Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il 1 agosto si avvicina e Donald Trump conferma i dazi del 30% per le merci provenienti dall’Unione Europea e dal Messico. Il presidente degli Stati Uniti, nello stesso tempo, minaccia nuove tariffe: il Congresso sta discutendo un disegno di legge che introdurrebbe dazi secondari fino al 500% contro chi acquista dalla Russia gas, petrolio e uranio; Trump ha annunciato l’appoggio alla misura, ma solo se gli sarà assicurata “flessibilità”. Il presidente, infatti, non vuole avere le “mani legate” nelle trattative con Mosca, mantenendo la “porta aperta” ai negoziati. Inoltre, ha minacciato l’inquilino della Casa Bianca, se la Russia non raggiungerà un accordo con l’Ucraina entro 50 giorni, chi commercia con Mosca sarà oggetto di dazi secondari al 100%. Le nuove misure colpirebbero molti Paesi, ma sarebbero rivolte soprattutto alla Cina e agli altri Brics. Trump, come detto, vuole però tenersi aperta una via di trattativa. Con la Russia. Ma, ça va sans dire, anche e soprattutto con Pechino, con cui Washington sta già trattando sul futuro dei dazi reciproci fra le due potenze, con colloqui a più livelli.

L’Europa protesta

E l’Europa? Esprime la sua delusione per il ritorno alla casella di partenza, lamentando che le trattative con gli Stati Uniti erano in atto e sembravano anche a buon punto. Maroš Šefčovič, commissario Ue per il Commercio, la Sicurezza economica, le Relazioni interistituzionali e la Trasparenza, ha detto chiaro e tondo che dopo cento ore di colloqui personali con gli americani e altre trattative a cui ha partecipato il suo team, le due delegazioni erano vicine a un accordo. Fino a quando Trump ha fatto saltare il banco. Per l’Ue, ha detto, Šefčovič, i dazi del 30% sono inaccettabili: se un accordo non sarà trovato, l’Unione sarà costretta a introdurre il suo bazooka, cioè misure di compensazione per circa 90 miliardi di euro. Si rischia una guerra commerciale, rinfocolata non solo dalle parole e dalle azioni aggressive di Trump, ma anche dai suoi toni, di molto sopra le righe. Il leader Usa sembra sottovalutare un rischio molto forte per l’economia americana, che in caso di dazi sarebbe colpita da impatti negativi, se non devastanti. A perderci sarebbero consumatori (leggi: elettori) e aziende statunitensi, con le facili conseguenze del caso.

Boe: “il protezionismo indebolisce il dollaro”

Non solo: come ha osservato il rapporto semestrale della Banca d’Inghilterra sulla stabilità del sistema finanziario, una conferma delle tariffe porterà il dollaro a indebolirsi ulteriormente. Trump, come si usa dire, sta tirando la corda, ma la sua amministrazione è sicuramente consapevole dei gravi rischi di questa politica per l’economia americana. Per questo motivo, si prevede che le “sparate” del presidente Usa rimarranno tali, e che il punto di caduta con l’Unione Europea sarà probabilmente al 10%, come nel caso dei rapporti commerciali Usa-Gran Bretagna. Se dovessimo arrivare a questo risultato, sarà sicuramente per una svolta di Trump – ormai compulsivo nell’annunciare una misura e smentirla a breve termine – più che per l’inesistente forza negoziale dell’Europa, che ha ceduto su tutta la linea agli americani sulla Digital tax, senza peraltro ottenere nulla in cambio. L’Ue, in altre parole, non cessa di dimostrare la sua inconsistenza: se il mercato unico funzionasse, i Paesi dell’Unione potrebbero anche scegliere di compattarsi e diminuire la loro presenza sul mercato americano, commerciando di più tra loro e aprendo nuovi canali con i Brics. Invece, ogni Stato membro va per la sua strada e i risultati si vedono.

