Bancari, l'investimento dell'anno
I tassi alti favoriscono ancora il settore del credito, che dovrebbe dare ancora soddisfazione ai mercati per tutto il 2024. Cioè fino a quando i tassi di interesse rimarranno sufficientemente alti, favorendo il raggiungimento di forti utili. Nel 2025, però, la stretta monetaria sarà gradualmente allentata, rendendo più difficile la progressione di questi titoli
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Tornano a brillare i titoli bancari, che evidentemente hanno ancora un potenziale inespresso. In un periodo che combina una rotazione settoriale a una buona intonazione dei mercati, le aziende di credito rimangono un settore che si dimostra in grado di premiare gli investitori e di superare anche periodi di stanca (pur temporanea) come lo scorso mese. Il mondo bancario rimane molto interessante per gli ottimi utili che gli istituti di credito hanno raggiunto e probabilmente macineranno nel corso del 2024, sulla spinta dei tassi di interesse alti. E che permetteranno la corresponsione di ottimi dividendi, attualmente compresi tra il 6% e il 10% in Italia e in Europa. I primi cali del costo del denaro, probabilmente, avranno uno scarso effetto sui titoli del comparto; nel 2025 poi, con un allentamento costante e incisivo della stretta monetaria, la stagione dei maxi-utili potrebbe finire, archiviando la lunga luna di miele tra investitori e banche.
BancoBpm, scambi quasi raddoppiati
Particolarmente vivace, in questo ultimo mese, il titolo di BancoBpm, protagonista di una crescita esponenziale dei volumi di scambio, che ha attirato anche l'attenzione della Consob: secondo Il Sole 24 Ore, l'aumento (da una media di 17 milioni si è passati a 30, con punte di 50 in un giorno) si è verificato dopo la cessione, da parte di Fondazione Crt, dell'1,8% delle azioni. Ci si chiede se questo trend sia in grado di favorire o disincentivare un'eventuale acquisizione dell'istituto lombardo-veneto da parte di Unicredit o di un altro grande gruppo; vedremo nei prossimi mesi se BancoBpm cercherà di effettuare una manovra difensiva, magari attraverso l'acquisizione di “pesci più piccoli”, con l'obiettivo di rendere più difficile un'eventuale scalata.
Italia penultima per emissioni azionarie
Il settore bancario ha contribuito a fare della Borsa di Milano il miglior listino europeo del 2023. Ma c'è anche l'altro lato della medaglia. Secondo l'Osservatorio sul mercato dei capitali di Equita, l'Italia è il penultimo Paese europeo per emissioni azionarie. Per quale motivo? Probabilmente, influisce molto la natura delle aziende che operano nel nostro ecosistema, che sono in gran parte Pmi. Alcune di esse hanno una capitalizzazione talmente modesta da rivelarsi invendibili. E poi quotarsi costa, soprattutto se le dimensioni dell'azienda sono minuscole. E può non convenire anche per industrie più grandi, soprattutto familiari. Se un'impresa che potrebbe capitalizzare oltre un miliardo ma ha un business stabile e collaudato e magari ha già risolto la questione della successione, perché dovrebbe quotarsi per forza, dividendo i proventi con il mercato? Insomma, molte aziende non entrano nei listini per i costi o per motivi strategici: la Borsa non è sempre considerata elemento per poter crescere. Anzi: chi è già sbarcato sui mercati, ma ritiene che l'operazione non abbia portato valore aggiunto, considera l'opportunità di fare un passo indietro. Non per niente, uno dei problemi che affligge Piazza Affari è il ciclo di delisting che ultimamente ha contraddistinto la Borsa di Milano.
