I negoziati di pace piacciono alle Borse

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Procedono serrati i colloqui sulla pace in Ucraina, entrati nel vivo con il summit di Anchorage fra Donald Trump e Vladimir Putin e proseguiti lunedì a Washington con l’incontro fra lo stesso presidente americano e Volodymyr Zelensky. Dopo essere stato protagonista del lungo tira e molla sui dazi – che non è ancora finito: vari dossier sono ancora aperti, soprattutto quello che coinvolge la Cina – l’inquilino della Casa Bianca si è buttato a capofitto sulle trattative di pace, provando in ogni modo a fermare la guerra e a intestarsene il merito. Ma soprattutto a evitare che la Russia e la sua economia si consegnino mani e piedi alla Cina. Nell’accordo quadro si parlerà sicuramente anche di sanzioni: molto probabile l’alleggerimento americano, mentre un punto di domanda sorge sull’atteggiamento che sarà scelto dall’Europa, finora ferma sulle posizioni tenute dal 2022 a oggi. Si attende ora il possibile vertice Putin-Zelensky, che dovrebbe essere seguito da un trilaterale, con la presenza di Trump.

Mercati fra trattative e Jackson Hole

I colloqui di pace e la prospettiva di un incontro fra i due presidenti in conflitto piacciono agli investitori. Le Borse hanno rimbalzato dopo una fase di cautela, che aveva però seguito un rally abbastanza importante e significativo.
Oltre che sull’Ucraina, i mercati sono sintonizzati sul tradizionale simposio annuale Fed di Jackson Hole, che si aprirà domani; il convegno detterà la linea della Federal Reserve e sarà uno snodo per l’economia mondiale nei prossimi mesi. Tra gli argomenti in discussione, ci saranno sicuramente i dazi e i loro effetti, ma anche il futuro dei tassi di interesse Fed. Da parte loro, i mercati stanno già scontando un ammorbidimento della stretta monetaria: l’inflazione americana dello scorso luglio, più bassa del previsto, potrebbe convincere Jerome Powell a decidere un taglio di 25 punti base a settembre. Ma questo, visti i precedenti, non può essere dato per scontato. Sullo sfondo, l’indebolimento del dollaro, che piace a Trump, ma che unito ai dazi è una minaccia per l’economia e i consumi: se il ceto medio statunitense può cercare (con molta fatica) di assorbire uno solo di questi due fenomeni, si trova in difficolta nell’affrontarli insieme e finisce di acquistare con parsimonia, deprimendo i consumi.

Bank of America prevede uno storno in Europa

Il mercato azionario del nostro continente cresce ancora ed è in ottima salute, ma Bank of America, in un’analisi, ne sconsiglia gli investimenti, prevedendo un calo entro la fine di quest’anno. Effettivamente, le Borse europee hanno progredito moltissimo e vari investitori potrebbero pensare che, visti i prezzi, sia arrivata l’ora di passare all’incasso, rimanendo poi in attesa degli eventi. Ma non è detto che sia così. Premesso che, naturalmente, i mercati non possono salire sempre, non è così improbabile che gli investitori ritengano invece di tenere le posizioni, puntando su ulteriori rimbalzi, anche sulla scorta di un possibile accordo di pace fra Russia e Ucraina. Il futuro potrebbe quindi dare ragione a chi scommette su un’ulteriore crescita degli indici europei, almeno fino ai primi segnali di un eventuale peggioramento del clima generale. Una strategia di ripiegamento potrebbe infatti scattare se il mercato, a un certo punto, decidesse di rifiatare, perdendo l’1% o il 2%: in questo caso sarebbe sicuramente consigliabile un alleggerimento.

I T-bond e il dollaro debole

Dal lato obbligazionario, si segnala un interesse rinnovato per i Treasury, che nella loro versione trentennale rendono oltre il 5%; tuttavia, chi punta sui T-bond deve tenere in conto il rischio-dollaro, in grado di erodere le alte percentuali legate a questi strumenti. Questo fattore non può essere ignorato, dato che un rafforzamento del biglietto verde sembra, a queste condizioni, assai improbabile. A casa nostra, invece, si segnala un avvicinamento sostanzioso dei Btp ai buoni del Tesoro francesi, mai così vicini dal 2005. I mercati stanno premiando la tenuta dei conti pubblici, la cui asticella è stata tenuta ferma dal governo, oltre alla stabilità politica. Una situazione che, invece, non si registra oltralpe, con le preoccupazioni per il debito pubblico e l’incertezza istituzionale, non apprezzata dagli investitori.

