Guerra in Medio Oriente: la reazione delle Borse
L'attacco di Hamas a Israele ha innescato timori nei mercati europei, che hanno reagito con una flessione. Ma il recupero non si è fatto attendere, spinto probabilmente dalla consapevolezza che questo nuovo conflitto obbligherà le banche centrali a fermare definitivamente la stretta monetaria. E, forse, a pianificare una riduzione dei tassi in tempi più rapidi rispetto alle previsioni
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Le drammatiche notizie provenienti dal Medio Oriente hanno spinto in negativo le Borse europee, che già si trovavano in un contesto di ribasso. Ieri, tuttavia, i mercati hanno recuperato ampiamente le perdite di lunedì, allineandosi con i valori di New York, che lunedì scorso non avevano risentito degli echi provenienti dal teatro mediorientale. Sembra quindi che l'escalation provocata dall'attacco di Hamas a Israele non abbia influito più di tanto sull'andamento dei listini. Forse perché, in presenza di una crisi così grave in Medio Oriente (e di rischi di future ripercussioni sul prezzo del petrolio), la Banca Centrale Europea non potrà più alzare i tassi, pena il crollo dell'economia. Anzi: è più probabile che lo “scollinamento”, inizialmente previsto per fine 2024, venga anticipato.
Le preoccupazioni all'orizzonte
I timori provenienti dallo scenario mediorientale sono dunque di carattere prima di tutto umanitario e poi geopolitico, ma molto meno di tipo economico. Da un lato, come detto, la Bce dovrà probabilmente rivedere in fretta la ormai atavica politica di rialzi continui; dall'altra, le preoccupazioni su un possibile stop al dialogo tra Israele e i Paesi arabi sono forse esagerati: l'accordo tra Tel Aviv e l'Arabia Saudita, con la partecipazione, pur sfumata, delle autorità di Ramallah (nemiche giurate di Hamas) potrebbe subire una sospensione temporanea, ma riprendere in un secondo tempo. Rimangono i rischi di una destabilizzazione di tutta l'area mediorientale, dato che Hamas è un chiaro problema per l'intero mondo arabo. Tuttavia, finora il prezzo del petrolio si mantiene sotto controllo, con valori inferiori ai 90 dollari al barile.
Sale lo spread
E lo spread? Lo spread resta oltre quota 200, che ha raggiunto dopo essere rapidamente balzato in alto dagli originari 170. Perché sarà anche vero che, molto probabilmente, non ci sarà un ulteriore rialzo dei tassi, ma è anche incontestabile che gli effetti della stretta monetaria si sentono da parecchi mesi: l'Italia, come le altre economie dell'area euro con debito pubblico alto, sta già pagando da tempo l'inasprimento deciso dalla Banca Centrale Europea. Più il costo del denaro è alto, più i Paesi indebitati devono pagare, e meno possono investire. Finché, dunque, la Bce non riporterà i valori su livelli accettabili, sarà allarme spread, aggravato anche dalle “scommesse” delle grandi banche d'affari, che hanno puntato con decisione contro l'Italia.
Il successo dei Btp Valore
In questo scenario non confortante, si è registrato il successo ottenuto dal collocamento dei Btp Valore: la nuova emissione ha infatti chiuso a quota 17,2 miliardi, di poco sotto la prima tranche. Il risultato è decisamente apprezzabile e si allinea con una tendenza mondiale che vede i cittadini investire massicciamente sui titoli di stato (un trend analogo si riscontra in Francia, in Germania e negli Usa). Tuttavia, è difficile che il successo dei Btp Valore influisca sugli spread, perché l'importo è determinato sul decennale. Nonostante tutto, occorrerebbe effettuare ancora 250 miliardi di emissioni: per questo motivo, un terzo collocamento, fra un anno o magari tra alcuni mesi, è altamente probabile.
