Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Per le Borse, il periodo che stiamo vivendo è interlocutorio ma cosparso di molti trabocchetti. Un po’ come avviene nel Gioco dell’oca, disseminato di caselle che obbligano a tornare al via. A partire dal petrolio, ormai quasi in area 100 dollari al barile, spinto anche da una nuova escalation – quella tra gli Houthi dello Yemen e l’Arabia Saudita. Mentre resta in alto anche il gas, che ad Amsterdam è stabilmente sopra i 70 euro a megawattora. La fine della scorsa settimana è stata anche caratterizzata dalla netta vittoria di Alternative für Deutschland nelle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt, piccolo Land dell’ex Germania Est: la destra radicale ha raggiunto quasi il 44% dei suffragi, a cui si deve aggiungere – nel novero dei voti anti-sistema – il 5% dell’ultra sinistra di Bsw. Il “combinato disposto” fra queste sollecitazioni ha indotto i mercati alla cautela, anche se tutto sommato l’influsso delle elezioni locali tedesche è stato limitato. Solo la Borsa di Francoforte ha reagito con un calo contenuto in apertura di settimana, poi parzialmente riassorbito.

In attesa delle banche centrali

Il problema che preoccupa maggiormente i mercati è rappresentato dalle imminenti decisioni delle banche centrali sui tassi. L’ipotesi di un rialzo ha già rinfocolato l’inedita concorrenza dell’obbligazionario, i cui rendimenti sono particolarmente appetibili, soprattutto nei decennali, e pongono i bond come alternativa credibile al settore azionario. Tanto più che sembra probabile che i rialzi sulla curva possano proseguire.

Greggio selvaggio

In ogni caso, è ormai da alcuni anni che le Borse hanno resistito bene all’influsso delle crisi geopolitiche, prestando molta più attenzione agli utili e, appunto, alla politica monetaria delle banche centrali. Certamente, non è dato di sapere che cosa accadrebbe ai listini se i movimenti anti-sistema dovessero vincere le elezioni politiche previste l’anno prossimo in alcuni Paesi, così come è difficile prevedere fino a quando gli indici potrebbero tenere qualora petrolio e gas dovessero restare su questi livelli o addirittura aumentare la loro quotazione. Per ora, la diga regge. Anche perché le aspettative dei mercati tengono conto della decisione dell’Opec+, che manterrà il livello di produzione attuale per cercare di contrastare i picchi del greggio. Sta di fatto che, se queste misure non dovessero servire, gli indici potrebbero pagare un prezzo, anche per le conseguenze del caro-materie prime sulle decisioni riguardanti i tassi. Un petrolio stabilmente a quota 100 rinfocolerebbe le sirene dell’inflazione, anche se in questo caso la sua causa sarebbe la carenza di offerta, di fronte a cui una stretta monetaria non ha senso.

Dati sul lavoro americano, una medaglia a due facce

Sulle decisioni riguardanti i tassi (precisamente quelli americani) potrebbero influire anche i dati Usa sul lavoro recentemente comunicati. Il Bureau of Labor Statistics ha rilevato una percentuale di disoccupazione stabile e pari al 4,1%, in linea con le aspettative. Nel settore privato sono stati assunti 127.000 nuovi lavoratori, contro una previsione di 45.000. Per i mercati queste informazioni hanno un doppio significato: da un lato è una dimostrazione che l’economia Usa tiene; dall’altro anticipa una possibile reazione hawkish della Fed, proprio perché dati buoni sul lavoro non rendono necessario un intervento al ribasso sui tassi di interesse.

Graduale ripresa

Questa settimana rimane comunque l’ultima interlocutoria: presto i mercati dovrebbero tornare pienamente operativi, probabilmente con gradualità fino a metà ottobre. In questo periodo transitorio è possibile uno storno (anche a causa, come abbiamo ricordato, di probabili decisioni di Bce e Fed) seguito forse da un periodo migliore fra circa un mese.
Sembra quindi una scelta prudente la cessione di qualche titolo azionario in portafoglio e, per chi vuole puntare sui bond, un mix che favorisca i decennali.

