Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Prosegue il periodo di bassa volatilità delle Borse, mentre il conto alla rovescia che ci separa dalla riunione Bce sui tassi sta battendo i suoi ultimi rintocchi. Il mercato si mantiene costante, con i suoi scostamenti fisiologici: abbiamo superato indenni maggio e ora siamo in attesa della decisione (quasi scontata) sui tassi che la Banca Centrale Europea prenderà domani, ma anche dei risultati delle elezioni europee, che saranno resi noti tra domenica sera e lunedì mattina. A quanto si prevede, il taglio del costo del denaro – che presumibilmente sarà di 25 punti – non dovrebbe incidere molto sul trend borsistico: ci si può aspettare una discesa moderata, ma niente di simile allo storno temuto da mesi e non ancora arrivato. A influire sull’andamento dei listini – lo ripetiamo ancora una volta – sono soprattutto gli utili: finché le aziende li otterranno, le Borse continueranno a dare segnali di ottima salute. E’ anche probabile che il trading range possa proseguire ancora, scavallando le elezioni generali inglesi e prolungandosi fino alle presidenziali americane.
Verso il primo taglio
Il percorso verso un calo organico dei tassi, però, dovrà fare i conti con gli ultimi dati armonizzati Ue, che hanno evidenziato un aumento dell’indice dei prezzi al consumo di aprile in Germania pari al 2,4% (era il 2,3% il mese precedente). Analoga la progressione in Spagna, dove il dato è passato dal 3,3% al 3,4%. Intendiamoci: stiamo parlando di decimali di punto, che non sembrano mettere in discussione il generale calo dell’inflazione europea. Anche perché il petrolio è rientrato nella “fascia di sicurezza” compresa fra i 70 e gli 80 dollari al barile e il gas resta sotto quota 40 euro. Non ci sono quindi margini perché i falchi rialzino la testa: domani il board Bce procederà al primo taglio ed è facile che si arrivi a un’altra sforbiciata – sempre di 25 punti – entro fine anno. In seguito, si vedrà. Il mercato, che è solito anticipare i tempi, ha già scontato il calo dei tassi, con una diminuzione delle percentuali sui mutui variabili.
Bce e Fed, due strade diverse
Mentre la Bce inizia la lenta discesa dei tassi, la Fed resterà presumibilmente ferma. Si verificherà quindi una discrasia fra le due maggiori banche centrali del mondo, con la Federal Reserve più hawkish nonostante le previsioni di alcuni mesi fa. Quali sono le possibili implicazioni di questa differenza di strategie? Qualche osservatore ha previsto l’indebolimento dell’euro sul dollaro nel caso in cui la differenza fra i tassi Bce e Fed inizi a rivelarsi importante. Ci sentiamo, però, di dissentire da questa previsione: le mosse imminenti delle banche centrali sono già state recepite dai mercati, anche da quello valutario: troppi gli elementi in gioco, anche i più imponderabili. E’ più facile invece che, indipendentemente dalle politiche monetarie di Francoforte e Washington, il rapporto tra le due monete rimanga stabile e la volatilità resti scarsa e residuale.
Il tracollo post-elettorale del peso messicano
A subire un calo sostanziale è invece il peso messicano. La valuta è al centro di tensioni dopo l’elezione di Claudia Sheinbaum alla presidenza e ha raggiunto i livelli più bassi dal novembre 2023. La volatilità che ha colpito il peso è stata accompagnata da un arretramento significativo della Borsa, scesa di oltre il 6%. A uno sguardo distratto, il calo della valuta tricolor sembrerebbe difficilmente comprensibile, dato che Claudia Sheinbaum è stata eletta su indicazione dell’attuale capo di Stato Andrés Manuel López Obrador (in Messico, un presidente non può ricandidarsi dopo un mandato alla testa del Paese) e ne è la naturale sostituta. Proprio con Obrador in sella, gli analisti di Bank of America Securities affermavano che il peso era troppo forte e che il suo eccessivo valore in rapporto al dollaro avrebbe rischiato di rallentare l’economia messicana. Che cosa, dunque, preoccupa i mercati? Essenzialmente, le dimensioni del trionfo di Claudia Sheinbaum (60% dei consensi), che potrebbero portare Morena – partito fondato da Obrador in cui la nuova inquilina di Los Pinos milita – a ottenere la maggioranza assoluta in parlamento, causando una concentrazione di potere e favorendo riforme costituzionali radicali. Interrogativi e preoccupazioni si moltiplicano anche sul rapporto con gli Stati Uniti, già conflittuale alla luce dei crescenti investimenti cinesi in Messico, nonché del progetto sul prolungamento del muro di confine potenziato da Donald Trump e proseguito senza troppi clamori da Joe Biden.
