Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il crollo delle Borse, che ha sconvolto i mercati venerdì scorso ed è proseguito in maniera prorompente lunedì alla riapertura, ha gettato nel panico gli investitori. I listini europei hanno registrato perdite importanti (Piazza Affari, per esempio, è arretrata sui livelli di febbraio), con una performance molto negativa dei titoli bancari – per non parlare di Tokyo, calata a picco l’altro ieri con un -12,4%, tra i più devastanti di sempre (anche se ieri si è verificato un rimbalzo importante, con il recupero di oltre il 10%). Insomma: una situazione davvero problematica, che sta generando molti interrogativi negli osservatori. Ci si chiede che cosa abbia causato un calo così poderoso. Ma ci si domanda anche se siamo in presenza dello storno tanto atteso e se ci si debba preoccupare per i prossimi giorni. E, infine, un dubbio riguarda le banche centrali: dovranno intervenire d’urgenza? Oppure è meglio una reazione della serie “calma e sangue freddo”?

I dati americani sul lavoro

Partiamo dalla causa del crollo. Anzi, dalle cause, dato che le Borse sono colate a picco per vari motivi, sfortunatamente concomitanti. Tutto si è scatenato con la diffusione dei dati americani sui posti di lavoro creati lo scorso mese: 114.000, molto meno dei 185.000 attesi e dei 179.000 dello scorso giugno. Una situazione che già da sola ha fatto pensare a un rallentamento dell’economia americana e a un rischio molto serio di recessione a stelle e strisce. Curioso, però, che il crash nasca negli Stati Uniti, ma le Borse europee abbiamo perso mediamente il 5% in più rispetto a Wall Street.

Buffett e la vendita delle azioni Apple

I dati sul lavoro Usa si sono sommati a un arretramento del tecnologico, causato da una crescente sfiducia nell’intelligenza artificiale, ma soprattutto dalle vicende che si sono riverberate su due colossi tech: Apple e Intel. La casa di Cupertino è stata al centro di un’operazione targata Warren Buffett: la sua Berkshire Hathaway ha infatti venduto il 55,8% delle sue azioni Apple in un semestre e alla lunga la multinazionale tech ha pagato dazio. In ogni caso, il calo di Apple, dell’8% circa, si è rivelato minore rispetto a quanto hanno perso le banche europee venerdì e lunedì scorsi. Ma un disinvestimento così importante da parte di Buffett non poteva passare inosservato.

La débâcle di Intel

A influire sul crollo delle Borse anche la débâcle di Intel, che fra il 2 e il 3 agosto ha lasciato sul terreno il 30% del suo valore. Causa scatenante, l’annuncio del licenziamento di 15.000 dipendenti, con annessi tagli per 10 miliardi di dollari. La comunicazione ha avuto effetti disastrosi per un colosso che da tempo evidenzia problemi di redditività. Lo scivolamento del titolo Intel è stato infatti progressivo e in cinque anni ha bruciato il 55%, senza riuscire a fare utili degni di nota. A questo si è aggiunta qualche scelta commerciale che non ha ottenuto i favori previsti. E’ presto per dire se la multinazionale di Santa Clara sia in crisi temporanea o se faccia parte delle società leader nel decennio precedente che ora faticano a trovare una collocazione. Certo è che per tornare a conquistare il favore del mercato la società dovrà tornare a produrre utili.

Tensioni in Medio Oriente

A contribuire alla situazione precaria delle Borse anche la nuova crisi tra Israele e Iran. Tuttavia, il rinfocolarsi del nervosismo in Medio Oriente non rappresenta la causa scatenante, né uno dei motivi principali che hanno contribuito al crollo: basti ricordare che i mercati avevano letteralmente ignorato varie precedenti tensioni (anche le più gravi) tra Tel Aviv e Teheran. Piuttosto, la nuova crisi mediorientale può aver influito sul calo del prezzo del petrolio, che è scivolato nella fascia tra 70 e 80 dollari al barile e ha favorito il raggiungimento dei minimi della benzina da sei mesi a questa parte.

L’apprezzamento dello yen

Sulla crisi dei mercati (soprattutto sul “secondo round” di lunedì) ha influito molto di più la rivalutazione dello yen, che nell’ultimo mese si è apprezzato del 10% circa. La corsa della valuta nipponica ha messo in difficoltà molti trader, che si indebitavano in yen perché il costo degli interessi era prossimo allo zero e reinvestivano in euro o dollari. Per causare il cataclisma è quindi bastato che la banca centrale giapponese intervenisse sui tassi, alzando leggermente il costo del denaro in un’operazione abbastanza inedita per la recente tradizione del Sol Levante. Questo cambiamento, pur marginale, ha spiazzato gli investitori, causando una continua discesa della Borsa, -26% nelle scorse tre settimane di contrattazione. Prima o poi, in presenza di simili dati, un’esplosione si doveva per forza verificare. E infatti il forte calo si è trasformato in crollo dopo lo scorso fine settimana: il -12,4%, decremento più poderoso del Nikkei dal 1987, si è poi riverberato su Seul e, qualche ora più tardi sui listini europei.

Niente panico

E ora? Qual è la prospettiva? La risposta, per ora, è una sola: niente panico. Non è ancora detto che questo trend sia duraturo: fallire qualche rimbalzo non significa che una ripresa non possa avvenire presto. Finora, rispetto a inizio anno, il mercato europeo è ancora lievemente in positivo: l’andamento in discesa può ancora fermarsi e un’inversione di tendenza non è da escludere a priori. Sarebbe quindi da evitare, sia in Europa, sia negli Stati Uniti, una decisione affrettata all’insegna del taglio dei tassi con procedura d’urgenza. Se mai, l’operazione sarebbe dovuta avvenire in precedenza, senza ansia né affanno. Farlo in emergenza rischia di provocare – come afferma un detto popolare – un rammendo peggiore del buco. Soprattutto negli Stati Uniti. La storia ci dice che se la Fed taglia i tassi perché l’economia americana rischia una recessione, la Borsa scende ancora. Nonostante questi rischi, probabilmente un intervento sarà effettuato. Magari di 15 punti, per smuovere le acque. Per poi programmare una nuova operazione strutturale tra settembre e ottobre, magari di 50 punti complessivi.

Comprare o vendere?

Gli investitori devono, in ogni caso, evitare reazioni isteriche. Non c’è nulla di più sbagliato che comprare quando la Borsa è alta e vendere quando scende. Occorre invece agire nel modo completamente opposto. Inoltre, quando il ribasso parte in agosto – mese in cui c’è poca liquidità – siamo in presenza di una speculazione, che potrebbe anche rivelarsi di breve termine. Nei nostri interventi più recenti avevamo consigliato di non aumentare il peso degli investimenti, magari alleggerendo un po’ il portafoglio. Ora sembra arrivato il momento di comprare, specialmente titoli del settore bancario e azioni che hanno subito un forte abbassamento. In questi giorni, intanto, ride chi ha puntato sui bond: insieme al franco svizzero, le obbligazioni sono l’unico asset a essersi salvato dal naufragio. Soprattutto quelle governative, che scontano la sempre più probabile discesa dei tassi.

Foto di Tim Mossholder su Unsplash

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