Mercati inquieti per le parole dei banchieri
Lo scorso 3 febbraio, Christine Lagarde ha paventato l'aumento dei tassi da parte della Bce. La dichiarazione ha creato tensioni sui mercati finanziari e dilatato la forbice fra Btp e Bund
L'ultima settimana dei mercati europei ha avuto come protagonisti gli spread dei paesi del centro e sud Europa. In primo luogo quello italiano, che è arrivato a superare quota 160. A scatenare questa bagarre è stata Christine Lagarde, presidente della Bce, che dopo la riunione dello scorso 3 febbraio non ha escluso l'aumento dei tassi di interesse prima della fine dell'anno. Proprio il contrario di quanto la stessa leader dell'Eurotower aveva affermato non molto tempo fa, assicurando che prima del 2023 non ci sarebbe stato alcun incremento.
Nulla è valsa una rettifica poche ore dopo la conferenza stampa: il danno ormai era fatto. Soprattutto in Italia, dove si è verificata una vendita generalizzata su tutte le scadenze, con i titoli decennali che da inizio anno perdono quasi il 10% in conto capitale.
Comunicazione sbagliata.
E' la seconda volta in meno di due anni che Christine Lagarde si rende protagonista di un grave errore di comunicazione, con conseguenti reazioni dei mercati (la prima gaffe – la famosa frase "Non siamo qui per chiudere gli spread, ci sono altri strumenti e altri player per gestire quei problemi – era stata pronunciata a inizio pandemia): è un nodo che la presidente Bce dovrà urgentemente affrontare. Perché a volte il problema non risiede tanto (o non solo) in ciò che si dice, ma in come lo si dice. Se Lagarde avesse posto l'accento sull'irreversibilità dell'euro e sull'impegno di Francoforte a non tollerare l'allargamento degli spread tra vari paesi, soprattutto in tempi di ripresa fragile, i mercati avrebbero digerito anche un possibile ritocco ai tassi: non è uno 0,50% a mandare in crisi un sistema. Ma – ça va sans dire – non ha detto nulla di tutto ciò, creando i grandi problemi che sono sotto gli occhi di tutti: oltre agli ampi movimenti sugli spread, anche un consistente aumento della volatilità sull’azionario (i principali indici europei perdono fino al 3% da inizio mese). Ora, una volta innescate le tensioni, il rischio è che molti hedge fund riprendano a scommettere su allargamenti degli spread tentando, come già nel 2011 di far saltare l’euro. E’ un rischio ancora lontano, che però deve essere arginato per tempo.
Decisione difficile
Detto questo, nessuno invidia, in questo momento, coloro, che proprio sui tassi dovranno prendere una decisione molto difficile. La situazione è complessa e ogni soluzione sembra foriera di conseguenze negative: se si opta per un innalzamento, si rischia di compromettere la ripresa, in un periodo in cui i debiti pubblici sono molto alti; se si sceglie invece di mantenerli stabili, la probabilità che l’inflazione perda il suo carattere “temporaneo” non è trascurabile. Per questo, in un periodo così complesso, azzardare previsioni è difficile. Occorre quindi navigare a vista tenendo i nervi saldi. Anche perché, se la Bce alzerà i tassi, lo farà non prima di sette-otto mesi, periodo che per i mercati è lunghissimo: la liquidità in Banca centrale è ancora all'insegna dei tassi negativi (-0,5%), e i bond tedeschi e olandesi sono tornati positivi solo ora, a molti anni dall'ultima volta.
Facebook in picchiata
Intanto, i mercati mondiali hanno assistito all'inaspettato tonfo di Facebook, che ha perso 232 miliardi di dollari di capitalizzazione nella prima seduta di borsa successiva alla pubblicazione dell’ultima trimestrale.
La parabola del social network di Mark Zuckerberg, tuttavia, non deve stupire, né preoccupare, più di tanto: è infatti parte dei normali pattern delle bigtech. Queste aziende, una volta consolidata la posizione nel mercato di riferimento, vedono precipitare la propria capitalizzazione; nel momento in cui vengono pubblicati risultati sotto le attese, il mercato fa un derating e si comporta di conseguenza. In questo caso, gli impatti negativi sul Nasdaq sono stati almeno in parte compensati da un forte recupero di Amazon.
