Tregua tra Usa e Iran: Borse in rally, petrolio in calo. Ma l’inflazione resta un’incognita
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La tregua annunciata nella notte tra Stati Uniti e Iran segna una svolta importante in uno scenario geopolitico che, nelle ultime settimane, aveva fortemente condizionato i mercati finanziari globali. Dopo una fase di elevata tensione, che ieri aveva spinto il prezzo del petrolio a 115 dollari e innescato vendite diffuse sui listini azionari nel corso del mese di marzo, i mercati reagiscono oggi con un deciso rimbalzo delle Borse europee.
De-escalation
L’accordo, pur temporaneo, rappresenta un segnale di de-escalation che gli investitori attendevano, soprattutto per il rischio legato a possibili interruzioni delle forniture energetiche attraverso lo stretto di Hormuz. La prospettiva di una stabilizzazione dell’area si è immediatamente manifestata sul prezzo del greggio, con il petrolio in forte discesa fino a quota 94 dollari al barile. Nelle scorse settimane, infatti, il protrarsi delle tensioni aveva fatto emergere timori concreti sulla continuità delle forniture energetiche e di materie prime essenziali, con il rischio che intere filiere produttive potessero andare incontro a rallentamenti o addirittura a uno stop entro la fine di aprile. Uno scenario che avrebbe potuto tradursi in una pesante frenata dell’attività economica globale e quindi portare a una forte recessione. Alla luce degli ultimi sviluppi, questo rischio appare oggi significativamente ridimensionato, contribuendo a migliorare il sentiment degli operatori e a sostenere le aspettative di crescita nel breve periodo.
Mercati pronti al recupero
Sul fronte azionario, i futures europei indicano un’apertura in rialzo fino al 5%, in un contesto di ritrovata propensione al rischio. I mercati – che in ogni caso erano sì scesi, ma in maniera abbastanza composta, proprio perché ritenevano che il conflitto sarebbe stato di breve durata – sembrano pronti a recuperare parte delle perdite accumulate nel mese di marzo, quando l’incertezza geopolitica aveva portato a un significativo aumento della volatilità. Il rimbalzo dei mercati riflette non solo il venir meno del rischio immediato, ma anche la possibilità che le pressioni inflazionistiche legate all’energia possano attenuarsi nel breve periodo.
Le incertezze
Resta tuttavia elevato il grado di incertezza: la tregua ha una durata limitata e molto dipenderà dalla capacità delle parti di trasformarla in un accordo più stabile. In questo contesto, gli investitori continueranno a muoversi con cautela, pronti a reagire rapidamente a eventuali nuovi sviluppi. Dopo settimane dominate dalla paura, i mercati tornano dunque a scommettere sulla diplomazia, consapevoli però che l’equilibrio resta fragile. Anche se è bene ricordare che molti danni alle infrastrutture sono già stati arrecati, e ripararli chiederà parecchio tempo. Risultato: c’è e ci sarà carenza di materie prime. E non solo di petrolio e gas. E’ interessante l’esempio dell’alluminio, che ha visto fermarsi gli impianti in Qatar e in Bahrein, con la previsione di almeno un anno per riparare gli ingenti danni causati dagli attacchi iraniani effettuati sia con i missili, sia con i droni. Si prevede, in questo caso, uno scenario da incubo per il settore, con l’arrivo del più grande deficit globale di sempre per l’alluminio primario.
Colpi di coda nella logistica
Inoltre, sotto il profilo logistico, gli effetti delle tensioni non si esauriranno nell’immediato. Anche nel contesto più favorevole, le prime navi con nuove forniture sono attese non prima di due settimane, con il conseguente protrarsi di alcune criticità operative lungo le filiere. I disagi risultano già evidenti in diversi settori, tra cui il trasporto aereo e gli aeroporti, e che potrebbero perdurare ancora per qualche tempo.
Inflazione
Nonostante la notizia più che positiva della tregua raggiunta, le tensioni recenti lasciano in eredità alcune fragilità: il rischio inflazionistico rimane elevato, pur in attenuazione, a causa delle difficoltà nelle catene di approvvigionamento e della persistente scarsità di alcune materie prime. Un aiuto in proposito potrebbe giungere dalla decisione dell’Opec+, che ieri (quindi prima della tregua) aveva scelto di aumentare la produzione di 206.000 barili al giorno dal prossimo maggio. A medio termine, in caso di ritorno dell’inflazione, potrebbe rivelarsi auspicabile uno stimolo all’economia con denaro pubblico. Come è avvenuto nel 2020, quando i governi sono stati costretti a misure straordinarie, che hanno spinto i consumi e il rimbalzo delle Borse.
