Trump-Musk, una lite “spaziale”

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Fra Donald Trump ed Elon Musk ormai è scontro aperto. Dopo le prime schermaglie, la querelle è sfociata in una vera e propria escalation a suon di attacchi incrociati, anche di tipo personale. La fine della “luna di miele” fra il presidente degli Stati Uniti e il suo ormai ex best buddy era stata prevista da vari commentatori fin dall’inizio: l’ego dei due – si diceva – è troppo smisurato perché l’idillio possa durare. E così è stato: la collisione è avvenuta e ha fatto il botto.

L’escalation

La rottura, però, non è giunta all’improvviso. Già prima ancora di insediarsi, Trump aveva annunciato senza ombra di dubbio il ridimensionamento della strategia “avanti tutta” sull’auto elettrica: pur non reagendo apertamente, Musk – come è logico immaginare – non aveva di certo accolto la riapertura al fossile brindando a champagne. Discorso diverso per i dazi, criticati dal magnate sudafricano, che più tardi – cioè al momento di lasciare il Doge – aveva rincarato la dose, contestando duramente gli sgravi fiscali e i mancati tagli al bilancio. L’esternazione di Musk ha innescato uno scontro sempre più duro, con un rapido e progressivo aumento di intensità e uno scambio di accuse e minacce miserevoli.

Allarme Space X

La lite fra Trump e Musk, però, non è soltanto la semplice rottura fra un leader politico e un suo grande finanziatore e collaboratore. Perché l’imprenditore sudafricano ha una posizione dominante nel programma spaziale Usa, che è legato in gran parte alla sua SpaceX. Se Musk decidesse di negare tutto a un tratto agli Stati Uniti l’utilizzo della navicella per trasportare gli astronauti americani sulla Stazione Spaziale Internazionale (cosa che ha già minacciato, per poi ritrattare), la Nasa non disporrebbe più di collegamenti fra terra e spazio. Portando magari Trump a chiedere un “passaggio” a Vladimir Putin e a utilizzare le strutture russe. Un eventuale stop alla collaborazione fra governo Usa e SpaceX – comunque regolata da un contratto – avrebbe anche ripercussioni sulla difesa. E’ per questo che Nasa e Pentagono stanno cercando alternative. Un “piano B” urgente, anche se Space X è un’infrastruttura troppo centrale per essere abbandonata. La pace fra i due nuovi ex amici sembra difficile; tuttavia entrambi ci hanno abituati a giravolte e passi indietro, e potrebbe presentarsi un alibi per una riconciliazione. Come, per esempio, la posizione comune dei due nei confronti dei gravi disordini in corso in California, per cui Trump ha mobilitato Guardia Nazionale e marines.

Bce e Fed, pianeti diversi

Se la rottura fra Trump e Musk è cosa recente, le frizioni con Jerome Powell (anch’egli repubblicano) si trascinano da un po’ di mesi. Non è dato di sapere se l’inquilino della Casa Bianca manterrà il presidente della Federal Reserve al suo posto fino a fine mandato, previsto per fine gennaio 2028; tuttavia, la dichiarazione di Trump (secondo cui il nome del nuovo leader Fed “sarà rivelato presto”) lascia aperta anche la possibilità di una sua sostituzione anticipata. Intanto Powell – con grande disappunto di Trump – resiste e non abbassa i tassi, proseguendo nella linea hawkish che distanzia la Fed dalla Bce. L’Eurotower, infatti, ha optato per la scelta opposta, effettuando un ritocco da 25 punti base, il quarto dell’anno. La discesa del costo dell’euro dal 2% all’1,75% non cambia molto nella vita di imprese e famiglie: una politica monetaria equivalente o minore del 2% è compatibile con il tasso di equilibrio che identifica una situazione normale – a condizione che i tassi non tornino negativi.

Le Borse tengono

Il costo basso del denaro spiega il motivo per cui le Borse europee tengano bene (e meglio di quelle americane, pur in recupero) nonostante l’economia stagnante. Siamo ora in attesa dei dati relativi al secondo semestre, che probabilmente ci confermeranno un andamento in tono minore, ma sempre in leggera salita. Non c’è infatti motivo che giustifichi una discesa delle Borse, nonostante il moltiplicarsi dei problemi geopolitici e istituzionali, contro cui i listini si sono dimostrati discretamente impermeabili. Per chi ha liquidità, potrebbe essere una buona scelta mantenere le azioni in portafoglio e magari optare per acquisti selezionati nei titoli utility (che offrono buoni dividendi e sono molto difensivi, nel caso in cui i mercati ripieghino) e petroliferi, vista la quotazione attuale.

Successo Btp

Chi ha optato per rendimenti sicuri ha invece contribuito al “tutto esaurito” nel collocamento dei nuovi Btp. Sebbene le performance siano comprese fra l’1.85% e il 2.30% e malgrado ci sia molto meglio sul mercato, i buoni del tesoro sono andati a ruba, spinti anche dalla fiducia nell’investimento senza rischi e nei record dello spread, arrivato sotto quota 95.

