Inflazione? Niente panico

Lunedì 23 gennaio si sono verificate vendite indiscriminate, che hanno trascinato i mercati in un vortice di emotività. Un atteggiamento che si dovrebbe sempre cercare di evitare.

Inflazione, crisi energetica e politica, ribassi sui mercati. Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - ci accompagna in una lucida analisi della complessa situazione attuale.

L'inflazione preoccupa cittadini, governi e mercati. Negli Stati Uniti ha raggiunto il punto più alto negli ultimi 40 anni: siamo al 7%, e non è tutto, perché, a causa della crisi energetica e il rincaro del cibo ad essa conseguente, l'inflazione "reale" tocca (e forse supera) il 50%. Un esempio tra tutti: proprio a causa del rincaro delle materie prime, nei mercati di New York il prezzo del pesce è letteralmente raddoppiato. Costa di più il trasporto, costa di più la refrigerazione, e alla fine è facile arrivare a questi rincari-monstre che spaventano consumatori e imprese, e mettono le Banche centrali con le spalle al muro. Come abbiamo già avuto modo di puntualizzare, queste istituzioni - che dovrebbero dettare la linea - non sanno come muoversi: la loro "navigazione" è di piccolo cabotaggio. E la paura serpeggia.

 

 Venti (gelidi) a est

Tutto questo mentre la crisi russo-ucraina ha tutto il potenziale per peggiorare ulteriormente la crisi energetica. Anche perché la questione è molto delicata, ed è gestita molto male sia da Washington, sia da Mosca. Mentre la terza parte – quella che più avrebbe da perdere in questa situazione – è ai margini. L'Europa è il convitato di pietra, il gigante dai piedi d'argilla che non è minimamente coinvolto nella risoluzione della crisi (basti pensare che gli Stati Uniti non si sono neppure degnati di invitare i rappresentanti Ue al tavolo).
Qualche piccolo segnale di cambiamento, però, si sta registrando. Il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Scholz hanno per la prima volta espresso alcuni distinguo sulla posizione americana nella crisi russo-ucraina, specificando a chiare lettere che l'Ue non è d'accordo con la sua gestione e che non si farà trascinare in avventuristici salti nel buio.

 

L'Europa s'è desta?

L'Europa inizia a capire i problemi geopolitici che potrebbero scaturire da un conflitto a est. Se già ora l'aumento delle materie prime crea malcontenti, che cosa ne sarebbe delle nostre bollette se la Russia decidesse, per ritorsione, di chiudere i rubinetti? Con il rischio, oltretutto, di un coinvolgimento della Cina, che potrebbe approfittare del caos ucraino per rinfocolare le sue mire su Taiwan.
I leader europei, insomma, non potranno che prodursi in un sano esercizio di Realpolitik e rivendicare una posizione autonoma. Non ci si può permettere di aggravare una situazione preoccupante. Già ora, la questione energetica mette in difficoltà intere filiere. Il cibo, abbiamo detto, ma anche l'artigianato, la manifattura, la tecnologia, i trasporti, il turismo. Il costo folle delle bollette rischia di fermare gli impianti di risalita nelle località sciistiche, mentre alcune aziende già progettano di sospendere la produzione. Che cosa accadrebbe se la Russia, fornitore del 40% del nostro gas, decidesse di non vendercelo più? Risposta semplice: aziende chiuse, famiglie in grave difficoltà, disordini sociali. E sipario sulla ripresa, già minata dalla disoccupazione, proprio quando gli interventi di finanza pubblica introdotti in pandemia stanno venendo meno.

 

Monday, crazy Monday

Intanto, anche le stime di crescita iniziano a ridimensionarsi (Banca d'Italia, per esempio, le ha già abbassate da 4,0% a 3,8%), le previsioni positive scemano rapidamente. E i mercati di tutto il mondo sembrano spaventati: lunedì 23 si sono verificate vendite indiscriminate senza una logica, con un'esplosione di emotività che sembra aver contagiato tutti.
Particolarmente coinvolte dal vorticoso flusso in uscita, le aziende che erano cresciute ben più del loro valore reale. Se un investitore sceglie titoli che crede "fenomenali" e invulnerabili, alla prima flessione importante si fa prendere dal panico. E vende. Risultato: l'emotività crea un vortice e accelera la discesa. In un mese e mezzo, Amazon ha perso il 20%, e vari titoli tecnologici ne hanno seguito le orme.