Dollaro sovrastimato
Frattanto, il dollaro ha “bucato” quota 1,05, ma fatica a rimanere su questi livelli. Per il biglietto verde, infatti, il cambio attuale è al di sopra del proprio standard; si prevede, dunque, un arretramento. Anche perché il dollaro non è più considerato un bene rifugio, soprattutto alla luce della guerra in Medio Oriente, che può far male all'economia americana molto più che a quella europea. Perché negli Stati Uniti è vicino l'anno elettorale, che obbligherà l'amministrazione democratica a lavorare per attutire gli impatti della crisi economica, proprio mentre non sembra prossima la fine per la guerra russo-ucraina: per gli Usa, il coinvolgimento, pur dall'esterno, in due conflitti potrebbe rivelarsi impossibile proprio dal lato finanziario – che è solitamente decisivo per l'esito delle presidenziali. Per questo motivo, necessariamente, Washington dovrà decidere chi sostenere, anche a causa della spada di Damocle che pende su una terza area calda: Taiwan.
Scioperi negli Stati Uniti
A complicare le cose, ecco il ritorno degli scioperi negli Stati Uniti. Un fenomeno che finora è sotto controllo, ma sta comunque aumentando in varie parti del Paese. I sindacati, la cui forza era stata dimezzata dai duri confronti con l'amministrazione Reagan negli anni Ottanta, stanno tornando a riscuotere sempre più fiducia e consenso tra i lavoratori americani. Varie le ragioni di questo cambiamento di prospettiva. Hanno certamente influito gli utili ottenuti dalle grandi aziende (soprattutto big tech) in tempo di coronavirus, che non si sono tradotti in adeguamenti salariali per i dipendenti. L'aumento dei tassi, ancora una volta, ha acuito questo senso di disagio: la stretta monetaria ha offerto ai cittadini abbienti la possibilità di investire ottenendo interessi più alti, mentre ha costretto la classe medio-bassa a stringere i cordoni della borsa a causa degli aumenti dei prezzi. Un altro fattore ha favorito il ritorno degli scioperi: il calo della disoccupazione, che ha accresciuto il potere contrattuale dei dipendenti, fornendo loro il coraggio necessario per aderire alle azioni sindacali. L'ondata di astensioni dal lavoro potrebbe anche suonare come un campanello d'allarme nei confronti dei Democratici, che da tempo hanno allentato la presa sui diritti sociali. Un campanello d'allarme che arriva, ancora una volta, alla vigilia di un delicatissimo anno elettorale.
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Bce, sui tassi è confronto aperto
Il board della Bce è ormai spaccato tra “colombe” e “falchi”: all'intervento di Fabio Panetta, che ha invitato l'Eurotower a considerare i rischi della stretta monetaria, è seguita la replica della rappresentante tedesca Isabel Schnabel, sostenitrice del 2% di inflazione a ogni costo. Intanto preoccupa l'effetto della ripartenza cinese sul prezzo delle materie prime
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Ricordate la Banca Centrale Europea dai toni felpati e dal linguaggio paludato? Bene: archiviatela. I tempi degli interventi in punta di penna e delle posizioni attutite sembrano ormai un lontano ricordo. In epoca di inflazione e di netta differenza di posizioni sull'aumento dei tassi, il confronto tra i “falchi” e le “colombe” è ormai aperto, e nessuno fa alcunché per nasconderlo. Lo hanno dimostrato gli interventi, la scorsa settimana, di due membri del comitato esecutivo dell'istituto centrale. Ha buttato il sasso Fabio Panetta - ex direttore generale di Banca d'Italia – nel corso di un evento svoltosi a Londra giovedì scorso. Ha replicato il giorno seguente, in un'intervista, la tedesca Isabel Schnabel.