Investimenti, occhio alle truffe

La Consob, intanto, ha puntato un faro sui finfluencer, cioè personaggi dei social network che si propongono come consulenti agli utenti internet. L’authority ha ricordato che non basta proporsi al pubblico e promettere mari e monti per essere credibili: il settore degli investimenti finanziari è molto delicato, e per operare occorre essere operatori seri, scrupolosi e soprattutto autorizzati. Se l’influencer finanziario lo è – se cioè rispetta le stringenti regole europee – non ci sono problemi. Altrimenti occorre ignorarne le lusinghe di guadagni facili e senza rischi. “I risparmiatori che accedono ai contenuti condivisi dai finfluencer”, ha scritto infatti la Consob, “devono evitare di assumere decisioni di investimento in maniera affrettata, esclusivamente sulla base di quello che altri fanno (“effetto gregge”) o sulla spinta emotiva di informazioni generiche e non verificate in merito al tipo di investimento e alla persona che le fornisce”. Attenzione dunque a “presunte occasioni di investimento prospettate come altamente redditizie nonché prive di rischio a fronte di esborsi limitati: bisogna sempre ricordare, infatti, che gli investimenti finanziari comportano l’assunzione di un certo grado di rischio. Particolare cautela anche nei riguardi dei possibili conflitti di interessi in capo a chi diffonde informazioni rispetto agli investimenti oggetto di valutazione. Le decisioni di investimento vanno assunte in modo consapevole e informato, prestando la massima attenzione”.
Le avvertenze delle autorità di vigilanza sulle possibili truffe negli investimenti vogliono, in fondo, comunicare lo stesso messaggio contenuto in tono fiabesco dalla storia di Pinocchio: nessuno, sotterrando gli zecchini, ha mai assistito alla crescita di un albero colmo di monete. In un mondo, come quello del web, dove prosperano emuli “digitali” del Gatto e della Volpe, occorre riconoscere i loro metodi e non cadere nelle loro trappole, rivolgendosi solo agli intermediari autorizzati e consulenti finanziari iscritti all’albo.

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Trump attacca Powell. E il dollaro arretra ancora

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Nella settimana che si è aperta con l’improvvisa scomparsa di Papa Francesco, i mercati si confermano poco intonati. Mentre l’Europa cerca di tenere con i denti i suoi valori e di evitare nuovi storni, in attesa di tempi migliori, New York continua a soffrire per il terremoto causato dai dazi e dalle tensioni fra il presidente Usa Donald Trump e la Federal Reserve. Le Borse americane sono ancora in una decisa fase “orso”, anche se non hanno raggiunto i minimi dell’anno. Sugli Stati Uniti pesano molto la fuga degli investitori, che si rivolgono ad altri mercati, e l’indebolimento del dollaro che perde dall’euro e da gran parte delle principali valute mondiali. Per comprendere la situazione del mercato americano è sufficiente ricordare che da inizio anno l’Europa ha sovraperformato gli Stati Uniti di 22 punti; il valore è una combinazione fra l’andamento dell’Eurostoxx e l’arretramento del dollaro, che da inizio anno ha lasciato sul campo l’11%.

Tutto giù, oro su

La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina ha effetti negativi sull’economia reale, soprattutto americana, ma non solo. Anche la maggior parte delle materie prime soffre: dal petrolio, con Brent e Wti ancora sotto i 70 dollari al barile, fino a rame e alluminio, ai minimi dell’anno. In controtendenza l’oro, che dopo l’ultimo attacco di Trump al presidente Fed Jerome Powell – definito sul social Truth Mr Too Late ha raggiunto i massimi, fino a sfiorare i 3.500 dollari l’oncia (e superare il crinale dei 3.000 euro). Il “re dei metalli” ha da tempo recuperato la funzione di bene rifugio che tempo addietro sembrava aver perso. Tuttavia, a causa della svalutazione del dollaro, l’investimento in asset aurei conviene molto di più agli americani che non da questo lato dell’oceano.

Scontro istituzionale

I rapporti fra Trump e Powell, si diceva, sono pessimi. Praticamente ai minimi storici. Da tempo, il presidente Usa spinge per un abbassamento dei tassi di interesse, con l’obiettivo di favorire la crescita economica e le Borse. Il numero uno della Fed, invece, resiste sulla posizione hawkish, paventando un rischio di stagflazione causata dalla politica trumpiana sui dazi e affermando senza mezzi termini che gli Stati Uniti entreranno in una recessione a lungo termine. La ritrosia di Powell nell’abbassare il costo del denaro è comprensibile, dato il quadro attuale, aggravato da un inusuale perdita di appeal di azioni e obbligazioni americane e il rischio stagflazione, che porterebbe al rincaro di tutti i beni made in Usa. La luna di miele fra Trump e Powell sembra davvero finita: difficile che i rapporti – anche personali – fra i due tornino normali (anche se, quando c’è di mezzo il presidente Usa non si può mai sapere). L’inquilino della Casa Bianca ha addirittura minacciato di licenziare Powell e di sostituirlo con un esponente dall’approccio più dovish (la dichiarazione è stata successivamente smentita). Una via molto accidentata, dato che la legge permette il siluramento di un presidente Fed solo in occasioni molto circostanziate (e non sembra questo il caso) e piazza paletti per salvaguardare l’indipendenza della banca centrale. Trump sarà in realtà costretto ad aspettare la scadenza del mandato di Powell, prevista a maggio 2026, per poi puntare su qualcun altro. Ma sempre considerando la spada di Damocle del debito pubblico molto alto, che non consente a Washington di perdere la storica fiducia degli investitori, e il chiaro sostegno che i mercati stanno assicurando alla politica del governatore.

In attesa della retromarcia

Anche per le questioni legate al debito e al deterioramento dell’economia è probabile che Trump debba prima o poi mollare la presa, soprattutto sul fronte dazi. Le elezioni di mid term non sono poi tanto lontane e l’elettore americano vota pensando al suo portafoglio. Il presidente americano ha provato a premere sulla Fed per il taglio aggressivo dei tassi proprio per avviare una fase espansiva, in grado di stimolare la crescita e, indirettamente, di non erodere il consenso per i Repubblicani. Ma non ha fatto i conti con i rischi inflattivi causati dalla politica aggressiva sui dazi. Ciò che preoccupa è l’indole orgogliosa di Trump, che però potrebbe inventare qualche escamotage per uscire dall’impasse da lui stesso partorita. Questi segnali sono già chiari nei confronti dell’Europa, e sono emersi dall’incontro con la premier italiana Giorgia Meloni. Tuttavia, gli scontri con la Cina sono più difficili da ricomporre, dato che si è scatenata una vera propria faida, che ha portato Pechino a bloccare l’importazione di gas americano e a respingere le forniture di Boeing, mentre gli investitori cinesi lasciano i Treasury per concentrarsi su Bund e anche Btp. Per fare retromarcia, dunque, occorreranno al Tycoon tanta abilità e una dose sufficiente di “faccia tosta”.