 

No panic!

Ecco: l'emotività è la reazione più sbagliata in questa situazione di estrema incertezza. Non bisognerebbe mai stancarsi di ripetere due parole semplici: niente panico. La società ha gli anticorpi per resistere alla crisi. Con i suoi tempi. Per questo non bisogna mai stancarsi di raccomandare valutazioni di medio termine.
Vendere sui ribassi è sempre molto pericoloso. E' più che mai valida la teoria della pallina da tennis: tanto piu alta è la velocità di caduta, tanto piu ampio sarà il primo rimbalzo. Quando si verificano rotture forti sul mercato, l'attività rimane elevata per un po' di tempo; chi ha denaro, può investire a tranche del 25% a ogni forte discesa. Lunedì scorso, la pallina da tennis è atterrata su S&P e Nasdaq, che hanno chiuso la giornata con il rimbalzo più forte degli ultimi 30 anni sul mercato intraday.
Proprio in un'ottica di medio termine iniziano a intravedersi prezzi interessanti sul mercato azionario. Con l'avvertenza che, in un periodo in cui i tassi salgono, i titoli growth tendono a essere più penalizzati rispetto ai value perché il mercato richiede utili e crescita ancora maggiori per mantenere valutazioni che già di per sé sono molto elevate. Per il resto, è cresciuta l'avversione al rischio e il contesto di aumento dei tassi impone, per la componente obbligazionaria, di dover prestare molta attenzione nella gestione della duration di portafoglio e nella selezione delle emissioni sulle quali investire.

Anche l'oro, pur con questo inizio di spirale inflattiva, non sta offrendo protezione, non sale, né scende: al momento sembra aver perso le sue caratteristiche di bene rifugio. A tal proposito, è sempre bene ricordare la massima di Warren Buffet: “Don’t buy gold, buy stocks!“
In ottica difensiva gli unici bond che potrebbero dare un minimo di rendimento sono quelli legati all'inflazione. Ma il mercato azionario rimane decisamente più interessante per i veri investitori di medio periodo.


Aumento dei costi dell’energia: effetto domino sui mercati

Il rincaro delle materie prime inizia a farsi sentire anche sull'economia reale e sulle imprese. Ma le Banche centrali sono ancora incerte sulla risposta da dare...

L'opinione di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR

Passano i giorni, ma la difficoltà dei mercati finanziari – che si era manifestata fra la prima e la seconda settimana dell'anno – non accenna a farsi da parte. Il trend ha colpito particolarmente i titoli tecnologici. Ma non solo. Perché all'inflazione, seguita dal cambio di toni della FED in termini di politica monetaria, si è presto aggiunto il tema scottante dei rincari energetici, che sta colpendo un po' tutti i settori economici in un pericoloso effetto domino. Soprattutto in Europa.
Per esempio, ora è particolarmente colpita la industry del food, per cui i maggiori costi delle materie prime iniziano a impattare sui bilanci: già a novembre-dicembre i rincari sono stati significativi e sarà peggio a gennaio-febbraio.
Questo non accade solo in Europa. Perché anche gli stessi Stati Uniti - che sono una grande potenza petrolifera - sono stati colpiti dal rialzo dei prezzi dell'energia. Recentemente, il Brent ha superato gli 87 dollari e il West Texas gli 85, valori più elevati dal 2014. La spirale sulle materie prime, insomma, coinvolge tutto il pianeta.

La risposta delle Banche centrali, almeno per ora, è stata molto soft. E non potrebbe essere altrimenti, dato che in questo momento storico ogni decisione potrebbe avere conseguenze difficili. Se è vero che occorrerebbe alzare i tassi per arginare l’impatto dell’inflazione, è però certo che una simile decisione, a causa degli elevati debiti pubblici, porterebbe a squilibri di finanza pubblica che potrebbero essere corretti solo con l'aumento delle imposte o la riduzione dei servizi pubblici. E rischierebbe di bloccare la ripresa, che, pur instabile, è ancora in corso, con dati tuttora in crescita.
Insomma: le Banche centrali sono in posizione di attesa. Un po' come i naviganti dell'antichità, impegnati a evitare Scilla e Cariddi:non sanno come uscirne e sembra che stiano navigando a vista.

