Russia-Ucraina: è l'ora delle trattative

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il mondo ha gli occhi puntati sulle trattative dirette (le prime dal 2022) fra la delegazione russa e quella ucraina, che autorizza a sperare nell’interruzione di questa terribile strage. Nonostante le accuse incrociate, praticamente scontate, traspare da entrambi i contendenti la volontà di arrivare a una pace, anche se è ancora prematuro immaginarne i contorni e le condizioni.
E’ molto probabile che, oltre a questioni territoriali e militari, la Russia metta sul piatto della bilancia la revoca dei vari pacchetti di sanzioni, anche europee (l’ultimo, il 17esimo, è stato adottato ieri, e un altro è già stato annunciato). Oltre a Mosca, a beneficiare di uno stop all’embargo sarebbe l’Europa, la cui economia è stata danneggiata in modo grave dal quadro sanzionatorio.
Una volta finita la guerra occorrerà poi organizzare la ricostruzione dell’Ucraina, in cui l’Ue cercherà di ritagliarsi uno spazio – almeno quello lasciato libero dagli Stati Uniti, che con Kiev hanno già siglato l’accordo sulle terre rare.

Il prezzo del petrolio

Tra i temi sul tavolo, anche se non ufficialmente, sembra esserci anche il prezzo del petrolio, che divide Stati Uniti e Russia. Trump è ben felice che si mantenga basso: è una chiara strategia dell’amministrazione repubblicana per ingraziarsi i favori dei cittadini americani, lavorando per mantenere il pieno di benzina particolarmente economico. Putin, da parte sua, è molto svantaggiato dai prezzi soft del greggio, che vende a Cina e India a tariffe già molto scontate. Intendiamoci: se il petrolio scendesse ancora più in basso si rischierebbe di sfondare il già precario punto di equilibrio, causando recessione e cali delle Borse. Ma l’attuale valore di Brent e Wti potrebbe rivelarsi un’arma di pressione su Mosca. Più la guerra va avanti, più il suo peso si fa sentire anche sulla Russia: per questo motivo, è possibile un approccio meno rigido di Putin su un cessate il fuoco.

Borse in consolidamento

Le Borse, pur attente ai segnali di trattativa fra Mosca e Kiev, sono sembrate più condizionate in positivo dai tagli dei tassi in Cina e in negativo dall’incertezza sui dazi e dal downgrade del rating americano, declassato da Moody’s da AAA ad AA1. La decisione, causata in gran parte dall’enorme debito pubblico, pari a circa 36mila miliardi di dollari, priva Washington dell’ultima tripla A rimasta, allineando il rating Moody’s a quello di S&P e Fitch. Le prime reazioni negative dei mercati al downgrade sono state comunque annullate da un nuovo rimbalzo, che ha riportato gli indici sui trend precedenti. Le Borse europee, in generale, viaggiano intorno ai massimi, in una fase neutrale di consolidamento. Più lenti i listini americani, che però nel corso di questo mese hanno recuperato molto dai minimi e sembrano aver superato la fase di storno che aveva caratterizzato i primi mesi dell’anno. Per gli investitori è una fase di difficile interpretazione; oggi come oggi sembra però conveniente puntare sui titoli petroliferi, proprio in previsione di un ritocco verso l’alto del prezzo del greggio, e magari acquistare qualche spezzatura del settore automobilistico. Incertezza invece sull’oro, che grazie alle trattative russo-ucraine – e la conseguente minor richiesta di beni rifugio – potrebbe aver concluso la sua corsa.

