Borse, il peggior semestre degli ultimi 50 anni

Si chiudono sei mesi da incubo sui mercati, con ribassi ampiamente superiori al 10% sia sulle obbligazioni che sulle azioni, un evento in contemporanea che non si verificava dal 1972. Ora potrebbe essere giunto il momento di investire, sfruttando le opportunità nella parte value, ma anche nei bond.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Sta giungendo a conclusione un semestre che per i mercati si è rivelato decisamente negativo. La prima metà del 2022 ci “regala” negli Stati Uniti il peggior risultato borsistico degli ultimi 50 anni, con una perdita dell'azionario compresa fra il 15% ed il 20% (27% se si considera il Nasdaq) e dell'obbligazionario fra il 10% e il 15% (in funzione della duration). Neanche durante la crisi del 2008 il mercato Usa aveva chiuso il primo semestre con una perdita così violenta.
I dati ci rivelano che, per la prima volta dal 1972, obbligazioni e azioni perdono contemporaneamente più del 10%, con Wall Street che archivierà il peggior semestre dal 1970 con una perdita del 18%. Solo franco svizzero e dollaro chiudono con il segno più, avvicinandosi pericolosamente alla parità con l'euro.
Che cosa c'è da aspettarsi per il prossimo futuro? La situazione è molto incerta. Di solito, i mercati tendono a portarsi molto avanti, ma prima di una stabilizzazione e di un nuovo equilibrio per provare a risalire dovremo forse aspettare la fine dell’estate: abbiamo davanti due mesi in cui la liquidità di solito scarseggia e questo potrebbe portare un ulteriore tentativo di spingere i listini verso il basso da parte di chi utilizza strategie short. Nel frattempo, però, cominciano a intravedersi opportunità interessanti, soprattutto nella parte value, ma anche nell'obbligazionario. Ci sono fattori esogeni, su tutti la guerra in Ucraina e l’inflazione, che contribuiscono a mantenere alta la volatilità e la tensione sui mercati ed è per questo che è comunque difficile azzardare previsioni di breve periodo.
Torna intanto l’interesse sui Btp (quelli con scadenza 2 anni hanno un rendimento dell’1,4%): l'ultima asta dei buoni del tesoro ha registrato un vero e proprio boom di domande e anche la domanda sul Btp Italia legato all’inflazione ha avuto tante sottoscrizioni anche dal mercato retail. A tranquillizzare gli acquirenti è il ritorno dello spread a una quota intorno ai 200 basis point: pur essendo ancora troppo alto, il valore dei differenziali tranquillizza per la ritrovata stabilità sotto i 250 punti.

 Anche Powell ammette errori di valutazione
Le Borse europee hanno intanto reagito con fiducia (e rialzi generalizzati anche se contenuti) all'apertura del Forum annuale della Bce, in programma a Sintra, che vedrà confrontarsi i governatori delle tre principali banche centrali (Christine Lagarde, Andrew Bailey e Jerome Powell) su come combattere l'inflazione ed evitare la recessione.
Il numero uno della Federal Reserve è reduce da un confronto al Congresso americano, durante il quale si è scusato per i “giudizi errati” sull'inflazione, ammettendo nel contempo che il rialzo dei tassi potrebbe causare una recessione.
Come commentare? Giusto con un auspicio: che si stia sbagliando un'altra volta.
Anche se, per dirla tutta, negli Stati Uniti questa eventualità provocherebbe meno problemi rispetto all'Europa, proprio per le diverse dinamiche del mercato del lavoro. Negli Usa c'è attualmente piena occupazione: anche se si innescasse una fase recessiva, il tasso di disoccupazione potrebbe sì aumentare, ma non in modo drammatico. Per questo, il presidente della Federal Reserve ha voluto tranquillizzare i deputati americani, affermando che l'eventuale recessione non fermerà comunque la crescita.
In Europa invece la disoccupazione è sempre più elevata, aggravata da un problema migratorio drammatico: da un lato gli arrivi dalle rotte africane, dall'altro l'afflusso di profughi dall'Ucraina. Mentre la gestione a livello europeo è disastrosa: manca un benché minimo coordinamento ed è assente una qualsiasi strategia per creare occasioni a queste popolazioni nel loro paese di origine. Abbiamo tutti negli occhi le immagini drammatiche della strage di Melilla/Nador: ci si chiede che cosa si sia fatto per evitare una situazione come questa. E che cosa ci si proponga di fare.
L'Europa deve organizzarsi, e in fretta: la crisi del grano ucraino è appena agli inizi, e l'esplosione dei prezzi potrebbe creare una catastrofe umanitaria, con fughe di massa di nuovi migranti spinti dalla fame. Inutile però farsi illusioni: sono anni e anni che ne parliamo e poco o niente è stato fatto, lecito pertanto il timore che continuerà a essere così anche in futuro.