 Usa, trimestrali con il vento in poppa

Ma dagli Stati Uniti non vengono solo notizie negative. Perché la scorsa settimana sono stati pubblicati i primi dati trimestrali di alcune banche Usa, che sono ancora mediamente buoni. Sul fronte obbligazionario, il rendimento dei titoli di stato decennali statunitensi è risalito ai massimi da 2 anni, fino a 1,90%, contro lo 0% dei Bund tedeschi (confermando una valutazione di mercato alta, dovuta anche alla stabilità della sua economia).
Gli economisti prevedono un rafforzamento del dollaro a breve termine. Su questa teoria, però, se guardiamo le quotazioni degli ultimi sette anni, non ci si scosta dall'equilibrio dollaro-euro intorno a 1.15. Gli Stati Uniti sono sensibili all'impatto che il dollaro forte porterebbe alle esportazioni: la loro politica è esattamente opposta a quella rigorista sostenuta dalla Bce, influenzata soprattutto dalla Germania e dalla sua posizione contraria alla svalutazione dell'euro. Più probabile, sempre sugli Usa, una maggiore volatilità nel prossimo futuro. Volatilità che potrebbe essere influenzata anche dai problemi di politica interna americana: il piano Biden è bloccato al Senato, perchè ha incontrato – come è abbastanza frequente negli Stati Uniti – il voto contrario di alcuni rapresentanti democratici.
L'amministrazione Biden è dunque in difficoltà, mentre crescono le attese per le elezioni di mid term, in programma il prossimo novembre. Se i repubblicani dovessero, come sembra oggi, conquistare la maggioranza di Congresso e Senato, la politica economica dell’amministrazione Biden sarebbe completamete stravolta fino alle elezioni del nuovo presidente, nel 2024.

 Germania in stand-by

Ma se Atene piange, Sparta non ride. La Germania è in situazione di attesa, perché sta vivendo un paradosso, causato da un passaggio di leadership. Da una guida "forte" – il lungo cancellierato di Angela Merkel – a un governo pluripartitico che unisce socialdemocratici, liberali e verdi. Tre partiti, lo ricordiamo, i cui programmi non erano esattamente coincidenti. Per poter stare insieme, i tre leader di governo hanno dovuto riunirsi, trattare, definire punto per punto un difficile compromesso. Con tante contraddizioni: a un esecutivo a guida socialdemocratica fa da contraltare un ministro delle finanze liberale.
Si potrebbe, insomma, innescare un "braccio di ferro" sulle posizioni del governo in materia di austerity; se vincesse l'approccio Spd potremmo aspettarci una leadership un po' piu benevola per i Paesi del Sud Europa sul debito pubblico e sulla mutualità, con effetti positivi sulla nostra economia. Ma per vedere quale forza finirà per dettare la linea, dovremo aspettare ancora un po'.


 Quirinale: attenzione allo spread

Tutto questo mentre in Italia crescono le attese su chi salirà al Quirinale. Una situazione particolarmente delicata, dato che la Presidenza della Repubblica – in passato considerata una carica poco più che simbolica – ora ha un ruolo centrale, soprattutto in tempi di instabilità politica. I mercati si augurano che venga eletto un personaggio che rappresenti tutti, non "divisivo", che possibilmente abbia anche qualche competenza in materia economica e che venga eletto prima del 3 febbraio, considerata una data-spartiacque, dato che è l'ultimo giorno della presidenza Mattarella. Se si andrà oltre, c'è il rischio che lo spread si allarghi, con la possibilità concreta di instabilità sui mercati. E' quindi auspicabile che le forze politiche riescano a trovare un accordo dalla quarta o quinta votazione.


Omicronfobia: i mercati sono vaccinati?

La nuova variante del Covid ha provocato, a piu' riprese, la discesa delle Borse.

Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - ci spiega perchè gli investitori devono farsi prendere dal panico.