Dazi, punto di rottura

Abbiamo più volte ricordato che le Borse hanno digerito i dazi in tempi sorprendentemente rapidi, ma l’economia non ha ancora smaltito il colpo se non da ko, almeno da knock down.
L’osservazione è particolarmente calzante per l‘Unione Europea, che si sta dimostrando elefantiaca nella ricerca di un negoziato con Washington. D’altra parte, ha affermato Federico Fubini sul Corriere della Sera, per l’Ue rispondere non è facile: se venisse scelta la via dei controdazi si amplificherebbe il rischio di un “avvitamento” e di una spinta inflattiva; in caso di mancata reazione, invece, ci si esporrebbe a ulteriori attacchi da parte di Trump. Mario Draghi, in un discorso tenuto a Coimbra, ha parlato di dazi come “punto di rottura”: è un azzardo, ha detto l’ex presidente Bce, “credere che i nostri scambi commerciali con gli Stati Uniti torneranno alla normalità”. Ma l’Europa, ha proseguito Draghi, deve provarci, e deve farlo con il massimo della forza, ragionando finalmente a una sola voce, e non con 27 risposte dissonanti. Se poi l’Ue vorrà davvero ridurre la sua dipendenza dalla crescita americana, ha aggiunto Draghi, “dovrà produrla da sé”. Nulla sarà più come prima, dunque? Riteniamo che la situazione sia difficile e problematica, in grado persino di ridefinire l’idea di Occidente. Tuttavia, con un po’ di buona volontà si può uscire dal tunnel. Elettori importanti di Trump, ma anche membri della sua amministrazione, hanno apertamente criticato la follia dei dazi; questo potrebbe indurre il presidente degli Stati Uniti (non estraneo a marce indietro e rivolgimenti dell’ultima ora) a tornare sui suoi passi. Anche perché il primo a essere danneggiato dalle tariffe è il consumatore americano. Che poi, una volta raggiunte le urne, diventa elettore e decide di conseguenza.

Difesa comune

A Coimbra, Draghi ha anche parlato del piano di difesa unica europea, caldeggiandone l’adozione. Definire un simile traguardo alla stregua di un’utopia, ha aggiunto, “equivale ad accettare la nostra irrilevanza militare”. Tutto vero. Ma è lecito chiedersi se davvero l’ombrello difensivo Usa sia del tutto compromesso. E se la possibilità di essere attaccati rappresenti un rischio reale oppure un’opinione. Legittima, magari autorevole, ma comunque un’opinione. Per questi motivi, riteniamo che un piano di debito comune – in sé un’ottima idea – dovrebbe essere sviluppato per urgenze reali e condivise, come favorire l’economia, agevolare le imprese, creare posti di lavoro, investire sulla sanità e sulla sicurezza delle nostre città.

Tu vuoi fa’ l’americano…

Un ottimo volano per l’economia italiana sarà sicuramente la disputa della 38esima America’s Cup “Louis Vuitton” a Napoli, tra la primavera e l’estate del 2027. Secondo i piani del governo, l’evento velistico renderà più veloce il risanamento dell’ex area siderurgica di Bagnoli e la sua trasformazione in un polo turistico, balneare e commerciale. Oltre, naturalmente, a una ricaduta di immagine positiva sull’Italia.
E’ ovviamente compito delle istituzioni nazionali e locali lavorare per quest’ultimo obiettivo, che è stato pienamente raggiunto nel corso del grande afflusso di pellegrini a Roma.

Le mosse di Unicredit

Lo sbarco dell’America’s Cup a Napoli potrebbe anche favorire un disgelo tra governo italiano e Unicredit, che è sponsor della manifestazione. Si vedrà. Intanto, il gruppo guidato da Andrea Orcel avrebbe chiesto alla Consob una sospensione di 30 giorni dell’offerta pubblica di scambio, per poter disporre di più tempo per esaminare gli spazi di intervento possibili dopo il golden power governativo. Proprio mentre Banco Bpm sta organizzando una campagna di difesa dall’ops.
Le cose non vanno meglio sul fronte tedesco: il governo di Berlino ha rilasciato dichiarazioni a difesa dell’indipendenza di Commerzbank, rendendo questa strada più ardua di una salita alpina.
Per Piazza Gae Aulenti i dubbi sono molti. Orcel è un manager molto preparato, e potrebbe decidere di cambiare strategia, senza scoprire le sue carte fino all’affondo finale.
Non è certo impossibile che Unicredit stia elaborando un “piano C”, virando sul mega-dossier Mediobanca-Generali, che è forse la partita più importante dell’attuale risiko bancario.

Foto di ev su Unsplash


Prosegue la rotazione settoriale: ora sorride il settore assicurativo

Mentre la Borsa di Milano chiude in attivo, ma sempre in un'ottica di trading range, a fare la fiammata è Unipol, con un balzo del 21%. Con la fusione interna, il gruppo bolognese accorcia la catena di comando e rinforza le difese per evitare eventuali scalate ostili, offrendo soddisfazione ai suoi investitori. Soffre Eni, che però ha ottime prospettive di rilancio

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Subito dopo il balzo dell'1,15%, che l'ha portata a 31.685 punti (sui livelli di giugno 2008), la Borsa ha chiuso la scorsa settimana su toni cauti, influenzata (come gli altri listini europei) anche dal rallentamento di Wall Street che ha indebolito tutti gli indici europei. Piazza Affari ha comunque riportato un +2,2% settimanale, il miglior dato in Europa. Tuttavia, stiamo parlando di movimenti che non discostano Milano da un trend all'insegna di trading range e rotazione settoriale. Che rende difficile identificare un settore su cui puntare.

