I negoziati di pace piacciono alle Borse

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Procedono serrati i colloqui sulla pace in Ucraina, entrati nel vivo con il summit di Anchorage fra Donald Trump e Vladimir Putin e proseguiti lunedì a Washington con l’incontro fra lo stesso presidente americano e Volodymyr Zelensky. Dopo essere stato protagonista del lungo tira e molla sui dazi – che non è ancora finito: vari dossier sono ancora aperti, soprattutto quello che coinvolge la Cina – l’inquilino della Casa Bianca si è buttato a capofitto sulle trattative di pace, provando in ogni modo a fermare la guerra e a intestarsene il merito. Ma soprattutto a evitare che la Russia e la sua economia si consegnino mani e piedi alla Cina. Nell’accordo quadro si parlerà sicuramente anche di sanzioni: molto probabile l’alleggerimento americano, mentre un punto di domanda sorge sull’atteggiamento che sarà scelto dall’Europa, finora ferma sulle posizioni tenute dal 2022 a oggi. Si attende ora il possibile vertice Putin-Zelensky, che dovrebbe essere seguito da un trilaterale, con la presenza di Trump.

Mercati fra trattative e Jackson Hole

I colloqui di pace e la prospettiva di un incontro fra i due presidenti in conflitto piacciono agli investitori. Le Borse hanno rimbalzato dopo una fase di cautela, che aveva però seguito un rally abbastanza importante e significativo.
Oltre che sull’Ucraina, i mercati sono sintonizzati sul tradizionale simposio annuale Fed di Jackson Hole, che si aprirà domani; il convegno detterà la linea della Federal Reserve e sarà uno snodo per l’economia mondiale nei prossimi mesi. Tra gli argomenti in discussione, ci saranno sicuramente i dazi e i loro effetti, ma anche il futuro dei tassi di interesse Fed. Da parte loro, i mercati stanno già scontando un ammorbidimento della stretta monetaria: l’inflazione americana dello scorso luglio, più bassa del previsto, potrebbe convincere Jerome Powell a decidere un taglio di 25 punti base a settembre. Ma questo, visti i precedenti, non può essere dato per scontato. Sullo sfondo, l’indebolimento del dollaro, che piace a Trump, ma che unito ai dazi è una minaccia per l’economia e i consumi: se il ceto medio statunitense può cercare (con molta fatica) di assorbire uno solo di questi due fenomeni, si trova in difficolta nell’affrontarli insieme e finisce di acquistare con parsimonia, deprimendo i consumi.

Bank of America prevede uno storno in Europa

Il mercato azionario del nostro continente cresce ancora ed è in ottima salute, ma Bank of America, in un’analisi, ne sconsiglia gli investimenti, prevedendo un calo entro la fine di quest’anno. Effettivamente, le Borse europee hanno progredito moltissimo e vari investitori potrebbero pensare che, visti i prezzi, sia arrivata l’ora di passare all’incasso, rimanendo poi in attesa degli eventi. Ma non è detto che sia così. Premesso che, naturalmente, i mercati non possono salire sempre, non è così improbabile che gli investitori ritengano invece di tenere le posizioni, puntando su ulteriori rimbalzi, anche sulla scorta di un possibile accordo di pace fra Russia e Ucraina. Il futuro potrebbe quindi dare ragione a chi scommette su un’ulteriore crescita degli indici europei, almeno fino ai primi segnali di un eventuale peggioramento del clima generale. Una strategia di ripiegamento potrebbe infatti scattare se il mercato, a un certo punto, decidesse di rifiatare, perdendo l’1% o il 2%: in questo caso sarebbe sicuramente consigliabile un alleggerimento.

I T-bond e il dollaro debole

Dal lato obbligazionario, si segnala un interesse rinnovato per i Treasury, che nella loro versione trentennale rendono oltre il 5%; tuttavia, chi punta sui T-bond deve tenere in conto il rischio-dollaro, in grado di erodere le alte percentuali legate a questi strumenti. Questo fattore non può essere ignorato, dato che un rafforzamento del biglietto verde sembra, a queste condizioni, assai improbabile. A casa nostra, invece, si segnala un avvicinamento sostanzioso dei Btp ai buoni del Tesoro francesi, mai così vicini dal 2005. I mercati stanno premiando la tenuta dei conti pubblici, la cui asticella è stata tenuta ferma dal governo, oltre alla stabilità politica. Una situazione che, invece, non si registra oltralpe, con le preoccupazioni per il debito pubblico e l’incertezza istituzionale, non apprezzata dagli investitori.

