Dopo dieci rialzi consecutivi, la Banca Centrale Europea ha fermato la stretta monetaria che durava da 20 mesi. E’ lecito aspettarsi che l’alt sia definitivo. Ma è ancora incerta la data in cui Francoforte invertirà la rotta, avviando il ciclo di ribassi
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo dieci aumenti consecutivi, la Banca Centrale Europea ha fermato la stretta monetaria. Il valore dei tassi di interesse sui rifinanziamenti principali rimane così a 4,50%, quello sui depositi al 4% e quello sui prestiti marginali al 4,75%. La decisione, pur attesa dagli esperti, ha comunque causato un certo stupore. Ed è proprio questo stupore, più che lo stop agli aumenti dei tassi, a sorprendere davvero. Perché è evidente a tutti che l’economia sta affondando, proprio a causa di un rialzo dei tassi che ha raggiunto proporzioni irragionevoli. Tutti i dati a disposizione indicano un’Europa in recessione conclamata. Se ne era accorta anche la Bundesbank, il cui presidente Joachim Nagel aveva rilasciato una dichiarazione (inedita) che cambiava la tradizionale posizione della banca centrale tedesca sui tassi.
Pausa o stop definitivo?
Lo stop ai rialzi deve essere inteso come definitivo? A questo proposito, la Bce è stata piuttosto vaga. “In base alla sua attuale valutazione”, recita una nota della banca centrale, “il consiglio direttivo ritiene che i tassi di interesse di riferimento della Bce si collochino su livelli che, mantenuti per un periodo sufficientemente lungo, forniranno un contributo sostanziale al conseguimento” del calo dell’inflazione. “Le decisioni future del consiglio direttivo assicureranno che i tassi di riferimento siano fissati su livelli sufficientemente restrittivi finché necessario”. In ogni caso, è lecito aspettarsi che, almeno in Europa, la corsa ai rialzi sia finita: nonostante il rialzo delle materie prime, entro fine anno dovremmo vedere l’inflazione al 3%. Tutto da stabilire, come si può evincere dal comunicato Bce, la data in cui la fase-plateau inaugurata con lo stop ai ritocchi verso l’alto cederà il passo alla graduale e progressiva discesa. Probabilmente, ciò avverrà fra il primo e il secondo semestre dell’anno prossimo.
Timori per l’immobiliare
Si fermano dunque i tassi, restano ben presenti le conseguenze che la stretta monetaria ha lasciato sull’economia europea. Particolarmente colpito il settore immobiliare: finora, i prezzi delle case non sono ancora scesi, ma si registra già un deciso calo delle compravendite. D’altra parte oggi, per accendere un mutuo, ci si finanzia al 5%, contro l’1% di 20 mesi fa. Chi ha sottoscritto un contratto variabile ora fa fatica a rimborsare le rate, in una situazione in cui, oltretutto, il costo della vita si è alzato in modo importante. A breve, proprio per questo motivo, è possibile che il mercato real estate italiano possa entrare in una fase di stasi, rimanendoci per un po’ di tempo. Non sono da escludere anche cali dei prezzi, con l’esclusione, forse, di Milano, che è una realtà a parte. Nella metropoli ambrosiana, le case nuove continuano a essere molto ricercate, e fino a quando il fenomeno proseguirà, i prezzi degli immobili rimarranno alti.
La reazione delle Borse
La decisione della Banca Centrale Europea ha suscitato discussioni e previsioni sulle mosse future del suo board. Ma non ha impattato più di tanto sulle Borse, che proseguono imperterrite la loro fase di assestamento. La scorsa settimana, i listini hanno evidenziato una sofferenza moderata un po’ in tutta Europa, chiudendo generalmente in leggera perdita, anche per influsso delle trimestrali. Milano ha archiviato la settimana a -0,8%, ma sta ora rimbalzando. Il periodo fiacco che le Borse europee stanno sperimentando da un po’ di tempo a questa parte dipende in buona parte dalla sofferenza dell’economia, sopravanzata in modo abbastanza netto da quella americana. Fa però eccezione a questa regola l’andamento delle banche, decisamente migliore dal nostro lato dell’Atlantico. Da inizio anno, gli istituti di credito dello Zio Sam hanno perso valore (dopo essere cresciuti in precedenza), mentre quelli europei hanno guadagnato moltissimo. Un segnale di questo trend, e di quanto potrebbe acuirsi in futuro, è la scelta (per molti aspetti clamorosa) di Jamie Dimon di vendere, per la prima volta, azioni proprie di Jp Morgan. Il ceo dell’investment bank newyorkese metterà sul mercato un milione dei suoi titoli (degli 8,6 in portafoglio), per un valore che dovrebbe superare i 140 milioni di dollari. La ragione ufficiale dell’operazione, recita una nota della banca, è un’esigenza di “diversificazione finanziaria e pianificazione fiscale e patrimoniale personale”. Tuttavia, il presidente e ceo dell’istituto neoeboracense potrebbe anche aver “fiutato” segnali di rallentamento nell’economia americana. Se così fosse – e se, nel mentre, l’Europa iniziasse a trarre beneficio da una politica monetaria più rilassata – non sarebbe da escludere un riequilibrio tra le Borse dei due lati dell’Atlantico, con i listini del nostro continente liberi di esprimersi secondo livelli più consoni.
