoconferenza fra Scott Bessent e He Lifeng e le rassicurazioni emerse dalle due parti inducono a nutrire qualche speranza. I tavoli aperti sono numerosi, ma la vera questione sembra legata allo sfruttamento delle terre rare. E’ comunque legittimo nutrire un cauto ottimismo su una risoluzione positiva della crisi: Cina e Stati Uniti hanno bisogno l’uno dell’altra, e non possono permettersi di litigare sul serio.

Gimme shelter

Mentre le crisi belliche, commerciali e istituzionali provocano un “su e giù” in Borsa, gli stessi avvenimenti spingono in alto i beni rifugio. A cominciare dal franco svizzero, protagonista di un nuovo allungo su euro e dollaro. La moneta elvetica ha fatto segnare i massimi sulla moneta unica e la sua marcia sembra inarrestabile. Il trend preoccupa soprattutto l’economia svizzera e i Confederati, che non celano una certa sorpresa. L’approvvigionamento di franchi risponde al bisogno di beni rifugio, che in questo caso è amplificato dalle dimensioni ridotte della Svizzera. Il successo della valuta rossocrociata fa il paio con la ricerca dei buoni del tesoro di Berna, considerati particolarmente affidabili. Come da copione, anche l’oro continua a battere record su record: a mettere il turbo al metallo giallo sono ancora gli approvvigionamenti di Cina e India, che investono in un asset non a rischio di eventuali sanzioni. Nuovi primati anche per l’argento, che sta correndo da tempo.

Italia promossa con lode

Passiamo ora ai conti pubblici italiani, su cui il Fondo Monetario Internazionale ha espresso giudizi lusinghieri. Helge Berger, vicedirettore del dipartimento europeo Fmi, ha definito “impressionanti” i risultati sui conti pubblici tricolori, mentre il direttore Alfred Kammer ha espressamente parlato di una gestione “fantastica” del disavanzo. Due esternazioni sorprendenti, non tanto nel merito (il deficit italiano sul prodotto interno lordo si è fermato al 3%, contro il 3,3% previsto dal Fmi), ma nei toni utilizzati. Nel 2026, il rapporto debito/Pil dovrebbe attestarsi a 138% e calare al 137% nel 2030. Un grande risultato che è stato ottenuto forse sacrificando un po’ di crescita, ma tenendo la barra dritta sui conti pubblici. E’ curioso che l’Italia, che non molti anni fa sembrava in fallimento, oggi sia quasi vista come un paese virtuoso, pur con un debito maggiore e la crescita asfittica di pil. Al miglioramento dell’immagine dell’Italia non è estranea la corsa ad approvvigionarsi di buoni del tesoro, che si sta puntualmente verificando anche con l’emissione in corso di Btp Valore. Strumenti che, tra l’altro, hanno un rendimento mediamente maggiore rispetto alla media delle obbligazioni. La grande richiesta di questi prodotti dipende anche dalla strategia lanciata dal governo Draghi, e proseguita dall’esecutivo Meloni, di lavorare perché siano i cittadini italiani a detenere più debito possibile, piuttosto che le grandi istituzioni finanziarie.

Molti ostacoli per Lecornu

Mentre loda l’Italia, il Fmi redarguisce l’Europa, invocando riforme. Certamente il Belpaese non è più una delle preoccupazioni più importanti in tema di debito: ora il “grande malato” è la Francia, che a fatica cerca di introdurre nuove regole economiche per evitare il naufragio.
Sébastien Lecornu ha incassato il via libera dall’Assemblea Nazionale, con la promessa di non introdurre la riforma delle pensioni fino alle prossime elezioni presidenziali; tuttavia, la legge di bilancio non è ancora stata messa ai voti. Il sostegno dei socialisti, fondamentale per il futuro dell’esecutivo transalpino, è vincolato alle promesse del primo ministro: se gli impegni fossero disattesi, o se la riforma risultasse troppo dura per la classe lavoratrice, il Ps farebbe sicuramente mancare il proprio sostegno. Il compromesso fra il premier e i socialisti, insomma, non ha fatto che rimandare i problemi, che prima o poi dovranno comunque essere affrontati.

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Crollo dei mercati dopo i nuovi dazi annunciati da Trump

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Lo storno tanto atteso (e temuto) alla fine è arrivato. Le nuove dichiarazioni di Donald Trump sull’intenzione di imporre ulteriori dazi del 100% alle merci cinesi hanno infatti causato un forte arretramento di Wall Street, con ripercussioni altrettanto serie sulle Borse europee. La reazione di Pechino, che si è dichiarata disposta a “combattere fino alla fine”, ha fatto il resto.
L’ormai usuale mezzo passo indietro di Trump, esplicitato nella successiva dichiarazione “andrà tutto bene”, non ha ribaltato il trend dei mercati: gli indici non sono riusciti a mettersi alle spalle l’escalation che ha portato a una nuova crisi commerciale. O forse non hanno voluto farlo fino in fondo: il duello sino-statunitense è probabilmente una scusa presa dai listini per rifiatare, dopo un mese e mezzo di corsa sostenuta che però faceva fatica a trovare temi per sostenere un’ulteriore salita.