Sudafrica, scende l’Anc, salgono i mercati
Sicuramente migliore l’accoglienza dei mercati nei confronti delle elezioni sudafricane, che hanno sancito il crollo dell’African National Congress, ancora primo, ma sotto la maggioranza assoluta per la prima volta dai tempi di Nelson Mandela (40% circa contro il 57,5% del 2019). Il South Africa Top 40 ha infatti aperto in rialzo, mentre il moderato calo del rand si è rivelato tendenzialmente gestibile. La Borsa è in attesa di capire con chi governerà l’Anc, costretto dai numeri a un esecutivo di coalizione. In campo c’è il possibile ticket con Alleanza Democratica (il movimento multietnico di opposizione in cui è presente in forze la minoranza bianca, che ha superato il 21%) oppure con uMkhonto weSizwe (partito scissionista dell’ex presidente Jacob Zuma, quasi al 15%). La prima soluzione sarebbe probabilmente più gradita ai mercati, un po’ perché maggiormente inclusiva, un po’ perchè l’alleanza con Zuma, non amato dai suoi ex compagni di partito Anc, potrebbe creare dissidi e instabilità nel governo. Inoltre, uMkhonto weSizwe non è nulla altro che un movimento personale dell’ex presidente, che riflette in pieno la sua leadership e le sue scelte politiche. Chiunque governi dovrà gestire la patata bollente della corruzione e dell’alto livello di criminalità, che sono un freno allo sviluppo di un paese ricco di materie prime e in ascesa a livello internazionale.
Elezioni europee: quale maggioranza?
Fra qualche giorno, in ogni caso, i riflettori saranno puntati sulle elezioni europee, che rischiano di restituire un parlamento-mosaico. Difficilmente però la maggioranza potrà cambiare, a meno che socialisti e verdi non perdano talmente tanto da convincere i popolari a cambiare coalizione e rivolgersi ai conservatori. Oppure a confermarla parzialmente, senza l’apporto dei verdi. Il risultato di questa consultazione, se sfavorevole ai socialisti e soprattutto alle forze ecologiste, potrebbe però suonare come un preallarme per il futuro delle istituzioni europee e avviare un trend a lungo termine. Se i movimenti anti-sistema e anti-élite dovessero avanzare di molto, i partiti attuali di governo, soprattutto quelli centristi, potrebbero convincersi a mitigare alcune politiche poco gradite agli elettori, soprattutto in tema di agenda green e liberalizzazioni, per evitare una prospettiva di boom dei partiti sovranisti di destra, ma anche di sinistra. A questo proposito, non è escluso che il nuovo parlamento possa mitigare anche il progetto 2035, ammorbidendo lo stop alla produzione di motori endotermici. Una scelta che potrebbe avere una conseguenza sul prezzo delle materie prime – soprattutto del rame, essenziale per i motori elettrici. La carenza di questo materiale e di capacità estrattiva scatena già oggi una crescita del suo valore, che risente anche dell’effetto speculativo.
Cambio della guardia a Londra
Se giugno è il mese delle elezioni europee, a luglio si svolgeranno le consultazioni in Gran Bretagna. Dove i risultati sono meno incerti: è dato per scontato il successo dei laburisti, che governeranno forse in coalizione con i liberaldemocratici, forse in solitaria. Il dubbio maggiore riguarda la sorte dei conservatori, soprattutto alla luce della candidatura dell’esponente pro-Brexit Nigel Farage, che potrebbe erodere molti consensi all’attuale partito di maggioranza. Se i Tories dovessero uscire dalla consultazione elettorale con una disfatta, Farage potrebbe cercare di esercitare una sorta di opa “da destra” sul partito, trattando un’alleanza da posizioni di forza e trascinando i conservatori su una piattaforma di intransigenza sovranista. Tutto questo mentre i laburisti, da Downing Street, cercheranno di rendere più morbido l’impatto del post-Brexit, magari negoziando accordi con l’Unione Europea in grado di risolvere la preoccupante carenza di manodopera e di provare nuove strade per arginare l’inflazione.
Foto di Nathan Dumlao su Unsplash