Tu chiamala, se vuoi, inflazione
Panetta, echeggiando le parole più volte pronunciate dal governatore di Bankitalia Vincenzo Visco, ha espressamente criticato la velocità con cui la Bce sta ritoccando i tassi verso l'alto. L'inflazione, ha affermato Panetta, “potrebbe evolversi in entrambe le direzioni. Penso che siamo di fronte a una incertezza molto elevata. Non dico che dobbiamo fermarci, ma di prenderci il tempo che serve per valutare meglio l’economia”. Una chiara critica alle linee guida decise da Christine Lagarde, che invece di mediare tra falchi e colombe sembra essersi arruolata nel primo gruppo senza ripensamenti di sorta. La risposta di Panetta è stata altrettanto netta: “non è più necessario”, ha affermato, “porre enfasi unicamente sui rischi inflazionistici al fine di evitare gli scenari peggiori. Occorre invece considerare il rischio che la stretta monetaria risulti eccessiva, oltre all’eventualità che la nostra azione possa rivelarsi insufficiente. Dobbiamo procedere con gradualità, al fine di evitare costi eccessivi per l’economia reale. Questo non significa che non agiremo con decisione nella nostra lotta all’inflazione. Significa che ci muoveremo con decisione nella giusta direzione. Non dobbiamo guidare come un pazzo a fari spenti nella notte”, ha chiuso, citando la leggendaria Emozioni di Mogol-Battisti. Omettendo di aggiungere “per vedere se poi è tanto difficile cadere in recessione”: questo rischio è, naturalmente, noto a tutti.
1-1, palla al centro
Giusto il tempo di commentare l'intervento di Panetta e puntuale è arrivata la risposta di Isabel Schnabel, convinta che sia il costo della vita a rappresentare il rischio più consistente per l'Europa. E che quindi il rialzo previsto per marzo non possa essere messo in discussione. “Siamo ancora lontani dal poter cantare vittoria”, ha affermato l'economista tedesca, “I mercati ritengono che l’inflazione scenderà molto rapidamente verso il 2% e che rimarrà lì, mentre l’economia andrà benissimo. Questo sarebbe un ottimo risultato, ma c’è il rischio che l’inflazione si riveli molto più consistente di quanto attualmente valutato dai mercati finanziari. Non è facile giudicare se le nostre misure siano già restrittive, ma considerato l’attuale livello dei tassi di policy e il livello e la persistenza dell’inflazione di fondo, un rialzo dei tassi da 50 punti base è necessario virtualmente in qualunque scenario plausibile, per riportare l’inflazione al 2%”. In una situazione, come quella attuale dell’area euro, in cui “non è nemmeno iniziato un ampio processo di disinflazione”, ha aggiunto.
Intervento fuori bersaglio
Per ora i “falchi” sono in maggioranza e Christine Lagarde sta seguendo la loro linea: è quindi davvero arduo pensare che a marzo il rialzo dei tassi non prosegua. Tuttavia, l'esternazione di Panetta ha reso pubblico un confronto già aperto da tempo. E che contrappone la lotta all'inflazione a ogni costo a una posizione più attenta ai rischi di recessione. I sostenitori di nuovi rialzi dei tassi si fanno forti della sostanziale tenuta dell'economia: ciò dimostrerebbe che l'attuale politica monetaria non ha prodotto danni collaterali e che è quindi possibile combattere l'inflazione a colpi di ritocchi del costo del denaro senza tracolli drammatici. Una simile posizione, tuttavia, rischia di ingenerare gli eccessi di ottimismo: i mercati vedranno infatti gli effetti della strategia “al rialzo” non prima di (almeno) sei mesi. Le “colombe” prendono le mosse da un particolare spesso troppo trascurato, e che noi non abbiamo mancato di far notare più volte: l'inflazione europea è diversa da quella americana. La seconda è di tipo classico, e quindi può essere combattuta con strumenti tradizionali. La prima dipende invece dall'energia, su cui un rialzo dei tassi non può certamente influire. L'Europa non può frenare i costi delle materie prime e non sarebbe in grado di farlo neppure se l'Ue fosse unita e compatta. Il rialzo dei tassi rischia quindi di bloccare la domanda senza neppure scalfire i rischi sul fronte energetico.