Non solo Cina

Non dimentichiamoci, poi, lo shutdown americano, una nuvola ben lungi dall’essere diradata. La chiusura delle attività governative Usa non essenziali influisce su Pil, comunicazioni al mercato e dati di occupazione statunitensi. Oltre che, in alcuni casi, anche sugli utili di qualche società. E’ pur vero che, solitamente, quando lo shutdown finisce avviene spesso un rimbalzo delle Borse; tuttavia, più lunga è la crisi, maggiori sono i problemi. In Europa ha probabilmente contribuito al trend borsistico anche la crisi di governo francese: contrariamente a quanto aveva dichiarato, Sébastien Lecornu ha accettato di formare un secondo governo, che presenterà una finanziaria più light rispetto alla precedente. In particolare, il premier ha deciso di rimandare la riforma delle pensioni fino alle prossime elezioni presidenziali, per ottenere il voto di fiducia dei socialisti. Un supporto che è essenziale per poter raccogliere il consenso dell’Assemblea Nazionale. Visti tutti questi problemi, si capisce quanto la correzione fosse nell’aria: il “venerdì nero” potrebbe esserne il punto di partenza. I listini sono ancora in sofferenza, mentre la volatilità è in aumento e il mercato mostra tutte le sue fragilità.

Beni rifugio

Per gli investitori si apre un periodo di scelte difficili. In generale, i prezzi più bassi offrono nuove opportunità di acquisto; tuttavia, è forse più consigliabile attendere una o due settimane, per capire se siamo di fronte a un calo temporaneo oppure a una correzione del mercato più seria e duratura. Difficile, ora, comprenderlo. Perché i problemi sono tanti, ma l’economia è ancora in buono stato. Sicuramente, a “fare 13”, come si usava dire una volta, sono stati gli investitori in oro e in argento. In questa lunga fase di incertezza, infatti, i due metalli hanno pienamente recuperato il ruolo di beni rifugio, salendo oltre il 70% e affermandosi – insieme al franco svizzero – come gli unici asset in grado di proteggere gli investitori. Oltre a ciò, l’argento ha anche un utilizzo industriale, il che riesce a supportarlo ancora maggiormente in caso di crescita. Per attraversare questo periodo di incertezza è quindi consigliabile estrema prudenza, giocandosi con molta attenzione i beni rifugio e cercando di alleggerire il portafoglio. Senza dimenticare di prestare molta attenzione alla rotazione settoriale, che ha visto i titoli precedentemente sugli scudi (come i finanziari o quelli legati al riarmo) in forte calo. Al momento ci sono alcuni settori che possono risultare interessanti: prima di tutto i minerari – il cui buon momento è legato ai nuovi record di oro e argento – e poi le utility, spesso indicate nelle fasi che necessitano di titoli difensivi. Come già detto, però, gli acquisti vanno pensati con molta cautela: sembra ancora presto per aumentare le proprie esposizioni, e chi può farà meglio ad attendere una manciata di giorni. Anche se alcuni singoli titoli, come Mps, hanno performato in controtendenza rispetto al loro settore, tornando a crescere.

Petrolio a rischio ribasso?

E il petrolio? Il petrolio è fermo nella fascia sotto i 70 dollari al barile, e neppure il processo di pace a Gaza sembra aver influito sulla sua quotazione. Il valore, di poco più basso rispetto alla fascia neutrale, sembra non volersi discostare dal suo attuale livello, molto più rassicurante rispetto ai picchi raggiunti dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Tuttavia, c’è un ma. Un prezzo che veleggia sui 65 dollari al barile è vicino ai 70, ma anche ai 60. Vale a dire che se, come qualcuno afferma, il greggio dovesse sfondare questo muro al ribasso, ci sarebbe da preoccuparsi, perché un petrolio troppo soft è sintomo di un indebolimento dell’economia.

Bond, boom domanda e offerta

Intanto è boom per le obbligazioni europee. I bond del nostro continente hanno stabilito un primato storico sia in termini di domanda, sia di offerta. Il motivo di questa situazione è semplice. La domanda record dipende dalla grande liquidità che c’è in giro; l’offerta ai massimi, invece, è causata dall’abbassamento dei tassi, per cui le aziende sfruttano le condizioni di mercato attuali per indebitarsi.

Golden power sotto accusa

Prosegue il duello fra la Commissione Europea e il governo italiano sul golden power. A breve (a quanto si ritiene, il prossimo mese) l’esecutivo di Bruxelles dovrebbe inviare due lettere a Roma, una delle quali conterrebbe una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia. Motivo: la legge sul golden power sarebbe contraria al diritto europeo e, secondo l’organismo di governo comunitario, dovrebbe essere modificata. “Ogni decisione che impedisca la creazione di un mercato unico dei servizi finanziari è motivo di preoccupazione“, ha detto chiaro e tondo Maria Luís Albuquerque, commissaria europea per i Servizi finanziari e l’Unione dei risparmi e degli investimenti. “Se qualcosa si metterà di mezzo, utilizzeremo gli strumenti a nostra disposizione per rimettere le cose sul binario giusto”. La posizione europea contrasta con quella del governo italiano che, per bocca del ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, ha ribadito che la sicurezza nazionale è prerogativa dell’esecutivo. Scontato, quindi, il ricorso italiano a una procedura di infrazione europea, che potrebbe persino aprire a una pur poco probabile richiesta di danni da parte di Unicredit. In punto di diritto, le osservazioni della Commissione sono corrette. Ma fino a che punto si può limitare un governo nella tutela della sicurezza nazionale? Inoltre, sembra che l’Europa difenda i principi costitutivi in modo rigido con alcuni Paesi e più flessibile con altri: il dossier Commerzbank è lì a dimostrarlo.

Foto di Supradoc su Unsplash


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