La calma dopo i fuochi d'artificio

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse si stanno avvicinando alle festività in una situazione di cautela e stabilità. Dopo una settimana molto brillante, l’apertura di ieri ha evidenziato qualche timido e strutturale passo indietro; anche se la chiusura prenatalizia evidenziasse qualche arretramento, il fenomeno sarebbe comunque limitato, e non andrebbe neppure a sfiorare il bilancio altamente positivo di quest’anno. E questo nonostante i lunghi periodi di trading range e i due scivoloni che si sono verificati nel corso del 2025 (il maxistorno di aprile e il calo, più limitato, di ottobre), tra l’altro ampiamente recuperati.

Rischi geopolitici

Unico rischio all’orizzonte, i “soliti” pericoli di carattere geopolitico: quelli nuovi – come il riacutizzarsi delle tensioni fra Israele e Iran e i contrasti fra Stati Uniti e Venezuela – e quelli vecchi, sia in Medio Oriente (Gaza e Libano), sia sul fronte russo-ucraino. Le Borse hanno, però, da tempo sviluppato solidi e rassicuranti anticorpi: due o tre anni fa, la situazione sullo scacchiere mondiale avrebbe causato grandi preoccupazioni per i mercati; oggi – dopo le dimostrazioni di stabilità e “resilienza” a cui ci hanno abituati i listini – le forti inquietudini per l’instabilità geopolitica sono derubricate a timori legittimi, ma sotto controllo. Anche perché è stato scongiurato un rischio che avrebbe potuto mettere alla prova la “vaccinazione” delle Borse contro eventi avversi, e cioè l’utilizzo degli asset russi congelati per sostenere l’Ucraina. L’opzione è stata scartata e sostituita con un prestito comune per Kiev. Ad avere un ruolo importante, se non determinante, nella decisione dell’Ue è stato il Belgio, che detiene la maggior parte degli asset russi attualmente congelati. Due i timori del premier Bart De Wewer. In primo luogo, la possibilità di un ricorso di Mosca alla corte internazionale. Un eventuale esito negativo si sarebbe riversato proprio sul Paese nel cui territorio si trovano gli asset russi congelati, che sarebbe stato costretto a pagare una somma molto maggiore rispetto al denaro sequestrato. Questa situazione avrebbe rischiato anche di convincere gli investitori a vendere bond Ue, innescando rischi sistemici e penalizzando l’euro. Oltre a questo, in caso di utilizzo delle risorse congelate, la Russia avrebbe potuto sequestrare 17 miliardi di asset europei per ritorsione, convincendo anche vari paesi amici a fare altrettanto. Come già detto, la posizione belga ha prevalso, e l’Ue ha optato per un prestito a Kiev, senza attingere a fondi russi.

Spumante in fresco

A meno di sorprese, gli investitori possono rilassarsi e concentrarsi su panettone e spumante, già in fresco: il mercato è infatti virtualmente chiuso, e in attesa del Natale si può iniziare la pianificazione dei prossimi investimenti, identificando i settori più interessanti. A cominciare da quello finanziario, per cui sembra esserci un po’ di spazio, per proseguire con le utility, con l’obiettivo di munirsi di azioni difensive. E’ molto in crescita il settore automobilistico: occorre capire se ci sia ancora margine per puntare anche su questo comparto.

Oro e argento

Per il resto, a presidiare il palco dei vincitori c’è ancora l’oro, che ha superato i 4.400 dollari l’oncia, stabilendo un nuovo record. E’ passato meno di un anno da quando si riteneva difficile lo sfondamento di quota 3.000, e ora i 4.500 dollari sembrano a portata di mano. Crisi geopolitiche, tassi, politica monetaria, desiderio di tranquillità e sicurezza spingono il più tradizionale dei beni rifugio verso una corsa dal futuro imprevedibile. Ma continua a correre anche l’argento, salito più del 20%, e il cui trend potrebbe proseguire persino più a lungo rispetto al “parente nobile”. Perché questo metallo ha anche applicazioni industriali, in grado di accendere il turbo. Anche per questo motivo, l’argento sta entrando a pieno titolo nel novero dei beni rifugio, e sembra particolarmente promettente per l’anno prossimo.