Resa dei conti in Generali

In Italia tiene banco il conto alla rovescia per la nuova assemblea di Generali, che si svolgerà domani. Gli azionisti avranno la possibilità di scegliere fra tre diverse liste: la prima, sostenuta da Mediobanca, punta alla riconferma dell’amministratore delegato Philippe Donnet; la seconda sarà capitanata dalla coppia Caltagirone-Delfin; la terza è promossa da Assogestioni. Prevedibilmente, lo scontro al vertice – preannunciato da bordate reciproche sulla joint venture con Natixis – avverrà fra le prime due liste. Ed è difficilissimo fare previsioni, soprattutto considerato che Unicredit non ha espresso un’intenzione di voto e potrebbe rivelarsi decisiva nella scelta della governance. Interessante, invece, è l’approvazione, da parte di Montepaschi, dell’operazione su Mediobanca, con l’86% dei consensi. Mentre il golden power del governo sull’operazione Unicredit-Bpm potrebbe indurre la banca di Piazza Gae Aulenti a ricorrere al Tar. Il risiko bancassicurativo, insomma, è in una fase caotica e aperta a ogni esito.

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Le previsioni per il nuovo anno

Dopo il grande rally avviato lo scorso novembre, il 2024 delle Borse offre ancora buone occasioni di investimento. Soprattutto nel settore bancario, che sembra conservare ampi margini di crescita. Ma, in generale, dai listini ci si attendono rendimenti più moderati, ben lontani da quelli raggiunti negli ultimi mesi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il 2023 si è chiuso un po' in sordina, complice il ritorno dell'influenza, che ha costretto a letto più di un milione di cittadini italiani. Grandi numeri, certo, ma dopo il Covid anche un’epidemia stagionale “tradizionale” può essere letta come un primo passo verso il ritorno alla normalità.

Questo pazzo, pazzo 2023

Dal punto di vista dell'economia, il 2023 appena concluso è stato tutto tranne che un anno normale. La cavalcata dei tassi ha visto, per molti mesi, le banche centrali europea, americana e inglese rincorrersi a ritmi serrati sul terreno della stretta monetaria, sviluppando scenari inediti. L'economia, anche grazie al costo del denaro sempre più alto, ha subito drammatici rallentamenti, i cui effetti sono però stati temporaneamente mitigati dall'ottimo andamento dei primi sei mesi. L'inflazione è stata fermata - anche se, come abbiamo visto, a caro prezzo. Le Borse, da parte loro, hanno offerto rendimenti inaspettati: dopo aver proseguito sull'onda del grande rimbalzo di ottobre 2022, i mercati hanno alternato lunghi momenti di tranquillità all'insegna del trading range a periodi di crescita, capaci di coinvolgere, a vario titolo, la maggior parte delle asset class. Dall'inizio dello scorso novembre, poi, si è verificato l'ormai “mitico” rally (sia azionario, sia obbligazionario), con performance che non si vedevano da fine anni Novanta. Gli investitori capaci di mantenere le posizioni e di rimanere con una duration lunga hanno potuto monetizzare molto bene e recuperare le perdite del 2022, o addirittura guadagnarci. Soprattutto chi, in Italia, ha puntato sul settore bancario e finanziario, re indiscusso delle asset class 2023, che (anche grazie alla presenza massiccia nel listino di Piazza Affari) ha portato l'azionario italiano fra i leader mondiali. Meno redditizi, invece, il settore farmaceutico e quello alimentare, classici titoli difensivi che offrono performance quando i mercati sono in difficoltà.

Tassi, presto la discesa

E ora? Che cosa si prevede per il 2024? Iniziamo con la politica monetaria delle banche centrali, elemento decisivo per determinare l'andamento dell'economia mondiale. Da questo punto di vista, gran parte delle case di investimento si aspetta (in generale) tagli dei tassi compresi tra i 75 e i 150 punti. L'inflazione, come già detto, è invece sotto controllo e non è così lontana dal 2%. Tutto, insomma, sembra preannunciare una lunga e morbida transizione verso la normalità che, a meno di eventi geopolitici estremi (non così improbabili, purtroppo), dovrebbe assicurare un anno abbastanza tranquillo. Anche se, quasi sicuramente, il mercato azionario non offrirà risultati eccezionali come lo scorso anno. Se l'economia darà cenni di ripresa, potremo dunque aspettarci andamenti di mercato buoni e rendimenti fra il 5% e il 10% tra flusso dividendi attesi e crescita.

Banche, il rally non è concluso

Ancora una volta, potrebbe essere premiato un atteggiamento all'insegna del sovrappeso di titoli bancari e finanziari italiani, che – nonostante il boom dell'ultimo anno – hanno ancora ampi margini di crescita. Lo ha fatto capire, senza troppi giri di parole, anche Andrea Orcel: l'amministratore delegato di Unicredit ha quantificato il valore reale della sua banca a 45 euro, quasi il doppio rispetto alle quotazioni attuali. L'osservazione, mutatis mutandis, vale per l'intero sistema, soprattutto se si verificheranno ulteriori consolidamenti (in pole position, Mps e Banco Popolare). Il prosieguo della crescita del settore è supportato dai numeri: ci si attendono utili di esercizio 2023 a oltre 43 miliardi (contro i 2 del 2020). Tuttavia, nonostante la progressione dei profitti e la corsa dell'asset class, i mercati internazionali non credono fino in fondo nelle potenzialità di questo settore. Perché all'estero ci sono ancora pregiudizi sulle banche italiane. E perché – Unicredit e Intesa Sanpaolo a parte – i titoli dei nostri istituti di credito sono relativamente piccoli, e i grandi operatori li guardano con occhi distratti. Mentre non dovrebbero farlo. Anche perché, più in generale, nel corso dell'anno appena iniziato le small e mid cap potrebbero ritagliarsi un ruolo da protagoniste, dopo che nel 2023 sono rimaste indietro rispetto alle large sia in Europa, sia negli Stati Uniti.