Le Borse fanno ancora spallucce

Se molti investitori di tutto il mondo lasciano il dollaro perché non lo considerano sicuro come una volta, le Borse, soprattutto in Europa, rispondono alla nuova offensiva trumpiana con l’ormai usuale reazione: una moderata debolezza iniziale e un tranquillo recupero. La forza dei mercati è a suo modo sorprendente, come la scarsissima volatilità evidenziata dagli indici. Lo abbiamo ricordato più volte: dopo il tonfo dello scorso 2 aprile e il graduale recupero, le Borse hanno preso le misure e sembrano ignorare le devastanti sollecitazioni provenienti dall’amministrazione americana. Vedremo ora che cosa succederà il 1 agosto. Se un buon esito delle trattative eviterà una guerra commerciale – grazie a un ulteriore rinvio o al raggiungimento di accordi, anche provvisori – i listini non potranno che goderne. Nello sventurato caso in cui i dazi al 30% entrassero davvero in vigore, invece, i mercati rischierebbero due contraccolpi: uno diretto (a causa di uno stress degli indici dovuto alla definitiva introduzione delle misure tariffarie) e uno indiretto, proveniente dai primi effetti della telenovela-dazi sugli utili delle aziende quotate. Questo rischio è il più pericoloso: il calo degli indici, che le Borse “vaccinate” hanno tenuto a lungo fuori della porta, rischierebbe di rientrare dalla finestra, con la dinamica “i dazi abbassano gli utili; il calo degli utili provoca uno storno dei titoli in Borsa”. Trump afferma che gli Stati Uniti stanno guadagnando miliardi di dollari ogni giorno, ma che senso ha questo balzo in avanti se il denaro che entra viene poi perso per le contrazioni economiche causate dal protezionismo? Questi pericoli dovrebbero offrire ancora più motivazioni a Trump per fermare il giochino degli annunci e dei contro-annunci e iniziare ad affrontare in modo sistematico i vari nodi dell’economia americana e della politica interna ed estera statunitensi.

Il risiko tiene banco

Come detto, Piazza Affari, come gli altri mercati, ha praticamente ignorato il nuovo capitolo della soap opera dei dazi. Ma non si è mostrata indifferente alla settimana importante del risiko bancario. In primo luogo, il Tar del Lazio ha accolto le istanze di Unicredit, che considerava illegittimo il golden power sull’ops Banco Bpm. Tutto ciò mentre l’Ue ha espresso dubbi sulla luce rossa del governo italiano, che “potrebbe costituire una violazione” del diritto europeo. Poi, Crédit Agricole ha comunicato di aver chiesto il via libera alla Bce per salire oltre il 20% nell’azionariato Banco Bpm. La contendibilità di Piazza Meda è stata premiata con un rimbalzo del titolo dopo la sentenza del Tar. Ora Andrea Orcel dovrà decidere se riprendere l’attacco a Banco Bpm o lasciare un dossier su cui Unicredit rischia letteralmente di incartarsi. E’ invece riuscita l’offerta Biper sulla Popolare di Sondrio, anche se con circa il 58% delle adesioni e reazioni contrastanti, soprattutto in Valtellina. Continua infine l’opposizione di Mediobanca all’offerta Mps, che rende la complessa partita del risiko ancora imprevedibile.

Fondi di coesione, allarme per le regioni

Un nuovo allarme rosso scuote l’economia italiana. La Commissione Ue, fresca di voto di fiducia al Parlamento Europeo, sta pensando di riformare la gestione dei fondi di coesione, che sarebbero trasferiti non più alle regioni, ma direttamente allo Stato. L’operazione priverebbe la Lombardia di 4,4 miliardi di euro e costituirebbe un rischio per i benefici provenienti dalla gestione diretta delle risorse. La situazione rischia di peggiorare ulteriormente (e drammaticamente) per un’altra trovata dell’esecutivo di Ursula von der Leyen: tagliare gli stessi fondi di coesione del 30% per destinare questa percentuale al bilancio comunitario per la difesa. Se questa operazione andasse in porto, si rischierebbero conseguenze imprevedibili per l’intera gestione dei territori in Europa.

Foto di Micaela Parente su Unsplash

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