Tassi Usa, incertezza sui mercati
I dati positivi sui posti di lavoro negli Stati Uniti dimostrano la tenuta dell'economia americana di fronte ai ritocchi sui tassi d’interesse da parte della Fed. E questo, insieme all'inflazione, crea un certo nervosismo nelle Borse. In Italia, buona performance di Btp e obbligazioni
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana dei mercati è partita con qualche incertezza. A rendere gli indici nervosi sono soprattutto le notizie provenienti dagli Stati Uniti, dove l'inflazione si combina con i dati “troppo” positivi sul mercato del lavoro (a novembre, +263.000 nuovi posti contro i 200.000 previsti). Il motivo per cui questi numeri influenzano negativamente le Borse è chiaro: le cifre mostrano che gli Usa possono tollerare nuovi aumenti dei tassi di interesse senza contraccolpi per l'economia reale. Il fenomeno è visto come un via libera agli aumenti dei tassi, che ça va sans dire non piacciono ai mercati.
Le indecisioni dei mercati sono, dunque, un “discorso americano” e sono legati ai nuovi aumenti che saranno decisi dalla Fed: a dimostrarlo è il calo maggiore dei mercati Usa (-1,70%) rispetto a quelli europei (-0,50%), che evidentemente hanno tenuto nonostante i dati negativi sull'inflazione, diffusi venerdì scorso.
L'exploit dei Btp
In Europa prosegue invece il ritorno dell'obbligazionario: in particolare in Italia i bond hanno invertito la rotta, con i rendimenti adesso in discesa. I Btp hanno superato il 4% prima delle elezioni, per poi attestarsi sul 3,75%. È fin troppo chiaro che la dinamica dei buoni del tesoro, che ha portato gli spread sotto quota 190, non è né merito, né demerito del governo, ma è assolutamente indipendente dall'azione dell'esecutivo e dalla sua manovra finanziaria. Che – lo avevamo più volte anticipato – è in gran parte “blindata”, poiché deve destreggiarsi negli stretti margini di autonomia lasciati dall'Europa.
Il gas torna su
A preoccupare, invece, è l'aumento del prezzo del gas, a cui ha fatto da contraltare la nuova, bizzarra trovata delle autorità comunitarie. Secondo gli ultimi orientamenti, per fronteggiare il caro-bollette, l'Ue ammetterebbe aiuto di stato alle imprese, ma solo ai paesi che se lo possano permettere. Detto in parole povere, Germania e Francia sì, Italia no. Una misura che, se prendesse davvero corpo, sarebbe in palese contrasto con i principi europei di solidarietà.
E il petrolio...
Il petrolio, invece, resta abbastanza stabile: attualmente il prezzo si muove tra 75 e 85 dollari al barile. Sì è dunque rapidamente raffreddato il mini-picco del 5 dicembre, con il Brent a un passo da quota 90, aumento causato dalle notizie sull'allentamento delle restrizioni Covid in Cina, ma soprattutto dalla ricostituzione delle riserve strategiche americane.
Rispetto al mese scorso, in ogni caso, la situazione è più favorevole, perché il dollaro ha ripreso a calare (non solo sulla nostra moneta: il biglietto verde ha infatti raggiunto i minimi degli ultimi tre mesi rispetto allo yen). Un euro meno debole significa prezzi più favorevoli di gas e petrolio, che sono quotati in dollari.
L'indebolimento della valuta americana ha anche contribuito a rilanciare l'oro, tornato al valore più congruo di 1.800 dollari l'oncia. A influenzare il trend positivo anche un rimbalzo su tutti gli asset, comprese le criptovalute.
Blog Bce duro con i bitcoin
A proposito di criptovalute, ha fatto scalpore un articolo dal titolo emblematico (Bitcoin's last stand) apparso lo scorso 30 novembre sul blog della Bce. I due autori - Ulrich Bindseil, direttore generale della divisione Infrastruttura di mercato e pagamenti e Jürgen Schaaf, consulente) hanno bollato l'attuale rimbalzo dei bitcoin come “un ultimo sussulto” vissuto dalla moneta virtuale “prima di avviarsi all’irrilevanza”. Un giudizio molto netto che si discosta dai toni usuali del blog Bce, solitamente paludati.
