Taglio dei tassi Bce: se ne parlerà a giugno
Il board della Banca Centrale Europea ha scelto di non toccare il costo del denaro, rimandando la decisione al prossimo vertice sulla politica monetaria. Il cambio di passo sembra molto probabile, ammesso che "non ci siano ulteriori battute d'arresto" nella situazione geopolitica, come ha affermato il consigliere Olli Rehn. Diversa la situazione in casa Fed: ora, a causa dell'inflazione, i mercati scommettono contro i tre ritocchi annunciati dal presidente Jerome Powell
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Come previsto, la Bce ha deciso di lasciare i tassi invariati, aprendo però alla possibilità di avviare la stagione dei tagli nel corso della prossima riunione sulla politica monetaria, prevista a giugno. Ammesso che tensioni e guerre non si mettano di mezzo. Ammesso, cioè,che "non ci siano ulteriori battute d'arresto, per esempio nella situazione geopolitica e quindi nei prezzi dell'energia", ha affermato Olli Rehn, governatore della Banca di Finlandia e membro del board Bce.
La Fed ci ripensa?
Intanto è l'inflazione americana (al 3,5%) a mettere seriamente in dubbio l'intenzione della Fed di procedere a tre ritocchi verso il basso. Tutto questo mentre il quadro generale non appare positivo: Wall Street è in netto calo, mentre il decennale ha lasciato sul terreno più del 4%. Risultato: i mercati iniziano a scommettere su una giravolta hawkish da parte della banca centrale americana. Sembrava quasi sicuro che in 12-18 mesi Jerome Powell diminuisse il costo del denaro di 1,75 punti complessivi, ma ora sembra più probabile un approccio più cauto, con uno o due tagli. O addirittura nessuno, dato che l'economia dello Zio Sam continua ad andare bene – sicuramente meglio di quella europea: questo trend legittimerebbe la Fed a tenere le bocce ferme ancora per un po'. E a farsi precedere dalla Banca Centrale Europea.
Borse nervose
Le Borse vanno a zig zag, tendendo verso il basso. Generalmente, vediamo aperture di settimane positive e chiusure in calo, ma non a livelli preoccupanti. Il nervosismo dei mercati risente di vari timori, non ultimi quelli della crisi tra Iran e Israele (con i suoi effetti sul petrolio) e della crescita inferiore alle attese di vendite al dettaglio e produzione industriale cinesi (pur in un contesto che ha visto l'economia di Pechino salire del 5,3%, di poco sopra le previsioni). Tuttavia, a influenzare i mercati sono soprattutto gli utili, che si sono rivelati in gran parte positivi. Anche per questo, la situazione attuale prosegue a configurarsi come un piccolo ritracciamento fisiologico e non come lo storno che tutti attendono. E che prima o poi dovrà giocoforza presentarsi, perché dopo 18 mesi di rialzi quasi ininterrotti il mercato deve rifiatare. Difficile, però, prevedere se il cambio di passo sarà poco incisivo oppure molto deciso. In ogni caso le statistiche ci dicono che, in presenza di un primo trimestre positivo, nel 95% dei casi l'anno si chiude a livelli più alti rispetto a quelli di apertura.
L'impennata del petrolio
Le evoluzioni della nuova crisi in Medio Oriente potrebbero anticipare o ritardare l'arretramento dei mercati, anche per gli effetti delle tensioni sul prezzo del petrolio. Nei giorni scorsi, il Brent ha raggiunto i massimi dallo scorso ottobre, per poi attestarsi nei pressi dei 90 dollari al barile (più basso il valore del Wti). A meno di clamorosi rivolgimenti di fronte, è comunque difficile che la quotazione del greggio resti a lungo oltre quota 90, così come è ancora meno probabile una crisi tale da portare il costo della benzina a 3 euro al litro, come qualcuno ha paventato.
Nuovi record per l'oro
A stabilire record assoluti è invece l'oro. Le tensioni geopolitiche hanno probabilmente spinto gli investitori ad attribuire nuovamente al "re dei metalli" quel ruolo di bene rifugio che sembrava aver perso. Ma questa ipotesi, da sola, non basta a spiegare l'ottima performance dell'oro. Si può ipotizzare che alcuni Paesi ne stiano accumulando grandi quantità, magari per far fronte a difficoltà, crisi internazionali oppure a sanzioni presenti o future. La salita verticale del suo valore resta comunque anomala. Anche perché, a fronte di questo trend, le azioni aurifere non evidenziano prestazioni ugualmente brillanti. Mentre gli altri metalli, alluminio a parte, non mostrano andamenti particolarmente positivi.
Case "green"
L'Ecofin ha approvato a maggioranza la nuova normativa sulle case green, che punta ad abbattere il consumo energetico e le emissioni degli immobili entro il 2035 e a realizzare palazzi a emissioni inquinanti zero per il 2050. La misura è stata ammorbidita rispetto alla versione originale proposta dalla Commissione Europea e prevede, per gli edifici residenziali esistenti, che ogni Paese membro Ue sia vincolato ad abbattere del 16% il consumo medio di energia entro il 2030 e del 20% o più per il 2035. La riduzione dovrà essere composta per il 55% o più dal calo del consumo medio di energia di almeno il 43% delle abitazioni con le performance energetiche peggiori. La misura disciplina anche gli edifici non residenziali (entro il 2030 occorrerà procedere alla ristrutturazione del 16%, che dovrà alzarsi al 26% nel 2033) e quelli ancora da costruire. La normativa prevede anche varie esenzioni e delega gli Stati membri a tracciare una via autonoma per raggiungere gli obiettivi vincolanti. Una versione più morbida, si è detto. Anche se non tutti i dubbi sono fugati: secondo l'Enea, poco più della metà degli immobili a cui è stato attribuito l'attestato di prestazione energetica rientra nelle classi peggiori, cioè la F e la G. In teoria, non sono previsti obblighi nei confronti dei proprietari. Tuttavia, con quali mezzi è previsto il raggiungimento degli obiettivi vincolanti previsti dalla misura? E chi dovrà pagare gli interventi? Gi Stati avranno potere decisionale, ma saranno quasi sicuramente esclusi da interventi in prima persona, perché di denaro disponibile non ne hanno. A meno che si voglia caricare i piccoli proprietari di un peso molto arduo da sostenere, il denaro dovrà quindi metterlo l'Europa. In alternativa, nel caso in cui le elezioni portino a orientamenti diversi, la nuova Commissione e il parlamento rinnovato avranno la possibilità di entrare nuovamente sull'argomento, ammorbidendo ulteriormente la direttiva. E magari sospendendo anche la poco lungimirante scadenza del 2035 per lo stop alla produzione di auto endotermiche.
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