La Cina riparte
E i rischi sono ancora forti. Soprattutto in questi giorni, che vedono il completamento della riapertura cinese e l'acquisto, da parte di Pechino, del 50% in più di materie prime. L'allarme è soprattutto per il petrolio, ancora in posizione neutrale, ma che potrebbe salire a causa dell'ondata di fabbisogno cinese. È bene non sottovalutare neppure il dossier-gas. Il costo del metano – è vero – veleggia ormai sotto quota 50 e potrebbe subire ancora assestamenti in basso e la Russia aumenterà gradualmente la sua fornitura a Pechino, compensando il disimpegno in Europa e rispondendo alla domanda cinese. Tuttavia, ricordiamolo, gli aumenti del metano, che alcuni mesi fa aveva portato il suo valore al Tff oltre la soglia dei 300 euro per megawattora, potrebbero essere stati spinti a quei livelli anche dalla speculazione. Che potrebbe manifestarsi nuovamente nel futuro.
I rischi dell'elettrico
Nel dossier energia, in Europa c'è un convitato di pietra: lo stop alle auto endotermiche, previsto per il 2035. La decisione dell'Europarlamento sembra difficilmente reversibile – a meno che le prossime elezioni Ue, previste per il 2024 rovescino completamente le maggioranze attuali. Uno scenario a cui non credono neppure i produttori del settore automotive, che hanno già bloccato gli investimenti in veicoli tradizionali. C'era davvero bisogno di una decisione così radicale sulle auto? La risposta è no. Intendiamoci: gli interventi ambientali per salvare il pianeta sono necessari e doverosi. Ma non sono certo le automobili endotermiche le responsabili della crisi climatica. Secondo un'analisi statistica ripresa da Bill Gates, per esempio, l'incidenza dell'inquinamento automobilistico sul totale delle emissioni è appena dello 0,2% - percentuale che si abbassa notevolmente se si prendono in considerazione solo le vetture europee (nel resto del mondo, in tutta probabilità, si proseguirà a produrre le auto tradizionali). Lontani anni luce il cemento e gli allevamenti, settori ben più inquinanti. Ma spesso la vulgata comune è molto diversa dalla realtà: così, l'equazione “auto endotermiche – inquinamento”, spinta dalle lobby che hanno investito molto sull'elettrico, diventa difficile da criticare, anche se non ci sono prove che dimostrino un forte impatto della benzina sulla crisi ambientale. Mentre sono molte le controindicazioni che disseminano punti di domanda sulle e-cars. Sul fronte dei costi, prima di tutto. Anche se fosse possibile abbassare i prezzi correnti delle vetture (e ciò non è scontato), lieviterebbero comunque le spese di riparazione, che secondo una stima di Federcarrozzieri aumenteranno fra il +18% e il +30% rispetto a quanto avviene per le auto a benzina o diesel. Molto critica anche la tenuta della rete elettrica, che già ora si dimostra scarsa. Soprattutto in estate, quando sono accesi i condizionatori di case e uffici. Dal 2035, il territorio sarà disseminato di colonnine di rifornimento, gravando in modo ancora più pesante sul sistema e rallentando le ricariche, già molto più lunghe rispetto agli approvvigionamenti di benzina. Il rischio maggiore si manifesterà, comunque, in strada. In caso di incidenti, le auto elettriche sono vere e proprie bombe in movimento, che – a quanto dicono alcuni test – provocherebbero danni ben più gravi rispetto ai veicoli a combustione.
