Gas: quell’accordo che accordo non è

Il Consiglio Europeo ha finalmente messo nero su bianco i termini che dovrebbero portare a un tetto alle tariffe di metano e di energia elettrica. Ma il compromesso raggiunto dopo quasi 12 ore di riunione segna, in realtà, solo l’inizio di una roadmap, i cui termini devono essere ancora definiti

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo quasi 12 ore di riunione, il Consiglio Europeo ha finalmente partorito un accordo sul gas. O, almeno, quello che i media hanno definito tale. E che in realtà tale non è. Si tratta, invece, di un invito ai ministri dei paesi Ue e alla Commissione di avanzare con “urgenza” decisioni per fermare il caro-metano. In pratica, si dà mandato di studiare un possibile modello di tetto al gas usato per l’elettricità (sul modello spagnolo e portoghese), un nuovo benchmark complementare con l’obiettivo di “prevenire picchi di prezzo e manipolazioni”, e l’acquisto congiunto di metano.

Casella 58
Nessuna risoluzione, quindi, ma l’inizio di un percorso, l’apertura di una roadmap che dovrà portare a una decisione. Un traguardo salutato come epocale ricorda un po’ la casella 58 del Gioco dell’oca – quella, cioè, che obbliga a tornare alla casella di partenza.
Tutto questo mentre, come al solito, ognuno pensa di aver portato a casa il risultato migliore per il proprio paese. Ancora una volta, l’Ue ha purtroppo evidenziato l’incapacità di abbracciare una strategia comune. Un’incapacità che poi alimenta il montante euroscetticismo che sta crescendo ai quattro angoli dell’Unione e che era un fenomeno del tutto marginale prima della crisi dei debiti sovrani.
Paradossale che, nel mentre, il gas stia calando autonomamente – non certo per le decisioni della classe politica europea, ma per normali (chiamiamole così) dinamiche legate ai mercati. Il costo del metano è sceso sotto quota 100 e ad Amsterdam, per qualche minuto, ha addirittura registrato un prezzo negativo (sulle consegne “next hour” durante le contrattazioni di lunedì pomeriggio). Queste dinamiche ci fanno comprendere quanto sia irresponsabile continuare a legare i prezzi dell’energia (e la vita di milioni di persone) a bizzarri schemi deregolamentati che agevolano la speculazione più estrema.

Europeisti? Sì, ma…
Velate critiche alla lentezza delle autorità comunitarie sulla risoluzione del caro-gas sono arrivate anche dalla nuova premier italiana Giorgia Meloni nel corso del suo discorso programmatico pronunciato ieri alla Camera.
La leader di Fratelli d’Italia ha rassicurato i deputati sulla prosecuzione di una linea europeista, dichiarando che il governo rispetterà le regole in vigore. Cercando però di contribuire alla riforma, nelle sedi opportune, di quelle che non hanno funzionato, come il patto di stabilità e crescita.
Nel contempo, Giorgia Meloni ha promesso un intervento nazionale per aiutare famiglie e aziende a fronteggiare il caro-bollette e carburante. Previsto anche un piano per la diversificazione delle fonti di energia che ha l’obiettivo di accelerare l’avvicinamento alle energie rinnovabili, sfruttando anche le condizioni climatiche favorevoli del Mezzogiorno.
Luce verde agli investimenti esteri (con un contrasto a “logiche predatorie”) e al Pnrr, che secondo la premier ha il compito di rimodernare il paese. Un corretto utilizzo di questo piano, ha puntualizzato, favorirebbe anche una svolta culturale che porti alla lotta contro le pastoie burocratiche, forte ostacolo alla crescita economica.

Downing Street: altro giro, altro premier
Se una donna si insedia alla testa di un governo, un’altra alza bandiera bianca. Si tratta di Liz Truss, che si è dimessa da premier britannica lasciando campo libero a Rishi Sunak, da lei recentemente sconfitto nella corsa a leader conservatore.
L’ennesimo avvicendamento a Downing Street sembra aver rassicurato i mercati, un po’ per le posizioni meno radicali del nuovo premier dal punto di vista fiscale, un po’ per l’esperienza pregressa del nuovo primo ministro come cancelliere dello scacchiere, un po’ ancora per gli anni trascorsi nel mondo della finanza.
Sunak, johnsoniano di ferro e brexiteer della prima ora, avrà il compito proprio di arginare i problemi che stanno affliggendo Londra in seguito all’uscita dall’Unione Europea: la bilancia commerciale costantemente in passivo, l’impossibilità di attingere facilmente a lavoratori temporanei comunitari per soddisfare l’eccesso di domanda (come nel caso della carenza di rifornimenti, dovuta alla scarsità di camionisti) e l’arretratezza degli investimenti esteri, che stanno abbandonando il paese per l’Unione Europea, mercato che con i suoi 300 milioni di consumatori è decisamente più attraente.

