La volatilità è ancora protagonista

Inflazione, guerra, aumento delle materie prime e pandemia dominano ancora i mercati. E rendono gli investitori cauti e timorosi. Mentre lo spread torna sopra quota 200.

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari

La volatilità domina ancora sui mercati. E gli investitori restano cauti, timorosi, in attesa di avere le idee più chiare sul prossimo trend dei listini. Mentre non accennano a dissolversi le quattro principali cause dell’incertezza – e cioè inflazione, guerra, forte aumento dei prezzi dell’energia e pandemia, con annesso lockdown cinese. A questo proposito, si parla di un imminente ammorbidimento delle restrizioni a Shanghai, che potrebbe portare a un alleggerimento della volatilità sui mercati; tuttavia, il problema potrebbe ripresentarsi in un’altra area del Paese.
Molti dubbi anche sul fronte tassi, dato che i rialzi, almeno finora, sono stati annunciati, ma non ancora applicati: la Fed dovrebbe arrivare al 3% entro fine anno, mentre è ancora nebbia sul futuro del tasso Bce, per ora fermo allo 0%.

Il rimbalzo che non c’è

In generale, i dati di mercato restano critici e anche le previsioni ottimistiche sono state smentite: per venerdì scorso ci si aspettava un rimbalzo, che invece non è avvenuto. Solo un lieve e poco incisivo scostamento.
In particolare, negli Stati Uniti ha influito un’ondata di trimestrali deludenti, guidate dai risultati poco soddisfacenti ottenuti da Walmart.
E così il Dow Jones ha chiuso l’ottava settimana consecutiva in ribasso: non accadeva dal 1932. A Wall Street, da inizio anno, l’indice S&P500 ha perso oltre il 18%, mentre il Nasdaq ha lasciato sul terreno quasi il 30%, dopo aver chiuso una nuova settimana in negativo (sono sette consecutive, come non succedeva da marzo 2001).

Gestori divisi

I timori di un crollo della Borsa americana sono abbastanza forti, anche se finora non ci sono stati segnali di panic selling. I gestori sono divisi sulle previsioni per il futuro: c’è spazio anche per i meno pessimisti, che vedono imminente il picco negativo, con una successiva ripresa. Gli ottimisti possono sperare che questa settimana si possa fermare il ciclo ribassista e bloccare un nuovo record negativo.
Uno scenario meno probabile per i titoli tecnologici, che probabilmente proseguiranno il loro assestamento in basso, a livelli più consoni al loro reale valore. E’ caduto un nuovo titolo Nasdaq: dopo Amazon e Apple, il protagonista negativo è stato Snapchat, calato di oltre il 40% questo martedì.

Alt al dollaro

In questo contesto l’oro appare particolarmente volatile, sceso a circa 1.800 dollari l’oncia la scorsa settimana per poi recuperare parzialmente all’avvio di questa settimana: i rumours sulla possibile vendita di metallo giallo da parte delle banche centrali fanno temere un decremento abbastanza rilevante, confermando che il ruolo dell’oro come bene rifugio appartiene al passato. Sembra finita anche la rincorsa del dollaro sull’euro: il biglietto verde è arretrato a 1,07, e potrebbe tornare presto oltre la soglia psicologica di 1,08.
I bitcoin, da parte loro, sono ancora in una fase molto tribolata: dopo aver superato l’asticella dei 30.000 dollari, la principale valuta virtuale è tornata a scendere. Impossibile ora prevedere se la cryptomoneta sia pronta per un pur parziale recupero o soggetta a nuovi ribassi.

Il caro-petrolio non ferma il turismo

A salire ancora è invece il petrolio, che ha visto Brent e Wti appaiati, in una situazione di quasi parità, intorno a quota 110.
Il rincaro del greggio impatta su famiglie e imprese di ogni settore produttivo. Anche sul turismo, già colpito dal Covid: i biglietti aerei, a causa del caro-carburante, sono aumentati di molto, in alcuni casi raddoppiati. Eppure, sembra che le prenotazioni di viaggi e vacanze si stiano incrementando in maniera inattesa. Nonostante i rincari, nonostante il minor reddito disponibile da parte dei consumatori, nonostante la carica infettiva di Omicron e delle nuove varianti.
Pare che la voglia di vacanze sia più forte degli ostacoli sul cammino. È quindi tempo per investire nei titoli delle aziende turistiche? Troppo presto per dirlo, anche se i dati sembrano promettenti: è sempre utile considerare i problemi legati alla marginalità di compagnie aeree e aziende turistiche. Occorrerà, dunque, attendere ancora un po’ per avere le idee più chiare.

Tasse, verso un nuovo aumento?

In Europa, invece, è lo spread che torna a fare paura: il suo livello è tornato intorno ai 200 punti. Come se non bastasse, il rialzo del differenziale ha portato con sé i moniti della Bce sulla spesa pubblica dei Paesi euro. E, con quello, le sollecitazioni delle autorità comunitarie sull’aumento delle tasse. Sollecitazioni che “magicamente” appaiono dal cilindro non appena lo spread sale.
Sono anni che la Commissione Europea preme per un aumento delle imposte sulla casa in Italia – i cui livelli, tra l’altro, sono già elevatissimi: se il governo cedesse su questo punto, rischierebbe di distruggere il valore del settore immobiliare, già intaccato dall’aumento dei costi.
A proposito di Unione Europea, è recente l’idea di rendere obbligatori i pannelli solari su tutti i fabbricati. È lecito l’auspicio che, qualora ciò avvenga, sia posta molta attenzione all’impatto sugli immobili storici, che in Italia e in Europa abbondano e contribuiscono a rendere uniche e inimitabili le nostre città.
Al contempo, potrebbe essere auspicabile sostenere economicamente la transizione verso le energie rinnovabili da parte dei privati.
In questo momento storico resta sempre il dubbio: è lecito anteporre la scelta ecologica a qualsiasi altra considerazione, sanzioni comprese? O è meglio svincolarci del tutto del gas russo, magari riaprendo le centrali a carbone fino a ieri ritenute letali per il futuro del pianeta? Il primo scenario imporrebbe una scelta di Realpolitik, il secondo porterebbe ulteriori rincari a famiglie già duramente colpite dall’inflazione.
Tutto questo in uno scenario che vede, in un trend di strutturale decremento demografico, aumentare la disoccupazione giovanile e crescere il numero dei cosiddetti Neet, cioè i cittadini fra i 15 e i 30 anni che non studiano, né lavorano. Il che è davvero preoccupante, dato che stiamo parlando dei lavoratori del futuro.
Finché gli attuali over 60 saranno in grado di intervenire e sostenere figli e nipoti, questo allarme rimarrà sotto controllo. Ma con il passare degli anni i problemi sociali prima o poi emergeranno, anche alla luce del crescente dumping salariale e della precarietà ormai eretta a sistema. E la soluzione sarà davvero difficile.

Image by rawpixel.com

2022-05-25T09:54:08+00:0025 maggio 2022|
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