Aspettando le trimestrali
Infine, uno sguardo alla settimana dei mercati, il cui calo è stato moderato. Calma piatta, dunque, in attesa degli utili del primo trimestre 2023, che detteranno la linea per un po' di tempo. In ogni caso, occorre evidenziare che il rimbalzo dell'autunno-inverno è stato poderoso: per esempio, negli ultimi quattro mesi Milano ha conseguito un +37%. Per questi motivi, è consigliabile mantenere le posizioni in essere almeno fino alle trimestrali, per poi, eventualmente, correggere il tiro in un secondo tempo. Tra i settori che sicuramente daranno soddisfazione agli investitori, quello bancario, che dovrebbe risentire positivamente del rialzo dei tassi anche negli utili alla fine del prossimo mese. Prosegue la sua corsa il titolo Tim, che offre tuttora varie opportunità. La performance era prevedibile: l'offerta di Kkr, pari a 44 centesimi per azione, dimostra che il valore dell'azienda è sicuramente maggiore rispetto ai 20 con cui era quotato. Gli investitori avveduti hanno quindi puntato su questo titolo. E sul braccio di ferro Kkr-Cdp, che ha tutte le caratteristiche per giovare alle azioni dell'azienda telefonica.
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Il record che non ti aspetti
Per i mercati europei, il primo mese del 2023 è stato il miglior gennaio da 25 anni a questa parte. Il rimbalzo, che ben pochi avevano previsto, potrebbe però fermarsi in febbraio, frenato da un cambio di passo negli utili. Intanto, l'attesa delle nuove comunicazioni di Fed e Bce rende nervosi gli investitori
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Per le Borse, il primo mese del 2023 si è chiuso inaspettatamente in grande spolvero. In particolare, l'Europa ha archiviato il miglior gennaio da 25 anni a questa parte, con un incremento dell'11% circa.
Anche l'ultima settimana completa del mese è andata molto bene, specialmente a Piazza Affari, che venerdì sera si è imposta come migliore Borsa europea. E che, in un anno, ha praticamente recuperato le perdite accumulate in precedenza.
Fra i settori più virtuosi, quello bancario, sostenuto dall'innalzamento dei tassi. Nei prossimi mesi è molto probabile che le aziende di credito siano in grado di proseguire il loro momento positivo, nonostante le prime sofferenze e insolvenze causate dal contesto economico. Questo potrà avvenire perché oggi le banche prestano denaro in misura molto minore rispetto al passato: per questo motivo hanno una posizione ben più solida rispetto a dieci anni fa, rinforzata anche dai nuovi requisiti di capitale introdotti in sede europea.
A brillare particolarmente sui listini italiani è Banco Bpm, che sta correndo dallo scorso dicembre e ha ampiamente superato i massimi del febbraio 2022. La situazione florida dell'istituto di Piazza Meda lascia aperte molte strade: la banca lombardo-veneta può essere appetibile sia come possibile oggetto di mire, sia come protagonista dell'acquisto di una banca piccola.
Improbabile, invece, che Banco Bpm possa essere interessata a rilevare Mps, a meno di partecipare all'operazione con un pool di banche – la classica “cordata”, operazione che sembra piacere particolarmente al ministero del Tesoro, primo azionista (con il 64%) del gruppo senese.
Attesa nervosa
Se la scorsa settimana le Borse hanno brillato, quella attuale si è invece aperta con un po' di nervosismo, sia in Europa, sia oltre oceano: solo Londra, fra i listini occidentali, è cresciuta, spinta dall'attuale sottodimensionamento britannico causato dai postumi della Brexit.
I motivi dello stop dei mercati sono essenzialmente tre. Il primo è, naturalmente, l'attesa delle conferenze di Federal Reserve e Banca Centrale Europea, che decideranno se proseguire sulla politica di innalzamento tassi (scelta che, per la verità, è molto probabile, se non scontata), ma soprattutto diranno ai mercati con quale tono intendono proseguire.
In secondo luogo, è perfettamente naturale che le Borse rifiatino dopo un incremento così poderoso (oltre che, ripetiamolo, inatteso).
Infine, a contribuire a una certa ansia è l'arrivo imminente di alcuni importanti dati sugli utili (fra poche ore sono attesi i numeri di Meta, domani quelli di Apple). In generale, per quel che riguarda i dati che verranno pubblicati nel corso di febbraio, salgono i timori di revisioni al ribasso degli utili.
