Le Borse hanno quasi ignorato l’avvio della nuova stagione di trimestrali Usa, sintonizzando le loro antenne sui venti di guerra nel Mar Rosso. Lo stop alla rotta che collega il Mediterraneo all’Oceano Indiano rischia di portare all’Europa nuove spirali inflazionistiche. E di rivelarsi il fattore scatenante di una stagione di volatilità

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Ci si aspettava un andamento di Borsa fortemente influenzato dalle prime trimestrali in arrivo dagli Stati Uniti. Invece, i mercati hanno quasi ignorato la scadenza e si sono focalizzati soprattutto sui noti aspetti geopolitici. Dopo aver superato a fatica le maggiori conseguenze della guerra russo-ucraina, che ha portato aumenti delle materie prime, inflazione e stretta monetaria, ora le economie si trovano di fronte alla crisi del Mar Rosso, con gli attacchi alle navi da parte degli houti e la risposta militare degli angloamericani, che hanno bombardato a più riprese alcune postazione degli sciiti yemeniti.

Un nuovo “cigno nero”?

Intanto, il blocco del Canale di Suez, da cui passa il 12% del trasporto marittimo, ha costretto varie navi a percorrere la rotta ben più lunga del Capo di Buona Speranza, costringendo i natanti a sobbarcarsi dieci giorni in più di viaggio e facendo esplodere nuovi nodi: prezzo dello shipping alle stelle, problemi legati agli approvvigionamenti, danni economici per i porti del Mediterraneo. La situazione potrebbe rivelarsi un nuovo “cigno nero” e provocare conseguenze problematiche sull’economia europea, già alle prese con l’inflazione annua tedesca attestata al 3,7%. I costi logistici maggiorati e l’aumento del prezzo del petrolio hanno tutti i numeri per generare una nuova spirale inflazionistica. Legata, questa volta, non tanto alla domanda, quanto alla carenza di offerta a causa delle difficoltà di trasporto e al sensibile allungamento delle rotte.

Mercati, volatilità in vista?

La crisi mediorientale rischia anche di essere l’elemento scatenante (o la scusa, fate voi) per una contrazione dei mercati e un loro riposizionamento dopo il lungo periodo virtuoso di fine 2022 e 2023. Per ora la dinamica delle Borse, pur in leggera flessione, non ha ancora abbandonato i canoni della normalità; tuttavia, dobbiamo porre molta attenzione ai prossimi segnali provenienti dai listini. E al già citato rischio di un ritorno di fiamma dell’inflazione. Per questo motivo, si può ipotizzare che il 2024 si riveli un anno volatile. Difficile ora, in presenza di una crisi politica e militare che potrebbe durare giorni come mesi, consigliare una qualsiasi strategia di mercato: in situazioni caotiche e non chiare come queste è saggio mantenere le posizioni ma non aumentarle, in attesa che si chiarisca un po’ la visione del futuro. Questo vale anche per l’obbligazionario, legato a doppio filo alla politica monetaria (finora ancora incerta) delle banche centrali.

La Cina non riparte

Fari accesi anche sull’Estremo Oriente. Il Nikkei si è temporaneamente fermato dopo un avvio d’anno a +6,5% che ha portato l’indice ai massimi dal 1990. Una performance dovuta soprattutto alle previsioni di rafforzamento dello yen e alla doppia plusvalenza (valuta e Borsa) degli investitori sul mercato del Sol Levante. La Cina, da parte sua, ha chiuso dicembre ancora in deflazione, con un calo annuo dei prezzi alla produzione del 2,7% e una diminuzione di quelli al consumo ogni mese da luglio in poi (a eccezione di agosto). Il trend non aiuta certo la ripresa economica di un Paese che contende agli Stati Uniti il ruolo di prima potenza mondiale. La domanda cinese è rallentata perché gli investimenti esteri iniziano a mancare, ma anche per la bolla immobiliare, che è ben lontana dall’essere riassorbita. L’economia di Pechino soffre ancora e la politica della banca centrale, che non ha toccato i tassi di interesse, non contribuisce certo all’inversione di rotta sperata dagli investitori. La crisi di Pechino non risparmia Hong Kong, che ha segnato un nuovo minimo sul mercato da novembre 2022, e che sta sperimentando – come la madrepatria – una crisi del mercato immobiliare: nell’ex colonia inglese i prezzi delle case, tradizionalmente tra i più cari del mondo, sono in visibile discesa. In questo contesto si inserisce un ulteriore elemento: l’escalation della tensione tra la Cina e Taiwan dopo la vittoria elettorale di Lai Ching-te, candidato più ostile a Pechino fra i tre in lizza. La scelta degli elettori è una notizia buona per gli Usa e cattiva per la Cina e potrebbe rinfocolare tensioni nell’area.

Bitcoin, via libera agli Etf

Intanto, negli Stati Uniti, è stata presa una decisione a suo modo storica: la Sec, ente che vigila sulla Borsa Usa, ha dato il via libera all’emissione di Etf basati sui bitcoin. Una decisione clamorosa, che ha fatto segnare un forte rialzo della principale criptovaluta mondiale. E che ha aperto la porta ad altri, possibili strumenti basati sulle monete virtuali. La decisione dell’authority americana porta al mulino delle criptovalute nuovi, potenziali investitori, che finora erano frenati dal carattere “non regolamentato” di bitcoin e compagnia. Ma proprio per questo motivo, la svolta nasconde vari pericoli. In fondo, non sappiamo ancora che cosa sia davvero il bitcoin: lo chiamiamo valuta, e due Paesi – El Salvador e la Repubblica Centrafricana – lo hanno addirittura eletto a moneta corrente, affiancandolo rispettivamente al dollaro e al franco cfa; tuttavia, come abbiamo più volte insistito, le crypto hanno più le caratteristiche di asset, oltretutto molto rischiosi. Inoltre, ci sono due criticità molto forti legate segnatamente al bitcoin. La prima è l’opacità dello strumento, che cozza con l’attenzione molto forte prestata dal mondo contemporaneo all’antiriciclaggio (in Europa sta nascendo un’authority proprio a questo fine). Poi, la caratteristica altamente inquinante del bitcoin, che secondo alcune stime consuma un quantitativo di energia simile a quello utilizzato dall’Argentina. In un mondo che ormai rende praticamente obbligatorio esaminare qualsiasi cosa con lenti “verdi”, si fa finta di ignorare che la criptovaluta più importante del mondo (a differenza dell’ethereum, per esempio) drena alla Terra migliaia di tonnellate di Co2. Da questi punti di vista, insomma, l’ok dell’autorità di vigilanza americana agli Etf sui bitcoin sembra per lo meno affrettata.

Foto di CHUTTERSNAP su Unsplash

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