Patto di stabilità, raggiunto l'accordo

I 27 ministri dell'Economia Ue hanno approvato all'unanimità il nuovo testo. Si tratta di un compromesso tra i Paesi del Nord Europa e quelli con il debito pubblico più alto: da un lato si abbassa il tetto deficit-Pil (dal 3% all'1,5%), dall'altro si allungano i tempi di rientro e si esclude una parte degli interessi. Inesistente la reazione della Borsa, già in clima natalizio

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Alla fine, l'accordo sulla nuova versione del patto di stabilità è stato raggiunto. I ministri dell'Economia dei 27 Stati membri hanno infatti redatto una proposta di testo, che passa ora all'esame del Parlamento europeo. L'approvazione dell'aula, praticamente scontata, è attesa nella prima parte del 2024, in piena campagna elettorale per il rinnovo del legislativo Ue.

Compromesso

La nuova versione del patto di stabilità (che sostituirà quella “storica”, sospesa nel 2020 per consentire ai Paesi membri di affrontare l'emergenza Covid senza restrizioni) rappresenta un compromesso tra i cosiddetti “Paesi frugali”, guidati da Olanda, Germania e dal blocco nordeuropeo, e quelli con debito pubblico alto, sostenuti dalla Francia. Ciascuna delle due parti - ça va sans dire – ha dovuto cedere qualcosa. Su richiesta tedesca, non basterà rispettare il “vecchio” tetto del 3% deficit-Pil, ma occorrerà abbassare ulteriormente il valore all'1,5%. Tuttavia, su pressioni di Parigi, da questo computo sarà esclusa una parte degli interessi e delle spese per investimenti fino al 2027. Il nuovo testo richiede anche un avanzo primario minimale. Un altro punto a favore dei “Paesi indebitati” concede la possibilità di rientrare dal deficit in tempi più lunghi: gli Stati membri più problematici potranno redigere un piano di riduzione dei debiti in quattro anni (con rientro pari allo 0,40% annuo) prorogabili fino a sette (0,25%).Chi non rispetterà le nuove regole riceverà una sanzione pari allo 0,05% del Pil – più bassa, quindi, che in precedenza. Una multa che, in realtà, nei cento e rotti casi che si sono presentati in passato non è mai stata applicata. Il testo è soddisfacente? Non del tutto. Un lieve miglioramento c'è, ma si ritorna comunque a quell'austerity che ha fatto tanti danni in passato. In ogni caso, meglio un nuovo testo che la versione precedente, capace di procurare tanti problemi all'Europa. Più in là di così, vista la posizione dei Paesi del nord Europa, non si poteva proprio andare: per questo, il compromesso raggiunto è tutto sommato accettabile e il giudizio moderatamente positivo. Ci si chiede però per quale motivo, vista la situazione geopolitica internazionale, le istituzioni europee non abbiano deciso di prendersi qualche mese in più, rinviando di un anno il ritorno delle strette regole sul deficit.

Borse silenti

L'accordo sul patto di stabilità è una notizia pesante, ma le Borse europee non hanno evidenziato la benché minima reazione. Un po' perché l'intesa era vista come scontata – alla fine tutti, Germania (in crisi) compresa, avevano interesse ad ammorbidire le regole ferree della versione precedente. E un po' perché sotto Natale i mercati sono già in clima festivo, e gli scambi sono davvero limitati. Anche per questo, i listini non hanno reagito neppure alla bocciatura del Meccanismo Europeo di Stabilità da parte del parlamento italiano, che mette in scacco la misura già approvata da tutti gli altri Stati membri. Il progetto sarà ora definitivamente accantonato? Difficile che accada. Piuttosto, è realistico pensare che il Mes sia oggetto di negoziazione. Nella formulazione attuale, il fondo salva-Stati è un organismo autoreferenziale, senza controllo, e le sue regole prevedono che, se il debito di un singolo Paese venisse giudicato eccessivo e non negoziabile, scatterebbe un intervento della troika. Un'eventualità che non si può augurare a nessuno, considerati i danni che questo meccanismo ha portato alla Grecia.

Gas, prorogato il price cap

Il compromesso sul patto di stabilità non è l'unico accordo raggiunto in questi giorni dai ministri Ue. E' stato infatti prorogato di un anno il regolamento d'emergenza sull'energia, che ha come punto forte il price cap del gas. Una notizia positiva, anche se l'eventualità che il costo del metano sfondi il tetto fissato dalle istituzioni europee non preoccupa più di tanto: attualmente, la sua tariffa al Ttf di Amsterdam è di poco sopra ai 30 euro a megawattora, mentre il cap è fissato a 180. In Europa, i prezzi dell'elettricità sono ormai tornati a livelli accettabili, ma si è verificato un paradosso: l'inflazione che la crisi del gas ha generato non è arretrata.