Il caro-mutui danneggia l'immobiliare
Intanto, l'imminente calo dei tassi viene recepito dal mercato dei mutui variabili, che per la prima volta dopo un lungo periodo iniziano ad arretrare sul fronte dei costi. Ma non c'è tanto da festeggiare: in tre anni, secondo un'inchiesta della Fabi, gli interessi sui mutui sono addirittura triplicati. Risultato? Diminuisce il numero dei richiedenti prestito, e ciò influisce sul numero delle compravendite immobiliari, che calano sensibilmente. Rischiando di mandare in tilt l'intero settore del real estate. Le banche non sono esenti da responsabilità. Perché, in tempi non sospetti, avrebbero dovuto spingere le formule a tasso fisso, invece che invogliare i clienti a scegliere il variabile cercando un effimero risparmio di decimali (per esempio, da un 1% a un possibile 0,70%), con i rischi connessi. Una scelta che si sarebbe dimostrata etica, ma anche lungimirante, dato che il calo delle compravendite immobiliari, alla lunga, presenta pericoli non indifferenti anche per il settore bancario.
Btp Valore, il solito successo
E' partito il collocamento del Btp Valore, che offrirà un rendimento minimo garantito del 3,25% per i primi due anni, del 4% dal terzo anno in poi e un premio fedeltà per chi terrà i bond fino alla scadenza del sesto, mentre le cedole corrisposte saranno trimestrali. I primi giorni del collocamento mostrano il successo dell'operazione, come ampiamente previsto. Anche perché la pubblicità apparsa in televisione ha puntato solo e unicamente sulla rendita offerta da questo strumento, oltre che sulla sua natura garantita. Una facile presa per i risparmiatori, intenzionati ad approfittare delle ultime performance interessanti prima che i tassi inizino a calare, portandosi dietro i rendimenti dei buoni governativi.
Draghi: “per la transizione servono 500 miliardi l'anno”
Ha fatto scalpore l'intervento di Mario Draghi alla riunione informale Ecofin svoltasi tra il 22 e il 24 febbraio a Gent (Belgio), con la presenza dei ministri delle Finanze degli Stati membri Ue. L'ex presidente Bce ha affermato che l'Europa, per poter realizzare la transizione ecologica e quella digitale, dovrà investire 500 miliardi di euro l'anno. L'importo-monstre, ha proseguito Draghi, avrà anche il compito di colmare il distacco dagli Usa. Se non che, tutti questi soldi l'Europa non li ha – e tanto meno gli Stati membri. Anche per questo, Draghi ha suggerito l'intervento dei privati, realizzando per esempio un fondo Bei che serva proprio a finanziare le due transizioni. Ammesso che l'approccio radicale al green venga mantenuto. Perché si osserva un inizio di scetticismo dei grandi fondi americani nei confronti dell'esposizione “verde” e, in generale, per quella Esg. Gli strumenti di investimento seguono la vecchia strategia follow the money: forse, in un prossimo futuro si potrebbe delineare una tendenza meno spinta nei confronti della transizione ecologica a marce forzate.
Mercedes, frenata sull'elettrico
La retromarcia sul green potrebbe coinvolgere massicciamente l'automotive, soprattutto in Europa. Emblematico è il caso di Mercedes, che ha messo un freno al coinvolgimento nella produzione di auto elettriche. Praticamente, la casa tedesca ha affermato che continuerà a produrre vetture tradizionali, mentre il target che avrebbe dovuto portare le e-cars a rappresentare il 50% delle vetture prodotte slitterà dal 2025 al 2030. Per ora, ci permettiamo di aggiungere. Le ragioni sono chiare. Prima di tutto, le auto elettriche proprio non piacciono: il loro prezzo è troppo elevato, non ci sono infrastrutture sufficienti per la ricarica e, oltretutto, il processo di rifornimento è lunghissimo e inadatto al normale utilizzo di un mezzo privato di trasporto. Ammesso che ci si possa rifornire, ovviamente. Perché non più tardi di qualche fa, in Scandinavia e negli Stati Uniti molte e-cars si sono bloccate a causa del gelo, rivelando tutti i loro limiti. Proprio per questo, l'Ue dovrà fare i conti con l'approccio dirigista che la contraddistingue, imboccando la via della flessibilità e rendendosi disponibile a cambiare strategia ogni qual volta compaia un dubbio, una criticità o un'innovazione in grado di superare la precedente posizione. Fra dieci anni, l'auto a idrogeno potrebbe rappresentare un'alternativa praticabile e sicuramente meno inquinante rispetto alle macchine elettriche, inefficienti e difficili da smaltire alla fine del loro ciclo. Sarebbe quindi saggio, per l'Unione Europea, abbandonare la sua atavica rigidità e mostrarsi in grado, con un bagno di umiltà, di cambiare in corsa i propri obiettivi.