Obbligazioni, rendimenti in calo

Nell'obbligazionario, i rendimenti sono destinati a scendere.  Per i Btp siamo già rapidamente passati dal 5% del 31 ottobre scorso a percentuali sotto il 3,5%, con cui si è aperto l'anno. Spesso i mercati precorrono i tempi e lo stanno dimostrando anche in questo caso. Quasi sicuramente, nel corso del 2024, i buoni del tesoro si porteranno al 2,5%, forse addirittura al 2%. Un po' più alta la performance che ci si attende dai corporate bond, e ancora maggiore quella delle obbligazioni con subordinati bancari, con rischio più elevato. Entrambe le categorie dovrebbero essere presenti in forza nel mix di investimento, insieme ai buoni del tesoro italiani e degli altri paesi periferici. Il rendimento atteso, tuttavia, si inserisce tra il 4% e il 5%: difficile ottenere ulteriore capital gain sulla componente obbligazionaria.

Le incognite geopolitiche

Tradizionalmente, l'andamento delle valute è imprevedibile, perché il forte potere di indirizzo delle banche centrali ne condiziona in modo forte l'andamento. Dati economici alla mano, avevamo previsto l'indebolimento del dollaro, tornato a un livello di 1,10: con tutti i condizionali del caso, si può ipotizzare, per il 2024, un ulteriore calo del biglietto verde fino a 1,15 e oltre, per i problemi di disavanzo e decrescita dell'economia americanaL'anno in corso potrebbe invece segnare il recupero dello yen: un leggero aumento dei tassi (ancora negativi) in Giappone proprio mentre ci si aspetta il calo del costo del denaro nel resto del mondo obbligherebbe gli investitori che hanno scelto il carry trade con debito nella valuta nipponica e investimenti in euro o dollari a smontare rapidamente le posizioni. E ciò rafforzerebbe lo yen. A livello di macroaree proseguirà la forte crescita indiana, a fronte di un rallentamento della Cina, tra crisi immobiliare e problemi di domanda interna. L'Europa, affossata dalla guerra russo-ucraina e dalla crisi tedesca, rischia di confermarsi fanalino di coda. A fare il resto saranno le incognite geopolitiche e i grandi appuntamenti elettorali del mondo occidentale: le elezioni europee, quelle britanniche e le presidenziali americane, che al momento sembrano le più incerte. Dai risultati delle urne potrebbero uscire indirizzi importanti sia sulla prosecuzione o meno delle guerre in atto, sia sull'economia mondiale. In particolare, i prossimi leader del mondo occidentale decideranno definitivamente se la transizione alla mobilità elettrica sarà radicale (come dettato dall'indirizzo attuale) oppure soft e più aperta alle scelte individuali.

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Calo dei tassi: la Fed inizia a organizzarsi

Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, ha prefigurato una possibile diminuzione, nel corso del 2024, di 75 punti base. E i mercati si aspettano un decremento quasi doppio. Nessun segnale dalla Banca Centrale Europea. Anche se...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Quest'anno, come è stato detto più volte in questi giorni, il Babbo Natale dei mercati ha assunto le sembianze di Jerome Powell. Annunciando che nel 2024, negli Stati Uniti, sarà possibile una riduzione dei tassi di interesse pari a 75 punti, il presidente della Federal Reserve ha contribuito a innescare un'atmosfera di ottimismo, che ha ingenerato grandi aspettative. Non per niente, dopo l'esternazione del numero uno della Fed, i mercati si sono spinti ben più in là, arrivando a prevedere un calo dei tassi fino a 145-150 punti.

Strategie divergenti

L'annuncio di Powell ha portato benefici soprattutto ai listini americani, che la scorsa settimana hanno ottenuto una performance superiore rispetto a quelli europei. Anche per l'atteggiamento dell'Eurotower. Christine Lagarde, presidente della Bce, ha infatti affermato che a Francoforte non si è parlato di tagli. Dov'è la sorpresa? - verrebbe da dire. Le strategie della Banca Centrale Europea – almeno dalla fine dell'era Draghi – si sono rivelate discutibili. In prima battuta non è stata prevista l'inflazione, con un ritardo nel rialzo dei tassi; poi si è scelta la strada di un riaggiustamento troppo incalzante e decisamente esagerato. Ora si insiste sui livelli di inflazione, che sarebbero ancora troppo alti, mentre la situazione è in via di miglioramento e l'obiettivo del 2% è a portata di mano. All'Eurotower ci sono fior di analisti, che conoscono la situazione: non si comprende quindi questa resistenza a oltranza, che impedisce di “ascoltare” i cambiamenti. I mercati, che solitamente anticipano i tempi, hanno invece un atteggiamento diverso: non credono all'attendismo espresso da Christine Lagarde e puntano sul calo dei tassi anche in Eurolandia. Lo dimostra l'asta dei Btp annuali, che ha decretato un valore del 3,75%, con uno spread sotto 170 punti base. Ciò, appunto, evidenzia l'ottimismo diffuso su un taglio del costo del denaro. Magari non a marzo (mese in cui i mercati si aspettano i primi movimenti verso il basso da parte della Fed), ma comunque a stretto giro.