Crisi del Mar Rosso: allarme petrolio?

Finora, a tenere a bada le impennate di prezzi ci ha pensato il petrolio, che per un tempo abbastanza lungo si è mantenuto sotto gli 80 dollari al barile. A scompaginare la situazione, però, potrebbe essere la crisi del Mar Rosso: a causa degli attacchi sferrati dagli huthi, già 100 navi portacontainer hanno scelto di evitare la rotta consueta e di circumnavigare il Capo di Buona Speranza. Finora, la situazione non è ancora totalmente destabilizzata, e il rialzo del Brent oltre quota 80 dollari mantiene comunque il prezzo del greggio sotto controllo. Tuttavia, se la crisi proseguisse, potrebbero presentarsi rischi piuttosto seri (non solo per l'oro nero, ma anche per il Gnl). Nel primo semestre del 2023, ogni giorno, dal Mar Rosso sono transitati 8,8 milioni di barili e 116 milioni di metri cubi di gas naturale liquefatto. Dal Canale di Suez passa circa il 30% del commercio globale: facile temere un ritorno di rischi forti per l'economia (e dell'inflazione) qualora tutte le navi si vedessero costrette a ripiegare sulla rotta sudafricana. A tutto ciò si aggiunge la siccità che sta creando parecchi problemi al transito nel Canale di Panama, che – anche in questo caso – ha costretto molti armatori ad allungare le proprie rotte.

Islanda, i vulcani tornano a eruttare

Come se non bastasse, l'Islanda è stata colpita dall'eruzione del vulcano Fagradalsfjall, che si trova nel sud-ovest dell'isola, a circa 50 chilometri da Reykjavik. L'evento naturale estremo ha fatto tornare alla mente le difficoltà create, nel 2010, dall'eruzione del vulcano Eyjafjöll, sempre a sud dell'Islanda, che ebbe effetti clamorosi su gran parte del continente europeo. Dal 15 al 23 aprile 2010, a causa delle polveri presenti in aria, l'Europa settentrionale e quella centrale dovettero chiudere gli spazi aerei per la mancata idoneità al volo: molti ricordano le code di persone alla stazione di Milano Centrale, in cerca di un treno verso Roma per imbarcarsi a Fiumicino, a causa della chiusura degli aeroporti di Linate, Malpensa e Orio al Serio. Pur non rappresentando un pericolo per la tenuta del sistema economico, l'eruzione del 2010 causò perdite pari a 200 milioni di dollari al giorno circa alle compagnie aeree. In teoria, secondo l'ufficio meteorologico islandese, il peggio dovrebbe essere alle spalle: l'eruzione del vulcano Fagradalsfjall è stata infatti declassata. Tuttavia, ha aggiunto l'autorità, la lava potrebbe ancora scorrere nel sottosuolo: non si può dire, quindi, che l'eruzione sia finita.Se così fosse, dovremmo tornare a rapportarci con l'imprevedibilità di avvenimenti simili, che non ci dà modo di prevedere se gli effetti di una eventuale, nuova eruzione metteranno ancora in difficoltà il traffico aereo europeo. Tuttavia, al giorno d'oggi, il rischio maggiore per mercati e Borse è, e resta, quello geopolitico.

