Fuochi artificiali dal risiko bancario

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Una nuova ops riporta alla ribalta il “monopoli” bancario. Dopo le offerte di Unicredit su Banco Bpm e di Montepaschi su Mediobanca, è infatti la volta di Bper, che ha messo nel mirino Banca Popolare di Sondrio. Un istituto tra i meglio gestiti in Italia e, per questo, molto ambito. Si tratta, per la precisione, di un’offerta pubblica di scambio volontaria pari a 4,3 miliardi di euro sulla totalità delle azioni ordinarie dell’istituto valtellinese, con un premio del 6,6%, in nome – almeno secondo Gianni Franco Papa, amministratore delegato di Bper – dei “modelli di business coerenti” e della condivisione degli “stessi valori” da parte delle due aziende.

Un “gioco dell’ops” molto lungo. E incerto

Come Banco Bpm (a sua volta impegnato in un’opa su Anima) e Mediobanca, anche Pop Sondrio non gradisce il tentativo di conquista. L’offerta “nel suo insieme è distruttrice di valore ed è ostile” all’istituto di credito, ha sottolineato senza mezzi termini una nota del Comitato per l’autonomia e indipendenza della Banca Popolare di Sondrio, che riunisce piccoli azionisti valtellinesi.
Il comunicato ha evidenziato similitudini con altre ops “da poco lanciate e attualmente in corso”, che rischiano di fare del sistema bancario italiano uno “tra i più concentrati in Europa, se non il più concentrato”.
Pop Sondrio è l’istituto di credito che più a lungo ha resistito all’obbligo di trasformazione in società per azioni introdotto dal governo Renzi per le Popolari: solo a fine 2021, e dopo anni di ricorsi, la banca retica ha approvato obtorto collo la nuova forma sociale. Nonostante questo, l’80% circa delle partecipazioni è ancora in mano ad “azionisti vari”, che potrebbero anche decidere la non adesione all’ops in forza di un legame identitario mai sopito.
Tanto più che, come le operazioni Unicredit-Banco Bpm e Mps-Mediobanca, anche l’ops Bper-Pop Sondrio segue la formula “carta contro carta”, che rende un’eventuale adesione molto meno attrattiva.
Per i “cacciatori”, l’impresa è quindi piuttosto ardua (paradossalmente, il dossier meno difficile è proprio l’ops Bper-Pop Sondrio, a condizione che la banca ducale riesca a dare rassicurazioni concrete al territorio). Ne sentiremo comunque parlare per molti mesi: in Italia, le offerte di acquisto o di scambio innescano in iter molto lungo, a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti, dove le operazioni si concludono anche in un paio di settimane,

“Pronto? Chi compra?”

La nuova campagna acquisizioni non si limita al mondo bancario. Voci insistenti parlano di un interesse di Iliad verso Tim. La società francese, divenuta simbolo della telefonia a prezzi economici, proverebbe nuovamente a ritagliarsi un ruolo da protagonista nel nostro Paese dopo il flop dell’acquisizione Vodafone Italia, poi entrata in Fastweb (gruppo Swisscom).
Il dossier Tim potrebbe sembrare meno difficile del previsto, grazie ai prezzi modici di una società scorporata dal vero asset dell’ex Telecom, e cioè la rete.
Nella marcia dell’azienda francese verso l’ex monopolista, però, ci sarebbero anche alcuni concorrenti, tra cui Poste Mobile, il cui possibile intervento è visto da qualcuno come un tentativo dello Stato di ostacolare l’arrivo di una proprietà straniera, rientrando parzialmente nell’azionariato di Tim.

La Borsa sale

In questa girandola di tentati M&A, le Borse europee hanno reagito bene, con Milano che ha chiuso la scorsa settimana a 1,6%. Hanno corso, in particolare, Popolare di Sondrio – con un picco positivo venerdì scorso e un parziale ritracciamento da lunedì – e Iveco, che ha chiuso la settimana di oltre il 19% e sta continuando a salire. Il forte incremento della casa torinese è avvenuto dopo l’annuncio di un possibile spin off delle due società del settore difesa (Idv e Astra), a margine della presentazione dei dati 2024, chiuso con risultati migliori del previsto.
Così, un titolo che lo scorso dicembre navigava sui 9 euro ora veleggia oltre i 14. Il business di Iveco nel defence è stato a lungo quasi ignorato dai mercati. Era infatti usuale vedere la società come un’azienda dell’automotive, sottovalutando l’attività del gruppo nella costruzione di veicoli militari e loro componentistica. La Borsa di Milano, in ogni caso, ha nuovamente raggiunto i massimi, sfondando quota 37.000. E le aspettative di taglio tassi ingenerano ottimismo su tutti i listini europei: ci troviamo ancora in un trend positivo, e potrebbe essere il caso di fare un po’ di fine tuning su titoli che saranno favoriti dalla diminuzione del costo del denaro, come utility e petroliferi.