Giorni cruciali per il risiko

L’estate del risiko bancario si conferma caldissima. La Banca Centrale Europea ha dato luce verde a Mediobanca per l’acquisizione del controllo diretto di Banca Generali. Ok anche da Banca d’Italia al controllo indiretto di Generfid, Intermonte Partners sim e Intermonte sim, oltre alla partecipazione qualificata indiretta in Bg Saxo sim, Nextam Partners sim, 8a+ Investimenti sgr e Tosetti Value sim.
Piazzetta Cuccia dovrà presentare alla Bce un progetto di integrazione di Banca Generali entro sei mesi dall’operazione.
Sempre ammesso che parta. Perché in Mediobanca la partita vera si giocherà domani, 21 agosto, con il voto decisivo da parte dell’assemblea. Saranno infatti i soci a stabilire se l’offerta su Banca Generali lanciata lo scorso aprile effettivamente partirà. In caso di nulla osta da parte dei soci, l’amministratore delegato Alberto Nagel potrà dire di aver fortificato le mura della fortezza per respingere l’ops di Montepaschi. Chi vincerà? Difficile dirlo: è come scegliere il rosso o il nero alla roulette. Nagel punta sul numero dei partecipanti: più soci saranno presenti all’assemblea, più possibilità avrà l’amministratore delegato di ottenere un via libera all’operazione Banca Generali, con il contemporaneo alt a Siena. Più bassa sarà la partecipazione, invece, più possibilità di vincere la partita avrà la cordata favorevole a Mps, guidata da Francesco Gaetano Caltagirone e la Delfin della famiglia Del Vecchio: il raggruppamento da loro guidato ha un peso stimato fra il 35% e il 40%. A un passo, cioè, dal no a Banca Generali e dal sì di fatto all’operazione Mps, che tra le altre cose ha già incassato i favori del governo. Unicredit, da parte sua, non molla il colpo su Commerzbank, cercando di ammorbidire la posizione difensiva del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Sul fronte milanese, Andrea Orcel potrebbe invece attendere settembre per ripresentare l’ops su Banco Popolare o rinunciare definitivamente al dossier.

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Dazi, l'oro è fuori dai giochi

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il sistema trumpiano dei dazi è entrato in vigore. Secondo calcoli Wto e Fmi, le tariffe medie americane sono del 20,10%, ai massimi dal 1910, ma il trattamento riservato alle diverse economie è variegato. L’Unione Europea, come noto, se l’è “cavata” con il 15%, con l’impegno però di effettuare investimenti monstre negli Stati Uniti. Una promessa che difficilmente sarà mantenuta, dato che alla fine saranno i vari Paesi a dover decidere. Inoltre, alcuni impegni sono, almeno al momento, impossibili da onorare: per esempio, non ci sono compratori a sufficienza per i 750 miliardi di dollari in gas che l’Unione Europea si è impegnata ad acquistare negli Stati Uniti. In ogni caso, Donald Trump ha minacciato l’Ue: se gli investimenti nell’economia americana non dovessero essere effettuati, è in programma un aumento delle tasse doganali.

Nessun margine per la Svizzera

Chi invece non ha avuto spazio di contrattazione è stata la Svizzera, che si è vista confermati i dazi al 39%; nonostante un incontro urgente definito “positivo” fra la presidente federale Karin Keller-Sutter e il segretario di Stato americano Marco Rubio, la misura è stata confermata da Trump. Pessima notizia per le imprese della Confederazione, per cui gli Stati Uniti sono il primo Paese importatore. Soprattutto per quelle minori. Se i grandi gruppi possono turare molte falle perché già producono in larga parte negli Usa (e nell’Ue, che gode di condizioni migliori), a perderci davvero saranno infatti le piccole e medie aziende che si erano attrezzate con molti investimenti per l’export, e che ora rischiano di vedere vanificati tutti gli sforzi. Oltretutto, alle tariffe di quasi un terzo si aggiunge il “dazio supplementare di fatto” causato dalla forza del franco e dal dollaro debole.

