L’Europa ha provato a stabilire un tetto al prezzo del gas, ma invano: in aggiunta alle difficoltà tecniche di una misura così complessa, ancora una volta gli interessi particolari si sono dimostrati troppo forti. Intanto, la richiesta russa di saldare i conti in rubli ha creato difficoltà all’Occidente, che annaspa alla ricerca di alternative.

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari

Dopo il taglio delle accise da parte del governo italiano anche l‘Europa ha provato a fare qualcosa, cercando di trovare un accordo per stabilire un tetto al prezzo del gas. Ma finora le trattative non hanno portato risultati. E non c’è troppo da stupirsi.
Il motivo è semplice: una parte del rincaro è imputabile al prezzo che si forma a Chicago, mentre tutto il resto – lo avevamo già sottolineato nell’articolo della scorsa settimana – è prodotto in Olanda, al Title Transfer Facility di Amsterdam.
E qual è il paese che più si è opposto a fissare un tetto al prezzo del gas? Avete indovinato: proprio l’Olanda, preoccupata di non ledere interessi economici nazionali.
Come al solito, si è dovuto osservare che in sede europea non esiste una grande solidarietà e neanche una leadership chiara: la Germania, interessata come e più dell’Italia a porre un limite al caro-gas, non è riuscita a imporsi, nonostante il sostegno di vari paesi.
Una volta tanto sono state le istituzioni italiane a indicare la via possibile: il taglio (provvisorio) delle accise ha abbassato il prezzo della benzina alla pompa, rimarginando l’allarme rosso per cittadini e imprese. Il decreto è persino stato in grado di invertire un fenomeno storico: ora sono gli svizzeri a sconfinare in Italia per rifornirsi – un’eventualità che solo pochi giorni fa sarebbe stata definita fantascientifica.
Ancora una volta è evidente quanto sia corretta la teoria di Laffer, secondo cui la tassazione, quando supera un certo livello, distrugge reddito e diminuisce il gettito fiscale. Ne è la dimostrazione la tassa introdotta da Monti sui porti, che a suo tempo ha devastato un settore, influendo negativamente anche sulle entrate. Mentre, d’altra parte, l’Irlanda ha scelto la detassazione per uscire dalla crisi. E lo ha fatto in scioltezza.

La chimera del gas liquefatto

Se il costo della benzina è tornato a livelli accettabili (per il taglio delle accise, ma anche per il calo del prezzo del petrolio, dopo il lockdown di Shanghai), la questione-gas è dunque più che mai aperta. Anzi: il quadro peggiora dopo la richiesta, avanzata da Mosca, di saldare i conti in rubli – una proposta che gli europei hanno rinviato al mittente.
Difficile intravedere se questo problema porterà una rottura – complicato anche comprenderne i motivi, dato che la mossa russa non ha apparentemente impatti di tipo monetario, a parte un temporaneo rimbalzo del rublo.
Forse il tentativo punta a scongiurare nuove sanzioni sul lato Swift, o riattivare le attività bancarie sotto embargo.
Non è facile, comunque, prevedere se la nuova querelle troverà risoluzione. Certo è che una rottura definitiva porterebbe alla luce il problema della sostituzione del gas russo (che peraltro sta pompando regolarmente in Europa occidentale) con rifornimenti da altri paesi. Un’operazione che ha del proibitivo.
Prima di tutto perché le alternative – Azerbaijan, Qatar, Algeria, Turchia, Arabia Saudita – non sono così attraenti considerandone lo Stato di diritto.
E poi perché il possibile acquisto di gas liquefatto dagli Stati Uniti sa molto di presa in giro. Per attivare questo nuovo meccanismo e portarlo a soddisfare il fabbisogno europeo, infatti, non ci vorrebbero mesi, ma anni. Oltre a ciò, il gas a stelle e strisce coprirebbe non più del 10% delle necessità odierne e dovrebbe essere stoccato in apposite piattaforme. Che non sono pronte.
In più, gli Stati Uniti sono autosufficienti in termini di produzione energetica e alle loro aziende e famiglie oggi il gas costa 15 euro/Mwh contro i 100 che si pagano in Europa in questo momento.
Per non parlare della pericolosità dell’operazione: il gas viaggerebbe su navi e basterebbe una scintilla per provocare un disastro.

Quel default impossibile

Tutto questo mentre l’idea dominante del mondo occidentale è portare al limite del default la Russia – impresa quasi impossibile, dato che Mosca incassa fra i 30 e i 40 miliardi al mese per la vendita di gas e petrolio, è leader nell’esportazione di palladio e nichel e ha varie alternative in caso di disimpegno occidentale, oltre che un debito gestibile verso l’estero. Senza trascurare un dato storico: nessun embargo ha mai fatto fallire un paese – né Cuba, né l’Iran, né il Venezuela, eccetera.
Insomma: alla fine il conto non lo pagherebbe il Cremlino, ma l’Europa. E neppure tutta, dato che qualche azienda inizia a fare distinguo e non ne vuole sapere di lasciare il mercato russo.

Proteggersi con le azioni

La situazione contiene un paradosso: i mercati, nonostante tutto, hanno trovato una certa stabilità. Anche se è pur vero che siamo alla chiusura del trimestre – periodo in cui, nei periodi difficili,si tendono ad abbellire i conti e a non accentuare le perdite.
Occorre anche ricordare che siamo in un forte contesto inflattivo; quando i rendimenti reali nei confronti dell’inflazione sono negativi, anche i prezzi delle azioni tendono ad apprezzarsi. Quindi, in un momento in cui tutte le asset class hanno perso terreno da inizio anno, non è errato evidenziare come un po’ di protezione possa essere fornita proprio dall’azionario. E, entro fine anno, ci si può aspettare una stabilizzazione, seguita da un recupero che riporti indici in parità, o quasi.
Difficile, però, suggerire quando entrare sul mercato. È consigliabile frazionare nel tempo gli investimenti oppure aspettare un po’, dato che il secondo trimestre potrebbe iniziare con una certa sofferenza: occorrerà attendere le prime trimestrali (che tradizionalmente sono diffuse dalle società finanziarie americane) per averne una conferma.
Per il rilancio potremmo dover aspettare, ma non molto: è sperabile aspettarsi un maggio all’insegna del recupero e del contenimento della volatilità.

Una Macedonia molto cara

In un’epoca di crisi economica e finanziaria si è innestata l’eliminazione della nazionale italiana dai prossimi Mondiali di calcio a opera della modesta Macedonia del Nord, poi regolarmente fermata dal Portogallo. Oltre alla débâcle sportiva, si sono sottolineati gli impatti che la mancata partecipazione al massimo torneo calcistico avrà sull’indotto-calcio, che copre qualche punto di pil: a soffrirne saranno soprattutto bar, ristoranti e settore food già colpiti da Covid e caro-energia.
Qualcuno ha anche ricordato che i paesi vincitori dei Mondiali innescano un aumento medio degli indici pari al 3% circa. Dimenticando, però, che l’impulso positivo si applica a chi si aggiudica la vittoria finale, non a tutte le 32 squadre che semplicemente partecipano.
L’impatto dell’eliminazione sull’economia ci sarà, sia chiaro, ma sarà minore rispetto a quanto si dica. Anche perché i Mondiali 2022 si svolgeranno nell’inedito periodo di novembre-dicembre, stagione in cui la gente esce meno di casa rispetto alla tradizionale collocazione estiva.

 

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