Le esternazioni di Christine Lagarde e del suo vice Luis De Guindos hanno inciso negativamente sui mercati. A spaventare gli investitori i nuovi rialzi dei tassi, ma soprattutto la vendita dei titoli di stato, che da marzo saranno ceduti al ritmo di 15 miliardi di euro ogni mese
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Ancora una volta, le dichiarazioni di Christine Lagarde hanno portato sconquasso sui mercati. Nel corso di una conferenza stampa tenuta la scorsa settimana, la presidente della Bce ha annunciato nuovi aumenti dei tassi (che cresceranno “al ritmo di 50 basis point alla volta per un certo periodo”) e la vendita, dal prossimo marzo, dei titoli di stato in pancia all’istituto centrale, con una cadenza iniziale di 15 miliardi di euro ogni mese. Una posizione, questa, che ha decisamente portato la politica dell’Eurotower sulle posizioni dei falchi. E che rischia di catapultare l’Europa (e l’Italia) in un nuovo 2011.
L’aumento progressivo dei tassi (prossimo appuntamento a inizio 2023) non è certo una novità e le dichiarazioni di Christine Lagarde e del suo vice Luis De Guindos (“Ci saranno altri rialzi dei tassi di interesse, non so fino a quando. Sono assolutamente onesto: non lo so”) erano ampiamente previste. Meno scontato, invece, lo stop così ravvicinato al quantitative easing, che dei due annunci è quello che ha spaventato maggiormente gli investitori.
Problema di comunicazione
L’ennesima uscita infelice della presidente Bce ha buttato un enorme masso nello stagno delle economie europee, rendendo inquieti i mercati e innescando un nuovo incremento degli spread: le Borse hanno perso più del 3%, mentre i nostri Btp hanno lasciato sul terreno oltre l’8%.
Intendiamoci: la Bce (insieme alla Fed) ha spento un rimbalzo che stava già affievolendosi (la difficoltà dei tecnologici negli Stati Uniti, per esempio, ha fatto la sua parte). Tuttavia, la comunicazione in casa Bce è un problema decisamente spinoso, che deve essere affrontato il prima possibile. Le gaffe della presidente Bce assomigliano sempre di più al classico battito d’ali di una farfalla a Tokyo che causa un uragano a New York.
Se si volesse scherzare su questi avvenimenti, si potrebbe azzardare una nuova strategia di investimento: mettersi short ogni volta che Christine Lagarde annuncia una conferenza stampa, per evitare i disastri che puntualmente fanno seguito alle sue dichiarazioni.
Pressioni sul Mes
Oltre a dettare la nuova linea di Francoforte, con il brusco passaggio tra il whatever it takes e la vendita dei titoli di stato, la numero uno della Bce si è ritagliata uno spazio tutto dedicato all’Italia, augurandosi una rapida approvazione del Mes da parte del nostro parlamento. Un via libera che è necessario perché questo organismo possa partire: dopo l’ok della corte costituzionale tedesca, l’unico stato membro a non dare via libera al fondo salvastati è proprio l’Italia, dove l’argomento è poco popolare nell’attuale maggioranza, ma non solo.
I timori espressi da alcune forze politiche sono però comprensibili: a quanto previsto, il Mes sarebbe dotato di poteri troppo ampi, che sfiorerebbero l’autoreferenzialità.
Finora, le istituzioni italiane tengono la linea: la camera ha deciso di “non approvare il disegno di legge di ratifica della riforma del trattato istitutivo del Mes”, con 164 voti favorevoli e 138 contrari. Il veto, insomma, sembra resistere, anche se in futuro, obtorto collo, il parlamento dovrà probabilmente tornare sui suoi passi. Troppe le pressioni, pochi gli spazi di autonomia che i paesi membri hanno nell’ambito della Ue.
I rischi del cashless
Lo dimostra palesemente il “caso-Pos”. Nella manovra finanziaria (che, ricordiamolo, aveva ricevuto il placet in sede Ue) era indicato l’incremento della soglia sopra cui gli esercenti sono obbligati a permettere un pagamento con carta, che si sarebbe elevata da 30 a 60 euro.
L’innalzamento del tetto – effettivamente eccessivo – si concretizzava comunque come misura assolutamente marginale, nonostante i polveroni scatenati nel mondo politico (forse per distogliere l’attenzione da altri problemi) e in sede comunitaria. Alla fine, le critiche di Bruxelles sono state sufficienti per convincere il governo ad alzare bandiera bianca e mantenere invariato il limite.
Ci si chiede: se le pressioni europee sono in grado di favorire la cancellazione di una norma accessoria come i nuovi limiti ai pagamenti elettronici, quanto sarà possibile resistere sul Mes, argomento centrale per l’Ue?
