La nuova crisi del debito affossa le Borse
Lo spread torna a decollare, ma la risposta della Bce è stata fino ad ora timida, incerta e confusa. Mentre scriviamo è in corso un meeting straordinario dell'Eurotower in cui finalmente si dovrebbero prendere decisioni che mettano fine alla vergognosa speculazione partita da oltreoceano sui titoli di stato italiani... Intanto, l'addio alle auto endotermiche potrebbe portare nuova benzina sul fuoco
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari
Fino a martedì sera il livello raggiunto dallo spread Btp-Bund diventava ogni giorno sempre più preoccupante, con il Btp italiano che a metà febbraio rendeva lo 0,5%, mentre martedì sera si era spinto al 4,36%. Ciò significava un costo futuro in conto interessi assolutamente insostenibile per lo stato italiano, vista anche l’attuale congiuntura economica.
Ricordiamolo: se l'Italia si incamminasse sui passi di uno scenario greco, rischierebbe di saltare tutto. Quindi tre sono le strade percorribili: o la Bce interviene in maniera decida e convincente, o entro qualche mese l’Italia si mette nelle mani della troika (Dio ce ne scampi…) con conseguente default tecnico e rinegoziazione del nostro debito pubblico, oppure il nostro paese esce dall’euro. Tertium non datur.
Siccome pensiamo di far parte ancora di un mondo razionale, il costo minore per tutti (tedeschi e Paesi del Nord Europa compresi) è l'intervento pesante della Bce per riportare lo spread a livelli ragionevoli. Anche perché le enormi perdite che si sono avute sui titoli di stato da inizio anno sono state ancora più elevate sulle obbligazioni societarie. E quindi il rifinanziamento di molte società potrebbe diventare troppo oneroso.
Insomma, sono in gioco un’altra volta (come spesso avevamo ripetuto nel corso degli ultimi mesi) il futuro della nostra moneta, quello dell’Europa per come la conosciamo oggi e la sopravvivenza di molte aziende. Certo varrebbe anche la pena che i politici europei si facessero qualche domanda su come l’economia del nostro continente è stata gestita negli ultimi 20 anni.
Nel 2007, prima dello scoppio della bolla dei subprime, il pil europeo era quasi pari a quello americano, oggi è pari al 60%. Quindi negli Usa c’è stata un’enorme creazione di ricchezza, mentre le politiche di austerity europea hanno avuto l’effetto di distruggere o mettere in seria difficoltà la classe media.
Bce, timida e indecisa
Per quello che sta accadendo sui mercati mentre scriviamo, lo scenario sembra (speriamo) qualcosa di simile al "whatever it takes". Finalmente si sta comprendendo che i mercati, in questa orrenda partita di poker che è cominciata, stanno cercando di capire se la Banca Centrale Europea sia seriamente intenzionata a riportare la calma o se invece, come alcune improvvide dichiarazioni di Christine Lagarde hanno fatto intravedere, quello della Bce sia un bluff.
A oggi questa indecisione sulla minaccia-spread è più preoccupante rispetto all'aumento dei tassi (che sarà di modesta entità) e alla sbandierata fine di quantitative easing e operazioni di rifinanziamento a lungo termine, i cosiddetti Tltro.
Perché, anche se il cambio di rotta venisse definitivamente introdotto, non avverrebbe certo dall'oggi al domani. E, oltretutto, non sancirebbe lo stop definitivo agli acquisti, diminuendo semplicemente la quantità degli approvvigionamenti.
Un orso si aggira per l'Europa
La timidezza della Bce ha spaventato i mercati, causando una chiusura da incubo per le Borse del nostro continente (soprattutto per Piazza Affari, che venerdì ha perso il 5% in una sola seduta). L'onda lunga è proseguita anche lunedì, e si è accompagnata al pessimismo europeo (e americano) sui rialzi dei tassi.
In generale, la preoccupazione si è saldata con le ormai consuete preoccupazioni legate a inflazione e guerra. Ed è tornata a rivedere al ribasso tutta la componente tecnologica, che da inizio anno ha perso circa il 30%.
Giornate da tregenda, dunque. Che però permettono agli investitori di comprare “a sconto” rispetto ai prezzi di tre mesi fa. Le discese forti si trasformano, nel medio termine, in opportunità di acquisto.
L'avvertenza è sempre quella: entrare nel momento giusto, non investire tutto subito e ragionare a medio termine, accettando volatilità e perdite momentanee in un orizzonte temporale di almeno cinque anni.
Auto a benzina, verso l'addio
In un'Europa attraversata da una serie di crisi (economica, inflattiva con guerra in Ucraina e spread alle stelle), una ricorrenza renderà vividi i ricordi di molte persone: il prossimo 18 giugno Paul McCartney raggiungerà il traguardo degli 80 anni. Il compleanno di una delle più grandi icone evergreen della gioventù di tutto il mondo riporta indietro varie generazioni a tempi più felici.