Piano Mattei
Continua intanto a scendere il prezzo del gas, che è poi una delle principali cause dell'inflazione europea. Complici le temperature miti (rese ancora più calde dal favonio in arrivo sul Nord Italia nei prossimi giorni) e il calo del dollaro, il metano potrebbe presto sfondare verso il basso il muro dei 50 euro per megawattora.
Nello stesso tempo, l'Italia si è assicurata una collaborazione importante con il governo libico: l'Eni ha infatti siglato un accordo con Noc, compagnia statale di Tripoli, per produrre gas localmente e acquistarlo per le nostre necessità. L'intesa, che ha suscitato una certa irritazione in Francia, fa parte del revamping del “piano Mattei”, che prevede una partnership fra l'Italia e i paesi africani, all'insegna della condivisione e non dalle logiche predatorie a cui, purtroppo, sono soliti indulgere i paesi occidentali. Proprio obbedendo a queste linee guida, l'obiettivo della partnership è quindi sia garantire energia ai cittadini libici, sia accrescere i flussi di gas verso l'Italia e l'Europa.
Nel caso della Libia, la collaborazione è paritetica: l'Eni investirà 8 miliardi di dollari, ma sarà l'unica società a versare soldi sonanti. Il 50% che la Libia mette sul piatto è infatti costituita dai giacimenti di cui Tripoli è ricca.
Usa-Cina, venti di guerra
Se il “piano Mattei” punta a renderci indipendente dal gas di Mosca, la guerra russo-ucraina continua a imperversare, senza che si intraveda la luce in fondo al tunnel. Come se non bastasse, alcuni giorni fa Mike Minihan, generale dell'aeronautica americana, ha paventato l'apertura di un nuovo fronte, affermando in un rapporto che entro un paio d'anni la Cina potrebbe invadere Taiwan. Operazione che rischierebbe di coinvolgere direttamente gli Usa.
Minihan ha invitato le truppe americane ad “accelerare” la preparazione di un eventuale conflitto fra Pechino e Washington. “Spero di sbagliarmi”, ha affermato l'ufficiale, “ma il mio istinto mi suggerisce che combatteremo nel 2025”.
Una guerra guerreggiata sarebbe, ovviamente, l'incubo più devastante per il mondo intero, che non vedrebbe vincitori, ma solo vinti. Un conflitto che si svolgerebbe in un contesto molto incerto, con una situazione militare favorevole per gli Stati Uniti ma un indubbio vantaggio tecnologico (e numerico) per la Cina.
Se si verificasse invece uno scontro essenzialmente economico, la crisi andrebbe a riverberarsi sull'intero occidente, ormai legato mani e piedi agli scambi con Pechino. Che avrebbe così una fortissima leva nei confronti degli Usa e dei suoi alleati, ben più forte che non il gas e il petrolio russi.
Etf, i più innovativi?
Intanto, un sondaggio realizzato da State Street Global Advisors e diffuso nei giorni scorsi rivela che, per la maggioranza degli investitori di Europa e Medio Oriente, l'Etf rappresenta lo strumento più innovativo realizzato nel mondo delle negoziazioni.
È davvero così? Per l'investitore retail, probabilmente, sì. Alla fine, le performance degli exchange traded fund convergono con quelle offerte dai fondi, ma con commissioni di gestione minori. Proprio per questo motivo, gli Etf hanno avuto l'indubbio merito di aver reso gli investimenti finanziari meno costosi per il cliente retail, aprendo il mercato anche a risparmiatori che in precedenza erano esclusi da questa attività.
Tuttavia, al di là del singolo strumento, è la creazione (e la gestione dinamica) di un portafoglio di investimenti diversificati a fare la differenza: se è corretto porre attenzione sul costo dei singoli strumenti, è indiscutibilmente vero che l'obiettivo di un investimento è quello di generare valore nel tempo, compatibilmente con gli obiettivi dell’investitore ed il suo profilo di rischio.
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