L’oro brilla più che mai

Il taglio dei tassi, naturalmente, ha conseguenze chiare sulle obbligazioni, il cui rendimento è in calo. A non fermarsi è invece l’oro, che contro le previsioni corre verso la quotazione di 3.000 dollari l’oncia.
Il trend dipende dall’esigenza di beni rifugio ma anche dagli acquisti effettuati da Paesi come Cina e Russia, desiderosi di sganciarsi dai circuiti internazionali per sfuggire agli effetti di sanzioni presenti o future.
A dare un ulteriore impulso al “re dei metalli” potrebbe essere l’avvio di un programma pilota in Cina, che darà per la prima volta luce verde alle assicurazioni per l’acquisto di oro. Il progetto ha le potenzialità per liberare miliardi di dollari di investimenti auriferi, in grado di pompare ulteriormente la sua quotazione. Se, per ipotesi, le compagnie assicurative si dotassero di oro per il 5% dei loro investimenti, il metallo potrebbe schizzare persino a 4.000 dollari.
Preoccupa, invece, l’aumento del gas sulla Borsa di Amsterdam, mentre il petrolio resta tranquillo nella fascia bassa di oscillazione.

Porsche a picco

Un venerdì da incubo, invece, per il titolo Porsche, ai minimi dal suo ingresso alla Borsa di Francoforte (2022). E’ infatti bastato un annuncio pessimista, da parte della casa di Stoccarda, sui profitti 2025 per trascinare le azioni a -6,8% (con un valore che è la metà rispetto ai massimi storici). Nel mentre, è stata comunicato il ritorno ai motori a combustione interna, chiaro passo indietro rispetto all’agenda elettrica.
Il decremento delle azioni Porsche rende ulteriormente cristallina la già evidente crisi dell’automotive tedesco. Diversa, invece, la causa dell’arretramento di Tesla, che prosegue dai primi di febbraio: la società di Elon Musk era talmente salita dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza americana da rendere quasi fisiologico un ritracciamento.

Foto di Jingda Chen su Unsplash


Ritorno al vertice per i titoli bancari

Dopo un inizio anno a zig zag, che ha alternato disinteresse per il settore a performance di singoli titoli, le azioni dei gruppi di credito tornano a brillare. Ottima anche la settimana dell'automotive, mentre il comparto energetico soffre. La spada di Damocle della crisi in Medio Oriente

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La Borsa di Milano ha chiuso la scorsa settimana in rialzo, in controtendenza rispetto alle altre europee. E ha riaperto ancora in positivo, per poi rifiatare. A trainarla, il settore bancario e quello automobilistico, mentre spicca il calo dell'energetico. Nel primo caso si è vista una buona progressione che ha coinvolto la maggior parte dei titoli. E quelli che hanno archiviato la settimana in flessione sono stati protagonisti di una moderata inversione di rotta già lunedì scorso.

Fuochi artificiali

La performance dei bancari era prevedibile: dopo un mese e mezzo in cui il settore era andato un po' a zig zag, alternando disinteresse da parte degli investitori a rally dovuti essenzialmente a performance individuali, i mercati si sono accorti che il comparto ha ancora enormi potenzialità. Molti fra i risultati di esercizio che stanno uscendo in questi giorni mostrano quanto la galassia bancaria e finanziaria sia in buona salute. In particolare, dopo gli ottimi numeri di Unicredit, ora è Banca Popolare di Sondrio a sparare i fuochi artificiali, con il raggiungimento di dati record. L'istituto retico, sempre gestito in maniera impeccabile, è anche la banca più ambita per operazioni di merger & acquisition: per questo motivo, il suo titolo è sotto costante osservazione.

Rotazioni settoriali

L'inizio d'anno tranquillo dei bancari, ora protagonisti dell'ennesima svolta, risponde anche alle rotazioni settoriali tipiche delle Borse, che ora stanno premiando anche i titoli automotive. Queste azioni, come del resto le finanziarie, hanno ancora molto margine di crescita, soprattutto Stellantis. Sull'energetico, si osserva che alcuni titoli hanno subito perdite senza apparenti ragioni (come Enel, che ultimamente ha lasciato sul campo il 10% circa): gli storni potrebbero presto creare nuove occasioni di investimento. Altri titoli che stanno soffrendo, un po' dappertutto, sono i petroliferi – e onestamente non si capisce bene il motivo di questo trend. Mentre i tecnologici, soprattutto a New York, continuano a salire. Attenzione però: i loro livelli sono quasi valori da “bolla”.