Il pallone a pezzi

E' stata definita “storica” la sentenza C-333/21 della corte Ue che ha aperto all'organizzazione di tornei sportivi alternativi a quelli gestiti dalle federazioni internazionali. "Le norme Fifa e Uefa sull'approvazione preventiva delle competizioni calcistiche interclub”, si legge, “sono contrarie al diritto Ue". Il pronunciamento (che, non è stato ricordato abbastanza, vale solo per i Paesi Ue – escluse quindi l'Inghilterra, ma anche la Svizzera, dove hanno sede Fifa e Uefa) ha subito fatto pensare al progetto di Superlega privata, gestita dai club più ricchi, che punta ad affiancare o a sostituire i tornei internazionali Uefa. Per il momento rimarrà tutto come è. Poi vedremo gli interessi economici che ci sono dietro. Vedremo, cioè, se il potere dei soldi avrà il sopravvento sullo spirito originale del gioco, creando un torneo finanziato da capitali internazionali. Sicuramente, una spaccatura di questo genere andrebbe a creare danni al calcio. Fifa e Uefa, nel bene o nel male, sono istituzioni e fanno parte del sistema piramidale di controllo dello sport. Aprire a competizioni al di fuori di questo modello significherebbe, un giorno, rischiare di assistere alla duplicazione di eventi come mondiali di calcio e Giochi Olimpici. Questo trend, alla lunga, rischierebbe di causare una perdita di interesse nei confronti delle manifestazioni sportive. Soprattutto in Europa, dove l'approccio degli appassionati si basa su un'identità emozionale con una determinata squadra. La diffusione di un modello americano, basato meno sul tifo e più sul mero spettacolo, rischierebbe di allontanare gli spettatori, già colpiti dal crescente prezzo dei biglietti. E questo avrebbe una chiara ricaduta economica. Che cosa accadrà ora? Probabilmente si cercherà di evitare la spaccatura. Le istituzioni del calcio hanno un asso nella loro manica: la posizione della Premier League inglese, allineata al governo di Sua Maestà e ai tifosi nel contrasto all'organizzazione dei tornei paralleli. Downing Street ha già definito un quadro normativo per scoraggiare la partecipazione dei club alla Superlega, e un comunicato ha annunciato che proseguirà su questa strada. Senza le squadre della massima divisione inglese (e di colossi come il Bayern, l'Inter e il Psg) l'eventuale Superlega rischierebbe di partire zoppa. Per questo motivo, una trattativa in grado di portare a una redistribuzione degli introiti di Champions League, a condizione che non nascano tornei paralleli, sembra la soluzione più probabile. Perché alla fine, come spesso accade, è solo questione di soldi.

Foto di Toby Elliott su Unsplash


Usa, l'inflazione rallenta

I dati americani sono incoraggianti e incidono sui mercati ben più che le elezioni di mid term. Mentre il rimbalzo dell'azionario prosegue senza sosta. Soffre invece il mondo delle criptovalute, sconvolto dal crack della piattaforma Ftx

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Alla fine, le elezioni americane di mid term hanno evidenziato un sostanziale pareggio: i repubblicani sono in maggioranza alla Camera, anche se in misura largamente inferiore alle attese e i democratici si sono assicurati il controllo del Senato senza attendere il ballottaggio in Georgia.
Per i Dem, la “non sconfitta” potrebbe preludere a una ricandidatura di Joe Biden: il presidente, il cui tasso di approvazione è ulteriormente sceso al 39%, sarebbe intenzionato a correre per il secondo mandato a 82 anni, con tutti i rischi e gli inconvenienti del caso. Una simile eventualità non darebbe certezze all'economia americana, rassicurata invece dal “pareggio” elettorale.

L'inflazione conta di più
Come abbiamo già osservato, i mercati azionari apprezzano che le due camere del Congresso americano non abbiano lo stesso colore, perché ciò limita cambiamenti bruschi. In ogni caso, a dettare la linea, più che la politica, sono le dinamiche interne dell'economia – in particolar modo l'inflazione e il rialzo dei tassi, veri protagonisti di questi ultimi mesi. Per questo motivo, la vera buona notizia proveniente da oltre oceano è che la spirale inflattiva sembra si stia allentando.
I problemi su questo fronte, ancora non del tutto superati, erano stati spinti da un clamoroso errore nella compilazione dei dati di settembre. In questo calcolo, i super esperti del ramo avevano dimenticato di inserire nel paniere il costo delle polizze assicurative, che nelle dinamiche americane hanno un peso non indifferente. Così, l'aumento delle polizze, pari al 25% circa, aveva rischiato di far saltare il banco.
Superato questo misunderstanding, e in virtù del calo delle materie prime e dalla stabilizzazione del prezzo del petrolio, è ragionevole pensare – almeno interpretando i dati positivi appena pubblicati - che l'inflazione americana si calmi, e che in tempi ragionevoli torni intorno il 3%.
Un trend che appare possibile anche in Europa, anche se meno agevole, dato che il problema di gas ed energia è ben lungi dall'essere risolto – almeno fino a quando durerà il conflitto russo-ucraino. Molto difficile che, in futuro, le tariffe per famiglie e aziende tornino ai livelli pre-bellici; tuttavia, un'ulteriore diminuzione dei prezzi potrebbe provocare nuovi cali e trascinare al ribasso anche i prezzi di altri sistemi di riscaldamento, che si sono incredibilmente gonfiati in questi mesi. Il pellet, per esempio, che da materiale più economico è passato a essere uno dei più cari. La responsabilità è delle sanzioni alla Russia sul legno, ma soprattutto delle “solite” speculazioni sulla pelle dei cittadini.