Chi ride e chi no

Questa volta è stato il mondo assicurativo a sorridere, grazie al +21% di Unipol; il gruppo bolognese, con l'acquisizione interna di UnipolSai, accorcia la catena di comando e rinforza le difese per evitare eventuali scalate ostili. Ottenendo il plauso del mercato e soddisfazioni per i suoi investitori. Eni invece cala, a causa del -66% di utili 2023. Nessun allarme, però: in generale, i gruppi energetici e petroliferi, che oggi sembrano in difficoltà, potrebbero restituire ottimi dividendi la prossima primavera. E dare un po' di respiro agli investitori.

Inflazione americana

A influenzare (anche se non in maniera così drammatica) le Borse sono stati i dati di gennaio sull'inflazione americana, pubblicati dal Bureau of Labor Statistics: i risultati hanno evidenziato che l'indice dei prezzi al consumo su base annua è salito del 3,1%, contro il 2,9% previsto di mercati, mentre l'indice core, che esclude cibo ed energy, è cresciuto del 3,9%, contro le attese del 3,7%. In teoria, questi sono piccoli aggiustamenti, e i discostamenti dalle previsioni, quando si tratta di pochi decimi di punto, non influiscono più di tanto. Nonostante questo, i dati potrebbero dare alla Federal Reserve l'idea di rinviare il taglio dei tassi. Ciò significa che quasi sicuramente Jerome Powell attenderà alcuni mesi prima di iniziare la riduzione del costo del denaro. D'altra parte – lo si sapeva già - la discesa delle percentuali Fed è praticamente impossibile prima di giugno. Non solo: la Bce potrebbe anticipare la consorella americana nell'avvio di questa operazione.

I cinesi tagliano

Per ora è la Banca centrale cinese a tagliare i tassi: non succedeva dallo scorso agosto. Vedremo quanto la decisione macroeconomica di Pechino influirà sulle Borse mondiali. Sicuramente, le autorità monetarie cinesi stanno cercando di fermare, o almeno rallentare, la deriva economica con una mossa che cerca di dare sollievo a un mercato immobiliare in crisi. L'operazione da sola non basta per invertire la rotta, ma è probabilmente necessaria almeno per correre ai ripari. Tutto ciò mentre Pechino prosegue la sua politica di accaparramento di materie prime da un lato, e il suo wording aggressivo con Taiwan dall'altro. Entrambe le mosse (soprattutto la seconda) sono una dimostrazione di debolezza. Economica e politica.

Petrolio a zig zag

Il petrolio ha mostrato un andamento altalenante e, dopo un picco, ha subito un calo. Ma resta sempre a ridosso delle due fasce, quella di sicurezza (70-80 dollari al barile) e la successiva (80-90), anche con disallineamenti tra Brent e Wti. I metalli invece sono nel mezzo di un trading range molto stretto: il loro prezzo riflette una domanda scarsa dell'industria, dovuta alla crisi dei giganti europeo e cinese, con annessi pericoli di stagnazione. L'oro rimane appena oltre quota 2.000, ma oggi come oggi non sembra un investimento troppo conveniente. Per esserlo dovrebbe rendere più del 3,5% (tasso composto dalla performance attuale del Bund e l'1% annuo di mantenimento). Con il calo dell'inflazione, poi, sembra più conveniente mantenerne una quantità minima, ma come “assicurazione” contro eventuali episodi di volatilità causati da crisi geopolitiche.