Exor, il disimpegno dall’Italia

Sotto l’albero è molto attiva Exor, che con la sua controllata Lingotto Innovation è entrata nel capitale di Trade Republic, banca digitale tedesca. La cassaforte della famiglia Agnelli sembra insistere nella strategia di acquisizioni all’estero e disimpegno dall’Italia, dove ha ceduto le partecipazioni in Iveco e sta ultimando la cessione di Gedi, restando (almeno per ora) l’azionista di controllo della Ferrari e il principale controllante della Juventus. In quest’ultimo caso, gli Elkann hanno respinto al mittente il miliardo offerto da Tether e, secondo le ultime indiscrezioni, anche i 2 che avrebbero messo sul piatto i sauditi. Visto il trend di abbandono dell’Italia, però, una cessione del club bianconero non è ancora del tutto da escludere. Per il resto, Exor da inizio anno ha perso parecchio per il calo in Borsa delle sue controllate (prima fra tutte, la Ferrari). Tuttavia, la holding di partecipazioni fa ancor molti utili e può godere di una liquidità rassicurante.

Il Mercosur non piace agli agricoltori (e neanche a Italia e Francia)

A fine anno, invece, non stapperanno lo spumante i sostenitori dell’accordo di libero scambio fra Unione Europea e Mercosur, che è stato ancora prorogato – questa volta di un mese – da Ursula von der Leyen. Il rinvio si è rivelato necessario soprattutto per i disaccordi fra la Commissione Europea e l’alleanza tattica tra Francia e Italia: Emmanuel Macron è ostile all’intesa, chiedendo per la sua approvazione una maggioranza qualificata; Giorgia Meloni punta invece a una versione migliorativa del documento, con la reciprocità degli standard di qualità (soprattutto nel commercio di carne) e la salvaguardia della filiera produttiva, per evitare che i prodotti sudamericani possano innescare una concorrenza sleale nei confronti di quelli europei. Meno influenti, invece, sono state le pur ripetute proteste degli agricoltori a Bruxelles, che hanno avuto una copertura mediatica abbastanza marginale. Le bocce non sono ancora ferme, dunque, ma il rinvio – ha detto Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro – potrebbe rivelarsi un “palliativo” se non sarà istituito un tavolo di confronto con le associazioni di rappresentanza delle associazioni agricole. Insomma: il rinvio di Natale potrebbe anticiparne altri, e allungare i tempi di un accordo in discussione da inizio millennio.

Foto di David Clode su Unsplash


Federal Reserve: improbabile un taglio dei tassi a marzo

Jerome Powell ha messo le cose in chiaro: a meno di clamorose sorprese, la prossima riunione della Fed lascerà invariato il costo del denaro. L'annuncio ha contribuito all'apertura di una settimana fiacca per le Borse europee. Con l'eccezione di Milano, che ha approfittato dei risultati eccellenti di Unicredit per chiudere in rialzo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Continua la telenovela sul taglio dei tassi. Ora è la volta della Federal Reserve: il suo presidente Jerome Powell, confermando le indicazioni del Fomc, ha definito improbabile un calo delle percentuali già alla prossima riunione di marzo. L'inflazione sta scendendo, ha ricordato, ma occorre evitare il rischio di agire troppo presto (o troppo tardi, ha aggiunto). Per avviare l'allentamento delle condizioni monetarie il calo dell'inflazione dovrà dunque essere duraturo. In parole povere, negli Usa il taglio dei tassi può attendere.