Il nodo Commerzbank

Proseguono le trattative fra Unicredit e le istituzioni tedesche per gestire il dossier Commerzbank in modo quanto possibile consensuale.
A dettare le condizioni per un’operazione morbida è stata l’Assia, Land in cui si trova Francoforte. In particolare, durante un incontro svoltosi a Wiesbaden, il primo ministro dell’Assia Boris Rhein ha presentato cinque richieste al ceo del gruppo bancario Andrea Orcel: Commerzbank dovrà restare autonoma e tedesca; rimanere quotata in Borsa; mantenere quartier generale e ruoli apicali a Francoforte; non cambiare il brand; conservare il corporate banking, evitando che venga dirottato in HypoVereinsbank, società tedesca del gruppo Unicredit.
La maratona tedesca di Orcel proseguirà con il vertice con il vicecancelliere tedesco, nonché ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, previsto a Berlino il 14 settembre. Nel breve, anche per ottenere la collaborazione delle autorità tedesche, Unicredit non ha nessun interesse a intaccare l’autonomia di Commerzbank. Nei prossimi anni, però, non è facile prevedere se Piazza Gae Aulenti deciderà o meno di intervenire sulle centrali di costo, come spesso accade nelle operazioni di consolidamento.

La ristrutturazione di Volkswagen

Sempre in Germania è stata data luce verde al progetto di ristrutturazione di Volkswagen, presentato dall’ad Oliver Blume. L’accordo ha coinvolto il Land della Bassa Sassonia (che è anche azionista del colosso automobilistico) e i sindacati, ma non è tutto rose e fiori. Anzi. L’azienda automobilistica taglierà 50.000 posti di lavoro, di cui circa metà in Germania.
Saranno anche ridimensionati del 50% circa entro il 2035 i modelli attualmente in commercio. Alla fine, le forze sindacali hanno dovuto accettare un compromesso che non piace a molti. E che non vede alternative praticabili, anche se i licenziamenti soffiano sul fuoco del voto anti-sistema presente e (probabilmente) futuro.

Oro, l’Olanda lo mette a Londra

Dopo la Francia, l’Olanda. La Banca Centrale dei Paesi Bassi ha alleggerito la presenza delle sue riserve auree conservate negli Stati Uniti, spostando tra marzo e agosto 86 tonnellate d’oro da Usa e Canada alla Gran Bretagna. L’operazione è stata effettuata tramite una vendita di oro in Nordamerica e un riacquisto contestuale a Londra, alle stesse condizioni di mercato. Il motivo dell’operazione è stato chiarito direttamente dall’istituto: il trasferimento punta ad aumentare la possibilità di reagire all’instabilità geopolitica mondiale. Evidentemente, la banca centrale dei Paesi Bassi ha ritenuto più semplice smobilizzare e utilizzare l’oro in caso di conservazione delle riserve in Gran Bretagna piuttosto che in Nordamerica. Una possibilità per ora solo teorica, dato che il governatore Olaf Sleijpen ha dichiarato che un utilizzo del “tesoretto giallo” non è in agenda – ma che comunque è necessario prepararsi a eventuali crisi. Oltre al desiderio di raggiungere un mix più efficiente, non è però escluso (anche se nessuno lo dice) che le autorità monetarie olandesi abbiano ceduto ai timori di eventuali decisioni impulsive di Donald Trump. Ora, l’oro olandese (612,4 tonnellate, che a fine 2025 valevano 72,2 miliardi di euro) è per il 32,1% in Gran Bretagna, per il 30,8% in patria e per il 18,5% ciascuno negli Stati Uniti e in Canada. Nessuna mossa, invece, da Banca d’Italia, che lascia tutto come prima: delle 2.452 tonnellate d’oro, il 44% circa è in Italia, il 43% circa è negli Stati Uniti; seguono Svizzera e Gran Bretagna con percentuali a una cifra. L’Italia ha un ruolo strategico nel Mediterraneo, e questo può contribuire al mantenimento del mix attuale. C’è anche la supposizione che la massiccia custodia dell’oro negli Stati Uniti dipenda da vecchie clausole legate al trattato di pace della seconda guerra mondiale, ma queste sono naturalmente rumours che non hanno (e non possono avere) riscontri ufficiali.

Foto di Bernd Dittrich su Unsplash

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