Il nodo-Mes
Torna in primo piano la discussione sul Mes. Il braccio di ferro tra Bruxelles e Roma è ancora in corso, e finora il governo italiano sta resistendo agli appelli provenienti dall’Europa (ultimo, quello del cancelliere tedesco Olaf Scholz) che mirano alla firma italiana del protocollo. L’Italia sta tenendo duro, sta cedendo o sta trattando? La terza ipotesi sembra essere la più probabile. Sul tavolo dei negoziati potrebbe spuntare il rinvio, o almeno l’allentamento, del patto di stabilità. Senza assegni in bianco, né firme al buio. Il Mes è forse l’unica arma di cui l’Italia dispone per fare un po’ di pressione psicologica sull’Europa e, soprattutto, sulla Bce. In palio ci sono gli allarmi-spread e la tenuta della nostra economia. Sicuramente, a causa della situazione internazionale, l’Europa non può permettersi problemi sul debito pubblico italiano proprio in questo momento. Per l’Italia questo elemento, nella partita di poker in atto, potrebbe rivelarsi una situazione da “scala reale”.
Il via di Cronos
Sul fronte assicurativo, Eurovita è stata messa in liquidazione lo scorso 27 ottobre. Mentre quasi contestualmente (cioè il 1 novembre) parte ufficialmente Cronos, compagnia capitanata da Alessandro Santoliquido che prenderà in carico le polizze dei circa 400.000 assicurati Eurovita. Questi contratti, in un secondo tempo, saranno spartiti tra i cinque gruppi assicurativi che, in seguito agli accordi della scorsa estate, controllano la nuova compagnia: Generali, UnipolSai, Intesa Sanpaolo Vita, Poste Vita e Allianz. Le polizze in questione sono a riscatto bloccato fino a fine novembre: poi i sottoscrittori potranno decidere cosa fare. A tranquillizzare i clienti, lo stesso Santoliquido, manager capace e apprezzato, che ha ricordato agli assicurati: “non c’è nessuna urgenza di decidere cosa fare dei propri risparmi: ciascuno potrà decidere se continuare ad affidare i propri risparmi a Cronos Vita oppure no, senza l’assillo della fretta”. Una decisione che gli assicurati prenderanno senza pressioni, sapendo che dietro i loro contratti ci sono ora cinque compagnie solide e ben conosciute, e che le condizioni di sottoscrizione non saranno in alcun modo modificate rispetto a quelle firmate con Eurovita. Come avevamo pronosticato in tempi non sospetti, il salvataggio “s’aveva da fare”, in un modo o nell’altro. Ne andava della credibilità dell’intero ramo vita – e quindi del sistema assicurativo italiano. Come i colossi bancari, anche il comparto life è, come si suol dire too big too fail: una colonna non solo del mondo assicurativo, ma della stessa economia di un paese.
Il flop delle auto elettriche
Sul fronte dell’economia reale, i dati sulle immatricolazioni dei primi otto mesi di quest’anno (diffusi dal comparatore di tariffe Segugio.it) evidenziano che il settore della mobilità elettrica, in Italia, è ancora marginale. Se in Norvegia il comparto è ormai all’83% dei veicoli immatricolati e in paesi come Islanda, Finlandia, Svezia e Danimarca supera il 30%, nel nostro Paese è fermo al 3,9%. Per quale motivo? Perché nelle strade italiane c’è una carenza di colonnine di ricarica, in una situazione che vede un’autonomia ancora limitata di questi veicoli. Per questo motivo, almeno a oggi, le e-cars sembrano più adatte a un utilizzo cittadino che non extraurbano. Influiscono molto anche i prezzi di veicoli e riparazione, davvero proibitivi per una vasta fetta della popolazione italiana (e anche per le assicurazioni, che hanno dovuto alzare i premi per le vetture elettriche, ora più cari rispetto a quelli per i veicoli endotermici).Infine, non bisogna trascurare il problema-sicurezza; su questo nodo si discute, ma non ci sono ancora rassicurazioni evidenti sulla reazione di queste auto in seguito a tamponamenti o urti di qualsiasi tipo.
Foto di Nadine Shaabana su Unsplash