Unicredit allunga

Le parole di Powell hanno influito sulle Borse europee, che hanno aperto questa settimana con ritmi molto fiacchi. Unica eccezione, Piazza Affari, che ha chiuso un lunedì brillante, a +1%. Tuttavia, il merito è quasi esclusivamente di Unicredit, schizzato a +8,2%. Il gruppo creditizio ha trainato il settore bancario e l'intero listino: senza Piazza Gae Aulenti, anche Milano si sarebbe allineata all'andamento degli altri listini europei. Il balzo in avanti di Unicredit dipende dai dati di bilancio, in special modo dall'utile raggiunto (decisamente superiore alle aspettative) e dai dividendi succulenti offerti agli azionisti. Nessuna novità, invece, sul fronte del risiko bancario: il ceo Andrea Orcel ha per ora escluso nuove acquisizioni. Il rally di Unicredit dà ragione a chi ha avuto la forza di tenere il suo titolo in portafoglio, nonostante le forti progressioni dell'ultimo anno e più. Chi ha acquistato le azioni della banca quando valevano 15 euro e le ha mantenute ha davvero fatto un grande affare. Che potrebbe rivelarsi ancora più proficuo in caso di un'ulteriore crescita – possibilissima, dato che i margini ci sono ancora.

Ferrari in pole position

La forza del settore bancario in un'epoca di tassi alti è strutturale e ampiamente spiegabile. Diversamente dalle “fiammate” contingenti, come lo sprint della Ferrari, salita del 10% dopo l'ingaggio a sorpresa di Lewis Hamilton. Un colpo che ha influito sulla Borsa più per l'approdo di sponsor e di attenzione sul Cavallino piuttosto che per ragioni più strettamente sportive, data anche l'età avanzata del fuoriclasse inglese. Non per niente, dopo l'allungo iniziale, i titoli della Rossa di Maranello hanno subito un riposizionamento.

Il punto sul petrolio

Tra i protagonisti di questi ultimi giorni il petrolio, che ha subito un calo sia nell'indice Brent, sia nel Wti, ma sempre all'interno della forbice tra i 70 e gli 80 dollari al barile. Tra i motivi dell'arretramento, il cauto ottimismo sulla crisi del Mar Rosso e le incertezze sul settore dei servizi in Cina. Cina che intanto ha registrato un cambio di gerarchia tra i suoi fornitori top: ora la leadership è stata conquistata dalla Russia, che con 107,02 milioni di tonnellate (+24%) ha superato l'Arabia Saudita. Mentre in India il greggio di Mosca è passato, dal 2021 a oggi, da quote trascurabili al 40% del petrolio importato, e in Brasile il gasolio russo ha superato quello americano. Petrolio e gas di Mosca sono stati dunque semplicemente dirottati dal mondo occidentale ad altri mercati, attutendo l'effetto delle sanzioni e creando problemi in una sola area geografica: l'Europa, che sta ancora arrancando a causa della ridotta fornitura a basso costo di gas russo. Unica eccezione, la Norvegia, Paese ricco di petrolio e gas naturale, che non aderisce né all'Unione Europea, né all'Opec ed è l'unico Stato europeo che, proprio per il greggio, ha i conti in attivo. Grazie anche alle massicce esportazioni di petrolio, Oslo ha visto il suo fondo sovrano battere tutti i record. Una strada che in futuro potrebbe essere percorsa anche dal Canada. Ottawa ha raddoppiato il Trans Mountain Pipeline, infrastruttura forse in grado di lanciare la Foglia d'Acero come Paese esportatore di petrolio. Potrebbe invece cavalcare la diversificazione energetica ed economica l'Arabia Saudita che, secondo rumours insistenti, starebbe esaminando la possibilità di vendere azioni di Aramco (la società petrolifera nazionale, maggiore esportatrice al mondo e quotata alla Borsa di Riad) per 10 miliardi di dollari. Un'operazione che comunque non intaccherebbe il controllo dell'azienda da parte dello stato (che ora, direttamente o indirettamente, si attesta sul 98%) e libererebbe una somma molto grande per i progetti sauditi, dal tentativo di conquistarsi uno spazio in ambito sportivo alla nuova città in progetto sul Mar Rosso.