2024, prime indicazioni

Queste aspettative influenzano, e non di poco, le previsioni sul 2024 dei mercati. A iniziare dalle obbligazioni. Per sei mesi abbiamo consigliato di rimanere lunghi di duration: ora la discesa del Btp sotto il 4% conferma la nostra visione. Una volta che il costo del denaro inizierà a scendere, il lungo termine si confermerà sempre più la strategia obbligazionaria migliore. Chi si posizionerà con duration lunga potrà assicurarsi per cinque anni rendimenti intorno al 5%, dotandosi di un hedging contro eventuali storni dei mercati azionari. Chi invece insisterà a rimanere corto (o non potrà fare altrimenti) rischierà di scendere sotto il 2%. L'azionario, invece, dovrebbe veleggiare abbastanza tranquillo, o con lievi perdite o con guadagni moderati. Le economie, come ricordato, sono in rallentamento e i rendimenti in doppia cifra di quest'anno si riveleranno irrealizzabili. Il 2023 ha restituito performance eccezionali: chi è rimasto fuori, ha perso un'opportunità molto forte. Se ci sarà una crescita, presumibilmente sarà moderata. Stesso discorso si può fare per eventuali flessioni: a meno di un “cigno nero”, o comunque di un evento esterno molto problematico, non è ipotizzabile una discesa dei mercati oltre il 5%.

India batte Cina

Sull'inflazione, come detto, c'è ottimismo. E questo nonostante la ripresa dell'alluminio e di altre materie prime dopo 20 mesi di calo. Una risalita di questi asset non è sufficiente a mettere a rischio i prezzi (più pericolosa potrebbe invece rivelarsi una lettura integrale dell'Agenda 2030, soprattutto sul versante dell'elettrico). Più che l'inflazione, a preoccupare è il rallentamento dell'economia europea (con la crisi industriale tedesca che fa tremare l'intero continente) e americana. E soprattutto cinese. Pechino mostra una situazione davvero preoccupante: le aziende lavorano ormai un solo turno, mentre molta gente inizia a tornare nelle campagne, provocando uno svuotamento delle case in città e uno squilibrio sul fronte immobiliare. Mentre a crescere è l'economia indiana. Nuova Delhi ha avviato investimenti molto forti, soprattutto su infrastrutture, e aprirà 30 centrali a carbone per supportare l'industrializzazione – scelta che ha fatto storcere il naso a molti Paesi partecipanti alla recente Cop28. Il mercato azionario indiano, da parte sua, viaggia già a multipli molto elevati. Mentre la popolazione del Paese ha superato quella cinese.

Giappone, ancora immobilismo sui tassi. Per ora

Se la Bce, almeno ufficialmente, non parla ancora di taglio dei tassi, si allineano a questo approccio anche Banca d'Inghilterra e Banca Nazionale Svizzera (quest'ultima, però, con percentuali decisamente più basse). La Banca del Giappone, da parte sua, ha confermato che per ora i tassi restano in territorio negativo. Nel 2024, tuttavia, Tokyo potrebbe decidere una piccola sortita in controtendenza, con un rialzo contenuto che avrebbe l'obiettivo di rafforzare lo yen. Se questa evenienza si realizzasse, si potrebbe concretizzare una situazione paradossale, con le banche centrali europee e americana intente ad allentare la stretta e quella giapponese, tradizionalmente refrattaria ad aumenti del costo del denaro, impegnata ad abbandonare il territorio negativo e ad alzare i tassi. Una simile mossa – che, se decisa, sarebbe comunque sporadica e probabilmente limitata nel tempo – costringerebbe gli investitori che hanno scelto posizioni lunghe yen contro euro (o dollaro) a smontarle frettolosamente. Restituendo una certa forza alla valuta nipponica.

Il turismo salva l'economia italiana

Banca d'Italia ha ridotto a +0,6% le stime del Pil nazionale 2024. Il fenomeno, che dipende soprattutto dalla politica monetaria, i cui effetti si fanno sentire sempre a scoppio ritardato, non deve comunque preoccupare più di tanto, dato che discutiamo di pochi decimali. Se l'economia italiana sta comunque a galla, si legge invece sui dati Confindustria, grande merito deve essere attribuito al turismo internazionale. Effettivamente, i numeri da record registrati nel 2023 (a settembre +11,8% sullo stesso periodo dell'anno precedente, a prezzi correnti) hanno portato più benefici che problemi (l'inflazione sui prezzi degli alberghi). Si potrebbe fare ancora di più? Sì e no. Perché il turismo è un settore che può crescere, ma non in maniera esponenziale, dato che i posti disponibili non si possono aumentare di molto. Detto questo, a penalizzarci sono l'insufficienza delle infrastrutture e la burocrazia farraginosa, che rende difficili gli investimenti. Al pari, naturalmente, dei limiti di spesa imposti dall'Unione Europea.

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Moody's promuove l'economia italiana

L'agenzia ha confermato il rating del nostro Paese, alzando l'outlook da negativo a stabile. Hanno contribuito alla valutazione gli impatti positivi del Pnrr, la solidità dei gruppi bancari e il calo dei costi energetici. Ma anche la consapevolezza che il mondo non potrebbe sopportare una nuova crisi. Il giudizio positivo abbatte lo spread e fa volare i titoli delle aziende di credito

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

L'Italia supera brillantemente l'esame di Moody's. L'agenzia ha infatti confermato il rating Baa3, alzando l'outlook da negativo a stabile. Ed evitando in questo modo contraccolpi per i titoli di stato e lo spread. A spingere il Belpaese verso la conferma del giudizio già espresso da S&P, soprattutto le ricadute positive del Pnrr, il forte balzo in avanti delle banche e la diminuzione dei costi energetici rispetto al 2022, anche per la diversificazione delle forniture e le azioni del governo sulle infrastrutture.