Oro esente

Scongiurati invece i dazi sull’oro. Lo ha annunciato lo stesso Trump sulla piattaforma social Truth, dopo alcuni giorni di incertezza causata da un documento delle autorità doganali statunitensi. La dichiarazione del presidente americano evita un rischio ulteriore per la Confederazione, specialmente per il Canton Ticino, che è una delle aree più importanti al mondo per la raffinazione del metallo giallo.
L’annuncio su Truth ha causato un ribasso del prezzo dell’oro, che aveva raggiunto un livello record dopo la decisione, poi revocata, delle dogane americane.

Brics, trattamento asimmetrico

Sono state confermate le tariffe al 50% per Brasile e India, che hanno causato le proteste di Lula e Narendra Modi: queste percentuali creeranno sicuramente problemi per i due Paesi Brics, sebbene i loro interscambi con gli Stati Uniti siano ancora marginali rispetto a quelli Usa-Cina. Non per niente, l’inquilino della Casa Bianca ha siglato un ordine esecutivo che rimanda di ulteriori 90 giorni l’entrata in vigore di tariffe nei confronti di Pechino. Almeno per ora, quindi, gli Usa non aumenteranno (dal 30% al 64%) i dazi sui prodotti del gigante asiatico, anche in vista di un vertice fra Trump e Xi Jinping: la tregua commerciale, insomma, serve per trattare. Sul fronte estremo-orientale si registra solo la decisione di Nvidia e Amd di riconoscere agli Usa il 15% sulle vendite in Cina dei loro chip avanzati per l’intelligenza artificiale. Sempre in ambito Brics, si attende il summit ferragostano di Anchorage tra il presidente americano e Vladimir Putin sull’Ucraina. Anche se, prevedibilmente, si parlerà di molti argomenti: prezzo del petrolio, rotte artiche, rapporti economici, terre rare. Non per niente, fonti russe hanno sottolineato i molteplici dossier sul tavolo e hanno affermato (esagerando) che i colloqui per la pace in Ucraina saranno l’ultimo dei problemi dibattuti in Alaska. I dazi minacciati da Trump a Mosca restano sullo sfondo, come arma negoziale sul tavolo delle trattative.

Effetto boomerang

Secondo Trump, il nuovo sistema dei dazi porterà molto denaro liquido nelle casse del fisco americano. Sicuramente sarà così, ma a costo di contraccolpi molto forti nei confronti dell’intera economia mondiale. Inclusa quella statunitense. L’impressione è che il grosso dei dazi finirà di pagarlo il consumatore americano, che rischia di perderci ancora di più rispetto alle aziende importatrici. L’impatto su famiglie e imprese rischia di cancellare i benefici previsti per l’erario Usa, causando inflazione, crisi dei consumi e (dal punto di vista politico) disaffezione per Trump e per i repubblicani. La democratica Gretchen Whitmer, governatrice del Michigan, in un incontro privato con Trump allo Studio Ovale ha argomentato – armata di slide – l’effetto disastroso delle tariffe sull’automotive, settore che, paradossalmente, lo stesso presidente aveva promesso di salvare. La posizione della governatrice riflette anche la situazione dello Stato che presiede: il Michigan ospita vari stabilimenti di imprese motor, la cui buona salute dipende molto dal commercio internazionale. I dazi nei confronti di Canada e Messico, in particolare, potrebbero favorire le auto giapponesi ed europee, gettando un’insperata ancora a un settore – quello automobilistico Ue – in ginocchio per il green deal firmato Ursula von der Leyen.

Borse ancora impermeabili

Chi invece ha imparato a convivere con le boutade di Trump sono le Borse europee che la scorsa settimana, anche abbastanza a sorpresa, hanno chiuso cinque sedute in positivo (il trend che sta generalmente proseguendo, anche grazie ai dati positivi sull’inflazione Usa). I mercati sanno che non ci si può permettere di correre dietro alle bizze del presidente americano e, dopo il grande calo dello scorso 2 aprile, hanno preso le misure e corrono sul loro binario. Ottime le prestazioni del Nikkei, che lunedì ha raggiunto i massimi sull’onda dello yen debole. Resta il problema del dollaro debole, che però a Trump – come è ben noto – non dispiace.