Calcio, il grande malato
Nonostante gli allarmi provenienti dal Golfo, ha comunque suscitato un grande scalpore la mancata qualificazione della nazionale italiana di calcio per la prossima Coppa del Mondo. Una cosa è certa: non si tratta di una casualità, dato che ci troviamo di fronte alla terza eliminazione consecutiva. Il risultato di Bosnia-Italia ha confermato quello che, in fondo, si sapeva già: il calcio italiano è diventato un grande malato. Molti sono i motivi di questa decadenza. Tra questi, le scelte dei procuratori e il loro costo, che impediscono a una parte delle giovani promesse di proseguire nella carriera. Ma anche l’abitudine, da parte di alcuni genitori, di versare contributi alla società in cambio di una tacita assicurazione di un posto in squadra per il figlio. Il che ostacola le scelte basate sul merito. In alcune situazioni, invece che puntare sullo scouting di talenti, spesso si preferisce “l’uovo di oggi”, precludendo la formazione a potenziali campioni di domani. Vedendosi ostacolati nella loro crescita, molti ragazzi abbandonano il pallone e si dedicano ad altri sport: questo potrebbe aver contribuito al tramonto del calcio giovanile e al contemporaneo boom di altre discipline, con i conseguenti brillanti risultati olimpici delle ultime edizioni. Cambiare si può, rendendo trasparenti i criteri di accesso alla formazione calcistica e puntando maggiormente sulla crescita dei singoli atleti. In questo modo si potrebbe sfruttare l’onda dei ragazzi di seconda generazione già arrivata da tempo in Inghilterra, Francia, Germania e, più recentemente, in Spagna. Sta, naturalmente, al sistema calcio saper riconoscere i nuovi Dembelé, Musiala e Yamal in erba, e seguire passo passo la loro crescita sportiva e umana.
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Borse, prove tecniche di ripresa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La guerra prosegue, il petrolio vola e i problemi legati al transito dallo Stretto di Hormuz sono ancora irrisolti. Tuttavia, le Borse hanno ormai fermato il trend in ripida discesa che aveva caratterizzato i primi giorni del conflitto. Possiamo affermare che, dato tutto quello che accade, i mercati stanno reagendo tutto sommato meglio del previsto. I listini americani sono su livelli non molto dissimili a quelli pre-bellici perché gli Usa sono esportatori di materie prime: gli indici europei e asiatici, dopo un arretramento fisiologico (che avrebbe potuto anche rivelarsi peggiore), si stanno invece arroccando su una nuova linea difensiva, cercando di consolidarsi e, possibilmente, di provare qualche rimbalzo.
Il ruolo chiave di Hormuz
Paradossalmente, è proprio la tenuta del mercato americano a spingere le Borse europee, aiutandole a costruire un fortino di resilienza. Decisivi per la strategia di rilancio, o almeno di difesa, saranno due elementi: la durata della guerra e la situazione dello Stretto di Hormuz. Un collo di bottiglia che finora è chiuso per alcuni Paesi e aperto per altri – primo tra tutti, la Cina. Hormuz è importante non solo per il transito di petrolio – soprattutto verso l’Asia – ma anche per il passaggio di Gnl, di metalli, di fertilizzanti e di molto altro materiale destinato (anche) all’Europa. Che, come l’Estremo Oriente, dipende in gran parte da materie prime di importazione. A bloccarsi a causa del conflitto e dell’ingolfamento dello Stretto non sono solo strutture petrolifere o di gas: il Bahrein, per esempio, ha fermato gli impianti di alluminio, mentre il transito dei fertilizzanti è a rischio, con gli annessi e connessi sull’agricoltura. Se la guerra dovesse terminare in breve tempo, e lo stallo si sbloccasse, potremmo assistere a un ritorno alla normalità e a un rapido recupero degli indici. In caso di sblocco di Hormuz manu militari potrebbe invece subentrare una forte crisi borsistica provvisoria; se però l’operazione consentisse un ritorno alla quasi normalità per le vie marittime e un calo fisiologico del prezzo del petrolio, le Borse – dopo un periodo di forche caudine – tornerebbero a salire. Entrambe le situazioni sottintendono una strategia, che però al momento non appare chiara. Donald Trump dà l’impressione di trovarsi completamente impantanato, e di non sapere come uscirne. E, se non se ne esce, il mercato riprende a scendere. Mentre l’inquilino della Casa Bianca, da parte sua, dovrebbe fare i conti con l’elettorato, che si ritrova la benzina alla pompa a circa 6 dollari al gallone, pari a quasi 1,40 euro al litro. Un prezzo che sarebbe valutato molto basso in Europa, ma che è considerato altissimo negli Stati Uniti, e potrebbe essere capace di disamorare l’elettorato americano alle prossime consultazioni di mid term.