Giorni cruciali per il risiko

L’estate del risiko bancario si conferma caldissima. La Banca Centrale Europea ha dato luce verde a Mediobanca per l’acquisizione del controllo diretto di Banca Generali. Ok anche da Banca d’Italia al controllo indiretto di Generfid, Intermonte Partners sim e Intermonte sim, oltre alla partecipazione qualificata indiretta in Bg Saxo sim, Nextam Partners sim, 8a+ Investimenti sgr e Tosetti Value sim.
Piazzetta Cuccia dovrà presentare alla Bce un progetto di integrazione di Banca Generali entro sei mesi dall’operazione.
Sempre ammesso che parta. Perché in Mediobanca la partita vera si giocherà domani, 21 agosto, con il voto decisivo da parte dell’assemblea. Saranno infatti i soci a stabilire se l’offerta su Banca Generali lanciata lo scorso aprile effettivamente partirà. In caso di nulla osta da parte dei soci, l’amministratore delegato Alberto Nagel potrà dire di aver fortificato le mura della fortezza per respingere l’ops di Montepaschi. Chi vincerà? Difficile dirlo: è come scegliere il rosso o il nero alla roulette. Nagel punta sul numero dei partecipanti: più soci saranno presenti all’assemblea, più possibilità avrà l’amministratore delegato di ottenere un via libera all’operazione Banca Generali, con il contemporaneo alt a Siena. Più bassa sarà la partecipazione, invece, più possibilità di vincere la partita avrà la cordata favorevole a Mps, guidata da Francesco Gaetano Caltagirone e la Delfin della famiglia Del Vecchio: il raggruppamento da loro guidato ha un peso stimato fra il 35% e il 40%. A un passo, cioè, dal no a Banca Generali e dal sì di fatto all’operazione Mps, che tra le altre cose ha già incassato i favori del governo. Unicredit, da parte sua, non molla il colpo su Commerzbank, cercando di ammorbidire la posizione difensiva del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Sul fronte milanese, Andrea Orcel potrebbe invece attendere settembre per ripresentare l’ops su Banco Popolare o rinunciare definitivamente al dossier.

Foto di George Pagan III su Unsplash


Dazi, l'oro è fuori dai giochi

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il sistema trumpiano dei dazi è entrato in vigore. Secondo calcoli Wto e Fmi, le tariffe medie americane sono del 20,10%, ai massimi dal 1910, ma il trattamento riservato alle diverse economie è variegato. L’Unione Europea, come noto, se l’è “cavata” con il 15%, con l’impegno però di effettuare investimenti monstre negli Stati Uniti. Una promessa che difficilmente sarà mantenuta, dato che alla fine saranno i vari Paesi a dover decidere. Inoltre, alcuni impegni sono, almeno al momento, impossibili da onorare: per esempio, non ci sono compratori a sufficienza per i 750 miliardi di dollari in gas che l’Unione Europea si è impegnata ad acquistare negli Stati Uniti. In ogni caso, Donald Trump ha minacciato l’Ue: se gli investimenti nell’economia americana non dovessero essere effettuati, è in programma un aumento delle tasse doganali.

Nessun margine per la Svizzera

Chi invece non ha avuto spazio di contrattazione è stata la Svizzera, che si è vista confermati i dazi al 39%; nonostante un incontro urgente definito “positivo” fra la presidente federale Karin Keller-Sutter e il segretario di Stato americano Marco Rubio, la misura è stata confermata da Trump. Pessima notizia per le imprese della Confederazione, per cui gli Stati Uniti sono il primo Paese importatore. Soprattutto per quelle minori. Se i grandi gruppi possono turare molte falle perché già producono in larga parte negli Usa (e nell’Ue, che gode di condizioni migliori), a perderci davvero saranno infatti le piccole e medie aziende che si erano attrezzate con molti investimenti per l’export, e che ora rischiano di vedere vanificati tutti gli sforzi. Oltretutto, alle tariffe di quasi un terzo si aggiunge il “dazio supplementare di fatto” causato dalla forza del franco e dal dollaro debole.

Oro esente

Scongiurati invece i dazi sull’oro. Lo ha annunciato lo stesso Trump sulla piattaforma social Truth, dopo alcuni giorni di incertezza causata da un documento delle autorità doganali statunitensi. La dichiarazione del presidente americano evita un rischio ulteriore per la Confederazione, specialmente per il Canton Ticino, che è una delle aree più importanti al mondo per la raffinazione del metallo giallo.
L’annuncio su Truth ha causato un ribasso del prezzo dell’oro, che aveva raggiunto un livello record dopo la decisione, poi revocata, delle dogane americane.

