Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le sollecitazioni geopolitiche ed economiche sulle Borse sono sempre più forti, ma i mercati cercano di limitare i danni. La nuova crisi petrolifera, la stretta sui tassi aperta dalla Bce e il dibattito su inquietanti scenari legati all’intelligenza artificiale hanno fatto di tutto per mettere in difficoltà gli indici. Che stanno arretrando, è vero, ma ordinatamente. Senza panico, evidenziando che (almeno per ora) la situazione resta sotto controllo. La resistenza dei mercati a un insieme di circostanze molto negative dimostra ancora una volta la ormai acquisita forza di reazione delle Borse, in grado di predisporre una difesa e di evitare crolli.

Petrolio a tutto gas

Sul fronte mediorientale, alla guerra in Iran e al blocco dello Stretto di Hormuz si è aggiunto il nodo del Mar Rosso, provocato dall’offensiva degli Houthi in Yemen. Le milizie sciite hanno attaccato l’oleodotto Abqaiq–Yanbu, infrastruttura che trasporta il petrolio dalla parte orientale a quella occidentale della penisola arabica, assicurando il passaggio di circa il 4% del greggio venduto in tutto il mondo. Inoltre, gli Houthi si sono resi protagonisti di un’operazione di terra che in 48 ore li ha visti prendere il controllo dell’intera costa del Mar Rosso. Compreso l’imbocco dello stretto di Bab el-Mandeb, che, come Hormuz, è un collo di bottiglia per il transito di greggio e merci in generale. Il portavoce degli Houthi ha affermato che la navigazione nello stretto è “sicura” per tutte le navi, eccettuato quelle saudite. Ma quest’ultimo nodo, da solo, genera pericoli per il commercio del petrolio e per l’economia mondiale, considerato che il suo prezzo è già schizzato vicino a quota 110. Sullo sfondo, gli attacchi incrociati di russi e ucraini ai rispettivi obiettivi energetici: Donald Trump, preoccupato per il diesel al valore record di 6 dollari, ha rivelato l’esistenza di un accordo fra i due belligeranti sullo stop a queste operazioni (anche se l’adesione di Mosca non è sicura). Il complesso quadro internazionale ha portato il greggio, come detto, nella fascia 100-110, con il solito scarto fra Brent e Wti, mentre la quotazione del gas sul mercato di Amsterdam ha superato gli 80 euro. Il che non è certamente il picco-monstre del 2022, ma neppure i 20 euro circa che pagavamo prima del Covid. Preoccupa, tuttavia, la situazione delle scorte in Europa. Tornando al petrolio, i problemi si estendono anche alla lavorazione: secondo Wood MacKenzie, i volumi di greggio raffinati potrebbero diminuire di 1,4 milioni di barili al giorno se le armi in Medio Oriente non dovessero tacere entro fine anno. Lo tsunami provocato dal caro-energia ha le carte in regola per colpire anche l’agricoltura, che utilizza massicciamente il diesel, e la produzione, rischiando di impattare sulle aziende.

Tassi in rampa di lancio

Il terremoto su petrolio e gas e i conseguenti timori di inflazione hanno influenzato anche le banche centrali, avviando una possibile spirale di aumento dei tassi di interesse. Una mossa rischiosa e potenzialmente inutile, perché il vortice inflattivo dipende dal crollo della domanda. A muovere le acque è stata la Banca Centrale Europea, con la crescita di 25 punti base, che secondo le previsioni potrebbe precedere altri quattro interventi restrittivi in 12 mesi: ora si attendono le decisioni della Federal Reserve, prevista per oggi, e della Banca d’Inghilterra. Difficile prevedere le mosse della Fed, che potrebbe cedere al trend rialzista oppure scegliere di mantenere invariato il costo del dollaro, fidandosi di un’economia – quella americana – che resta forte. La Boe, secondo le previsioni, dovrebbe invece mantenere i livelli attuali: lo aveva assicurato il governatore Andrew Bailey, riservandosi un cambio di rotta solo se la quotazione del petrolio dovesse causare aumenti stabili di prezzi. Il risultato di questa pressione sui tassi ha causato, come è noto, un aumento delle performance per le obbligazioni governative: il Btp rende ora il 4,40% e potrebbe non essere finita qui, mentre il decennale americano continua a salire. Anche questa congiuntura contribuisce a deprimere le Borse, colpite dalla concorrenza del reddito fisso. A essere particolarmente penalizzate sono le utility, titoli difensivi utilizzati quasi come strumenti sostitutivi dei bond e che soffrono la competizione creata dalle super performance dei governativi.