I motivi di un successo

L'Italia, promossa prima da S&P, poi da Moody's, tira dunque un sospiro di sollievo. E si prende anche le sue rivincite: molti ricordano le previsioni negative delle grandi banche internazionali sui titoli di stato italiani, che ora vengono frettolosamente corrette in corsa. Un esempio su tutti, quello di Citigroup, che lo scorso settembre aveva consigliato di vendere i Btp italiani a causa dello spread: bene, ora la stessa banca newyorkese ha semplicemente riconosciuto di essersi sbagliata. Sospiro di sollievo, si diceva, ma non stupore. Perché una valutazione positiva era nell'aria per varie ragioni. I tre motivi che abbiamo già elencato, certo. Ma anche cause più “macro”. In primo luogo, il mondo non può permettersi nuove crisi finanziarie, soprattutto su paesi, come l'Italia, che sono cruciali nella tenuta dell'intera economia monetaria europea. Poi, la situazione della nostra economia che, lo abbiamo ricordato molte volte, è migliore di quella registrata da altri Paesi europei, e oltre a questo si presenta in crescita. Certo, a svantaggiare l'Italia c'è la stagnazione, oltre a un debito pubblico atavicamente alto. Ma anche su questo fronte, Moody's ha ricordato che la situazione è in miglioramento: a fine 2023, ha affermato l'agenzia di rating, è previsto un calo, mentre il rapporto debito/pil scenderà dal 141,7% al 140,3%. Valori ancora lontani dalla situazione pre-Covid, ma comunque in progressivo calo. Oltre a questo, non è mai inutile ricordare che alcuni Paesi a economia avanzata hanno una situazione debitoria ben peggiore rispetto al nostro. Il Giappone, per esempio. E gli Stati Uniti, che per il quarto anno consecutivo chiuderanno con un deficit stratosferico (8%), contro il 5% dell'Italia. Se il nostro Paese fosse nella stessa situazione, sarebbe in default da tempo.

Banche a gonfie vele

Il rating positivo di Moody's ha spinto in alto i titoli bancari italiani, già protagonisti di ottime prestazioni. A influire in modo decisivo, il calo degli spread Btp-Bund, che – anche in seguito alla valutazione dell'agenzia di rating – hanno proseguito la discesa da un valore di oltre 200 a poco sopra quota 170.  La correlazione tra la presenza forte dei titoli di stato nel portafoglio delle banche e l'orizzonte positivo che il rating Moody's ha dato al Btp è molto chiara. E si inserisce in un momento già di per sé favorevole per il settore. Lo diciamo dall'inizio dell'anno: investire sulle banche è particolarmente redditizio, perché gli istituti di credito hanno un valore borsistico molto più basso rispetto a quello reale. E perché, in un periodo di tassi alti, il settore non può che crescere. Ora, forse, acquistare titoli bancari potrebbe sembrare tardivo, dato che il grande balzo in avanti è stato compiuto. Ma è probabile che il trend di crescita riservi ancora soddisfazioni per il comparto, almeno fino a quando i tassi resteranno a questo livello. Una menzione speciale per Montepaschi, che ha chiuso la scorsa settimana a +13,7% (contro il pur lusinghiero +3,5% di Piazza Affari) e che ha archiviato con successo il collocamento del 20% del capitale effettuato dallo Stato. Ciò dimostra che a volte gli interventi pubblici, quando effettuati a regola d'arte, sono una necessità. Questo è, appunto, il caso di Montepaschi, che spicca il volo dopo molte difficoltà. Le banche sono la benzina perché l'economia funzioni: i trend di Piazza Affari lo stanno ampiamente dimostrando. Il paradosso è che, nonostante questi ultimi record borsistici, il mercato abbia valutazioni ancora basse. Anche in uno scenario da cui emerge un rallentamento economico, dunque, le Borse europee non hanno nessun motivo per scendere.

Mercato unico dei capitali

Archiviata (o messa in pausa, fate voi) la saga dei tassi, Christine Lagarde ha puntato il faro su un progetto che le è particolarmente caro: l'unione del mercato dei capitali. Il settore obbligazionario, ha detto la presidente Bce, è tre volte minore rispetto a quello americano, e il rapporto Ue-Usa del capitale di rischio è addirittura di uno a cinque. Un distacco davvero forte, in grado di frenare l'economia reale del nostro continente che, secondo il numero uno della Banca Centrale Europea, con l'unificazione potrebbe realizzare un esteso mercato delle cartolarizzazioni. Tra i benefici, anche la possibilità di incrementare i finanziamenti alle aziende più innovative: a opinione di Christine Lagarde, il mercato unico dei capitali potrebbe consentire di raccogliere 535 miliardi di euro l'anno per circa 4.800 aziende europee. Il tema è ricorrente e potenzialmente realizzabile. Prima, però, è necessario risolvere alcuni nodi, come per esempio il nuovo patto di stabilità. Le cui regole, lo ricordiamo ancora, non dovranno ricalcare quelle fallimentari della precedente versione.

Materie prime

Nel frattempo, il gas si è stabilizzato nella fascia 40-50, mentre il petrolio è poco sopra gli 80 dollari al barile. Alla fine, la quota accontenta un po' tutti: con un'economia mondiale in difficoltà, e minacciata da varie guerre sparse per il mondo, una quota vicino agli 80 dollari fa comodo a tutti: i produttori guadagnano comunque, mentre non si crea inflazione. Intanto, il Financial Times ha rivelato che il petrolio russo non viene quasi mai venduto per meno di 60 dollari al barile, come stabilito dal price cap europeo. Qualcuno si meraviglia. Ma, con un gioco di parole, è lecito sorprendersi che qualcuno si sorprenda. Proprio come le sanzioni, anche il price cap è stato introdotto da un quinto del mondo. I restanti quattro quinti continuano a commerciare con Mosca e a ignorare le decisioni dei Paesi occidentali. Che, tra le altre cose, non hanno smesso del tutto di comprare gas dalla Russia, pur in minori quantità.