Brics, trattamento asimmetrico

Sono state confermate le tariffe al 50% per Brasile e India, che hanno causato le proteste di Lula e Narendra Modi: queste percentuali creeranno sicuramente problemi per i due Paesi Brics, sebbene i loro interscambi con gli Stati Uniti siano ancora marginali rispetto a quelli Usa-Cina. Non per niente, l’inquilino della Casa Bianca ha siglato un ordine esecutivo che rimanda di ulteriori 90 giorni l’entrata in vigore di tariffe nei confronti di Pechino. Almeno per ora, quindi, gli Usa non aumenteranno (dal 30% al 64%) i dazi sui prodotti del gigante asiatico, anche in vista di un vertice fra Trump e Xi Jinping: la tregua commerciale, insomma, serve per trattare. Sul fronte estremo-orientale si registra solo la decisione di Nvidia e Amd di riconoscere agli Usa il 15% sulle vendite in Cina dei loro chip avanzati per l’intelligenza artificiale. Sempre in ambito Brics, si attende il summit ferragostano di Anchorage tra il presidente americano e Vladimir Putin sull’Ucraina. Anche se, prevedibilmente, si parlerà di molti argomenti: prezzo del petrolio, rotte artiche, rapporti economici, terre rare. Non per niente, fonti russe hanno sottolineato i molteplici dossier sul tavolo e hanno affermato (esagerando) che i colloqui per la pace in Ucraina saranno l’ultimo dei problemi dibattuti in Alaska. I dazi minacciati da Trump a Mosca restano sullo sfondo, come arma negoziale sul tavolo delle trattative.

Effetto boomerang

Secondo Trump, il nuovo sistema dei dazi porterà molto denaro liquido nelle casse del fisco americano. Sicuramente sarà così, ma a costo di contraccolpi molto forti nei confronti dell’intera economia mondiale. Inclusa quella statunitense. L’impressione è che il grosso dei dazi finirà di pagarlo il consumatore americano, che rischia di perderci ancora di più rispetto alle aziende importatrici. L’impatto su famiglie e imprese rischia di cancellare i benefici previsti per l’erario Usa, causando inflazione, crisi dei consumi e (dal punto di vista politico) disaffezione per Trump e per i repubblicani. La democratica Gretchen Whitmer, governatrice del Michigan, in un incontro privato con Trump allo Studio Ovale ha argomentato – armata di slide – l’effetto disastroso delle tariffe sull’automotive, settore che, paradossalmente, lo stesso presidente aveva promesso di salvare. La posizione della governatrice riflette anche la situazione dello Stato che presiede: il Michigan ospita vari stabilimenti di imprese motor, la cui buona salute dipende molto dal commercio internazionale. I dazi nei confronti di Canada e Messico, in particolare, potrebbero favorire le auto giapponesi ed europee, gettando un’insperata ancora a un settore – quello automobilistico Ue – in ginocchio per il green deal firmato Ursula von der Leyen.

Borse ancora impermeabili

Chi invece ha imparato a convivere con le boutade di Trump sono le Borse europee che la scorsa settimana, anche abbastanza a sorpresa, hanno chiuso cinque sedute in positivo (il trend che sta generalmente proseguendo, anche grazie ai dati positivi sull’inflazione Usa). I mercati sanno che non ci si può permettere di correre dietro alle bizze del presidente americano e, dopo il grande calo dello scorso 2 aprile, hanno preso le misure e corrono sul loro binario. Ottime le prestazioni del Nikkei, che lunedì ha raggiunto i massimi sull’onda dello yen debole. Resta il problema del dollaro debole, che però a Trump – come è ben noto – non dispiace.

Nuova nomina (ad interim) al board della Fed

I problemi valutari sono al centro della lunga contesa che ha opposto Trump al presidente della Fed Jerome Powell, stemperata con la rinuncia dell’inquilino della Casa Bianca a licenziare il “governatore” prima del tempo. Il Tycoon ha però approfittato delle dimissioni di Adriana D. Kugler dal board della Fed per sostituirla ad interim con un suo fedelissimo: Stephen Miran, chair del Council of Economic Advisors, soprannominato “l’ideologo dei dazi”. Il nuovo membro del consiglio resterà in carica fino al prossimo gennaio; qualcuno pensa però che Trump potrebbe pensare a un suo futuro più stabile alla Federal Reserve. Tanto più che la sua visione (oltre all’approccio favorevole ai dazi, anche il sostegno al dollaro debole e le idee su una riforma radicale della Fed) coincide con quella del presidente americano. Miran aveva dichiarato, tra le altre cose, che la Federal Reserve è già integrata con la politica – facendo intuire una sua posizione eterodossa nei confronti dell’indipendenza della banca centrale. D’altra parte, la Fed dipende comunque da un input del presidente degli Stati Uniti, che ne nomina il presidente e i membri del board. Di certo c’è che Powell sarà sostituito con qualcuno accondiscendente con Trump sui dazi e sui tassi di interesse.

Foto di Jingming Pan su Unsplash Unsplash


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