Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Pochi si erano spinti anche solo a pensarlo, ma è successo per davvero: le Borse hanno annullato con una velocità inaspettata gli storni dovuti alle tariffe doganali di Donald Trump. E si sono riassestate in breve tempo intorno ai livelli pre-dazi. Ciò che è accaduto è incredibile perché, dati i valori attuali degli indici, il 2 aprile è stato letteralmente cancellato dai mercati. Come se non fosse mai esistito. Ancora una volta, a vincere è stato chi ha mantenuto i nervi saldi: la storia insegna che, salvo pochi e circostanziati crack, è sempre meglio non reagire istintivamente ai crolli degli indici. Con l’aggancio si è tornati a un andamento normale dei trend. In questa logica si inserisce la flessione temporanea delle Borse europee di ieri mattina, dipesa soprattutto dal mancato insediamento del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che per pochi voti non ha ottenuto la maggioranza in prima battuta. Tuttavia, nel pomeriggio il cancelliere ha ottenuto la fiducia in seconda votazione, e le Borse europee hanno completato una rimonta già in atto. Anche il Dax, indice europeo più penalizzato in mattinata, ha evidenziato segnali di recupero.
Anche New York riduce il divario
Anche la Borsa americana, contro il parere e il volere di tutti, è stata protagonista di una netta ripresa: Wall Street è salita al -4% da inizio anno mentre il Nasdaq è ancora un po’ sacrificato (intorno al -7%), ma il momento negativo del dollaro facilita l’investitore europeo nell’acquisto di azioni tecnologiche statunitensi. Attualmente, a fare la differenza fra i mercati Usa e Ue sono i tassi: la Bce li ha tagliati e la Fed no. E’ comunque indubbio che l’amministrazione Trump abbia portato a un riposizionamento di asset azionari sui mercati che trattavano a sconto. I dazi hanno fatto sì che grossi player con centinaia miliardi dollari in gestione abbiano spostato (e lo stiano facendo ancora) flussi continui di acquisti dal mercato americano a quelli europei. E l’Italia, mercato dai multipli bassi, ne ha particolarmente goduto.
La produzione non riparte
Se le Borse sono tornate alla normalità, l’economia reale non si è mossa di un centimetro e subisce un significativo blocco delle attività produttive legato all’effetto-annuncio dei dazi. Ciò colpisce in maniera generalizzata, ma ad accusare il colpo sono in maniera particolare gli Stati Uniti, dove il primo trimestre si è chiuso leggermente in negativo, mentre le materie prime e il petrolio sono in sofferenza perché quotate in dollari. Unica eccezione l’oro, che mantiene la sua posizione ben oltre i 3.000 dollari l’oncia. Il rallentamento dell’economia americana sta proseguendo anche nel secondo trimestre, che verosimilmente chiuderà con dati non positivi.
Slalom parallelo
Intanto, Trump prosegue nel suo andamento a zig-zag. Da un lato tratta con i Paesi europei e – dopo un confronto basato su dazi e controdazi a tre cifre – cerca di negoziare con la Cina. Che a sua volta auspica di raggiungere un accordo ma nel contempo mostra i muscoli (“per oltre 70 anni”, ha dichiarato Xi Jinping, “lo sviluppo della Cina si è fondato sull’autosufficienza e sul duro lavoro”, e mai sugli altri). D’altro canto, nonostante i negoziati con l’Unione Europea e gli abboccamenti con Pechino, l’inquilino della Casa Bianca rilancia sul fronte delle tariffe doganali, annunciandole per i prodotti farmaceutici. Come sembra evidente, Trump ha fatto dei dazi un azzardo da cui partire per negoziare accordi commerciali più favorevoli agli Stati Uniti, ma la situazione gli è sfuggita di mano. E ora cerca in modo confuso di fermare una guerra commerciale senza esclusione di colpi, anche se non rinuncia a nuovi annunci a effetto.
Washington contro Pechino
Sullo sfondo c’è comunque il fil rouge delle sue presidenze, che vede la Cina come nemico numero uno. Washington rimprovera a Pechino di essersi espansa fino a minacciare lo strapotere Usa, e di averlo fatto anche violando regole di mercato e appropriandosi di brevetti e marchi non sempre nel pieno rispetto delle regole Wto. Trump deve quindi muoversi tra questi due fuochi: il rischio di escalation della guerra commerciale e la rivalità sino-americana. Il presidente degli Stati Uniti pensava di avere un’arma per togliere potere al gigante asiatico: il raggiungimento di un accordo fra Russia e Ucraina, che avrebbe potuto spezzare l’abbraccio tra Mosca e Pechino favorito dalle sanzioni occidentali. Tuttavia, Putin, Zelensky e la posizione inflessibile di Gran Bretagna e Ue hanno sabotato i suoi sforzi, portando l’inquilino della Casa Bianca (almeno secondo le sue ultime dichiarazioni) a un passo dalla bandiera bianca. Lo stop sul fronte ex sovietico ha reso più urgente un disgelo tra Washington e Pechino, i cui dispetti reciproci non sono certo una cosa nuova: già la prima amministrazione Trump aveva bloccato gli investimenti nuovi in Cina (politica confermata poi da Joe Biden) spingendo poco a poco le aziende americane a delocalizzare in altri Paesi.
Le critiche di Buffett
I dazi di Trump hanno incassato dure critiche anche da parte di Warren Buffett, nel corso dell’annuncio con cui l’imprenditore ha comunicato il proprio pensionamento (a 94 anni) e il conseguente addio a Berkshire Hathaway. “Il commercio può essere un atto di guerra”, ha tuonato l’oracolo di Omaha, integrando una precedente dichiarazione anti-dazi (“le tariffe sono una tassa sulle merci”). La ricetta di Buffett è, diciamo così, conservatrice: gli Stati Uniti devono continuare a scambiare merci con il resto del mondo. Che è poi, ha ricordato, “quello che sappiamo fare meglio”. Queste indicazioni si uniscono a varie altre frasi celebri di Buffett che nel tempo sono assurte quasi a consigli universali, con cui confrontarsi in momenti di crisi o di passaggio epocale. Una su tutte: occorre investire in società che fanno utili, ma soprattutto che esisteranno ancora fra 50 anni. Un aforisma particolarmente attuale, in epoca di fintech che aprono e chiudono e di rischi di nuove bolle.
Petropolis
Mentre in Italia il risiko bancassicurativo è in pieno svolgimento, il palcoscenico dei merger è attivo anche a livello internazionale. Secondo Bloomberg, Shell sta valutando l’acquisto di Bp e avrebbe già commissionato un dossier ai suoi advisor. La maxi-operazione potrebbe essere agevolata da un ulteriore calo del prezzo del petrolio e dalla discesa del titolo della “preda”. Attualmente, Shell vale circa tre volte Bp (149 miliardi di sterline contro 56) e ha in corso un’operazione di riacquisto di azioni proprie. L’acquisizione sarebbe interessante, pur nella sua difficoltà, soprattutto in un periodo così particolare per gli asset petroliferi. Se l’unione si facesse, andrebbe a nascere un “campione inglese” in grado di competere con i maggiori concorrenti americani.