Anche per l'economia. Quella inglese, che fu rilanciata dalla tassazione legata proprio alla vendita dei dischi dei Beatles. E anche quella italiana, che negli anni Sessanta ha vissuto il miracolo economico. A dare una forte spinta al boom tricolore, è bene ricordarlo, aveva contribuito anche la diffusione delle utilitarie, che ha cambiato il nostro modo di spostarci, regalando libertà di movimento a persone di tutti i ceti sociali.
Tutto questo potrebbe finire presto. Come ampiamente riportato dai giornali, il parlamento europeo ha infatti deciso di vietare le vendite di auto endotermiche dal 2035. Una data che sembra remota, ma corrisponde a meno di 13 anni da ora. Praticamente domani.
Che cosa succederebbe se il provvedimento venisse confermato? Semplice: famiglie e aziende sarebbero costrette ad acquistare vetture più care, basate su un sistema di rifornimento allo stato attuale poco pratico e non meno inquinanti, se andiamo oltre il mero parametro delle emissioni.
Ma soprattutto, una delle maggiori industrie europee sarebbe smantellata e letteralmente consegnata alla Cina, che produce l'80% della mobilità elettrica.
Perderemmo anche molti posti di lavoro. E non nel 2035, ma oggi. La riconversione di un'industria non si organizza in pochi mesi, ma in anni. E lo sviluppo di progetti legati ai combustibili fossili sarebbe interrotto in breve tempo: nessuno avrebbe più interesse a investire in un comparto senza alcun futuro a medio-lungo termine.
Risultato? Licenziamenti da subito. Solo la componentistica italiana, che vale 100.000 posti di lavoro, si distruggerebbe in poco tempo.
Abbiamo utilizzato i condizionali perché le bocce non sono ancora ferme. A opporsi, e anche in maniera decisa, sono i produttori di auto francesi e tedeschi, che hanno già rilasciato dichiarazioni al vetriolo. Questo blocco, a cui potrebbero unirsi anche gli italiani, dovrà puntare a influire sull'ultima fase della direttiva, e cioè la parte in cui avverrà la negoziazione fra stati. E ottenere ben più di quanto proposto dal Partito Popolare Europeo, che ha suggerito di mantenere un 10% di produzione endotermica. Percentuale che, va da sé, avrebbe un impatto del tutto trascurabile sul futuro di un'industria dall'importanza colossale.
Su il petrolio
L'annuncio della direttiva sullo stop alle auto tradizionali ha creato preoccupazioni all'economia, ma non ha influito minimamente sul caro-petrolio. Uno tsunami che sembra inarrestabile, e che non è stato scalfito neppure dal nuovo, possibile lockdown di Shanghai. A tenere alto il greggio, il nuovo alt all'accordo nucleare iraniano, gli scioperi negli stabilimenti di estrazione in Norvegia e l'attendismo dell'Opec. Ma soprattutto la forte componente speculativa, che, come abbiamo visto più volte, è la vera molla che fa schizzare il greggio a livelli molto alti.
Ancora una volta, sono i cittadini comuni e le aziende a pagarne le conseguenze. In Italia il prezzo medio della benzina è tornato sopra i 2 euro, mentre è già partito il conto alla rovescia per l'8 luglio, data in cui è prevista la fine dello sconto sulle accise. Se i prezzi dovessero mantenersi così alti, il prolungamento di questa riduzione sembra pressoché scontato; tuttavia, è difficile che se ne aggiunga un altro, in grado di riportare il carburante sotto quota 1,80.
Insomma: ci troviamo in una strada senza uscita. E, indipendentemente dalle future oscillazioni del greggio, saremo comunque soggetti alla speculazione finché le materie prime resteranno così "finanziarizzate".
C'è modo di fermarla? Assolutamente no, a meno che le istituzioni di tutto il mondo decidano di farlo. Eventualità impossibile, data la sicura opposizione del mondo angloamericano a questa soluzione.
In alternativa, solo accordi individuali fra fornitori di petrolio e acquirenti potrebbero fare la differenza. Un esempio è ciò che sta avvenendo con l'India: recentemente, la Russia è diventata il maggior esportatore di petrolio per Nuova Delhi. A cui, oltretutto, vende il greggio a prezzi molto ridotti (tra i 70 e gli 80 dollari). Naturalmente, in epoca di sanzioni, un simile modello per l'Europa è pura fantascienza.
Il caso Saipem scuote il mercato
Mentre la comunità finanziaria reagisce positivamente alla rielezione di Sergio Mattarella, le perdite annunciate dal gruppo energetico causano un vero e proprio shock a Piazza Affari. Il punto di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sugli eventi della settimana sui mercati finanziari
La conferma di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica è stata accolta bene dai mercati: lo spread si è attestato a quota 135, frenando l’accelerazione della risalita avviata a fine ottobre dello scorso anno.
Ma più che il ruolo del Capo dello Stato, che in Italia non è in grado di "spostare" molto, a tranquillizzare la comunità finanziaria italiana è la certezza di continuità alla guida del paese: restano Mattarella al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi, e questo dà un senso di stabilità, soprattutto in ottica Pnrr.