Comunque, il consiglio è sempre quello: investire su un orizzonte temporale lungo. Quando aumenta la volatilità, la paura degli investitori ha come conseguenza movimenti abbastanza estremi. Ma chi non si fa prendere dal panico, chi decide di investire a lungo termine, è solitamente premiato: siamo convinti che il 2022 si chiuderà quasi sicuramente con valori piu alti di oggi. Non ci sono motivi strutturali per cui il mercato possa crollare, a meno che i rivolgimenti geopolitici siano talmente forti da sconvolgere l'economia mondiale o che il rialzo delle materie prime prosegua ancora.
Europa disunita, Cina felice.
Due problemi, questi, che sono legati a doppio filo. Un filo che porta, inevitabilmente, al confine tra Russia e Ucraina. Per ora, la tregua olimpica sembra tenere: un chiarimento lo avremo, probabilmente, dopo la cerimonia di chiusura, quando la bandiera a cinque cerchi lascerà Pechino in direzione di Milano. Intanto, il pur breve periodo di distensione fa sicuramente bene ai mercati, perché stempera le tensioni e i venti di guerra. Come bene fanno le iniziative diplomatiche, il viaggio di Macron a Mosca e i suoi sforzi per la de-escalation. Tuttavia, come spesso succede, i paesi Ue si muovono in maniera disunita e scoordinata: il presidente francese vola da Putin, il cancelliere tedesco Scholz incontra Biden, promettendo di bloccare Nordstream in caso di guerra russo-ucraina, e Mario Draghi telefona al leader russo, ottenendo una rassicurazione sulle forniture di gas. Tutto questo proprio mentre, alla vigilia dei Giochi Olimpici, il vertice Putin-Xi Jinping ha prodotto un accordo trentennale, che impegna la Russia a posare un nuovo gasdotto in Cina. Anche questo è un risultato della politica miope americana: mentre le nostre bollette impazziscono, la strategia Usa, che sembra rimasta agli accordi di Yalta del 1945, sta spingendo Mosca tra le braccia di Pechino.
E proprio nel momento in cui diventa chiaro che la transizione energetica non sarà una passeggiata, anzi è un folle salto nel buio: è di pochi giorni fa la presa di posizione dell'associazione che riunisce le Pmi tedesche, per la prima volta schierata contro il piano di Berlino che, entro il 2030, punta ad avere una produzione di energia proveniente per l'80% da fonti rinnovabili e da gas, con quasi totale esclusione di carboni fossili e nucleare. I costi da sostenere per le Pmi rischiano di essere insostenibili e di metterle fuori mercato.
Milano, quattro anni da sfruttare
Tornando alla Cina, abbiamo visto come i Giochi Olimpici siano stati un'opportunità per intessere legami profondi, sia politici, sia commerciali, con la Russia. Mentre gli impatti della kermesse a cinque cerchi sull'economia nazionale saranno molto limitati. E' comunque vero che ogni grande evento sportivo influenza il pil. Infatti, le olimpiadi portano in genere anche allla realizzazione di infrastrutture che, se fatte con una visione sul futuro del Paese, avranno un impatto positivo sugli anni a venire. Vedremo nei prossimi anni se l’Italia saprà cogliere l’occasione delle prossime Olimpiadi che si terranno a Milano: l'appuntamenti del 2026 ha la potenzialità per favorire un ulteriore interesse di turismo e business, in una città che è già considerata una delle più interessanti a livello europeo. La metropoli ambrosiana potrebbe, insomma, fare da traino a un'intera economia, come peraltro fa già oggi. Oltre a questo, la presenza di Cortina come città co-organizzatrice e la cerimonia di chiusura programmata all'Arena di Verona coinvolgeranno sicuramente Venezia nel piano turistico. Se organizzati bene, insomma, i Giochi Olimpici di Milano-Cortina potrebbero creare un circolo virtuoso per la nostra economia. L'unica grande incognita è, come al solito, l’incapacità di progettare le cose per tempo e quindi di arrivare agli appuntamento col fiato corto con cantieri e progetti che vengono definiti e terminati all’ultimo. Ma a tutto questo siamo abituati e confidiamo quindi che anche questa volta ci riusciremo. E, alla fine, saremo capaci di stupire il mondo.