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Borse, si chiude un novembre molto positivo
I mercati hanno archiviato brillantemente il mese, premiando chi ha saputo cogliere le opportunità. Ora ci attende un anno all'insegna dei primi ribassi del costo del denaro, con ricadute su azioni e obbligazioni. Il fallimento Signa e i possibili impatti su banche, economia reale e listini
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse hanno chiuso novembre con risultati brillanti. I dati sull'inflazione e il rientro degli eccessi registrati sul mercato obbligazionario hanno favorito anche l'azionario, con un mercato italiano tornato su valori che non si vedevano dal lontano 1999. Chi ha scelto la strategia di mantenimento ha fatto la scelta corretta. Per tutti coloro che si sono dimostrati in grado di cogliere le opportunità, il 2023 si chiuderà infatti molto bene.
Il fallimento Signa
Detto questo, mentre l'inflazione è ormai sotto il 3%, l'economia sconta le conseguenze della stretta monetaria ed evidenzia varie difficoltà. Tra i settori più colpiti, il real estate, dove si iniziano a vedere gli effetti del rialzo dei tassi di interesse. Che ha un triplice effetto: rallenta le compravendite immobiliari, innesca un calo dei prezzi a causa dell'incremento dei mutui e del conseguente decremento della domanda e mette in grossa difficoltà i colossi immobiliari che hanno acquistato terreni a prezzi molto alti e ora devono fare i conti con quotazioni più basse e l'invenduto. Una vittima eccellente del rallentamento dell'edilizia, causato dalla stretta monetaria, è Signa, il gruppo immobiliare austro-tedesco del vulcanico René Benko, che ha presentato istanza di fallimento presso il tribunale di Vienna. Il crack preoccupa le banche, esposte complessivamente per circa 2,2 miliardi di euro (nel gruppo c'è anche Unicredit). La situazione ha destato molti timori di effetto domino e reazioni a catena, con impatti sul settore creditizio, ma non solo. Al momento, però, il sistema bancario ha tutte le potenzialità per digerire senza grandi difficoltà questo pur grave imprevisto. E' chiaro, però, che se al fallimento Signa si aggiungessero nuove insolvenze, per le aziende di credito il problema inizierebbe ad aggravarsi in maniera molto pericolosa.
La posizione delle banche centrali
A influenzare la situazione dell'economia in generale e del real estate in particolare saranno sicuramente i banchieri centrali e le loro strategie monetarie per il 2024. Sembra scontato che il prossimo anno i tassi scenderanno sia in Europa, sia negli Stati Uniti, con i relativi impatti sull'economia, sulle Borse e sul mercato obbligazionario. E' altrettanto sicuro che non si parlerà più di nuovi rialzi, nonostante la dichiarazione di Jerome Powell, che ha tenuto aperta la possibilità di far crescere ancora il costo del denaro. L'esternazione del presidente Fed è infatti poco più che accademica: l'economia americana non potrebbe sopportare una manovra simile e neppure l'elettorato, che il prossimo anno sarà chiamato a eleggere il nuovo presidente degli Stati Uniti. Più pragmatica è stata la tedesca Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo Bce: l'economista, pur certa che ci sarà “un aumento dell'inflazione”, ha bollato come “piuttosto improbabile un nuovo rialzo dei tassi” in Eurolandia. E' quasi certo che la Bce anticiperà la Fed nello “scollinamento” e nella discesa del costo del denaro: sembra preannunciarlo lo stop al riposizionamento in basso del dollaro, che dal valore di 1.10 è tornato intorno a 1.08 sull'euro. Le due monete sono, in questo momento, in una fascia di oscillazione 1.05-1.15, una sorta di trading range che al momento fa comodo a tutti.