La comparsa della variante Omicron ha inciso in modo forte sui mercati europei, americani e asiatici, provocandone una forte discesa in più occasioni. E l'incertezza quasi sicuramente proseguirà fino a quando le autorità sanitarie non saranno in grado di comunicare maggiori informazioni sull'infettività – e sul grado di virulenza – della nuova mutazione del Covid. Senza dimenticare le decisioni dei vari paesi su eventuali restrizioni ai movimenti, già paventate prima della scoperta della nuova variante.

Si è, insomma, diffusa la "omicronfobia", reazione che però è parsa eccessiva e irrazionale. Perché lo abbiamo ormai imparato: la scoperta di nuove varianti è parte della quotidianità, e lo sarà fino a quando ci saremo finalmente liberati del Covid. Il che non avverrà subito: con il coronavirus potremmo dover convivere ancora alcuni anni, forse addirittura quattro o cinque – sperando, naturalmente, che con il tempo l'infezione perda di efficacia e si trasformi in una normale influenza, o in un raffreddore. Non ci troviamo al "punto zero" come nel 2020 e siamo autorizzati a sperare che il virus muti in una forma meno pericolosa.

Solo se si scoprisse che Omicron "buca" davvero i vaccini potremmo preoccuparci. Ma è inutile anticipare considerazioni di questo tipo prima di avere dati certi. Senza poter disporre dei dati della nuova variante (e quelli non li abbiamo ancora) non si possono generare allarmismi: è dunque possibile che i ribassi vengano assorbiti in breve tempo. Un po', appunto, come è capitato per la versione delta, che aveva fatto temere scenari da tregenda in Borsa, ridimensionandosi poi in tempi abbastanza contenuti.

Dal punto di vista finanziario, più che Omicron, preoccupa l'inflazione, che in Germania e negli Usa ha superato il 6% - e che in Italia è arrivata al 3,6%.

Unico vero dubbio legato alla nuova variante del Covid è che possibili lockdown siano in grado di influire sulle performance di dicembre, che generalmente per il trading è un mese positivo – anche se nelle ultime due settimane la liquidità è di solito molto scarsa.

Se la "omicronfobia" dovesse proseguire, potrebbe dunque aumentare la volatilità e contribuire alla diminuzione dei valori azionari. Ma chi investe, solitamente, non lo fa a brevissimo termine: quindi, sarebbe un errore concentrarsi su dicembre (che comunque ha ancora tutte le caratteristiche per chiudersi in positivo): meglio farlo sul medio termine.

 Diversificare? Sì, ma con giudizio

Per passare indenni l'esordio di Omicron non è comunque scorretto diversificare gli investimenti, inserendo una quota di obbligazionario ed equilibrando l'azionario. Vale a dire: è bene scegliere titoli stay at home, come per esempio i tecnologici (legati al lavoro da remoto che si è rivelato indispensabile in tempo di pandemia) o l'economia reale. Ma senza necessariamente evitare gli altri: semplicemente, aumentando la selettività a livello settoriale e di singolo titolo. Mantenendo magari un livello di guardia sui settori più danneggiati da eventuali restrizioni, come il settore dei viaggi e dell'hospitality.

Dal punto di vista geografico, invece, il mercato europeo potrebbe rivelare scenari importanti e meriterebbe un’attenzione diversa: ultimamente quello americano, poco volatile, è sceso molto meno, mentre gli emergenti hanno registrato prestazioni negative. Soprattutto la Cina, che è finora il mercato con la peggior performance dell'anno.

Discorso a parte merita la Germania. E non tanto – anzi, non solo - per il lockdown: guardando al tema della transizione energetica, lo stop accusato dalle turbine eoliche lo scorso ottobre ha provocato considerazioni molto importanti sui piani di conversione verso le energie rinnovabili. E un impatto immediato sui costi dell’energia “tradizionale” (evidente, per esempio, con il repentino aumento di volatilità sul prezzo del gas).

A proposito di energia, un discorso a parte va fatto sul petrolio. L’aumento di volatilità sui mercati è stato accompagnato da una diminuzione del prezzo del greggio intorno ai 70 dollari.

Questo potrebbe anche essere visto come un importo di equilibrio: valori più alti potrebbero favorire pericolosi scenari inflattivi.


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