La guerra manda a picco i titoli bancari europei

Le azioni del settore creditizio accusano perdite intorno al 35% dai massimi. Pesano le esposizioni in Russia e Ucraina, ma anche il rischio-stagflazione e il probabile stop all'aumento dei tassi. Intanto, il caro-gas ferma le acciaierie.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Mentre la guerra russo-ucraina cresce drammaticamente di intensità, l'economia reale inizia a risentirne in modo pesante. Le materie prime, già sotto pressione da inizio anno, schizzano a livelli record, bloccando l'operatività di fonderie, acciaierie e cartiere: con questi prezzi, le aziende iniziano a considerare anti-economica la produzione, a meno di aumentare sensibilmente i prezzi e di scatenare un effetto domino sulla filiera produttiva e, in ultimo, sui consumatori.
A breve potrebbero fermarsi anche gli autotrasportatori, impossibilitati a reggere aumenti così forti della benzina, e le aziende del settore food, in particolare quelle legate al pane e alla pasta, che dipendono in modo massiccio dal grano ucraino: se il conflitto dovesse proseguire, potrebbero chiudere molte imprese del comparto. Dai grandi gruppi ai panettieri sotto casa.

Fate presto!

Per questo motivo è più che mai attuale un titolo di giornale entrato nella storia: “Fate presto!”. In altri termini, è urgente trovare una soluzione-tappo al caro-materie prime.
Ad avanzare una proposta sensata è stato il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, che ha suggerito l'introduzione rapida di un cap al prezzo del gas unificato a livello europeo, con l'Ue chiamata a sobbarcarsi l'onere del differenziale rispetto al prezzo di mercato.
Non è facile prevedere se la cosa sarà accettata a livello comunitario. Ma, sempre che la proposta diventi ufficiale, ci sono buone probabilità di riuscita: la Germania – la cui dipendenza del gas dalla Russia è simile a quella italiana – potrebbe supportarla, rivelandosi una preziosa alleata.

Svalutazione del rublo: chi ci guadagna?

Intanto, però, sembra che le istituzioni europee non percepiscano l'urgenza: per parafrasare Tito Livio, mentre a Bruxelles si discute, Sagunto (l'economia europea) rischia grosso.
Nel mondo occidentale, lo abbiamo sostenuto tante volte, sarà proprio il nostro continente a pagare di più. Soprattutto se la Russia, per ritorsione contro le sanzioni, diminuisse la quantità di gas da vendere a Italia, Germania e Francia.
Se una mossa del genere non sembra immediata, la lista degli “stati ostili” compilata da Vladimir Putin è già una realtà: ai russi sarà permesso pagare i loro debiti nei confronti di questi paesi in rubli, invece che in euro o in dollari. A perderci saranno i creditori europei, dato che la valuta russa si è svalutata del 50%.
In tutta questa situazione di caos, in Europa si è aperta la svendita di azioni e obbligazioni di Mosca. A chi? Alla banca centrale russa, che le sta comprando a un quinto del valore di società che torneranno a monetizzare. E, in tre o quattro anni, riprenderanno in toto il valore iniziale.

Il peso delle sanzioni

Tutto questo rende le sanzioni sbagliate? O sono comunque una scelta corretta? Difficile rispondere. Sicuramente, girare la testa dall'altra parte – come è stato fatto in altre occasioni in passato - non sarebbe stata una scelta etica, né rispettosa.
Tuttavia, non è per niente detto che le sanzioni siano una risposta efficace. Nella storia, questo mezzo di pressione non ha mai fatto cadere nessun governo, che fosse autocratico o democratico. In altri termini, le sanzioni non hanno provocato un cambio di regime in Serbia, né in Iraq, Iran, Venezuela, Corea del Nord. E non lo faranno in Russia, che intensificherà il suo commercio con Cina e India, candidati a diventare i partner economici privilegiati di Mosca.
L'Europa, facile prevederlo, resterà con il cerino in mano, mentre gli Stati Uniti – abituati a gestire crisi e conflitti lontani da casa – avranno impatti più limitati. Anche per i minori rapporti economici con Mosca. Un dato su tutti: gli Usa hanno un pil che è dieci volte quelli italiano, ma rapporti commerciali con la Russia inferiori a quelli che ha il nostro paese. Facile, quindi, capire chi perderà, comunque finisca la guerra.
Gli Stati Uniti hanno caldamente persuaso gli stati europei ad approvare sanzioni senza condividerne i costi. Sarebbe stato più corretto che Washington avesse proposto di sopportare il peso economico di questa scelta, aiutando i paesi europei a minimizzarne le conseguenze.

