Borse, lo storno può attendere

Piazza Affari ha chiuso la scorsa settimana superando gli altri listini europei, ma i mercati, in generale, sono in ottima salute. E' prevedibile che, prima o poi, giunga una pausa, anche se molto probabilmente la flessione si rivelerà moderata. Nonostante i persistenti problemi geopolitici

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La Borsa di Milano ha chiuso ancora un venerdì in positivo, dimostrandosi più brillante rispetto agli altri, incerti listini europei (e a Wall Street). La spinta in alto è stata trainata dai finanziari, che hanno proseguito nelle ottime performance e che, a tratti, stanno premiando gli investitori da vari mesi a questa parte. Piazza Affari ha poi aperto questa settimana in leggera flessione, scontando anche l'attesa per la riunione Bce di giovedì prossimo e gli altri interventi attesi sui tassi. Che, ci si può scommettere, non saranno improntati a un rapido taglio del costo del denaro.

Cattive notizie? Meglio ignorarle

In ogni caso, quasi tutte le Borse hanno raggiunto i massimi storici, o almeno quelli di medio periodo. Mentre il mercato continua a procedere in maniera regolare, senza troppi strappi. Una situazione positiva: è senz'altro più tranquillizzante vedere listini che salgono poco a poco, gradualmente e con performance costanti. E' prevedibile che, prima o poi, giunga il momento di una pausa, anche se ovviamente non possiamo sapere quando sarà il turno del calo fisiologico. Fino ad allora – a costo di sembrare monotoni, noiosi e ripetitivi – consigliamo a chi ha acquistato titoli bancari e altre buone posizioni di tenerle, e, a chi vuole aumentare il suo coinvolgimento, di aspettare il primo storno. Che quasi sicuramente arriverà, anche se non sarà forte, non essendoci i presupposti. Ultimamente, i mercati cercano infatti di ignorare le cattive notizie, soprattutto quelle di tipo geopolitico. La guerra russo-ucraina prosegue, anche se Kiev è in difficoltà, dichiarazioni belliciste vengono lanciate dai leader mondiali e la situazione in Medio Oriente – sia a Gaza, sia nel sud del Libano, sia nel Mar Rosso – è ancora molto critica; tuttavia, le Borse si dimostrano resistenti e “resilienti”, come si usa dire ultimamente.

Gas, nuove insidie da est

In questa situazione ha raggiunto stabilità il rapporto euro-dollaro, che veleggia sulla quotazione di 1,08: la volatilità sui mercati è contenuta e questo valore non dovrebbe muoversi troppo. La fascia tra 1,07 e 1,12 (quotazione su cui probabilmente il rapporto euro-dollaro si attesterà a fine anno) rappresenta attualmente il valore di equilibrio, conveniente per tutti. Un po' come, per il petrolio, il range fra i 75 e gli 85 dollari al barile, con il Brent che al momento veleggia poco sopra gli 80 e il Wti sotto questa soglia. Qualche problema potrebbe invece arrivare dal gas. A fine anno, infatti, scadrà l'accordo tra Russia e Ucraina sul transito del metano di Mosca verso l'Europa. Un'intesa che Kiev ha già annunciato di non voler rinnovare. Se così fosse, tornerebbero i problemi sul fronte delle forniture: anche se il gas made in Russia è ormai sceso dal 50% circa al 15%, un eventuale stop al transito (capace di incidere per il 5%) creerebbe comunque parecchi problemi all'Europa. Non per niente, un documento della Commissione ha ammesso che l'Ue dovrà prepararsi anche allo scenario peggiore, tenendo strettamente sotto controllo la situazione per assicurare il riscaldamento nell'inverno 2024-25. Sicuramente, l'Europa avrebbe i mezzi per premere sull'Ucraina, cercando di caldeggiare un rinnovo dell'accordo in grado di evitare ulteriori problemi ai propri cittadini. Un terreno certamente accidentato, dato che a prima vista appare paradossale che due Paesi in guerra possano trattare per un'intesa di questo tipo. Ma in politica tutto è possibile.

La privatizzazione di Poste Italiane

Ha conquistato le prime pagine dei giornali il nuovo round di privatizzazione di Poste Italiane, che si rivolge soprattutto a investitori al dettaglio, ma anche gli istituzionali. Previste anche incentivazioni per chi deciderà di puntare sul “gigante giallo”. Lo Stato, ha precisato una nota del governo, manterrà almeno il 35% del capitale (attualmente il 29,26% è nelle mani del ministero dell’Economia e delle Finanze, mentre il 35% è del gruppo a controllo pubblico Cassa Depositi e Prestiti). Lo Stato, con questa vendita, si aspetta di ricevere 20 miliardi di euro in tre anni, per diminuire il debito. Il che sembra un'impresa impossibile, almeno con l'attuale disavanzo italiano. Con la privatizzazione si può certo soddisfare un'esigenza di cassa momentanea, dovuta ai vincoli del patto di stabilità per il 2025, ma non risolvere il problema del debito pubblico. Inoltre, ai prezzi con cui le Poste saranno vendute non si vede un grande vantaggio economico per lo Stato; con le attuali valutazioni, il titolo vale dieci volte l'utile, e questa operazione sembra molto rinunciataria. Meglio sarebbe lavorare in ambito comunitario per far cessare la repressione finanziaria che ha caratterizzato l'Eurozona negli ultimi 15 anni, portando il nostro continente a una forte perdita di competitività. Ci sono due approcci riguardo il debito: il primo è quello tedesco, che lo scoraggia fortemente, considerandolo un disonore; il secondo è quello americano, che lo utilizza per stimolare la crescita. Il secondo, se scelto con giudizio, è il modello migliore. Se un Paese si vuole sviluppare, deve produrre un disavanzo, senza il quale non può creare le infrastrutture necessarie.

Debito subnazionale

A proposito, è interessante uno studio di S&P Global Ratings, secondo cui il debito subnazionale nei mercati emergenti, trainato dalla Cina, arriverà nel corso di quest'anno a quasi 1.400 miliardi di dollari, contro il picco di 1.500 nel 2023. L'indebitamento netto delle amministrazioni locali cinesi, afferma la ricerca, è forse arrivato al punto massimo; tuttavia le pressioni macroeconomiche e quelle delle maggiori aziende statali lo manterranno alto. Nel 2024, prosegue lo studio, i mercati emergenti rappresenteranno il 50% circa dello stock totale di debito subnazionale, e il 94% di questo sarà proveniente da Cina e India. Secondo S&P Global Ratings, questo continuerà a far salire il volume dei prestiti globali.

Foto di MARK ADRIANE su Unsplash


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