Nuova nomina (ad interim) al board della Fed

I problemi valutari sono al centro della lunga contesa che ha opposto Trump al presidente della Fed Jerome Powell, stemperata con la rinuncia dell’inquilino della Casa Bianca a licenziare il “governatore” prima del tempo. Il Tycoon ha però approfittato delle dimissioni di Adriana D. Kugler dal board della Fed per sostituirla ad interim con un suo fedelissimo: Stephen Miran, chair del Council of Economic Advisors, soprannominato “l’ideologo dei dazi”. Il nuovo membro del consiglio resterà in carica fino al prossimo gennaio; qualcuno pensa però che Trump potrebbe pensare a un suo futuro più stabile alla Federal Reserve. Tanto più che la sua visione (oltre all’approccio favorevole ai dazi, anche il sostegno al dollaro debole e le idee su una riforma radicale della Fed) coincide con quella del presidente americano. Miran aveva dichiarato, tra le altre cose, che la Federal Reserve è già integrata con la politica – facendo intuire una sua posizione eterodossa nei confronti dell’indipendenza della banca centrale. D’altra parte, la Fed dipende comunque da un input del presidente degli Stati Uniti, che ne nomina il presidente e i membri del board. Di certo c’è che Powell sarà sostituito con qualcuno accondiscendente con Trump sui dazi e sui tassi di interesse.

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Mercati, avvertimento a Trump

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’ultima settimana di luglio è stata caratterizzata dai “dazi a pioggia” annunciati da Donald Trump nei confronti di quei Paesi che non si sono adattati alle condizioni proposte dagli Stati Uniti, o che semplicemente hanno provato a chiarire o difendere le loro posizioni. Così, il presidente americano ha annunciato che da domani, 7 agosto, entreranno in vigore tariffe del 35% al vicino Canada – con cui le tensioni sono da tempo palpabili – e del 39% alla Svizzera; in quest’ultimo caso, Trump ha interrotto la telefonata con la sua omologa elvetica, Karin Keller-Sutter, su suggerimento in tempo reale del suo entourage. Tra i Paesi colpiti, anche Brasile e India, quest’ultima a causa dell’approvvigionamento massiccio di petrolio russo a basso costo a cui Delhi non intende rinunciare.

Questione di bilancia commerciale

La schematizzazione che muove Trump dipende, come è risaputo, dagli squilibri della bilancia commerciale. Il presidente americano parte dalla percentuale che evidenzia lo scarto fra le importazioni e l’export Usa: su questa ricava le tariffe che, secondo i suoi calcoli, riequilibrerebbero lo sbilanciamento. Ma il ragionamento ha vari punti deboli. In primo luogo, il tasso di import-export dipende dalle esigenze dei consumatori e dal libero mercato: come abbiamo ricordato più volte, i beni prodotti in Europa sono mediamente di maggior qualità rispetto a quelli americani e i cittadini, quando possono, li preferiscono. Gli Stati Uniti dominano il mercato della tecnologia e, ultimamente, hanno accresciuto la loro presenza nella vendita di petrolio e Gnl all’estero, ma per il resto esportano poco (Coca Cola a parte). Inoltre, lo squilibrio della bilancia commerciale Usa è influenzato dalla ricchezza del Paese e dall’alta propensione all’acquisto da parte dei suoi cittadini: non è un’iperbole affermare che gli americani consumano nella misura in cui il resto del mondo produce. Nel caso dell’India, l’atteggiamento di Trump è rinforzato dalla cooperazione dei Paesi di area Brics con la Russia e dalla rivalità con la Cina. Paese che, a differenza dell’Ue, non evidenzia segni di cedimento. D’altra parte, per l’Europa e il Canada, gli Stati Uniti sono un importatore massiccio di articoli, e rinunciare a un simile “cliente” avrebbe effetti distruttivi sull’economia.