Impoverimento generale
Naturalmente, se Atene piange, Sparta non ride: in questi mesi anche gli europei vedono ridurre drasticamente il loro potere d'acquisto, con un serio rischio di impoverimento. Uno studio di Nomisma prevede una stangata da 657 euro a famiglia per il gas, mentre i tentativi (soprattutto italiani) di introdurre un tetto al suo prezzo vengono regolarmente rinviati al mittente.
È l'ennesima dimostrazione di quanto fosse infelice la gaffe di Draghi sui condizionatori. Una battuta che è stata ripetuta una seconda volta, ma che tra gli italiani ha causato più reazioni spiritose e meme che contrarietà e proteste. Forse è un rifiuto inconscio di ciò che sta accadendo e dei rischi che corriamo: se si cammina per le strade delle nostre città si vedono ristoranti pieni e negozi affollati. Potremmo essere nel pieno della classica quiete prima della tempesta, un po' come accadde nei saloni da ballo del Titanic mentre la nave stava già affondando. Anche ora la situazione sembra più seria rispetto alla sua percezione.
Di contro, il Capgemini Report ha evidenziato che nel 2021 i miliardari italiani sono cresciuti del 7,1% (7,8% quelli nel mondo) – dati che a fine anno dovranno comunque essere rivisti, visto l'andamento dei mercati. Ciò significa che la distribuzione della ricchezza è sempre più polarizzata, anche se in Italia la situazione è ancora una delle migliori per distribuzione di risorse. Alle nostre latitudini, la ricchezza è molto meno concentrata rispetto a quanto accade, per esempio, negli Stati Uniti, paese in cui la capacità economica dipende dalla Borsa. E in cui i poveri sono milioni.

Del Vecchio, dai Martinitt al top della finanza italiana
In Italia, un miliardario (illuminato) di lungo corso era Leonardo Del Vecchio, scomparso lunedì scorso. Del Vecchio, secondo uomo più ricco d'Italia e 62esimo al mondo, è il prototipo dell'imprenditore che si è letteralmente fatto da solo – come da antica tradizione milanese – e che dall'orfanotrofio dei Martinitt ha scalato i salotti buoni della finanza italiana.
La sua capacità e la sua visione imprenditoriale lo hanno portato a valorizzare i suoi collaboratori, a cui regolarmente retrocedeva un premio legato all'utile, e a circondarsi di persone capaci e dotate di senso critico. “Non nominerei mai uno dei miei figli amministratore delegato”, usava dire, “perché un top manager lo si può rimuovere da quella posizione, un figlio no”.
Compiuti gli 80 anni, Del Vecchio – uomo che si è sempre tenuto lontano dalla politica - si è messo in testa di voler dettare le proprie regole su Mediobanca e Generali, la cui influenza sull'economia italiana è notevolissima. La critica rivolta a Mediobanca era che si limitasse a gestire le sue partecipazioni incassando lauti dividendi senza fare la vera banca d’affari promotrice dello sviluppo dell’economia in Italia.
Ora i suoi eredi dovranno sottostare a regole di successione blindate, che li vincoleranno a decisioni quasi unanimi, pari all'88% dei diritti di voto. Questa clausola vuole evitare la frammentazione dell'impero fondato dal self made man milanese trapiantato in Veneto.

Saipem non fa il prezzo
A Piazza Affari è protagonista (negativa) Saipem, che a fine settimana ha perso il 43% in due giorni dopo il warning della Consob. Lunedì 27 giugno, primo giorno dell'aumento di capitale di 2 miliardi, il suo titolo è stato sospeso per tutto il giorno.
Una reazione decisamente isterica e fuori luogo, il classico topolino che ha partorito un elefante: l'aumento di capitale non è e non è mai stato un problema, ma è apparso tale solo per le solite pastoie burocratiche italiane. Quelle che bloccano un'operazione pianificata per gennaio, per tempi tecnici e burocrazia infinita, e la rimandano a giugno. La reazione isterica dei mercati è del tutto fuori luogo: il consorzio di garanzia ha già dichiarato che l'aumento di capitale sarà sottoscritto regolarmente.
Nessun panico, dunque: la società è solida e beneficerà nei prossimi anni di ordinativi importanti legati alla sua attività.

Il primo Wimbledon senza Federer
Spostiamoci oltre Manica, dove si è da poco aperto il torneo di Wimbledon. Che ha una particolarità: è il primo da 24 anni senza Roger Federer ai nastri di partenza (esclusa, ovviamente, l'edizione annullata causa Covid). Nel giugno del 1998, quando il futuro Roi Roger calcava ancora l'erba del torneo juniores (vincendolo), l'Europa stava cambiando pelle con una vera e propria rivoluzione copernicana. L'euro era stato definito da poco tempo, così come la Banca Centrale Europea, alla cui testa era fresco di nomina l'olandese Wim Duisenberg.
È comprensibile, pensando a quei tempi, chiedersi che cosa si sarebbe potuto fare per evitare le situazioni che si sono presentate in seguito. Perché sarà anche vero che l'euro ha funzionato bene in vari ambiti, ma la politica economica dell'Eurozona si è spesso dimostrata deficitaria. D'altra parte, se dal 2007 il prodotto interno lordo europeo è passato dal 90% al 60% del pil americano, qualcosa non ha funzionato: l'austerity delle politiche di bilancio imposte dai policy makers comunitari si è rivelata perdente rispetto alle politiche espansive di oltre oceano.
Tornando indietro, si sarebbe potuto correggere in particolare un errore: quello di mantenere rigidamente separato il debito pubblico dei paesi membri. Puntare da subito sull'emissione di eurobond avrebbe sicuramente stabilizzato l'economia europea, esaltandone la competitività. Ed evitando molte crisi (prime fra tutte quelle legate alla Grecia e allo spread) che hanno rischiato di minare l'esistenza stessa della nostra moneta e dell’Unione Europea.

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