La liquidazione Evergrande

In Cina è l'ora della liquidazione di Evergrande, sancita dall'alta corte di Hong Kong, che ha ufficializzato il fallimento gigantesco del colosso immobiliare. In realtà, però, il gruppo è in bancarotta da tre anni: nessuna sorpresa, dunque, nonostante le proteste dell'organizzazione di Shenzen, che ha conquistato il non invidiabile primato di gruppo real estate più indebitato al mondo, con un passivo-monstre di 350 miliardi di dollari. Di questi, 150 sono obbligazioni, contratte in giro per il mondo e ormai carta straccia. Piuttosto, la domanda d'obbligo è: lo stato si farà carico di completare i lavori edili già iniziati dalla società? Oppure sorgeranno “cattedrali nel deserto” e cantieri lasciati a metà e abbandonati? Difficile rispondere, anche perché a causa della crisi, molti cinesi inurbati in tempi recenti stanno tornando nelle campagne.

La protesta degli agricoltori

Prosegue la protesta degli agricoltori europei, spinti da una serie di motivazioni che, in alcuni casi, differiscono da Paese a Paese. In Francia, gli assembramenti di trattori hanno ottenuto un primo punto a favore, con il pronunciamento, da parte dell'intera classe politica, contro l'accordo di libero scambio Ue-Mercosur. In Italia, la protesta si concentra soprattutto sul contrasto alla diminuzione dei sussidi. Ma anche alla sostituzione di terreni agricoli con impianti fotovoltaici e al calo obbligatorio di aree coltivabili, sostenuti dalla commissione europea. Eventualità che, se davvero applicate, rischierebbero di far naufragare un settore di eccellenza come l'agricoltura del nostro continente, aprendo massicciamente i mercati a Paesi che non offrono la stessa qualità, né la stessa sicurezza su ogm, diserbanti e altre sostanze proibite in Europa. Ci perderebbero, dunque, sia gli imprenditori del settore (molti dei quali hanno aree dalle dimensioni non superiori a due ettari), sia i consumatori. A vantaggio delle grandi multinazionali. Proprio per la specificità dei prodotti della terra e la loro centralità nelle tavole delle persone, il settore agricolo dovrebbe essere l'unico da sussidiare in maniera continua e organica. A differenza del comparto automotive, che in Italia è stato aiutato in maniera massiccia nel corso degli anni. Non per niente, il diktat di Carlos Tavares – che ha affermato chiaro e tondo la possibile chiusura della produzione Stellantis in Italia in assenza di aiuti – ha suscitato reazioni irritate da governo, opposizioni e sindacati, mai così uniti come in questo frangente. Piuttosto, se si dovessero destinare sussidi all'industria, sarebbe preferibile dirottarli su Taranto, considerata l'attività strategica dell'Ilva. Mentre un aiuto alla ricerca sull'elettrico rischierebbe di creare un buco nell'acqua, dato che i consumatori italiani (e non solo) sono molto freddi nei confronti di queste vetture.

Foto di Dan Schiumarini su Unsplash


Privacy PolicyCookie PolicyTermini e Condizioni

CONTROVERSIEDISCLAIMERWHISTLEBLOWING

CHI SIAMONEWSPREMI

Società con azionista unico – Soggetta all’attività di direzione e coordinamento di Finsolari S.r.l.
Capitale Soc. €1.040.000 int. Versato.CF 11416170154 – P.IVA 01867650028
R.I. Milano Monza Brianza Lodi n. 11416170154 REA MI – 2022469
La SGR aderisce al Fondo nazionale di Garanzia

Milano

Via Agnello, 5 - 20121


Tel. +39 02 863571
Fax +39 02 86357300

Biella

Via Italia, 64 - 13900


Tel. +39 015 9760097
Fax +39 015 9760098

© 2024 Alicanto Capital SGR S.p.A. | All Rights Reserved

Privacy Preference Center