Niente di nuovo sotto al sole, verrebbe da dire. Già tre o quattro anni fa, i banchieri centrali si esprimevano negativamente nei confronti delle crypto; in seguito si è verificato un improvviso innamoramento per questi asset, ma ora tutto è tornato come prima. Eppure, lo strumento è sempre stato opaco e ad alto rischio, e ora sta trascinando nelle sabbie mobili molti investitori e persino stati sovrani.
Parliamo di El Salvador, primo paese al mondo ad adottare il bitcoin come valuta nazionale (insieme al dollaro) e ora a un passo del default. Il presidente Nayib Bukele ha buttato acqua sul fuoco, garantendo che l'esperimento va avanti, e che lui stesso acquisterà un bitcoin al giorno; tuttavia, la catastrofica perdita di valore della più importante moneta virtuale ha un impatto devastante sulle casse di un paese con un ingente debito pubblico.
Debito che – a quanto sembra - sarà acquistato dalla Cina, nell'ambito di un accordo di libero scambio che presumibilmente porterà San Salvador nell'orbita di Pechino. Perché in economia (come in politica) nessuno fa niente per niente.
Auto elettriche, Svizzera verso lo stop?
Non sarà solo El Salvador a legarsi mani e piedi ai cinesi. Senza neppure la fatica di comprarsi i nostri debiti pubblici, Pechino aumenterà inevitabilmente la sua influenza sull'Europa dal momento in cui il nostro continente smetterà di produrre automobili endotermiche, virando su quelle elettriche. Se n'è accorta persino l'Ue, grande motore della transizione verso le e-cars, che ha dovuto ammettere l'assenza di tecnologia e di imprese europee specializzate in questo campo.
Nel mentre, dalla Svizzera arriva una notizia che ha del clamoroso: la Confederazione starebbe per annunciare l'alt alle auto elettriche in tutto il suo territorio. La misura sarebbe introdotta con un pacchetto di norme per limitare il consumo di energia da Basilea a Chiasso: con gli attuali costi, un pieno con l'auto elettrica inizia a costare persino di più che un rifornimento di benzina. Anche in un paese come la Svizzera che non ha ridotto le accise di un centesimo, con annessa crisi dei distributori di confine.
Il progetto, pur temporaneo, accende un faro sull'inconsistenza delle decisioni Ue (di cui la Svizzera non fa parte, pur essendone inevitabilmente influenzata): come abbiamo ripetuto più volte, la conversione all'elettrico che si completerà nel 2035 è una decisione miope. Piuttosto, occorrerebbe puntare sulle auto a idrogeno, finanziando la ricerca e gli investimenti in un settore veramente ecologico ed economico.
Torna lo Stato in economia
In Italia ha fatto scalpore l'intervista dell'HuffPost ad Alberto Clò. Il ministro dell'industria del governo Dini ha dichiarato che, dopo l'ubriacatura neoliberista, lo stato sta tornando nell'economia.
Se ciò fosse vero (e i segnali ci sono tutti – da Tim, a Priolo, alle autostrade) le dinamiche di intervento pubblico dovranno essere del tutto differenti di quelle che abbiamo sperimentato fino a metà degli anni Novanta. In quel periodo, le partecipazioni statali non erano altro che un modo illecito di finanziare i partiti e arricchire vari manager pubblici lottizzati. D'altra parte, anche le privatizzazioni a tappeto che hanno contraddistinto gli anni Novanta non hanno giovato al consumatore – a parte l'apertura al mercato della telefonia, unica operazione di questo tipo a rivelarsi conveniente per l'utenza. Per il resto, si è passati da monopoli pubblici a monopoli privati, spesso svenduti e ancora più spesso fonte di arricchimento da parte delle grandi imprese, anche a costo della stessa sicurezza dei cittadini.
Per questo motivo, è lecito vedere con favore il ritorno di alcune infrastrutture sotto il controllo dello Stato, soprattutto se queste sono strategiche per il paese. Se un'azienda pubblica è gestita bene, dà ottimi risultati: basti pensare che Eni ed Enel, in cui lo Stato detiene solo il 30% (con la golden share) macinano utili. Che si riversano anche nei forzieri delle casse pubbliche.
