Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Alla fine, la guerra fra Stati Uniti e Iran sembrerebbe incamminarsi verso la conclusione – o meglio, verso un arresto dei combattimenti. Anche se il condizionale è d’obbligo, dati i precedenti e la precarietà strutturale della situazione.
L’ottimismo è comunque giustificato, perché l’accordo fra i due Paesi sembra ormai raggiunto: la sua firma è in calendario all’hotel Bürgenstock, in Svizzera, il prossimo 19 giugno.
La notizia ha causato il crollo del prezzo del petrolio, che è ora sotto gli 80 dollari al barile. A contribuire al fenomeno, le speranze di una rapida riapertura completa di Hormuz anche se – almeno secondo il governo iraniano – Teheran manterrà la possibilità di regolare il traffico nello Stretto, insieme all’Oman. Se ciò si dimostrasse vero, parrebbe molto probabile un pedaggio per le navi in transito, anche se il vicepresidente Usa JD Vance ha escluso la possibilità.
Ai massimi
I venti di pace e il calo del petrolio si sono rapidamente riverberati sulle Borse, che hanno accolto il nuovo scenario con una dinamica espansiva: il rally, a cui ha contribuito anche l’ingresso in Borsa di SpaceX, ha portato vari indici ai massimi. Da questa dinamica non è stata esclusa Piazza Affari, a livelli da record.
La performance dei listini internazionali rende lecita un’osservazione: allo scoppio della guerra era davvero difficile immaginare che i mercati, tre mesi e mezzo dopo e con quotazioni del petrolio anche oltre i 100 dollari al barile, avrebbero raggiunto i massimi.
Dal 2022 la geopolitica è entrata pesantemente negli investimenti, ma – come ricordato più volte – i mercati hanno sviluppato anticorpi capaci di resistere a prove davvero impegnative. Anche per questo, chi ha mantenuto le sue esposizioni in portafoglio – in tutto o in larga parte – ha scelto una strategia vincente.
Se le cose andranno come tutti sperano, le Borse torneranno presto a orientarsi su fondamentali, tassi e inflazione, ristabilendo la normalità.
Valutazione record
Come già accennato, Space X ha fatto il suo ingresso ufficiale in Borsa, con una valutazione di 2.000 miliardi di dollari. L’importo supera la quotazione finora più alta, quella di Saudi Aramco nel 2019, e spinge il Nasdaq.
L’ingresso in Borsa del gruppo conferma la genialità di Elon Musk, che sembra aver messo in pratica le trame dei film di fantascienza degli anni Settanta: non ci stupiremmo se il magnate riuscisse a realizzare i suoi progetti di viaggi nel cosmo, fin dove nessuno si è mai spinto.
Certo, portare l’uomo su Marte – che è uno degli obiettivi dichiarati del trilionario sudafricano-americano – è ancora un obiettivo fantascientifico. Ma, se si dovesse scommettere su chi ha le maggiori possibilità di conquistare il pianeta rosso, sarebbe bene puntare proprio su Musk, che sicuramente dispone di più fondi a disposizione rispetto alla Nasa – per non parlare dell’Agenzia Spaziale Europea.
Intanto, al magnate è bastato sbarcare in Borsa per rendere milionari i suoi dipendenti – e questa è comunque una grande impresa.
La quotazione, occorre però sottolinearlo, ha un punto debole: il fatturato di SpaceX è di soli 18,6 miliardi di dollari. Se in quattro anni il dato dovesse spingersi a 450 miliardi, la quotazione avrebbe un senso. Altrimenti, rischierebbe di crollare.
Trump ferma Anthropic
Se SpaceX vola, Anthropic ha una battuta d’arresto. Non sul lato finanziario, ma dal punto di vista operativo. Adeguandosi alla volontà di Donald Trump, il gruppo di Claude ha infatti bloccato i modelli Mythos 5 e Fable 5.
La Casa Bianca ha ritenuto che gli algoritmi fossero talmente sviluppati da poter rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale americana; lo stop di Trump, relativo all’utilizzo dei due modelli nei Paesi esteri, è stato esteso temporaneamente anche agli utenti americani.
Le proteste Ue non si sono fatte attendere: un conto – ha osservato la Commissione – sarebbe stato introdurre un provvedimento restrittivo per Russia e Cina, un conto è colpire Paesi alleati.
Il blocco dei due modelli più avanzati di Claude, però, potrebbe rivelarsi il classico tentativo di fermare il mare con uno scoglio: se si rallenta Anthropic è possibile che a certi risultati ci arrivi qualcun altro, magari proprio aziende dei Paesi di cui l’amministrazione Trump ha più timore.
Giappone, tassi all’1%
Nessuna sorpresa sul fronte della stretta monetaria: la Bce, come da previsioni, ha alzato i tassi di 25 punti base. La decisione cambia ben poco, ma ha un valore simbolico molto forte e manda un segnale di economia asfittica e di inflazione legata alla scarsità dell’offerta. Un nuovo irrigidimento sul fronte valutario piacerebbe solo ai Bot people, che come nel 2022 avrebbero la possibilità di accumulare rendimenti senza sforzo, incamerando un reddito aggiuntivo e mettendo in circolo nuovo denaro nell’economia reale.
Ad alzare i tassi è stata anche la Banca Centrale giapponese, che li ha portati all’1%. Il livello, intendiamoci, è ancora basso. Tuttavia, allo stesso tempo, la percentuale è un record per una strategia monetaria – quella nipponica – abituata a percentuali basse, nulle o addirittura negative. Non per niente, a Tokyo i tassi non erano così elevati dal 1995.
La mossa dell’istituto centrale ha fermato la corsa del Nikkei, che aveva superato da poco l’asticella dei 70.000 punti e che è poi arretrata, anche se non di molto. Chiari i motivi della reazione: se i titoli decennali salgono, l’investimento in azioni diventa meno attrattivo. I mercati hanno dunque reagito a un possibile previsione di trend al rialzo.
Ricavi, i Mondiali surclassano le Olimpiadi
Il campionato del mondo di calcio è ormai in pieno svolgimento, ma si conosce già il nome di un vincitore. No, non stiamo parlando della nazionale che porterà a casa la Coppa del Mondo, ma della Fifa, che nel quadriennio che termina nel 2026 ha registrato ricavi per 14 miliardi di dollari, di cui 11,5 dalla massima rassegna per nazionali, 2 per la quella per club dello scorso anno e quasi 600 milioni per il mondiale femminile.
Una cifra enorme, soprattutto se paragonata con l’altro grande evento quadriennale: i Giochi Olimpici. Fra il 2021 e il 2024, il Cio ha incassato 7,6 miliardi di dollari, di cui poco meno di 4,5 per la rassegna a cinque cerchi di Parigi.
Il divario è molto forte, se si pensa che solo poco tempo fa Fifa e Cio se la giocavano con cifre abbastanza simili.
Il calcio è lo sport più popolare del mondo, ma ciò non basta a spiegare la performance dell’ultimo quadriennio. Sicuramente, a far volare i conti della Fifa hanno contribuito i maxi-investimenti dei Paesi petroliferi.
Il rischio è, tuttavia, che il gioco più amato al mondo diventi uno sport elitario, con biglietti di ingresso sempre più cari. Ci si augura che non si affermi il modello americano, che vede, per esempio, il costo dei tagliandi spingersi oltre i 50.000 dollari per i posti migliori delle finali Nba. Una strategia del genere allontanerebbe gran parte della popolazione dalla possibilità di assistere dal vivo alle partite rischiando, a medio termine, un calo dell’entusiasmo popolare e un boomerang economico per il movimento.
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