Petrolio e gas
Per petrolio e gas sembra arrivato un periodo di relativa stabilità. Il greggio è in fase di stagnazione e non si muove dalla forbice 75-85 dollari al barile, in un prezzo di equilibrio che, come non abbiamo mancato di dire in precedenza, è positivo per tutti gli attori in gioco. Il gas staziona invece intorno alla quota di 40 euro al megawattora, fermando e lentamente assorbendo il rimbalzo di alcune settimane fa. Unico rischio è l'arrivo dell'inverno, che quest'anno sembra tornato su livelli climatici tradizionali.
Record oro, balzo bitcoin
A sfuggire alla stagnazione sono invece l'oro e i bitcoin: il primo ha stabilito un nuovo record, superando quota 2.100 dollari l'oncia; il secondo è invece tornato a 41.000 dollari. La performance dei due asset risponde ai primi segnali di ammorbidimento monetario: evidentemente, neppure gli investitori credono troppo al freno di Powell sul calo del costo del denaro. Il re dei metalli e le monete virtuali sono visti oggi come protezione dal prossimo ribasso dei tassi di interesse: gli strumenti che non danno un rendimento sicuro possono avere una logica di apprezzamento. Per quanto riguarda l'oro, a questa interpretazione se ne aggiunge un'altra: qualche Paese potrebbe aver iniziato ad accumulare riserve per proteggersi da eventuali sanzioni. Non sembra estranea all'apprezzamento dell'oro anche la situazione geopolitica: la guerra in Medio Oriente, che si è aggiunta al conflitto russo-ucraino e alle crisi in Africa, ha contribuito a restituire al metallo giallo il tradizionale (e, per certi aspetti, superato) ruolo di “bene rifugio”.
La morte di Charles Munger
Lo scorso 28 novembre è scomparso, a quasi 100 anni, Charlie Munger, noto guru degli investimenti, nonché amico, sodale e braccio destro di Warren Buffett. Munger ha fatto parte di una ristretta cerchia: quella degli “oracoli” della finanza capaci di fornire ricette vincenti in tutte le stagioni. Quei personaggi, cioè, che hanno saputo interpretare i mercati e i loro mutamenti – ma soprattutto cavalcarne l'onda e reagire agli eventi avversi – indifferentemente dal cambiamento del mondo, della finanza e della tecnologia.
Munger è anche noto per alcune citazioni brillanti sull'economia, ma non solo. Ne riportiamo alcune.
“Investite in aziende che anche uno stupido possa guidare, perché un giorno uno stupido lo farà. Se un'azienda non è in grado di sostenere un po’ di cattiva gestione, allora non è in un mercato davvero interessante”.
“Le menti migliori sono nei libri, non nelle aule scolastiche”.
“Gli studenti imparano la finanza aziendale nelle facoltà economiche. Gli viene insegnato che il grande segreto è la diversificazione. Ma la regola giusta è esattamente l’opposto”.
“E' notevole il vantaggio a lungo termine che persone come noi hanno ottenuto cercando di non essere stupide, invece di cercare di essere intelligenti”.
“Chi continua a imparare continuerà a crescere nella vita”.
“Imitare il gregge invita alla regressione verso la media”.
Gas: quell'accordo che accordo non è
Il Consiglio Europeo ha finalmente messo nero su bianco i termini che dovrebbero portare a un tetto alle tariffe di metano e di energia elettrica. Ma il compromesso raggiunto dopo quasi 12 ore di riunione segna, in realtà, solo l'inizio di una roadmap, i cui termini devono essere ancora definiti
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo quasi 12 ore di riunione, il Consiglio Europeo ha finalmente partorito un accordo sul gas. O, almeno, quello che i media hanno definito tale. E che in realtà tale non è. Si tratta, invece, di un invito ai ministri dei paesi Ue e alla Commissione di avanzare con “urgenza” decisioni per fermare il caro-metano. In pratica, si dà mandato di studiare un possibile modello di tetto al gas usato per l'elettricità (sul modello spagnolo e portoghese), un nuovo benchmark complementare con l'obiettivo di “prevenire picchi di prezzo e manipolazioni”, e l'acquisto congiunto di metano.
