Il caso Saipem scuote il mercato
Mentre la comunità finanziaria reagisce positivamente alla rielezione di Sergio Mattarella, le perdite annunciate dal gruppo energetico causano un vero e proprio shock a Piazza Affari. Il punto di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sugli eventi della settimana sui mercati finanziari
La conferma di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica è stata accolta bene dai mercati: lo spread si è attestato a quota 135, frenando l’accelerazione della risalita avviata a fine ottobre dello scorso anno.
Ma più che il ruolo del Capo dello Stato, che in Italia non è in grado di "spostare" molto, a tranquillizzare la comunità finanziaria italiana è la certezza di continuità alla guida del paese: restano Mattarella al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi, e questo dà un senso di stabilità, soprattutto in ottica Pnrr.
Oltre a questo, si può avvertire un senso di sollievo per il non eccessivo prolungamento della votazione: se le operazioni fossero proseguite oltre il 3 febbraio, scadenza naturale del primo settennato di Mattarella, lo spread BTp-Bund sarebbe probabilmente salito, forse oltre i 150 punti. La rielezione dà invece un segnale di tranquillità, fugando le inquietudini.
Saipem scuote la Borsa
A questa situazione fa, però, da contraltare un fulmine a ciel sereno per l'economia italiana; Saipem ha annunciato, per il bilancio civilistico 2021, perdite superiori a un terzo del capitale. Una notizia clamorosa, che ha affondato la società in Borsa (-30%) nel primo giorno dopo l‘annuncio e la obbligherà a un maxi aumento di capitale.
Al netto delle considerazioni sulle tempistiche con cui è avvenuta la comunicazione (è lecito chiedersi dove, nel frattempo, fossero finiti i revisori), è indubbio il campanello d'allarme sul mercato. Anche se non è il caso di drammatizzare eccessivamente la situazione, che diventerebbe davvero grave se altre quattro o cinque grandi aziende attraversassero una crisi simile. E non è questo, naturalmente, il caso.
Meglio l'azionario
Sul fronte internazionale, la scorsa settimana si è aperta molto male, con un lunedì da vero panico e il Nasdaq che a un certo punto ha perso il 5%.
Tuttavia, come spesso avviene, si è poi verificata la classica "teoria della pallina da tennis", secondo cui tanto piu alta è la velocità di caduta, tanto piu ampio sarà il primo rimbalzo. Il Nasdaq e, più in generale, il mercato americano hanno effettivamente evidenziato un notevole rimbalzo tecnico che potrebbe proseguire, spingendo un nuovo ciclo rialzista.
Troppo presto, naturalmente, per azzardare una previsione. Ma l'economia è comunque ancora in crescita, e, sull'anno, l'azionario, pur non eccezionale, sta offrendo performance discrete: per questo, al momento, gli investimenti in azioni rimangono da privilegiare.
Il petrolio schizza in alto
Il rimbalzo ha avuto il petrolio come protagonista: il suo valore ha nuovamente superato gli 80 dollari al barile. Uno studio di Goldman Sachs, realizzato ai tempi del crack Lehman (quando il petrolio era a quota 90) affermò che se il greggio avesse superato i 100 dollari sarebbe stato un disastro per tutti.
E oggi lo sarebbe, se possibile, ancora di più. Perché un prezzo di questo genere costringerebbe a ripensare completamente le politiche di transizione green. Non è un mistero, infatti, che uno dei motivi alla base del caro-petrolio – oltre, naturalmente, all'inevitabile speculazione – sia lo stop agli investimenti per la ricerca di nuovi giacimenti, causato appunto dalla svolta ecologica.
Oltre a questo, occorre sempre tener presente la situazione del caro-energia, che aggiunge complessità al problema.
Tregua olimpica?
La crisi energetica che aleggia dipende, ancora una volta, in buona parte dalla crisi ucraina. Anche se forse su questo fronte ci saranno una ventina di giorni di tregua. A quanto sembra, il leader cinese Xi Jinping avrebbe chiesto al presidente russo Vladimir Putin di non varcare i confini con l'Ucraina durante i Giochi Olimpici invernali, in programma a Pechino dal 2 al 20 febbraio.
Non è improbabile che la "tregua olimpica" si verifichi realmente, rinviando il problema di quasi un mese e lasciando spazio alle diplomazie.
Tuttavia - se sul fronte economico crea rincari e tensioni sui mercati - dal punto di vista geopolitico la crisi ucraina è e resta un falso problema: non vedremo mai i carri armati russi a Kiev, e in caso di intervento (che non è così scontato) si combatteranno schermaglie nel Dombass e nelle aree russofone dell'Ucraina e niente più.
Il vero, grande rischio per la pace non corre tanto sull'asse Mosca-Kiev, ma si concentra su Taiwan, che la Cina vuole inglobare nel suo territorio. L'isola è decisamente più strategica per l'occidente che non l'Ucraina, il cui invito ad aderire alla Nato suona più come una provocazione che altro.
Cina, un mercato in crisi
A proposito di Cina, il ritorno del Covid (e dei lockdown) ha fermato la produzione in alcune zone del paese. Alcuni imputano le difficoltà riscontrate da Pechino sui mercati ai nuovi blocchi della produzione dovuti alle nuove restrizioni.
Ma in realtà, a quelle latitudini le cose vanno male da tempo. E i motivi sono molti, a cominciare dalla questione dei diritti civili a Hong Kong, per proseguire con le incertezze su Taiwan, di cui abbiamo appena parlato. Gli investitori stranieri, soprattutto quelli americani, stanno gradualmente uscendo da quel mercato perché non è libero e non dà affidamento sul lungo periodo: gli interventi dello stato possono cambiare repentinamente le carte in tavola e un investimento in un paese dove il potere politico può fare il buono e il cattivo tempo non può tranquillizzare le aziende. È emblematico il caso Evergrande, che ha lasciato parecchie ferite sul sistema.
Non è quindi imputabile esclusivamente alla pandemia la pessima performance dei mercati finanziari cinesi.