Oltre a questo, si può avvertire un senso di sollievo per il non eccessivo prolungamento della votazione: se le operazioni fossero proseguite oltre il 3 febbraio, scadenza naturale del primo settennato di Mattarella, lo spread BTp-Bund sarebbe probabilmente salito, forse oltre i 150 punti. La rielezione dà invece un segnale di tranquillità, fugando le inquietudini.
Saipem scuote la Borsa
A questa situazione fa, però, da contraltare un fulmine a ciel sereno per l'economia italiana; Saipem ha annunciato, per il bilancio civilistico 2021, perdite superiori a un terzo del capitale. Una notizia clamorosa, che ha affondato la società in Borsa (-30%) nel primo giorno dopo l‘annuncio e la obbligherà a un maxi aumento di capitale.
Al netto delle considerazioni sulle tempistiche con cui è avvenuta la comunicazione (è lecito chiedersi dove, nel frattempo, fossero finiti i revisori), è indubbio il campanello d'allarme sul mercato. Anche se non è il caso di drammatizzare eccessivamente la situazione, che diventerebbe davvero grave se altre quattro o cinque grandi aziende attraversassero una crisi simile. E non è questo, naturalmente, il caso.
Meglio l'azionario
Sul fronte internazionale, la scorsa settimana si è aperta molto male, con un lunedì da vero panico e il Nasdaq che a un certo punto ha perso il 5%.
Tuttavia, come spesso avviene, si è poi verificata la classica "teoria della pallina da tennis", secondo cui tanto piu alta è la velocità di caduta, tanto piu ampio sarà il primo rimbalzo. Il Nasdaq e, più in generale, il mercato americano hanno effettivamente evidenziato un notevole rimbalzo tecnico che potrebbe proseguire, spingendo un nuovo ciclo rialzista.
Troppo presto, naturalmente, per azzardare una previsione. Ma l'economia è comunque ancora in crescita, e, sull'anno, l'azionario, pur non eccezionale, sta offrendo performance discrete: per questo, al momento, gli investimenti in azioni rimangono da privilegiare.
Il petrolio schizza in alto
Il rimbalzo ha avuto il petrolio come protagonista: il suo valore ha nuovamente superato gli 80 dollari al barile. Uno studio di Goldman Sachs, realizzato ai tempi del crack Lehman (quando il petrolio era a quota 90) affermò che se il greggio avesse superato i 100 dollari sarebbe stato un disastro per tutti.
E oggi lo sarebbe, se possibile, ancora di più. Perché un prezzo di questo genere costringerebbe a ripensare completamente le politiche di transizione green. Non è un mistero, infatti, che uno dei motivi alla base del caro-petrolio – oltre, naturalmente, all'inevitabile speculazione – sia lo stop agli investimenti per la ricerca di nuovi giacimenti, causato appunto dalla svolta ecologica.
Oltre a questo, occorre sempre tener presente la situazione del caro-energia, che aggiunge complessità al problema.
Tregua olimpica?
La crisi energetica che aleggia dipende, ancora una volta, in buona parte dalla crisi ucraina. Anche se forse su questo fronte ci saranno una ventina di giorni di tregua. A quanto sembra, il leader cinese Xi Jinping avrebbe chiesto al presidente russo Vladimir Putin di non varcare i confini con l'Ucraina durante i Giochi Olimpici invernali, in programma a Pechino dal 2 al 20 febbraio.
Non è improbabile che la "tregua olimpica" si verifichi realmente, rinviando il problema di quasi un mese e lasciando spazio alle diplomazie.
Tuttavia - se sul fronte economico crea rincari e tensioni sui mercati - dal punto di vista geopolitico la crisi ucraina è e resta un falso problema: non vedremo mai i carri armati russi a Kiev, e in caso di intervento (che non è così scontato) si combatteranno schermaglie nel Dombass e nelle aree russofone dell'Ucraina e niente più.
Il vero, grande rischio per la pace non corre tanto sull'asse Mosca-Kiev, ma si concentra su Taiwan, che la Cina vuole inglobare nel suo territorio. L'isola è decisamente più strategica per l'occidente che non l'Ucraina, il cui invito ad aderire alla Nato suona più come una provocazione che altro.
Cina, un mercato in crisi
A proposito di Cina, il ritorno del Covid (e dei lockdown) ha fermato la produzione in alcune zone del paese. Alcuni imputano le difficoltà riscontrate da Pechino sui mercati ai nuovi blocchi della produzione dovuti alle nuove restrizioni.
Ma in realtà, a quelle latitudini le cose vanno male da tempo. E i motivi sono molti, a cominciare dalla questione dei diritti civili a Hong Kong, per proseguire con le incertezze su Taiwan, di cui abbiamo appena parlato. Gli investitori stranieri, soprattutto quelli americani, stanno gradualmente uscendo da quel mercato perché non è libero e non dà affidamento sul lungo periodo: gli interventi dello stato possono cambiare repentinamente le carte in tavola e un investimento in un paese dove il potere politico può fare il buono e il cattivo tempo non può tranquillizzare le aziende. È emblematico il caso Evergrande, che ha lasciato parecchie ferite sul sistema.
Non è quindi imputabile esclusivamente alla pandemia la pessima performance dei mercati finanziari cinesi.