Delisting

A Milano è salita anche Tod's in occasione dell'opa amichevole voluta dalla famiglia Della Valle, dopo quella non riuscita del 2022. L'offerta pubblica di acquisto, lanciata da Crown Bidco (azienda controllata al 100% dal fondo L Catterton) porterà al delisting della società. Lascerà Piazza Affari anche Saras, in seguito all'accordo con cui la famiglia Moratti si è impegnata a cedere il 35% all'olandese Vitol.

Moderato ottimismo

In ogni caso, nonostante tutto, aleggia ancora un cauto ottimismo. Almeno a quanto si evince dal sondaggio Assiom Forex, che è stato condotto tra i suoi associati. In particolare, a fine gennaio, il 43% si è detto convinto che i listini rimarranno stabili (erano il 36% a dicembre), mentre per il 44% saliranno (contro il 46% precedente) e per il 5% cresceranno addirittura in doppia cifra (3% il mese prima). Solo il 13% (dal 18% di fine anno) prevede flessioni. Più neutre le previsioni sul taglio dei tassi (per l'86% non se ne parlerà prima di fine giugno) e sul cambio euro-dollaro (il 51% lo vede stabile), mentre una minoranza comunque numerosa (31%) preconizza uno spread sotto i 150 punti.

Forche caudine

Naturalmente, tutte le previsioni dovrebbero tenere conto della spada di Damocle che pende sulle economie mondiali, e cioè le spinose questioni geopolitiche. Il Medio Oriente rimane una scheggia impazzita e i timori di un conflitto armato tra Stati Uniti e Iran sono forse più forti di quanto non fossero durante la stessa era Carter. Finora, le Borse hanno reagito con forza alla crisi del Mar Rosso, anche se l'economia mondiale ne sta risentendo. E quella italiana non fa eccezione: per Confcommercio, il conflitto tra navi angloamericane e Houthi dello Yemen ha già causato il raddoppio dei costi dei noli(la spesa per un container di 140 piedi sulla rotta Genova-Shanghai, secondo l'organizzazione delle imprese, sarebbe salita del 129%). Il rischio effetto domino è a un passo. I bilanci dei porti italiani sono già in peggioramento; se questa situazione perdurasse, o addirittura peggiorasse, e le navi migrassero totalmente sulla rotta sudafricana, i prezzi delle merci aumenterebbero sensibilmente, creando nuova inflazione. Che, ovviamente, non sarebbe più possibile affrontare aumentando nuovamente i tassi, pena il crollo delle economie. Per questo motivo, le previsioni ottimistiche sull'andamento dei listini devono forzatamente passare sotto le forche caudine dello stretto di Hormuz. Un'eventuale escalation metterebbe a dura prova la pur acclarata robustezza delle Borse.

Africa, si erode il potere occidentale

Mentre la Cina è alle prese con la liquidazione Evergrande - e con l'impegno gravoso, da parte delle autorità, di far proseguire i lavori e consegnare le case già pagate - in Africa inizia a sgretolarsi l'influenza europea, lentamente rimpiazzata proprio dalla nuova partnership di Pechino e Mosca. I governi di Niger, Mali e Burkina Faso, retti da militari dopo i rispettivi colpi di stato, hanno recentemente annunciato l'uscita dei tre Paesi dall'Ecowas, la comunità degli stati africani fondata nel 1975, accusata dalle tre giunte di aver tradito i principi originari dell'organizzazione e di subire influssi stranieri (soprattutto francesi), oltre che di non aver fornito aiuti nella lotta contro il terrorismo. L'Africa subsahariana è un terreno lasciato colpevolmente vuoto da Europa e Stati Uniti: la loro incapacità di avere visione progettuale e la mentalità spesso neocoloniale con cui l'Occidente ha interagito con l'area, alla fine ha favorito l'espansione di due nuovi referenti: Russia e Cina, appunto. Dopo anni di indifferenza, ora Europa e Usa cercano di frenare l'emorragia e non perdere influenza su altri territori, puntando su una tardiva cooperazione. Forse, fuori tempo massimo.

Foto di ᴊᴀᴄʜʏᴍ ᴍɪᴄʜᴀʟ su Unsplash


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