Banche a picco

Intanto i mercati reagiscono con una dose extra di irrazionalità: la paura e la componente emozionale hanno provocato un'ondata di sell off. La volatilità sembra scesa in campo per restarci, creando circoli viziosi: se il mercato perde il 20%, il pessimismo provoca peggioramenti, che potrebbero essere ulteriormente acuiti se la situazione ucraina e la crisi economica europea si aggravassero ancora di più.
Particolarmente colpito dalla svendita massiccia di titoli è stato il mondo bancario, che in pochi giorni ha perso dal 25% al 45%. La picchiata avviene per tre ragioni fondamentali. In primo luogo, l'esposizione del settore ai due paesi attualmente in guerra, che ha portato ribassi soprattutto alle banche molto presenti in Russia e Ucraina (in primo luogo Unicredit, che ha perso il 45% della sua quotazione nell’ultimo mese).
Poi lo scenario macroeconomico che il conflitto ha radicalmente cambiato: dalla previsione di crescita al 4% siamo passati alla possibile recessione, o addirittura stagflazione, che significa anche sofferenze in bilancio.
Infine, la consapevolezza che la guerra rallenterà il ciclo di rialzo dei tassi.
È probabile che il crollo dei “bancari” sia vicino al picco: per questo motivo, oggi investire in questi titoli potrebbe rappresentare un'opportunità. A meno che si pensi che la guerra possa durare più di un mese, e trasformare Kiev in una nuova Stalingrado, o l'Ucraina in un Vietnam – scenario che non è da ritenersi troppo probabile.

Il calo dell'euro

Intanto i mercati reagiscono con una dose extra di irrazionalità: la paura e la componente emozionale hanno provocato un'ondata di sell off. La volatilità sembra scesa in campo per restarci, creando circoli viziosi: se il mercato perde il 20%, il pessimismo provoca peggioramenti, che potrebbero essere ulteriormente acuiti se la situazione ucraina e la crisi economica europea si aggravassero ancora di più.
Particolarmente colpito dalla svendita massiccia di titoli è stato il mondo bancario, che in pochi giorni ha perso dal 25% al 45%. La picchiata avviene per tre ragioni fondamentali. In primo luogo, l'esposizione del settore ai due paesi attualmente in guerra, che ha portato ribassi soprattutto alle banche molto presenti in Russia e Ucraina (in primo luogo Unicredit, che ha perso il 45% della sua quotazione nell’ultimo mese).
Poi lo scenario macroeconomico che il conflitto ha radicalmente cambiato: dalla previsione di crescita al 4% siamo passati alla possibile recessione, o addirittura stagflazione, che significa anche sofferenze in bilancio.
Infine, la consapevolezza che la guerra rallenterà il ciclo di rialzo dei tassi.
È probabile che il crollo dei “bancari” sia vicino al picco: per questo motivo, oggi investire in questi titoli potrebbe rappresentare un'opportunità. A meno che si pensi che la guerra possa durare più di un mese, e trasformare Kiev in una nuova Stalingrado, o l'Ucraina in un Vietnam – scenario che non è da ritenersi troppo probabile.

Esg in piena crisi

Se l'euro, a medio termine, potrebbe riprendere i suoi valori pre-crisi, la guerra mieterà sicuramente molte vittime nel mondo finanziario. Tra queste, potrebbe esserci la tassonomia Esg, che rischia letteralmente di snaturarsi. A causa del calo generale dei mercati e del contemporaneo rialzo dell'industria degli armamenti, i fondi etici hanno chiesto deroghe per titoli legati a petrolio e persino armi. Se questo avvenisse, si verificherebbe un colpo epocale da cui questo settore difficilmente potrebbe riprendersi del tutto, proprio perché, investendo in titoli “proibiti”, perderebbe le sue caratteristiche fondanti.

 


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