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Mercati, navigazione tranquilla
Il rimbalzo di luglio si sta confermando anche nel corso di agosto. Il mese prossimo potremo capire meglio se siamo in presenza della tanto agognata ripresa. Senza trascurare le incognite provenienti dal rincaro delle materie prime, vera e propria spada di Damocle sull'economia reale.
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari
Il rimbalzo partito lo scorso luglio sta proseguendo. È ancora presto per capire se si tratti di un fenomeno passeggero o di un segnale di ripresa: a settembre, quando la totalità degli operatori tornerà in servizio, potremo capirne qualcosa di più. Senza dimenticare, ovviamente, la scure della crisi provocata dalla guerra e dall'aumento dell'energia elettrica, potenzialmente distruttivi per le imprese e l'economia di mezzo mondo.
È ancora presto, si diceva, per delineare i possibili trend. Ma un elemento già emerge: i dati non sono così negativi come inizialmente si pensava. Anche l'inflazione si sta attestando su nuovi livelli, senza ulteriori rincari: un'ulteriore dimostrazione che il mercato ha i suoi anticorpi. E i suoi limiti, difficilmente valicabili: oltre a un certo livello non è possibile spingersi.
Sta di fatto che oggi la navigazione è tranquilla e il mare è calmo. Il decennale tedesco offre rendimenti tra lo 0,8% e l'1,2%, mentre quello americano il 2,6%. E questi dati favoriscono la ripresa.
Anche lo spread veleggia su quota 210 e offre una fase di relativa tranquillità – il che non è poco, soprattutto nel mezzo di una campagna elettorale. A questi prezzi i mercati offrono un cuscinetto di garanzia che tranquillizza investitori e risparmiatori: la lettura dei dati suggerisce che molto difficilmente si scenderà sotto i minimi fatti registrare da gennaio a oggi. È quindi ragionevole rimanere nell'investimento, o addirittura aumentare il proprio peso.
Meglio l'Europa
Sì, aumentare il proprio peso. Ma dove? Un buon livello di consenso consiglia di guardare ai titoli value europei piuttosto che a quelli americani.
In Europa, i titoli value hanno fatto crescere gli utili in maniera maggiore di quelli growth – un fenomeno non riscontrabile oltre oceano. Poi - è chiaro - qualsiasi società che oggi vale dieci volte gli utili, fra dieci anni potrebbe raddoppiare il capitale anche se non dovesse crescere. Questo non succede – e da nessuna parte - nei titoli growth. Perché per poche società che, come Google o Amazon, hanno raddoppiato il loro valore, ci sono anche altre aziende che hanno causato agli investitori la perdita di una gran parte del capitale, se non dell'intera somma allocata.
Cosa scegliere, invece, in Italia? Alcuni dei titoli con le maggiori capitalizzazioni del listino promettono buoni rendimenti, purché si investa nel medio-lungo periodo. L'operazione conviene anche solo considerando i dividendi attesi, a cui occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto. A ben vedere, questi titoli di Piazza Affari promettono rendimenti molto vicini a quelli che una volta erano offerti dai titoli di Stato.
La discesa del petrolio
In generale, abbiamo quindi visto, i fari sono accesi sui mercati europei che cercano di consolidare la ripresa. Unico punto critico di una situazione tranquilla è il freno ai mercati proveniente dalla Cina, che dipende essenzialmente dai nuovi lockdown decisi dalle autorità di Pechino.
D'altra parte, però, il rallentamento che proviene da oriente ha anche un effetto positivo: contribuisce cioè al calo del valore del petrolio, con tutto quello che ne consegue per le aziende e per i prezzi al consumo. Uno studio di Goldman Sachs prevedeva che entro fine anno il greggio si sarebbe spinto a 180-190 dollari: mai dire mai, si usa dire, ma la situazione attuale rende questa congettura assai improbabile. Oggi il Brent è più vicino ai 90 che ai 100 dollari al barile e il Wti è persino sotto i 90. E non è detto che non si scenda ancora.
Ma il gas va sempre più su...
Il trend petrolifero sta favorendo la discesa dell'inflazione americana e creando qualche speranza per la tenuta dell'economia reale nel mondo occidentale. Ma potrebbe non essere sufficiente, a causa del prezzo del gas, che continua ad aumentare (questa settimana ad Amsterdam si è raggiunto il prezzo record di 233 dollari per kilowattora, con un rialzo del 6%).