Rischio inflazione

Acque calme, invece, nei rapporti Usa-Ue dopo l’accordo che ha aumentato alcune tariffe e ne ha diminuite altre, ma che ora deve essere messo nero su bianco e seguire l’iter istituzionale. Tutto questo mentre le autorità europee hanno sospeso per quattro mesi i controdazi, con l’intento di spingere la ratifica del documento. Nel caso dell’Europa, Trump ha ottenuto le condizioni più favorevoli possibile, e secondo vari osservatori il suo vero obiettivo è simile anche nel caso di altri Paesi. Il presidente e il suo staff sanno infatti che un’applicazione delle tasse doganali simile a quella annunciata lo scorso 2 aprile danneggerebbe anche l’economia americana, perché si porrebbe come ostacolo al consumo, con il rischio di creare un circolo vizioso. Se accantoniamo per un attimo lo stile di comunicazione fuori dagli schemi adottato da Trump, vediamo un tentativo di tirare la corda fino al limite per poi ottenere le condizioni migliori. Atteggiamento, questo, da uomo d’affari più che da politico.

Due posizioni in Fed

In questo caso, la “corda” è l’inflazione, che indubitabilmente sarebbe causata da un’applicazione pedissequa dei dazi. Anche se nella Fed ci sono due scuole diverse sulla natura di questo rischio. Jerome Powell, presidente della banca centrale americana, è chiaramente timoroso rispetto a questa evenienza e ha ultimamente dichiarato che non abbasserà i tassi fino a quando non sarà possibile controllare gli effetti dei dazi sull’inflazione. Posizione più sfumata, invece, da parte di due membri del Fomc, Christopher Waller e Michelle Bowman – che è anche vicepresidente per la vigilanza. I due criticano l’immobilismo di Powell sui tassi perché – ha dichiarato il primo – “le tariffe sono incrementi una tantum del livello dei prezzi e non aumentano l’inflazione se non temporaneamente”. Il rischio, secondo Waller, è che mantenendo il costo del denaro alto si finisca di deteriorare il mercato del lavoro. Che ha mostrato dati sotto le attese: nel mese di luglio sono stati creati 73.000 posti invece dei 100.000 attesi. Una doccia fredda (pur con i limiti costituiti dalla rilevazione su base mensile) che a fine settimana ha contribuito, insieme all’annuncio dei dazi, a deprimere le Borse, capaci però di recuperare alla riapertura.

Powell resta al suo posto

Il dilemma sui tassi Fed continuerà prevedibilmente a interrogare gli economisti nei prossimi mesi. Una cosa, però, è sicura: indipendentemente dalle prossime mosse sui tassi, Jerome Powell resterà al suo posto. Trump ha spiegato che rinuncerà a qualsiasi velleità di sostituire il rivale prima del termine, ammettendo candidamente di aver preso questa decisione dopo lo storno borsistico di venerdì scorso. “Lo rimuoverei in un batter d’occhio”, ha dichiarato in un’intervista a Newsmax, “ma dicono che questo disturberebbe il mercato”. Powell, ha proseguito Trump, “se ne andrà tra sette o otto mesi e io metterò qualcun altro”. Il presidente americano ha quindi ammesso di temere i mercati, che hanno lanciato forti segnali di avvertimento dopo l’annuncio del 2 aprile (con un crollo del 16%) e hanno replicato, pur in tono molto minore, alla fine della scorsa settimana.

L’alt delle Borse

Il segnale dei mercati non poteva essere ignorato né dal presidente, né dal suo staff: non per niente, Scott Bessent ha avvertito Trump che un’eventuale rimozione di Powell prima della scadenza naturale del suo mandato sarebbe stata letta come un attacco all’indipendenza della banca centrale, con le conseguenze che tutti possono immaginare. L’importanza dell’andamento delle Borse è forte in tutto il mondo, ma negli Stati Uniti ha un impatto ancora maggiore: in caso di storno si creano problemi per le pensioni, legate strettamente agli indici molto di più che in Europa. In ogni caso, dopo il “venerdì nero” che lasciava presagire un tentativo di correzione, le Borse, come già ricordato, hanno aperto in recupero: ancora una volta, i listini si sono rivelati forti e capaci di digerire molti avvenimenti avversi, sia di tipo economico, sia geopolitico. In un mese, ricordiamolo, che è solitamente caratterizzato dalla scarsa liquidità. Se il mercato si è dimostrato capace di far riflettere il presidente americano, i maggiori rischi provengono dal blocco della crescita: il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha calcolato che il tira e molla sulle tasse doganali avrà un impatto dello 0,5% sul Pil mondiale, legato al ritardo di alcuni investimenti bloccati nei primi sei mesi dell’anno.

