Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il tira e molla sulle tariffe doganali americane è sbarcato nelle aule di tribunale, in un crescendo che prevedibilmente porterà la questione all’esame della Corte Suprema.
Il nuovo capitolo della telenovela-dazi è stato infatti aperto lo scorso 28 maggio dal tribunale per il commercio internazionale, che ha bloccato le tasse doganali. I giudici hanno evidenziato che Donald Trump ha imposto le tariffe ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act senza che ve ne fossero le premesse. Questa legge, introdotta nel 1977 sotto l’amministrazione Carter, permette al presidente di decidere in autonomia le dinamiche delle transazioni commerciali, soprattutto con l’estero, nel caso in cui gli Usa siano in guerra o in un periodo di emergenza nazionale: il suo ruolo è di contrastare crisi economiche impreviste che il Congresso non può affrontare con sufficiente rapidità o flessibilità. Tuttavia, l’economia non evidenzia problemi, né si ravvisa un’urgenza tale da escludere le Camere dalla discussione delle misure: per questo, non sembrano esserci i presupposti per definire anomala la situazione attuale, né per invocare l’applicazione di misure speciali. Anche se, soprattutto nel nuovo millennio, più presidenti hanno fatto frequente uso e abuso dell‘International Emergency Economic Powers Act. La sentenza anti-dazi è stata poi sospesa dalla corte d’appello, in attesa di pronunciarsi in merito.

Nuove tariffe su acciaio e alluminio

Intanto, Trump ha introdotto da oggi un aumento dei dazi su acciaio e alluminio, portati dal 25% al 50%. Quest’ultimo è un settore dominato dai produttori cinesi; tuttavia, nuove tariffe doganali avrebbero effetti negativi sull’intera filiera produttiva europea, creando inflazione anche negli Stati Uniti, che importano massicciamente questa materia prima.
Non si comprende bene se l’ennesimo annuncio di Trump sia una nuova sfida alla Cina (che ha accusato, tra l’altro, di aver violato gli accordi con gli Stati Uniti) oppure un dispetto ai giudici. Trump sembra comunque davvero convinto della necessità dei dazi per la “sopravvivenza economica” del Paese, come ha scritto in un post sul social network Truth.

Economia a rischio

Come anticipato, ricorsi e controricorsi porteranno probabilmente il caso alla Corte Suprema. Nel mentre, l’incertezza danneggerà l’economia americana, con investimenti rallentati o fermati e crisi dei consumi, e poi il commercio in tutto il mondo, dato che gli scambi con gli Stati Uniti sono indispensabili. Il concetto è stato espresso con fermezza da Fabio Panetta: secondo il governatore della Banca d’Italia, in due anni i dazi americani potrebbero “sottrarre quasi un punto percentuale alla crescita mondiale”, sollevando interrogativi anche sul futuro del dollaro (in continua flessione) “come valuta di riserva e di denominazione degli scambi commerciali”.

Elon Musk saluta e se ne va

Prima che le Corti, dovrebbe essere la stessa amministrazione Trump a spingere il presidente verso una posizione dialogante, come a suo tempo aveva provato a fare (con parziale successo) il segretario al Tesoro Scott Bessent. A non molto tempo dall’apertura della campagna elettorale per le consultazioni di mid term, Trump deve evitare che gli elettori siano scontenti delle ripercussioni economiche dovute ai dazi, e che i suoi più fidati consiglieri lascino il ponte di comando. Come ha fatto Elon Musk, che ha terminato nei tempi previsti il suo lavoro al dipartimento dell’Efficienza governativa ma non ha rinunciato a criticare il disegno di legge sulla spending review, che – ha detto l’imprenditore ai microfoni della Cbs – “incrementa il deficit di bilancio anziché diminuirlo”. Una stoccata che è seguita a un ringraziamento a Trump, ma che ha anche rimarcato una presa di distanza, suggerendo che non tutte le mosse del presidente sono gradite ai grandi imprenditori vicini al programma che ha portato il Tycoon alla Casa Bianca.

Le Borse fanno da sé

L’effetto più concreto dei dazi è stato l’indebolimento del dollaro. Le Borse, invece, hanno deciso di non seguire più gli annunci e le smentite di Trump, scegliendo di provare – fin dove possibile – a ignorare le sortite e le ritirate del presidente americano e di seguire una strada autonoma. Sembra un paradosso, ma i mercati, soprattutto quelli europei, stanno riuscendo a mantenere le posizioni in maniera egregia; le flessioni della scorsa settimana, poi assorbite, sono dipese da motivi contingenti: su tutti, i dati trimestrali dell’economia americana, la cui crescita ha subito un rallentamento nel primo quarter. Favoriti anche dai tassi di interesse ormai bassi, gli indici europei sono visti come investimento più redditizio rispetto all’obbligazionario, e questo li spinge ulteriormente a una sovraperformance rispetto ai mercati americani. Sarà la diffusione completa delle trimestrali a tracciare in maniera più netta il tracciato dei grafici borsistici, che saranno condizionati anche dalle caratteristiche intrinseche di ogni singolo listino – Milano, per esempio, è influenzata dal risiko bancario, che vede in posizione cruciale il nodo-Mediobanca. Le Borse sembrano vaccinate, ma devono dirimere vari interrogativi: la fase è quindi abbastanza transitoria, all’insegna dell’attesa.

Bulgaria nell’euro, sì o no?

Mentre l’euro si rafforza sul dollaro, la Bulgaria ha annunciato l’intenzione di fare il suo ingresso nella moneta unica dal 1 gennaio 2026, se Bce e Commissione Europea concederanno il loro nulla osta. Di per sé, la notizia non ha del clamoroso, dato che Sofia non raggiunge neppure il Pil della Lombardia; tuttavia, ci troviamo di fronte a un segnale che mostra l’irreversibilità dell’euro, la cui platea si allarga sempre più. Come è emerso anche in Croazia, che ha adottato la moneta unica il 1 gennaio 2023, l’ingresso in Eurolandia rischia però di causare uno choc inflattivo. Il timore di un aumento dei prezzi è una delle cause che ha spinto migliaia di bulgari a scendere in piazza per conservare il lev. I manifestanti, che in maggioranza sostengono i movimenti sovranisti, chiedono che la decisione sia demandata a un referendum popolare. La consultazione è sostenuta anche dal presidente Rumen Radev ma avversata dal presidente del parlamento, che la ritiene contraria ai trattati di adesione all’Unione Europea: tuttora il dossier è nelle mani della Corte Costituzionale bulgara, che deciderà se permettere ai cittadini di decidere direttamente sul futuro monetario del Paese.

Foto di Tingey Injury Law Firm su Unsplash

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