Casella 58
Nessuna risoluzione, quindi, ma l'inizio di un percorso, l'apertura di una roadmap che dovrà portare a una decisione. Un traguardo salutato come epocale ricorda un po' la casella 58 del Gioco dell'oca – quella, cioè, che obbliga a tornare alla casella di partenza.
Tutto questo mentre, come al solito, ognuno pensa di aver portato a casa il risultato migliore per il proprio paese. Ancora una volta, l'Ue ha purtroppo evidenziato l'incapacità di abbracciare una strategia comune. Un'incapacità che poi alimenta il montante euroscetticismo che sta crescendo ai quattro angoli dell'Unione e che era un fenomeno del tutto marginale prima della crisi dei debiti sovrani.
Paradossale che, nel mentre, il gas stia calando autonomamente – non certo per le decisioni della classe politica europea, ma per normali (chiamiamole così) dinamiche legate ai mercati. Il costo del metano è sceso sotto quota 100 e ad Amsterdam, per qualche minuto, ha addirittura registrato un prezzo negativo (sulle consegne “next hour” durante le contrattazioni di lunedì pomeriggio). Queste dinamiche ci fanno comprendere quanto sia irresponsabile continuare a legare i prezzi dell'energia (e la vita di milioni di persone) a bizzarri schemi deregolamentati che agevolano la speculazione più estrema.
Europeisti? Sì, ma...
Velate critiche alla lentezza delle autorità comunitarie sulla risoluzione del caro-gas sono arrivate anche dalla nuova premier italiana Giorgia Meloni nel corso del suo discorso programmatico pronunciato ieri alla Camera.
La leader di Fratelli d'Italia ha rassicurato i deputati sulla prosecuzione di una linea europeista, dichiarando che il governo rispetterà le regole in vigore. Cercando però di contribuire alla riforma, nelle sedi opportune, di quelle che non hanno funzionato, come il patto di stabilità e crescita.
Nel contempo, Giorgia Meloni ha promesso un intervento nazionale per aiutare famiglie e aziende a fronteggiare il caro-bollette e carburante. Previsto anche un piano per la diversificazione delle fonti di energia che ha l'obiettivo di accelerare l'avvicinamento alle energie rinnovabili, sfruttando anche le condizioni climatiche favorevoli del Mezzogiorno.
Luce verde agli investimenti esteri (con un contrasto a “logiche predatorie”) e al Pnrr, che secondo la premier ha il compito di rimodernare il paese. Un corretto utilizzo di questo piano, ha puntualizzato, favorirebbe anche una svolta culturale che porti alla lotta contro le pastoie burocratiche, forte ostacolo alla crescita economica.
Downing Street: altro giro, altro premier
Se una donna si insedia alla testa di un governo, un'altra alza bandiera bianca. Si tratta di Liz Truss, che si è dimessa da premier britannica lasciando campo libero a Rishi Sunak, da lei recentemente sconfitto nella corsa a leader conservatore.
L'ennesimo avvicendamento a Downing Street sembra aver rassicurato i mercati, un po' per le posizioni meno radicali del nuovo premier dal punto di vista fiscale, un po' per l'esperienza pregressa del nuovo primo ministro come cancelliere dello scacchiere, un po' ancora per gli anni trascorsi nel mondo della finanza.
Sunak, johnsoniano di ferro e brexiteer della prima ora, avrà il compito proprio di arginare i problemi che stanno affliggendo Londra in seguito all'uscita dall'Unione Europea: la bilancia commerciale costantemente in passivo, l'impossibilità di attingere facilmente a lavoratori temporanei comunitari per soddisfare l'eccesso di domanda (come nel caso della carenza di rifornimenti, dovuta alla scarsità di camionisti) e l'arretratezza degli investimenti esteri, che stanno abbandonando il paese per l'Unione Europea, mercato che con i suoi 300 milioni di consumatori è decisamente più attraente.