Detto questo, gli scenari di un futuro cashless fanno davvero paura. La storia recente ci mostra già chiari esempi in proposito. I greci ricordano ancora i tempi in cui ai cittadini furono bloccati i prelievi bancomat. In Cina, i pagamenti elettronici sono la base del “credito sociale”, che blocca la possibilità di effettuare transazioni in caso di dissenso nei confronti dell’autorità. In Iran, questa leva è utilizzata per fermare la dissidenza, mentre il Canada ha congelato i conti correnti dei camionisti in protesta.
I precedenti ci fanno temere che una società senza contante potrebbe essere esposta ad abusi di potere e interventi oltre il limite del consentito. Trasformando la vita quotidiana dei consumatori in una corsa a ostacoli e intervenendo sui nostri risparmi con la stessa strategia con cui sono stati gestiti i ban sui social network.
Giappone, mossa a sorpresa
Ha sorpreso la decisione della Banca centrale del Giappone, che ha dato via libera all’oscillazione dei tassi sulle obbligazioni decennali pari a 50 basis point (in entrambe le direzioni). Il provvedimento, che si discosta dalle tradizionali strategie dell’istituto centrale nipponico, risponde all’esigenza di “migliorare il funzionamento del mercato e incoraggiare una formazione più fluida dell’intera curva dei rendimenti, mantenendo nel contempo condizioni finanziarie accomodanti”, si legge in una nota dell’istituto centrale.
La nuova strategia ha causato da un lato un tonfo alla Borsa di Tokyo, dall’altro un andamento a “montagne russe” dello yen, prima ai minimi su euro e dollaro, poi protagonista di un successivo recupero.
Petrolio, navigazione tranquilla
La bufera imperversa ovunque, ma il prezzo del petrolio è ancora sotto gli 80 dollari al barile, anche a causa degli aumenti dei tassi. Ci si chiede se la Casa Bianca inizierà a ricostituire le riserve strategiche, la cui vendita – manovra molto lungimirante in un periodo di apparente calma – ha fruttato a Washington circa 4 miliardi di dollari, portando però la Strategic Petroleum Reserve ai minimi storici.
La ricostituzione delle riserve, su cui l’amministrazione Biden non si è ancora espressa, potrebbe segnare una nuova svolta e provocare un rincaro del greggio.
Il nuovo price cap
Sul fronte del gas invece è stato trovato un nuovo accordo europeo, che ha abbassato il price cap da 275 a 180 euro a megawattora. Un limite ancora troppo alto, se si considera che oggi il prezzo del metano ad Amsterdam è di poco sopra quota 100 e che le bollette che stanno arrivando a famiglie e aziende sono comunque molto alte. In parole più semplici, se davvero il prezzo del gas dovesse raggiungere i 180 euro e mantenersi stabilmente a quel livello, molte aziende chiuderebbero. Il nuovo accordo, quindi, non sposta più di tanto gli equilibri, né evita rischi fortissimi per le economie dei paesi europei.
Argentina campione del mondo di calcio. E di inflazione
Tra i paesi fornitori di materie prime c’è anche il Qatar, che in questo mese è stato al centro dell’attenzione. Sia per i Mondiali di calcio, da poco conclusi, sia per i finanziamenti illeciti agli europarlamentari, oggetto di indagini da parte della magistratura belga.
A proposito di Mondiali, ci si chiede se e quanto la conquista della Coppa del Mondo da parte di Messi e compagni contribuirà a combattere le attuali difficoltà economiche dell’Argentina.
Difficile esprimersi in proposito. Le vittorie di Inter e Milan in Champions League, come l’Italia mondiale del 2006, contribuirono a piccoli rialzi del Pil del nostro paese. Ma l’Argentina, in questo momento, si sta avvicinando a un’inflazione-monstre del 99,6%, che potrebbe portare il paese all’ennesimo default sul debito estero.
Simili percentuali non agevolano certo un aumento di comidas in bar e ristoranti e di altri consumi dovuti ai festeggiamenti post-finale.
Certo è che molti supporter argentini, interpellati prima della finale, avevano affermato di preferire la Coppa del Mondo a un allentamento della spirale inflattiva. “Prima il Mondiale, poi si vedrà”, era il refrain delle interviste lungo un’affollatissima Avenida Pellegrini.
La Coppa è ora a Buenos Aires, fra il tripudio dei porteños. Ma la vera impresa, piuttosto che la vittoria ai rigori sulla Francia, è sistemare una situazione economica che per l’ennesima volta è ampiamente fuori controllo.
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