Il fenomeno, che sembra inarrestabile, avviene per i problemi noti, ma anche (e soprattutto) a causa degli speculatori che ne approfittano a mani basse. Basti pensare che il gas acquistato dall'Eni costa, teoricamente, un euro per il 90% dell'approvvigionamento e 3 per il restante 10%. Se non che, alla fine il prezzo finale è quello più caro, applicato all'intero stock – vale a dire, il 100% viene acquistato a 3 euro. Questo esempio fornisce già un quadro chiaro delle vere cause del rincaro selvaggio.
Se poi si aggiunge che ogni nave americana impegnata nel trasporto di gas via mare guadagna 250 milioni di dollari per singolo tragitto, si ottiene una spiegazione ancora più completa dell'intero scenario.
Se nessuno riuscisse a intervenire, il prossimo autunno potrebbe rivelarsi molto problematico. Si rischia un “raddoppio del raddoppio” dei costi energetici – tutto questo mentre la campagna elettorale italiana ha reso marginale il problema, che invece è drammaticamente centrale. Se le previsioni negative dovessero avverarsi, molte imprese ne verrebbero travolte, con esiti davvero disastrosi per lavoratori e consumatori.
C'è chi scende e c'è chi sale
Se il petrolio fa respirare le aziende e il gas rischia di soffocarle, l'oro dà ulteriori segni di stabilità. Il metallo giallo è infatti risalito un po', ma si trova sempre in una fascia neutrale, confermandosi sempre in un prezzo di protezione. In altri termini non ha perso nulla, ma non si è completamente posto al riparo di un'inflazione che continua a rimanere fra il 7% e l'8%.
Da questi dati si capisce quanto avesse ragione Warren Buffett quando diceva che un dollaro americano collocato in Borsa nel 1943 e conservato fino a oggi ha un valore 30 volte maggiore rispetto allo stesso investimento in oro. E se lo ha detto un uomo che recentemente ha proprio puntato sul metallo giallo, gli si può ampiamente credere.
L'oro, come abbiamo ricordato più volte, non è più un bene rifugio. In questo ruolo, almeno temporaneamente, è stato scalzato dal franco che, dopo i tanti sforzi della Banca Nazionale Svizzera per mantenere quota 1,20, ha sfondato la parità sull'euro e sta continuando a galoppare, facendo registrare record su record. E, secondo gli esperti, proseguirà la sua corsa: John Plassard, analista di Mirabaud Banque, ha previsto ulteriori apprezzamenti della moneta elvetica.
Il dollaro americano si è invece stabilizzato in una valutazione vicina alla parità: la corsa del biglietto verde si è fermata, ma la valuta americana non retrocede, nonostante una serie di problematiche dell'economia americana e l'avversione, da parte degli Usa, all'idea di dollaro forte.
Giappone, deludono i dati sul pil
Infine, un'osservazione sul pil giapponese, che ha un po' deluso le aspettative a causa di un calo delle scorte. Si tratta, comunque, di valori moderati, che non preoccupano più di tanto, e che possono rappresentare un fattore contingente legato all'inflazione. D'altra parte è utile non drammatizzare troppo un dato trimestrale, privilegiando maggiormente una visione di insieme, anche alla luce degli sviluppi economici (e geopolitici) mondiali.
Il Giappone, ricordiamolo, ha mantenuto una politica di tassi a zero, dimostrando di privilegiare la crescita rispetto alla lotta all'inflazione. Tokyo ha un punto fermo: non può permettersi una recessione. È la grande lezione di Shinzō Abe, che sopravvive allo statista recentemente scomparso. E che, probabilmente, darà i suoi frutti a lungo termine, quando occorrerà pagare le pensioni a una popolazione sbilanciata sugli anziani. Un problema che accomuna il Giappone all'Italia (ricordiamolo, i due paesi sono tra i più longevi del mondo). E che occorrerà affrontare anche alle nostre latitudini, per evitare che, fra dieci o vent'anni, lo stato non sia più in grado di pagare le pensioni a causa del grande numero di persone che si sono ritirate dal lavoro.
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