Intelligenza artificiale, rischi per la specie umana?

A creare ulteriore scompiglio in una fase già difficile, il dibattito sul futuro dell’intelligenza artificiale, alimentato dalle dimissioni del ricercatore Jacob Coxon da Anthropic. Il punto evidenziato dall’esperto informatico è la capacità di autoapprendimento dell’intelligenza artificiale che, secondo la sua analisi, potrebbe spingersi fuori controllo, mettendosi nella posizione persino di minacciare la sopravvivenza della specie umana. L’esternazione di Coxon ha riscosso vari consensi, tanto da far scaturire uno scambio di idee a cui si sono uniti tre big della tecnologia: Dario Amodei di Anthropic, Sam Altman di Open Ai ed Elon Musk, concordi nell’esigenza di “rallentare” i modelli più avanzati di IA. Vari i pericoli evidenziati dal dibattito, dallo studio di un virus letale al controllo quasi totale di internet, fino a falsi allarmi (talmente sofisticati da essere creduti veri) di un attacco nucleare. I meno giovani ricordano il film di fantascienza War Games, risalente al 1983, che descriveva appunto un futuribile disastro bellico causato da una tecnologia fuori controllo. In controtendenza Donald Trump, che ha bollato come “bufala” la preoccupazione dei big della tecnologia. La resistenza a un ripensamento del modello ha motivi facilmente intuibili: la corsa all’intelligenza artificiale è un duello principalmente fra Stati Uniti e Cina; se rallentano i primi, la seconda potrebbe approfittarne (o viceversa). Chen Yixin, responsabile dell’intelligence cinese, ha evidenziato i pericoli che potrebbero essere creati dall’IA (tra questi, la sicurezza, anche ideologica, del partito comunista), precisando però che l’intelligenza artificiale deve essere controllata e non, quindi, rallentata. Il dibattito ha contribuito al periodo difficile delle Borse: specialmente in Asia, dove le reazioni negative si sono riverberate sul settore, molto importante, dei semiconduttori. Meno pregnante la reazione del Nasdaq, che dopo un contraccolpo al ribasso ha recuperato gran parte delle perdite.

I settori su cui puntare

Gli indici stanno cedendo terreno, ma non quanto ci si sarebbe potuti aspettare da un contesto simile. Anche se il quadro attuale obbliga gli investitori alla prudenza e a una maggiore attenzione per l’obbligazionario. Ovviamente, in Italia è consigliabile anche osservare le evoluzioni del risiko: le prossime, possibili mosse di Unicredit sul mercato interno, ma soprattutto il duello fra Intesa Sanpaolo e Mps – la prima intenzionata ad assorbire la banca senese, la seconda in cerca di una via di fuga dall’operazione mediante acquisizioni che rendano il merger impossibile. Nella battaglia senza esclusione di colpi Carlo Messina ha ancora un vantaggio molto forte; tuttavia, in presenza di sponde importanti da Generali e (forse) dalla politica – di maggioranza e di opposizione – Luigi Lovaglio può giocarsi le sue carte. Oltre alle azioni del settore bancario, gli investitori potrebbero iniziare a tenere sotto controllo i titoli del comparto edile, criticato con poca logica e ora in rampa di lancio per le eventuali ricostruzioni post-belliche, dall’Ucraina al Golfo.

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