Ltro: addio o arrivederci?
Cambiano i governi, non cambia la politica delle autorità monetarie sui tassi. Scontato un nuovo rialzo sia per la Fed (atteso un ritocco di 75 punti), sia della Bce. Le banche centrali, dunque, proseguono in una strategia anti-inflazione dalla dubbia utilità, mentre più di metà dell’Eurozona – Italia compresa – è già in recessione tecnica (l’aggettivo non inganni: si tratta di una recessione “vera” in tutto e per tutto).
I tassi alti potrebbero avere ripercussioni negative specialmente sul mercato immobiliare, la cui contrazione sembra inevitabile nel caso in cui diminuissero le richieste di mutuo casa. Un’eventualità probabile: basti pensare che in Italia il mutuo a tasso fisso a dieci anni era ancora al 1,10% il 10 gennaio, e ora naviga sul 4%.
Un rallentamento del real estate danneggerebbe molti settori dell’economia, di cui il comparto immobiliare è un vero e proprio volano: a ogni acquisto di abitazione fanno seguito le ristrutturazioni, che creano nuove occasioni di lavoro e mantengono fiorente l’indotto.
Oltre al rialzo dei tassi, l’agenda della Bce prevede anche la fine delle aste Ltro, che in tutta probabilità andranno a scemare gradualmente.
La decisione è però molto rischiosa, dato che già oggi i problemi di liquidità sono evidenti. Proprio per questo, non è escluso che lo stop alle aste possa essere seguito a breve termine da una loro riapertura, magari con un altro nome e caratteristiche leggermente diverse.

Transizione alle auto elettriche, urge un ripensamento
È invece calma piatta per il petrolio, il cui prezzo è tornato a calare, Per ora, il tentativo saudita di alzare il prezzo mediante un calo di produzione non ha sortito effetti, anche e a causa della riconferma di Xi Jinping alla testa del Partito Comunista cinese: il leader di Pechino è un sostenitore della politica “zero Covid”, che prevede frequenti lockdown e un conseguente calo di domanda di greggio e di investimenti occidentali. Tuttavia, si teme un nuovo rincaro dell’oro nero dopo le elezioni americane di mid term, se gli Stati Uniti scegliessero di formare nuovamente le loro riserve strategiche.
A lungo termine, invece, la domanda di petrolio potrebbe rivelarsi maggiore del previsto, dato che il caro energia rischia di far saltare la transizione elettrica nell’Ue entro il 2035. Secondo uno studio pubblicato due giorni fa da Facile.it, oggi ricaricare un’auto elettrica costa il 169% in più rispetto all’anno scorso. Mentre in alcuni casi la benzina e il diesel iniziano a essere più convenienti della scelta “non fossile”.
La crisi energetica persuaderà probabilmente la politica a fare un passo indietro e rivedere, almeno parzialmente, la sua scelta radicale di stop alla vendita di vetture tradizionali. Troppo rischioso dipendere da una variabile, come l’energia, che può provocare problemi ben maggiori rispetto al petrolio – non solo in termini di costo, ma anche di approvvigionamenti.
Oltre a questa problematica recente, restano in piedi gli altri dubbi legati a un cambio così repentino e netto: le incognite legate all’elettrosmog, decisamente sottovalutato; il rischio di distruzione di un’industria, come l’automotive, molto forte in Italia, Germania e Francia; la consegna della mobilità europea nelle mani delle industrie cinesi, molto presenti nel settore delle auto elettriche.
Problematica, quest’ultima, sollevata anche da Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, al Salone dell’auto di Parigi: alla presenza di Emmanuel Macron, il ceo della società olandese ha invocato il principio di reciprocità, assicurando che i produttori cinesi sono i benvenuti in Europa, a condizione che le industrie Ue possano godere delle stesse condizioni a Pechino. Il warning, che è un tentativo di moral suasion nei confronti delle autorità europee, potrebbe essere raccolto anche da altri dirigenti dell’automotive, e avere seguito in sede istituzionale.

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2022-10-26T11:15:08+00:0026 ottobre 2022|
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