Nervi saldi
Prevedere gli sviluppi della guerra, la sua lunghezza e il suo influsso sulle Borse nel prossimo futuro è molto difficile. Ma non si può dimenticare che anche gli storni peggiori, prima o poi, vengono recuperati. Se si consulta l’indice Msci World dal 1 gennaio 1999 è cresciuto dell’11,5% l’anno. Ogni crisi viene prima o poi digerita, e il mondo finanziario riparte. Per questo motivo, se si hanno i mezzi per sostenere l’investimento, è bene reagire alle fasi orso con sangue freddo: ogni volta che il mercato perde più del 10% è consigliabile rifiutare scelte dettate dal panico. Evitando di vendere, ma anzi aumentando il peso del proprio portafoglio.
Dispersione di rendimenti
Piazza Affari si trova di poco sotto all’apertura del 2 gennaio 2026, ma con una grande dispersione di rendimenti. Il settore industriale legato al cemento ha perso molto – per fare un esempio, WeBuild è calato del 35%, nonostante sia tuttora pieno di commesse. Anche le banche hanno pagato dazio, lasciando sul terreno circa il 15%. Dall’altro lato, le azioni di società produttrici di armi e i titoli petroliferi sono arrivati ai massimi, e quelli legate a tecnologia e innovazione hanno mostrato ottime performance. Mai come in un quadro caotico come quello attuale è consigliabile rimanere attenti alle dinamiche settoriali: a medio termine le banche hanno tutta la potenzialità per recuperare, vista la differenza fra il tasso a breve e quello a dieci anni, salito per paura dell’inflazione: quando il grafico è così inclinato, le banche fanno più utili, e la loro rimonta veloce è molto probabile. Per contro, attenzione ai petroliferi, che a fine guerra scenderanno.
Unicredit riaccende il risiko
A proposito di banche, Unicredit è tornato sul dossier Commerzbank. Il gruppo di piazza Gae Aulenti ha infatti comunicato il lancio di un’ops volontaria sull’istituto tedesco. L’offerta, recita una nota di Unicredit, punta “a superare la soglia del 30% prevista dalla normativa tedesca in materia di offerta pubblica di acquisto”, ma anche a “favorire, nelle prossime settimane, un confronto costruttivo con Commerzbank e con i suoi principali stakeholder“. Si prevede, prosegue la nota, che Unicredit raggiunga una partecipazione superiore al 30% nell’istituto tedesco, “senza tuttavia acquisirne il controllo”, per evitare alla banca di piazza Gae Aulenti “di aggiustare costantemente la propria partecipazione per rimanere al di sotto della soglia del 30% in ragione del programma di acquisto di azioni proprie in corso da parte di Commerzbank, nonché di poter successivamente incrementare liberamente la propria partecipazione sul mercato o con altre modalità”. Oggi, ricorda la nota, Unicredit detiene “una partecipazione diretta di circa il 26% in Commerzbank e un’ulteriore posizione di circa il 4% tramite total return swap”. Ritorna dunque il risiko bancario, con una sfida che mira a creare un confronto con Commerzbank e a superare lo scetticismo del governo tedesco, contrario a operazioni ostili. Sul fronte assicurativo, Generali sta valutando l’opportunità di sostituire Axa nella partnership di bancassurance con Mps (la collaborazione tra i francesi e il gruppo senese scadrà nel 2027). La mossa di Philippe Donnet potrebbe essere favorita dalla posizione di Montepaschi, che attraverso Mediobanca è il primo azionista del Leone di Trieste.

