Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’onda lunga delle elezioni europee e delle loro conseguenze ha affossato la Borsa di Parigi. E gli impatti si sono sentiti anche a Piazza Affari. Nella seconda parte della scorsa settimana il grafico di Milano ha evidenziato una picchiata, che l’ha portata da oltre 34.000 punti a una quota sotto i 33.000, salvo poi risalire lentamente. Parigi e Piazza Affari hanno perso oltre il 6%; meno mosse, invece, le altre Borse europee.
Un avvertimento dagli speculatori
In realtà, i mercati cercavano un pretesto per uno storno e l’hanno trovato. L’azzardo di Emmanuel Macron, che ha sciolto le camere indicendo elezioni a brevissimo termine, ha scatenato la speculazione, causando il terremoto borsistico. Non è escluso che, oltre che i normali intenti affaristici di queste operazioni, gli speculatori abbiano voluto drammatizzare il voto, lanciando un messaggio trasversale agli elettori del Rassemblement National, la destra di Marine Le Pen, e ai sostenitori della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon e della sua alleanza di sinistra. Entrambi gli schieramenti, pur reciprocamente inconciliabili, sono su posizioni diametralmente opposte rispetto a quelle di Marcon e, in Europa, a quelle della “maggioranza Ursula” di cui il presidente francese è un sostenitore. Tutti ricordano l’esternazione, risalente al 2018, dell’allora commissario europeo per il Bilancio e le Risorse umane Günther Oettinger, secondo cui “i mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto”. La dichiarazione di stampo autoritario fu criticata da tutti gli schieramenti, costringendo il commissario a ritrattare e a scusarsi; tuttavia, di fatto, Oettinger non fece altro che esplicitare (e a fare sua) la posizione degli speculatori. E questa volta, appunto, sembra la volta dei francesi, al cui indirizzo potrebbe essere stata lanciata una moral suasion borsistica.
Gli scenari del voto francese
Sono tre i possibili esiti delle elezioni francesi, che si terranno il 30 giugno (primo turno) e il 7 luglio (ballottaggio). Il primo vedrebbe una maggioranza del Rassemblement National (con o senza l’alleanza con la fazione dei Républicains che dovesse seguire le strategie promosse dal presidente del partito Éric Ciotti). Il secondo, una vittoria delle sinistre, guidate da Mélenchon. Il terzo, una non maggioranza, che renderebbe difficile un esecutivo stabile ma darebbe più potere a Macron. Che però rischia di guadagnarci in tutti i casi. Anche se vincessero Marine Le Pen, o Mélechon, la coabitazione con l’attuale presidente renderebbe impossibile, per i vincitori, mettere in atto l’agenda economica e politica dei rispettivi partiti, rafforzando poi il candidato scelto dall’attuale inquilino dell’Eliseo per le prossime elezioni presidenziali.
Calano le banche
In tutto questo che cosa c’entra l’Italia? In teoria, poco e niente. Ma l’allargamento dello spread tra i titoli di stato francesi e tedeschi ha scosso il mercato, causando una salita anche del differenziale Btp-Bund. A Milano, a perdere sono stati i grandi vincitori dell’ultimo anno e oltre, cioè i titoli bancari, che sono arretrati del 10% circa. I nostri istituti di credito hanno seguito la sorte di quelli francesi, mentre le banche tedesche hanno contenuto i danni. Difficilmente spiegabili vari fenomeni registrati in questi giorni. Come il crollo del comparto lusso alla Borsa di Parigi: le case di moda, come per esempio Louis Vuitton, hanno ormai il 70% del fatturato in Asia, e non dovrebbero quindi essere troppo vulnerabili alle faccende interne francesi. Eppure, in questa follia borsistica post elezioni europee, hanno perso circa il 10%. Alla luce di questi accadimenti, chi si è deciso a ridurre un po’ le esposizioni sul settore bancario italiano ha azzeccato in pieno le sue scelte.
Ita-Lufthansa, cambia il vento
Le incertezze sulle prossime elezioni francesi hanno dunque scatenato gli speculatori. Ma l’indebolimento di Macron ha sbloccato la pratica Ita-Lufthansa, che prima della consultazione sembrava ad alto rischio a causa dell’atteggiamento rigido (e francofilo) di Margrethe Vestager, commissario Ue alla Concorrenza. L’accordo preliminare prevede, tra le altre cose, che sui voli brevi Lufthansa dovrà accettare una o più compagnie aeree concorrenti e che sarà costretta a rinunciare a un numero non marginale di slot da Linate. Scalo che, lo ripetiamo, con l’inaugurazione della metropolitana 4 è diventato uno degli aeroporti più ambiti al mondo. L’accordo non è certamente favorevole per la compagnia di bandiera tedesca; tuttavia, si è evitata la bizzarra pretesa di escludere definitivamente Ita dal code sharing intercontinentale con United Airlines e Air Canada, che avrebbe reso la sua acquisizione un’operazione dimezzata, oltre che sfavorevole ai consumatori. Il definitivo via libera sarà dato il prossimo 4 luglio. Non è escluso che in futuro, grazie al calo di influenza di Macron, alcuni punti dell’accordo possano essere ammorbiditi.
Niente tagli dei tassi, siamo americani
Mentre Parigi soffre, Wall Street si dimostra in ottima salute. New York ha continuato a macinare record nonostante alcune materie prime siano scese un po’, portando con sé timori sulla crescita per i prossimi mesi. In ogni caso, la Borsa va bene, l’economia va bene e la Federal Reserve non ha nessun motivo per affrettarsi a tagliare i tassi. La riunione del Fomc (Federal Open Market Committee, principale organismo di politica monetaria della banca centrale americana) della scorsa settimana ha confermato una decisione che appariva scontata: nel Paese dello Zio Sam il costo del denaro rimane lo stesso. Probabilmente la Fed taglierà i tassi una sola volta entro fine anno, a causa dei dati e delle previsioni sull’inflazione, peggiori rispetto a quanto si pensava. A quanto è lecito pensare, anche la Bce seguirà una strategia conservativa, limitandosi a un solo intervento dopo la sforbiciata simbolica di questo mese.
Uno sguardo sull’Estremo Oriente
L’economia cinese è in miglioramento, anche se l’atavica opacità che contraddistingue gli affari del “gigante del Far East” rende difficile comprendere in che misura. Sicuramente, in questi ultimi due mesi, il mercato cinese è andato meglio; tuttavia, occorre precisare che il suo punto di partenza si trovava su basi molto basse e su prezzi sicuramente interessanti. Pechino rimane un mercato di flussi condizionato anche dai suoi rapporti con l’Occidente, in un periodo in cui gli Stati Uniti non stanno investendo nel Paese per motivi politici. In Estremo Oriente si rileva anche il crollo dello yen, mentre la banca centrale giapponese prosegue nella sua politica di tassi a zero. In queste condizioni, che si verificano mentre la Fed non taglia e la Bce lo fa in modo molto marginale, è chiaro che la moneta nipponica sia poco attraente per gli investitori: la perdita dello yen contro l’euro, superiore all’8%, è strettamente legata alla dinamica dei tassi. Tokyo può vantare però un punto a favore: il debito pubblico giapponese è quasi interamente detenuto da soggetti pubblici e privati del Paese.







