Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finan ziari.
Dopo alcuni giorni di tranquillità, ieri le Borse hanno rallentato un po’ dappertutto. Varie le cause della frenata. La principale, a nostro giudizio, è il rialzo dei rendimenti sulla curva titoli governativi, che ha risentito dei problemi di deficit e di finanza pubblica. Il decennale italiano rende ora intorno al 4,05% e quello francese persino di più (4,10%), mentre il Bund tedesco è a quota 3,20% – un livello incredibile, dato che il 1 gennaio 2022 era ancora a -0,30%. In questo modo, le performance delle obbligazioni governative si impongono come serie alternative agli investimenti in Borsa e rendono meno attraenti i listini. Inoltre, i già citati problemi di finanza pubblica causano maggiori oneri finanziari e il rischio di un aumento della tassazione, che giocoforza abbasserebbe gli utili delle società e, di conseguenza, inciderebbe sugli investimenti nei mercati finanziari.
Preoccupazioni dal Golfo
Oltre al rialzo dei rendimenti dei bond, a far rallentare le Borse ci sono altre due cause strutturali. La prima è la scadenza dei 60 giorni di tregua (non rispettata né, finora, rinnovata) fra Stati Uniti e Iran e la complicazione crescente delle trattative riguardanti la crisi del Golfo. A complicare le cose, gli annunci e i controannunci (come la minaccia, proferita da Donald Trump, di bombardare l’Oman dopo l’accordo di Mascate con Teheran) che hanno alimentato la percezione di una fine non imminente delle ostilità. Con logiche conseguenze sui costi delle materie prime: il Brent ha superato quota 90 e il prezzo del gas sulla piazza di Amsterdam è attualmente a più di 60 euro al mwh.
Bolla IA, nuovi timori
Al segno rosso in Borsa hanno contribuito anche i timori di bolla dell’intelligenza artificiale, rinfocolati da un documento Bce, firmato da cinque economisti dell’Eurotower (Malin Andersson, Johannes Breckenfelder, Stefano Corradin, Kalin Nikolov e Maria Antonietta Viola). Secondo lo studio, pubblicato sul blog della banca centrale. gli entusiasmi borsistici per l’intelligenza artificiale (negli Usa, ma anche in Europa) rendono molto probabile un futuro storno, che potrebbe riverberarsi negativamente anche sui mercati dell’Eurozona. Al momento, sotto i riflettori dell’IA c’è la quotazione di Anthropic al Nasdaq: l’operazione, prevista per il prossimo autunno, potrebbe superare persino quella (gigantesca) di SpaceX e diventare la maggiore offerta pubblica iniziale di tutti i tempi. Per ora, a parlare sono i dati dell’azienda di Claude, che ha raggiunto, nel secondo trimestre di quest’anno, ricavi preliminari oltre 11,5 miliardi di dollari, contro i 787 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. I numeri, pur impressionanti, non giustificano tuttavia la maxi-valutazione dell’azienda.
Dollaro debole
In questo quadro si inserisce l’indebolimento del dollaro, che veleggia su quota 1,16. Due le ragioni che hanno depresso il biglietto verde: da un lato il deficit americano, che rimane alto per finanziare le guerre; dall’altro la politica dei tassi, che ora sono fermi ma nel prossimo futuro potrebbero alzarsi, e il rialzo dei rendimenti dei bond governativi. Per ora, la moneta americana rimane in area neutrale. Tuttavia, se l’economia Usa dovesse mostrare difficoltà e la guerra proseguisse, non è escluso un approdo verso area 1,20 in tempi medi: tradizionalmente, gli americani reagiscono alle crisi economiche svalutando il dollaro.
Settimana interlocutoria
Agosto, in ogni caso, è ancora nel pieno del suo svolgimento, con il calo strutturale di liquidità e la rarefazione degli scambi. Salvo eventi clamorosi, dunque, dovremmo aspettarci un’altra settimana interlocutoria; poi potremmo iniziare a scorgere i primi segnali relativi ai futuri trend. Forse già prima di fine mese è possibile qualche scricchiolio, che si comincia già a intravedere. I mercati stanno pagando bene da ottobre 2022: prima o poi lo storno dovrà verificarsi. Anche se è impossibile prevederne dimensione e velocità. Ci aspetta un 2027 pieno di ostacoli e di sfide: guerre apparentemente senza fine, geopolitica, banche centrali, elezioni di mid term negli Stati Uniti, crisi migratorie, possibili dimissioni di Christine Lagarde, anticipate per consentire a Emmanuel Macron di svolgere il ruolo di pivot nella scelta del successore prima di fine mandato. Magari proprio le scadenze e le problematiche sempre più all’orizzonte convinceranno vari investitori a portare a casa le performance accumulate, accelerando la correzione delle Borse.
Risiko: il fortino di Lovaglio…
L’estate calda del risiko continua a dettare l’agenda di agosto. A rivelarsi protagonista di questa fase è Montepaschi, nel mirino di Intesa Sanpaolo. Se l’operazione andasse in porto, però, sarebbe alto il rischio di uno smembramento del colosso creditizio senese: una parte (compresa Mediobanca) sarebbe destinata al gruppo guidato da Carlo Messina, un’altra (635 filiali) inclusa nell’operazione gestita da Unipol, che vedrebbe l’integrazione con Bper. A quest’ultima tranche spetterebbe la conservazione della denominazione storica. Lo “spezzatino” non piace a Siena, ma neppure al governo: la premier Giorgia Meloni, in un’intervista a MilanoFinanza, ha auspicato che Mps non venga smembrata (soluzione auspicata anche da Marco Osnato, presidente della commissione Finanze alla Camera, che ha però sottolineato l’assoluta autonomia del mercato nella decisione). La moral suasion di Giorgia Meloni è stata particolarmente apprezzata da Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps, che ha insistito sul valore dell’integrità dell’istituto. L’amministratore delegato della banca senese ha proposto l’esempio di una centrale elettrica: “se tu la separi in due“, ha detto, ”non necessariamente le due parti danno lo stesso contributo in termini di energia. E poi il Monte è una cosa particolare: ha un’anima e le anime non si possono separare”. Se Lovaglio cerca di opporsi in tutti i modi all’operazione che vede come preda Mps, il governo tedesco cerca un’onorevole via d’uscita nel dossier Unicredit-Commerzbank. Berlino ha infatti mostrato un’apertura alla cessione del 12,7% in suo possesso, naturalmente a certe condizioni. Tra queste, l’esecutivo tedesco mette la conferma del ruolo rivestito dalla banca nell’economia tedesca, il mantenimento della sede operativa in patria e la conferma del livello occupazionale, importantissimo in una fase in cui sembra messa in discussione la solidità del sistema-Germania.
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