Dollaro ancora debole

Resta in sospeso la questione del dollaro, che rimane debole. La quotazione del biglietto verde crea un dazio supplementare de facto che, come ha affermato il Consorzio Olio Toscano, preoccupa più delle tariffe doganali, perché capace di ridurre per i produttori margini di profitto già esigui. Per non parlare del possibile ingresso nella competizione di altre aree geografiche, magari punite in misura minore dalle tariffe americane. A questo proposito, molti ricordano il periodo storico in cui il dollaro si era spinto oltre 1,50 euro. La quotazione particolarmente bassa del biglietto verde non aveva provocato i guai innescati dalla forbice attuale, pur molto più ridotta. Questo ci fa comprendere quanto, in 15 anni l’economia mondiale sia diventata molto più connessa, e in che misura gli interscambi si siano rinforzati.

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Stati Uniti: compromesso raggiunto sul debito

Il presidente americano Biden e lo speaker della Camera Kevin McCarthy hanno trovato un accordo che dovrebbe consentire agli Stati Uniti di alzare il tetto ed evitare la bancarotta. Ora la parola va al Congresso

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Alla fine, il compromesso tra il presidente americano Joe Biden e lo speaker della Camera Kevin McCarthy sul tetto al debito Usa è arrivato. Si attende ora la ratifica da parte del Congresso, che dovrà giungere non oltre il 5 giugno. Pena, il default del paese. Si ritiene che il via libera di Camera (previsto fra poche ore) e Senato arriverà, anche se i negoziatori dovranno cautelarsi da imboscate da parte dell'ala “trumpiana” dei repubblicani - contraria all'aumento della spesa militare a favore dell'Ucraina - e della sinistra democratica, infastidita dai tagli al welfare e timorosa di un passo indietro sugli investimenti in materia di lotta al cambiamento climatico.

L'accordo

Più nel dettaglio, l'accordo prevede un aumento del debito pubblico americano, controbilanciato da alcuni tagli – anche se molto più moderati rispetto ai 130 miliardi di dollari chiesti dai repubblicani. Non sarà toccato, come già anticipato, il sostegno militare Usa per Kiev, considerato da Biden una priorità non negoziabile: dalla trattativa è scaturito un budget pari a 886 miliardi, con un aumento di spesa del 3,5%. Il presidente Usa ha invece ceduto sui requisiti per utilizzare il welfare, con l'aumento di cinque anni (da 49 a 54) per poter accedere ad alcune forme di assistenza, come i buoni pasto.

Mercati tiepidi

I mercati hanno reagito all'accordo in maniera abbastanza tiepida: soprattutto in Europa, è proseguita la calma che ormai perdura da tre mesi. Negli Usa, il compromesso ha spinto in alto i future sulle azioni nazionali, che hanno registrato ottime performance dopo i ribassi di qualche tempo prima; tuttavia, a sostenere l'indice americano sono stati soprattutto i titoli tecnologici – principalmente quelli legati all'intelligenza artificiale. Per il resto, nelle Borse occidentali prosegue la dinamica di scambi abbastanza limitati e attesa, condita da timori per una possibile fase recessiva.

Fed divisa

Sicuramente, le banche centrali non stanno facendo molto per evitare questo rischio, anche se nei loro board il dibattito su nuovi aumenti dei tassi è più animato di quanto si creda. Se in casa Bce prevalgono i “rialzisti”, il confronto nella Fed sembra leggermente più incerto. Lo rivelano gli ultimi verbali Fomc, che hanno evidenziato incertezza sull'opportunità di procedere a nuovi inasprimenti monetari. I funzionari sembrano divisi, e non hanno fatto nulla per nasconderlo. Se la Federal Reserve alla fine dovesse decidere di procedere a nuovi rialzi (operazione, a questo punto, non così scontata), non supererà probabilmente un adeguamento di 50 punti base, o forse di 25 - a differenza di quanto potrebbe decidere la Bce, orientata verso tre aumenti entro l'estate. Il picco, in ogni caso, sembra vicino. La materia del contendere, ora, è un'altra: quanto tempo i tassi rimarranno così alti prima di iniziare a calare. Si teme che la discesa sarà meno rapida di quanto si potesse immaginare, soprattutto in Europa.