Terremoto Argentina

Tra i Paesi attualmente in bilico tra l'Occidente e i Brics c'è l'Argentina, la cui posizione sullo scacchiere mondiale potrebbe cambiare dopo la vittoria del filo-americano Javier Milei. Difficile che il nuovo capo di stato riesca a fermare l'adesione di Buenos Aires ai Brics, anche perché ogni sua decisione dovrà passare dall'esame del parlamento. Tuttavia, un certo ricollocamento della politica estera (e dell'economia) argentina probabilmente avverrà. In ogni caso, più che per il suo programma economico, basato su privatizzazioni a raffica e dollarizzazione dell'economia, Milei è stato votato dagli elettori per lasciarsi alle spalle i protagonisti del dissesto economico argentino degli ultimi 20 anni. Una gestione poco accurata capace di portare a ben tre crisi economiche un Paese che, se gestito bene, avrebbe le risorse per potersi risollevare. E arrivare a competere con gli stati più ricchi del mondo.

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Primo warning dai mercati

Archiviato l'ottimo primo semestre 2023, le Borse chiudono la prima settimana di luglio in negativo. A incidere sull'arretramento potrebbe essere l'imminenza dei nuovi rialzi dei tassi, praticamente scontata a Francoforte, ma anche a Washington

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo aver archiviato un semestre record, i mercati hanno lanciato il primo warning dell'anno. È ancora presto per comprendere se si tratti di un trend o di un evento isolato, anche perché i mesi di luglio e agosto del mondo finanziario sono tradizionalmente più tranquilli; tuttavia, è possibile che i listini abbiano abbozzato una reazione negativa all'imminenza di nuovi rialzi dei tassi.

Previsioni difficili

Da oggi in avanti, tutto è possibile. Le previsioni per il primo semestre di quest'anno parlavano di un lungo periodo di calo scatenato dalla dura stretta monetaria a Francoforte, Washington e Londra. Invece, come abbiamo visto, si sono verificati rialzi che non si vedevano da lungo tempo, con grandi performance ottenute nei primi 45 giorni dell'anno, un lungo periodo intermedio di calma e un nuovo rimbalzo a fine semestre. Può darsi, quindi, che i listini siano in grado di superare anche il doppio rialzo che, su entrambe le sponde dell'Atlantico, sembra scontato. Nel dubbio, per i risparmiatori, è meglio mantenere le posizioni, senza aumentare peso sul mercato. Chi volesse ampliare i suoi investimenti, può ancora puntare sui titoli finanziari italiani, i cui numeri sono eccezionali, sia a livello di utili, sia in prospettiva come remunerazione: nei bancari, in particolare, ci si aspettano cedole tra l'8% e il 12%, nonostante il marcato rallentamento economico.

Obbligazioni, Btp e Gilt

Promettenti anche le obbligazioni: oggi come oggi, in uno scenario che vede una diminuzione dei tassi non prima del 2024, appare molto conveniente puntare su bond a scadenza quattro-cinque anni. Una formula che attualmente sembra migliore rispetto alla soluzione a uno-due anni, che offre una performance maggiore sul breve termine ma rende meno agevole reinvestire a scadenza alle stesse condizioni. Ultimamente, si è rivelato molto conveniente l'investimento sui Gilt, i titoli di stato inglesi che, pur meno rischiosi (AA) dei Btp, rendono di più (il 5%). La spiegazione risiede nel tasso di Londra, che sopravanza dell'1,5% quello Ue. Il rating inglese, da parte sua, risente di una situazione particolare, che vede la Bank of England detenere il 30% del debito pubblico, come del resto accade in Giappone. Questa politica, inimmaginabile nell'Unione Europea, controbilancia l'inflazione fuori controllo, rendendo più appetibili e meno rischiosi i titoli di Sua Maestà. Chi invece volesse scommettere una piccola parte del suo capitale (senza però rischiare troppo) potrebbe investire sulla Grecia. Superati i tempi peggiori, Atene brilla per stabilità politica e le sue attuali valutazioni sono nettamente inferiori rispetto alle maggiori piazze europee. Il margine di crescita è dunque alto, anche se il mercato ellenico è piuttosto ridotto e periferico.

Tassi, scarsi margini di manovra

Tornando ai tassi, sembra molto difficile che le banche centrali cambino in corsa la loro strategia. Se i due aumenti dello 0,25% sembrano scontati per la Bce, arrivano – come già anticipato - segnali molto simili dalla Fed, che pur aveva dato qualche indizio di discontinuità con l'effimera sospensione di una strategia al rialzo. Il ritorno alla stretta monetaria è stato chiaramente preconizzato da chiari messaggi lanciati da alcuni dirigenti della banca centrale americana. Come Michael Barr, vicepresidente della Fed, che vede l'obiettivo vicino, aggiungendo però che “abbiamo ancora un po’ di lavoro da fare”. Ancora più diretta la presidente della Fed di Cleveland, Loretta Mester, secondo cui “per garantire che l’inflazione torni su un percorso sostenibile e rapido verso il 2%” i tassi dovrebbero “aumentare ulteriormente rispetto al livello attuale e poi rimanervi per un po’ di tempo, mentre accumuliamo maggiori informazioni sull’evoluzione dell’economia”. Questa strategia, che riporta la Federal Reserve sui binari su cui è sfrecciata nell'ultimo anno, non sembra però giustificata da ulteriori aumenti di energia e cibo, il cui costo sembra in discesa. L'unico settore che soffre il caro-prezzi, in varie parti del mondo, è quello dei servizi, con i consumatori che (soprattutto in Europa) sembrano disposti a spendere qualsiasi cifra per trascorrere le ferie, nonostante un aumento dei biglietti aerei che tocca il 20%. L'eccesso di domanda per un'estate in luoghi esotici, o in città d'arte europee, risponde all'esigenza di tornare a viaggiare dopo le restrizioni e i sacrifici a cui siamo stati costretti nei periodi più duri del Covid.

