Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il Golfo Persico torna a infiammarsi, e la ripresa delle ostilità impatta sulle materie prime. In particolare, il Brent supera nuovamente i 90 dollari al barile, mentre la quotazione del gas ad Amsterdam è sopra i 70 euro al megawattora. I timori dell’esplosione dei prezzi si intensificano, e non solo per greggio, metano e settori correlati: lo Stretto di Hormuz trasformato in Far West rischia di avere un impatto drammatico sul passaggio del grano e sui fertilizzanti in transito per i Paesi meno abbienti, rinnovando il rischio (già sottolineato più volte) di una catastrofe umanitaria.
Ai massimi
In questo scenario, che vede aumentare pericolosamente i rischi di inflazione in tutto il mondo, si sta verificando una massiccia vendita di obbligazioni governative su scala globale. Vendita che ha spinto i bond a valori che non si registravano da almeno 15 anni in Francia e Germania, mentre il decennale giapponese raggiunge il 3% per la prima volta dal 1996. Altra epoca, altre condizioni. A rendere più marcata la tendenza al rialzo globale sono le performance molto alte del decennale americano, spinte anche dal debito pubblico record, che costringono gli altri governativi a fornire un rendimento minimo se non in linea, almeno non troppo distante rispetto alle obbligazioni dello Zio Sam. Il ciclo rialzista dei bond dovrebbe comunque aver raggiunto il suo top. Detto questo, il mercato equity non fa quasi una piega, il che è decisamente sorprendente. Le Borse, almeno per ora, sembrano in grado di attutire gli stimoli forti provenienti dalle crisi geopolitiche (con il decollo delle obbligazioni) e dall’intelligenza artificiale, mostrandosi in pieno controllo della situazione.
In attesa delle banche centrali
I mercati, al momento, sono sostenuti dalla grande attesa dell’imminente quotazione di Anthropic. Ma il quadro sarà più chiaro dopo il Labor Day americano, che ricorre l’8 settembre e che segnerà la ripartenza a pieno regime delle Borse Usa dopo il periodo estivo. Presto si dovrebbe poter tracciare la possibile direzione che prenderanno i mercati e capire se è arrivato il momento della tanto attesa correzione.
La possibile sorpresa (positiva o negativa) è però dietro l’angolo: Donald Trump ha disperatamente bisogno che almeno una delle due guerre in corso (Iran e Ucraina) finisca, per cercare di evitare la débâcle nelle elezioni di mid term in programma a novembre. Nel caso in cui le armi dovessero tacere almeno su un fronte, rendendo la pressione inflattiva più sopportabile, le Borse potrebbero ricevere un beneficio, rimandando l’eventuale storno. Influiranno sull’andamento dei mercati anche le decisioni delle banche centrali sull’opportunità o meno di stringere le viti della politica monetaria: un eventuale rialzo dei tassi di interesse sarebbe problematico per i tecnologici. Una scelta di questo tipo potrebbe infatti prolungare gli alti rendimenti dei bond, obbligando le azioni dell’intelligenza artificiale ad alzare l’asticella degli utili attesi.
Cambio di rotta
Il rialzo dei rendimenti decisamente anomalo dell’obbligazionario sembra consigliare agli investitori di aumentare queste posizioni, facendo però attenzione a equilibrare la durata, con acquisto maggiore di decennali rispetto ai biennali. La situazione sembra invece suggerire cautela sull’azionario, su cui sembra consigliabile non aumentare le posizioni fino al prossimo storno. Ciò vale più o meno per tutte le piazze principali, ma ancora di più per il Nasdaq, che già a luglio ha assistito a una grande correzione per i “magnifici sette” e ora sembra avere più motivi per scendere che non per salire. Anche se non ci si aspettano crolli, ma un rientro da alcuni eccessi. Stesso discorso si può fare per le criptovalute, anche se attualmente sono protagoniste di un ciclo rialzista.
IA, investimenti macroscopici
Intanto, la crescita esponenziale del settore IA ha un prezzo. Le bigtech made in Usa, infatti, dovranno dotarsi di data center e altre infrastrutture gigantesche (oltre che spendere tanto in energia elettrica) per sostenere lo sviluppo del settore. Secondo una previsione della Bce, i grandi gruppi tecnologici potrebbero aver bisogno di 1.000 miliardi di dollari da utilizzare per investimenti in conto capitale entro il 2028 (praticamente domani). E si sa: i finanziamenti li si va a cercare dove ci sono, senza badare troppo ai confini di Stato. Per ora, sono in giro 40 miliardi di bond; ci si chiede che cosa succederebbe se questa cifra aumentasse a dismisura. L’Eurotower teme che questo sbarco in massa delle bigtech nel mercato europeo sia in grado di aumentare i costi di finanziamenti per le aziende del nostro continente, introdurre il rischio di esposizione esagerata nei confronti dei gruppi IA e creare concorrenza con i titoli di Stato europei, danneggiando il settore. Su quest’ultimo punto, però, occorre anche ricordare che le istituzioni non possono evitare di acquistare obbligazioni governative, e che i singoli investitori difficilmente abbandoneranno un settore che, nell’immaginario collettivo, è identificato con performance sicure e, quindi, con un’idea di tranquillità.
Banche, finita la pacchia?
Ha fatto parlare un intervento di Andrew Coombs, head of European financials equity research di Citi, che esprime ancora buone sensazioni sulle banche europee, avvertendo però che il trend al rialzo è in dirittura d’arrivo. Secondo l’esponente del gruppo americano, Unicredit rimane buy, ma dovrà affrontare i rischi legati all’operazione Commerzbank.
Nel mentre, in Italia, i fari sono puntati sul risiko bancario interno. Luigi Lovaglio, il cui tentativo di resistere all’offerta Intesa Sanpaolo sembrava disperato, inizia ad accumulare chance di riuscita, anche se Cà de Sass resta favorita. La settimana scorsa, il dossier Siena si è arricchito di due interventi provenienti dal mondo assicurativo: uno dal gruppo Generali, che si è detto disposto a valutare l’ops di Montepaschi sulla sua banca, e uno da Carlo Cimbri, presidente di Unipol, che ha rassicurato sulla permanenza della sede Mps a Siena e sull’assenza di licenziamenti nel caso in cui Intesa vinca la partita. Comunque vada, l’amministratore delegato della banca senese si sta dimostrando un lottatore di prima grandezza. La sua impresa, lo ripetiamo, non è facile, ma non è neanche proibitiva come nei giorni in cui l’aveva lanciata. Anche perché l’idea di un Montepaschi indipendente piace a livello istituzionale, sia al governo, sia a parte dell’opposizione. La politica, è vero, si è affrettata a puntualizzare che la decisione sarà presa unicamente dal mercato; tuttavia, una posizione così netta (e bipartisan) difficilmente potrà essere del tutto ignorata.
Foto di Viktorija Lankauskaitė su Unsplash