Ltro: addio o arrivederci?
Cambiano i governi, non cambia la politica delle autorità monetarie sui tassi. Scontato un nuovo rialzo sia per la Fed (atteso un ritocco di 75 punti), sia della Bce. Le banche centrali, dunque, proseguono in una strategia anti-inflazione dalla dubbia utilità, mentre più di metà dell'Eurozona – Italia compresa - è già in recessione tecnica (l'aggettivo non inganni: si tratta di una recessione “vera” in tutto e per tutto).
I tassi alti potrebbero avere ripercussioni negative specialmente sul mercato immobiliare, la cui contrazione sembra inevitabile nel caso in cui diminuissero le richieste di mutuo casa. Un'eventualità probabile: basti pensare che in Italia il mutuo a tasso fisso a dieci anni era ancora al 1,10% il 10 gennaio, e ora naviga sul 4%.
Un rallentamento del real estate danneggerebbe molti settori dell'economia, di cui il comparto immobiliare è un vero e proprio volano: a ogni acquisto di abitazione fanno seguito le ristrutturazioni, che creano nuove occasioni di lavoro e mantengono fiorente l'indotto.
Oltre al rialzo dei tassi, l'agenda della Bce prevede anche la fine delle aste Ltro, che in tutta probabilità andranno a scemare gradualmente.
La decisione è però molto rischiosa, dato che già oggi i problemi di liquidità sono evidenti. Proprio per questo, non è escluso che lo stop alle aste possa essere seguito a breve termine da una loro riapertura, magari con un altro nome e caratteristiche leggermente diverse.
Transizione alle auto elettriche, urge un ripensamento
È invece calma piatta per il petrolio, il cui prezzo è tornato a calare, Per ora, il tentativo saudita di alzare il prezzo mediante un calo di produzione non ha sortito effetti, anche e a causa della riconferma di Xi Jinping alla testa del Partito Comunista cinese: il leader di Pechino è un sostenitore della politica “zero Covid”, che prevede frequenti lockdown e un conseguente calo di domanda di greggio e di investimenti occidentali. Tuttavia, si teme un nuovo rincaro dell'oro nero dopo le elezioni americane di mid term, se gli Stati Uniti scegliessero di formare nuovamente le loro riserve strategiche.
A lungo termine, invece, la domanda di petrolio potrebbe rivelarsi maggiore del previsto, dato che il caro energia rischia di far saltare la transizione elettrica nell'Ue entro il 2035. Secondo uno studio pubblicato due giorni fa da Facile.it, oggi ricaricare un'auto elettrica costa il 169% in più rispetto all'anno scorso. Mentre in alcuni casi la benzina e il diesel iniziano a essere più convenienti della scelta “non fossile”.
La crisi energetica persuaderà probabilmente la politica a fare un passo indietro e rivedere, almeno parzialmente, la sua scelta radicale di stop alla vendita di vetture tradizionali. Troppo rischioso dipendere da una variabile, come l'energia, che può provocare problemi ben maggiori rispetto al petrolio – non solo in termini di costo, ma anche di approvvigionamenti.
Oltre a questa problematica recente, restano in piedi gli altri dubbi legati a un cambio così repentino e netto: le incognite legate all'elettrosmog, decisamente sottovalutato; il rischio di distruzione di un'industria, come l'automotive, molto forte in Italia, Germania e Francia; la consegna della mobilità europea nelle mani delle industrie cinesi, molto presenti nel settore delle auto elettriche.
Problematica, quest'ultima, sollevata anche da Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, al Salone dell'auto di Parigi: alla presenza di Emmanuel Macron, il ceo della società olandese ha invocato il principio di reciprocità, assicurando che i produttori cinesi sono i benvenuti in Europa, a condizione che le industrie Ue possano godere delle stesse condizioni a Pechino. Il warning, che è un tentativo di moral suasion nei confronti delle autorità europee, potrebbe essere raccolto anche da altri dirigenti dell'automotive, e avere seguito in sede istituzionale.
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