Germania in recessione tecnica

Intanto la Germania è entrata in recessione tecnica di qualche decimo di punto. Varie le cause del fenomeno: tra queste, onda lunga della pandemia, crisi energetica (particolarmente sofferta, data la dipendenza dal gas russo) e conseguente aumento dei prezzi al consumo, decarbonizzazione troppo veloce e radicale. Intendiamoci: è presto per stracciarsi le vesti. La situazione potrebbe infatti essere transitoria e superabile in breve tempo. Ma c'è anche il rischio di un fenomeno più complesso e duraturo. Ed è questa eventualità a preoccupare: la Germania è il motore d'Europa, occupa il primo posto per prodotto interno lordo e ha sviluppato un sistema industriale robusto e interdipendente con gli altri stati del nostro continente. Per questo, uno scenario negativo potrebbe mettere in seria difficoltà l'intera Europa. Detto questo, è lecito domandarsi: vale la pena incrementare ancora i tassi? Sembra che a Berlino e Francoforte questo interrogativo non abbia avuto molto successo, dato che la Bundesbank non si è mossa di un millimetro dalla sua posizione rialzista.

Ita passa a Lufthansa

Proprio in un momento critico per la Germania, intanto, si è verificata la tanto agognata vendita di Ita al gruppo Lufthansa, dopo sei mesi di trattative. Per ora, il gruppo tedesco rileverà il 59% della compagnia di bandiera italiana; tuttavia, il ministero dell'Economia e delle Finanze (che ha appena assicurato un aumento di capitale pari a 250 milioni di euro) ha lasciato aperta la possibilità di un'acquisizione totale da parte di Lufthansa. Una buona notizia soprattutto per le tasche degli italiani, che in questi anni hanno dovuto sostenere costi improponibili per Alitalia. La possibilità che questa situazione possa finire, e che il denaro finora iniettato in forti dosi nella compagnia di bandiera abbia l'opportunità di essere dirottato verso interventi più utili, mette in secondo piano gli aspetti negativi legati alla perdita del controllo della nostra linea aerea, pur con il ruolo strategico che una compagnia ha per un paese. E fa sperare che finalmente la ex Alitalia possa essere gestita con criteri manageriali e sottratta alle influenze della politica.

Calmo come l'olio

Tutto tranquillo, invece, sul fronte petrolio. Sembra infatti che i tentativi sauditi di tagliare la produzione siano stati bloccati dal resto dell'Opec+. Emblematica era stata, la scorsa settimana, la dichiarazione del vicepremier russo Aleksandr Novak, che aveva negato un imminente diminuzione dell'export del greggio. Brent e Wti hanno quindi reagito con un calo – in realtà, nulla più di un minimo assestamento, per un valore che sembra ormai “incollato” alla forbice fra 70 e 80 dollari. L'oro invece è tornato sotto la soglia dei 2.000 dollari l'oncia. L'andamento era prevedibile ed è destinato a proseguire se i rischi per il sistema bancario americano saranno definitivamente scongiurati. Un'eventualità, però, che non è scontata, dato che i segnali provenienti da Washington ci autorizzano a temere che la crisi bancaria Usa non sia ancora del tutto archiviata. Va a gonfie vele, invece, il sistema bancario italiano, anche se la scorsa settimana alcune aziende di credito hanno ceduto qualcosa in Borsa. Le azioni bancarie sono al momento le uniche su cui al momento sembra proficuo e abbastanza sicuro scommettere: se si verificasse una correzione del 3%, questi titoli potrebbero rivelarsi un grande affare. Anche in tempo di mercati tranquilli.

Foto di Marvin Esteve su Unsplash


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