Juventus in perdita

Sul fronte sportivo, si osserva che la Juventus ha annunciato un bilancio del primo semestre dell'esercizio 2023/24 in perdita di 95,1 milioni di euro, in peggioramento al rosso di 29,5 “consuntivata nel primo semestre dell’esercizio precedente”, afferma una nota del club bianconero. Una perdita che praticamente triplica i passivi precedenti e, prosegue il comunicato, dipende per 60 milioni circa “dagli effetti diretti correlati alla mancata partecipazione della prima squadra alle competizioni Uefa”. In pratica, la Juventus ha già giocato il suo jolly, l'aumento di capitale che, a quanto si vede, non è stato sufficiente per intaccare il rosso. La risposta a questi dati dovrebbe risiedere in un organico fair play finanziario: da un lato non c'è più posto per affari milionari come l'acquisto di Cristiano Ronaldo; dall'altro occorre gestire in maniera massiccia il mercato in uscita. Come ha fatto il Napoli che, fresco di scudetto (e di qualificazione Champions) ha ceduto Kim al Bayern. Risultato, gli azzurri sono la miglior squadra italiana per bilanci: secondo una proiezione riportata dalla Gazzetta dello Sport, con i suoi 123 milioni di euro, il Napoli sarebbe addirittura il club con il secondo miglior utile d'Europa, dopo il Manchester United. Certamente, quest'anno le prestazioni sportive dei partenopei lasciano a desiderare, ma ciò dipende da altri fattori, dato che la gestione del mercato in uscita non ha impedito alla squadra di rimanere quasi intatta.

Buyback

Un commento di Schroders ha evidenziato che il fenomeno dei buyback è in piena salute, e non solo negli Stati Uniti: soprattutto nel 2022, ma anche nel 2023, le aziende britanniche hanno riacquistato i loro titoli in modo ben maggiore rispetto al solito. Questo trend, prosegue Schroders, è in crescita in Europa, ma non soltanto: i buyback sono infatti aumentati tra le grandi imprese francesi e tedesche, ma anche giapponesi. E il divario tra Stati Uniti (storicamente molto più attivi nel riacquisto di azioni proprie) e resto del mondo si sta assottigliando. Questi fenomeni accadono quando i consigli di amministrazione vedono una decisa sottovalutazione dei titoli rispetto al minimo del mercato. Un esempio: se Eni vale sette volte gli utili, ogni investimento di 100 euro ne restituirà 13 a fine anno. In un mercato normale, questo 13% resta in tasca, anche in presenza di volatilità. Con un guadagno che rende valori multipli rispetto al Bund tedesco.

Nuovo scalo aereo

Sul fronte dei trasporti, sbarca a Milano un nuovo brand aereo: BeOnd, compagnia che offre ai suoi passeggeri solo viaggi in classe premium. La società, che da novembre offre già voli da Monaco, Zurigo e Riad a Malé (Maldive), opererà dunque sui cieli sopra la metropoli ambrosiana, ma anche da Bangkok e Dubai. La notizia dimostra che Milano è ancora in grado di destare attenzione e attirare i capitali: è pur sempre la capitale della moda e del lusso, e una delle città leader nell'arte, nella musica e nel design. In attesa, naturalmente, di capire quale sarà l'impatto dei prossimi Giochi Olimpici Invernali.

Ita-Lufthansa, corsa a ostacoli

Sempre parlando di traffico aereo, c'è però una notizia non positiva. L'Antitrust Ue ha infatti posto le sue condizioni per l'avvio operativo della nuova Ita targata Lufthansa. Condizioni che molti hanno definito draconiane: le proposte già avanzate dalla compagnia tedesca, che ha acquisito il 41% di quella italiana, con un piano che la vedrà crescere fino al 100%, sono state definite insufficienti, e integrate con nuovi obblighi. Tra questi, la cessione di slot e di rotte, anche nordamericane (in questo viene coinvolta anche United, perché partner di Lufthansa nel programma fedeltà e di codeshare Star Alliance), ma anche l'assistenza alle compagnie aeree che subentreranno. Con tanto di servizi di assistenza per i passeggeri a terra di questi vettori concorrenti, accesso alle lounge e codeshare (nonché accumulo di miglia) con voli Star Alliance. E' quest'ultimo obbligo – quello non solo di abbandonare gli slot, ma di aiutare compagnie aeree concorrenti – che non piace ai due vettori, tanto più che coinvolge anche società extra-europee, quindi più difficili da inglobare nell'accordo. Alla fine, è probabile che venga raggiunto un compromesso accettabile – si spera, con benefici per il consumatore: occorrerà evitare che, come è successo negli anni passati, le tariffe vadano a raddoppiare o triplicare, in nome magari di una malintesa idea di concorrenza.

Foto di Pascal Meier su Unsplash


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