Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
I Giochi Olimpici di Parigi 2024 si sono aperti nel peggiore dei modi. In pochi giorni è infatti accaduto di tutto: sabotaggi alla rete ferroviaria, nervosismo da parte dei parigini a causa delle restrizioni agli spostamenti, inaccettabili esibizioni blasfeme durante la cerimonia di apertura, polemiche sugli sprechi. Uno su tutti, l’investimento di 1,4 miliardi di euro per depurare la Senna – operazione che ha presentato tutti i suoi limiti con il rinvio di un giorno della gara di triathlon maschile.
Inflazione a cinque cerchi
Oltre a tutto questo, lo spettro dell’inflazione. Come era accaduto nel caso dei primi concerti di Taylor Swift e in occasione dei Campionati Europei di calcio, alcuni esperti hanno lanciato l’allarme relativo ai forti aumenti dei prezzi nelle città che ospitano manifestazioni importanti, siano esse sportive o musicali. Relativamente alle cinque tappe londinesi della rock star americana, che si svolgeranno a metà agosto, era stato coniato il termine Swiftflation, e si era arrivati persino a ipotizzare un impatto del caro-prezzi dovuto ai concerti sulle decisioni della Banca d’Inghilterra riguardanti il taglio dei tassi. Il copione si è riproposto, appunto, per i Giochi Olimpici: il più grande avvenimento sportivo del mondo ha portato nella Ville Lumière aumenti di tariffe alberghiere, dei prezzi delle consumazioni al bar e delle cene al ristorante. A questi si somma, naturalmente, il costo esorbitante di una parte importante dei biglietti, in vari casi divenuti inaccessibili. Questo boom dei prezzi può creare inflazione duratura? Quasi sicuramente no. I Giochi Olimpici, kermesse di rilevanza planetaria, sono comunque un evento temporaneo, troppo breve per causare una nuova impennata del tasso di inflazione. A meno che qualcuno non ne approfitti per prolungare un aumento insostenibile dei prezzi.
Rincari in salsa meneghina
Non dipendono dalla scadenza olimpica i rincari che stanno galoppando a Milano nella ristorazione, nei servizi e soprattutto in ambito immobiliare. La febbre del mattone sembra non volersi fermare, e trova nuova linfa dalla fuga dei ricchi della City londinese, che lasciano una città in difficoltà per acquistare case lussuose (e costosissime) nel resto d’Europa, soprattutto a Milano e a Lugano. Il trend ha contribuito alla cementificazione già in atto: al posto di fabbriche abbandonate o di edifici vecchi abbattuti sono spuntati palazzi di dieci o più piani, che in alcuni casi hanno tolto la visuale a case storicamente presenti sull’area, oppure hanno modificato la viabilità. Alla faccia del green e della transizione ecologica. Le costruzioni intensive e il massiccio consumo di suolo sono però stati costretti a rallentare: la procura ha infatti ordinato lo stop ai cantieri dopo le indagini sui nuovi edifici in città. Il fermo temporaneo – che secondo alcune agenzie immobiliari potrebbe mettere in pericolo fino a 38 miliardi di euro di qui al 2035 – ha però un fondamento: la magistratura vuole vederci chiaro e comprendere se davvero siano stati commessi abusi in questa fase di urbanizzazione di una città già molto densamente popolata.
Borsa, ancora su e giù
Intanto, la Borsa di Milano ha chiuso la scorsa settimana in calo, portandosi sotto la soglia psicologica dei 34.000 punti e indossando, per una volta, la maglia nera di un’Europa già di per sé in ribasso. Occorre preoccuparsi? Non più di tanto: dopo il calo di venerdì, c’è stato il recupero (con cui Piazza Affari, tra ieri e oggi, è tornata a sfiorare o superare più volte quota 34.000), che ha allineato Milano ai principali listini continentali. Prosegue, dunque, la lunga fase di trading range, che si sta protraendo dalla scorsa primavera. E’ infatti da marzo che si battono e ribattono gli stessi prezzi, senza che emergano tematiche particolari, mentre è confermata la dicotomia fra i settori che vanno bene e quelli che invece faticano.
Automobili ferme al… verde
A non potersi lamentare ci sono i finanziari, che nella stagione degli utili stanno ancora una volta sottolineando il loro ottimo stato di salute. Tra le retrovie del gruppo, invece, l’industria. Soprattutto l’automotive, colpita dalla conferma della “maggioranza Ursula” e dalla sua politica radicale di transizione “verde”. Il periodo critico dei costruttori di veicoli a motore dipende, in particolare, dagli ingenti investimenti obbligati sull’elettrico, che – a causa del basso gradimento da parte della clientela – sembrano valere zero o poco più. Ai conducenti, le e-cars proprio non piacciono, e neppure gli incentivi per l’acquisto di queste vetture li smuovono dall’acquisto di veicoli tradizionali. E così, le case automobilistiche si trovano come i classici “vasi di terracotta tra vasi di ferro” di manzoniana memoria, stretti tra gli obblighi di marca europea che vietano la produzione di macchine endotermiche dal 2035 e il mancato gradimento da parte della clientela. E tutto questo si fa sentire sui risultati. Un esempio su tutti sono i dati di Stellantis, che ha diminuito i ricavi del 14% e gli utili del 48%.
Tesla e Alphabet affossano la Borsa
E, a proposito di elettrico, Tesla ha diffuso i suoi dati del secondo trimestre, che si sono rivelati decisamente deludenti. La società di Elon Musk ha archiviato un utile in decremento del 45%, dai 2,7 miliardi di dollari raggiunti a metà dello scorso anno ai 1,478 attuali. Nonostante la crescita del fatturato (da 24,92 a 25,5 miliardi di dollari) e l’incremento dei ricavi tra aprile e giugno, i dati di Tesla hanno contribuito, insieme ai risultati di Alphabet, ad affossare il Nasdaq, proprio mentre a Wall Street il momento di difficoltà del Far East ha penalizzato il comparto del lusso. In ogni caso, nonostante il calo degli utili e gli arretramenti di questo ultimo anno, Tesla è ancora molto più forte rispetto a cinque anni fa, dato che dall’era pre-Covid in poi la casa texana è cresciuta poderosamente. Ora Wall Street attende le decisioni sui tassi e, soprattutto, le elezioni americane, sufficientemente polarizzate per proporre agli elettori due modelli economici completamente differenti.
Deficit, la Ue apre la procedura contro sette Paesi (tra cui l’Italia)
Mentre gli Usa si preparano agli ultimi mesi di campagna elettorale, l’Unione Europea attende la nomina dei commissari, oltre che la formazione del nuovo governo in Francia (che avverrà dopo la conclusione dei Giochi Olimpici). Nel frattempo, l’Ue torna a occuparsi di disavanzo pubblico, avviando le procedure per deficit eccessivo contro sette Stati membri. Si tratta di Italia, Francia, Belgio, Malta, Polonia, Slovacchia e Ungheria. Più in particolare, l’Ue imputa a questi Paesi il superamento della percentuale ritenuta accettabile (3% del pil). Sono finiti i tempi del Covid, quando le strette regole che rischiano di imbavagliare l’economia erano state sospese: ora, i sette Paesi che hanno sforato dovranno rimettersi in riga. Chi non lo farà, rischierà sanzioni economiche – ammesso che poi vengano comminate davvero.
Foto di Luca Dugaro su Unsplash