Stagflazione a Londra
La Gran Bretagna, intanto, è entrata ufficialmente in stagflazione. Questa, in realtà, è una non-notizia: in questi giorni, l'economia di Londra ha problemi serissimi: con un'inflazione al 10%, una situazione sul mercato del lavoro non certo esaltante e i problemi del post Brexit.
Un contesto simile potrebbe estendersi l'anno prossimo all'Unione Europea, specialmente a Italia e Germania, che rischiano un 2023 a crescita zero (o negativa) e un'inflazione arroccata al 5%-6%. Con un aggravante: l'atteggiamento del Fondo Monetario Internazionale, che ancora oggi cerca di imporci ricette all'insegna dell'austerity. Ricette che non hanno mai funzionato: la migliore strategia per ridurre il debito non è quella di abbatterlo a ogni costo, ma di puntare sulla crescita.

Il rimbalzo prosegue
Ancora ottime notizie sul fronte dei mercati azionari, che continuano il trend di recupero: dal -25% di inizio anno si sono ormai portati a -11%. Ma la sfida vera inizia adesso: la “parte sana” del rimbalzo è già avvenuta, e d'ora in avanti conteranno i dati economici.
In buona salute anche Piazza Affari, dove occorre segnalare l'ottima performance di Saipem, spinta dall'aumento di capitale, ma soprattutto dai cinque contratti di perforazione offshore (tre in Medio Oriente e due in Africa occidentale) per un totale di 800 milioni di dollari.
Meno brillante l'obbligazionario, che però fa sperare per il futuro: sembra tutto pronto per una ripartenza dell’asset class, in grado di offrire buoni risultati per l'anno prossimo.

La “Lehman” delle criptovalute
C'è anche chi soffre: è nuovamente crisi per il mondo delle criptovalute, travolto in un effetto-domino dal crack di Ftx. La piattaforma, che ha presentato istanza di fallimento cinque giorni fa, è saltata dopo che il suo fondatore, Sam Bankman-Fried, si è servito di miliardi di dollari degli investitori per sostenere operazioni ad alto rischio nella sua società di trading quantitativo Alameda Research.
Il caso Ftx ha trascinato dalle stelle alla polvere quello che era stato considerato l'enfant prodige della finanza mondiale, che in poco tempo era diventato uno degli uomini più ricchi del mondo. E ha rivelato anche l'ingenuità (per non dire di peggio) di chi l'ha finanziato: non parliamo di singoli investitori in buona fede, ma di importanti uomini e istituzioni della finanza internazionale. Che hanno concesso soldi a pioggia senza uno straccio di due diligence su piattaforme e persone. Per fare soldi, le banche hanno finanziato la piattaforma, mettendo i suoi token come collaterale. E ora moltissimi risparmiatori si troveranno senza soldi.
Il crack è già stato soprannominato “la cripto-Lehman”. Ma, rispetto ai noti eventi del 2008, c'è un'aggravante non da poco: il mondo delle valute virtuali non è regolamentato. Questo significa impossibilità di interventi per tutelare la stabilità dell'economia, denaro bloccato e rimborsi praticamente impossibili. Per questo motivo, è comprensibile l'atteggiamento dei trader, che in questo momento si stanno tenendo alla larga dal mercato crypto.

Mondiali senza l'Italia: è davvero un colpo all'economia?
Fra alcuni giorni, il centro del palcoscenico internazionale sarà occupato dai Mondiali di calcio a cui l'Italia, per la seconda volta consecutiva, non partecipa. La mancata qualificazione degli uomini di Mancini avrà, però, un impatto abbastanza limitato sull'economia. Potrebbero verificarsi mancati incassi di bar, ristoranti e settore food and entertainment in generale. Tuttavia, gli orari delle partite, che almeno nella prima fase vedono un solo match su quattro in orario serale, riducono sostanzialmente questa eventualità.
Inoltre, il mondiale qatariota (il più costoso di sempre) è boicottato da una parte della popolazione mondiale, soprattutto per le tante morti sospette tra i lavoratori che hanno contraddistinto la costruzione degli stadi che ospiteranno le partite.
Anche il consueto esodo di tifosi che contraddistingue i grandi eventi sportivi non ci sarà: si legge di immigrati (soprattutto indiani) “ingaggiati” dal Qatar per “recitare” il ruolo dei tifosi di una o dell'altra nazionale. Attori in erba grideranno alternativamente “Brasil”, “Come on England”, “¡Que viva México!” o “Hopp Schwiiz” all'interno di stadi che, a causa delle temperature elevate, pomperanno aria condizionata per l'intera partita. Alla faccia del Cop27 e della campagna per il clima.

Image by qatar2022.qa


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