Brics, sfida al dollaro

Intanto, nell'imminenza del summit dei Brics, in programma a Città del Capo dal 22 al 24 agosto, si torna a parlare di un progetto per allentare la dipendenza di questi paesi dal dollaro. Vari i rumours che si susseguono. Il più ricorrente parla di una “sovravaluta unica” dei Brics garantita da oro o terre rare - piano ai limiti dell'impossibilità, sia per la sua imponenza, sia per i rischi a cui sarebbero sottoposte le valute nazionali. Meno proibitiva, anche se non certo agevole, una ridiscussione degli equilibri di Bretton Woods che non contempli la creazione di una nuova valuta da zero. Come i progetti per costruire una possibile alternativa al sistema di pagamenti interbancario Swift, che attualmente gestisce la quasi totalità delle transazioni al mondo. Sicuramente la sfida al dollaro, pur di non facile realizzazione, potrebbe raccogliere l'adesione di varie aree del pianeta. Anche per motivi politici, con un Sudamerica particolarmente ostile al “monrovismo” americano e l'Africa desiderosa di affrancarsi dal neocolonialismo di stampo europeo. Qualsiasi progetto venga intrapreso, il dominus della de-dollarizzazione non potrebbe essere altro che la Cina, leader naturale della sfida aperta agli Stati Uniti e al mondo occidentale. Quella stessa Cina che, proprio in un periodo poco favorevole per i mercati asiatici, sta cercando di manovrare sottotraccia contro i tagli sauditi alla produzione di petrolio. Pechino, come è risaputo, non ha materie prime, e potrebbe sfruttare un'ulteriore diminuzione del costo del greggio per raggiungere la leadership dell'economia mondiale.

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Bce, le nuove dichiarazioni portano scompiglio in Borsa

Le esternazioni di Christine Lagarde e del suo vice Luis De Guindos hanno inciso negativamente sui mercati. A spaventare gli investitori i nuovi rialzi dei tassi, ma soprattutto la vendita dei titoli di stato, che da marzo saranno ceduti al ritmo di 15 miliardi di euro ogni mese

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Ancora una volta, le dichiarazioni di Christine Lagarde hanno portato sconquasso sui mercati. Nel corso di una conferenza stampa tenuta la scorsa settimana, la presidente della Bce ha annunciato nuovi aumenti dei tassi (che cresceranno “al ritmo di 50 basis point alla volta per un certo periodo”) e la vendita, dal prossimo marzo, dei titoli di stato in pancia all'istituto centrale, con una cadenza iniziale di 15 miliardi di euro ogni mese. Una posizione, questa, che ha decisamente portato la politica dell'Eurotower sulle posizioni dei falchi. E che rischia di catapultare l'Europa (e l'Italia) in un nuovo 2011.
L'aumento progressivo dei tassi (prossimo appuntamento a inizio 2023) non è certo una novità e le dichiarazioni di Christine Lagarde e del suo vice Luis De Guindos (“Ci saranno altri rialzi dei tassi di interesse, non so fino a quando. Sono assolutamente onesto: non lo so”) erano ampiamente previste. Meno scontato, invece, lo stop così ravvicinato al quantitative easing, che dei due annunci è quello che ha spaventato maggiormente gli investitori.

Problema di comunicazione
L'ennesima uscita infelice della presidente Bce ha buttato un enorme masso nello stagno delle economie europee, rendendo inquieti i mercati e innescando un nuovo incremento degli spread: le Borse hanno perso più del 3%, mentre i nostri Btp hanno lasciato sul terreno oltre l'8%.
Intendiamoci: la Bce (insieme alla Fed) ha spento un rimbalzo che stava già affievolendosi (la difficoltà dei tecnologici negli Stati Uniti, per esempio, ha fatto la sua parte). Tuttavia, la comunicazione in casa Bce è un problema decisamente spinoso, che deve essere affrontato il prima possibile. Le gaffe della presidente Bce assomigliano sempre di più al classico battito d'ali di una farfalla a Tokyo che causa un uragano a New York.
Se si volesse scherzare su questi avvenimenti, si potrebbe azzardare una nuova strategia di investimento: mettersi short ogni volta che Christine Lagarde annuncia una conferenza stampa, per evitare i disastri che puntualmente fanno seguito alle sue dichiarazioni.

Pressioni sul Mes
Oltre a dettare la nuova linea di Francoforte, con il brusco passaggio tra il whatever it takes e la vendita dei titoli di stato, la numero uno della Bce si è ritagliata uno spazio tutto dedicato all'Italia, augurandosi una rapida approvazione del Mes da parte del nostro parlamento. Un via libera che è necessario perché questo organismo possa partire: dopo l'ok della corte costituzionale tedesca, l'unico stato membro a non dare via libera al fondo salvastati è proprio l'Italia, dove l'argomento è poco popolare nell'attuale maggioranza, ma non solo.
I timori espressi da alcune forze politiche sono però comprensibili: a quanto previsto, il Mes sarebbe dotato di poteri troppo ampi, che sfiorerebbero l'autoreferenzialità.
Finora, le istituzioni italiane tengono la linea: la camera ha deciso di “non approvare il disegno di legge di ratifica della riforma del trattato istitutivo del Mes”, con 164 voti favorevoli e 138 contrari. Il veto, insomma, sembra resistere, anche se in futuro, obtorto collo, il parlamento dovrà probabilmente tornare sui suoi passi. Troppe le pressioni, pochi gli spazi di autonomia che i paesi membri hanno nell'ambito della Ue.

I rischi del cashless
Lo dimostra palesemente il “caso-Pos”. Nella manovra finanziaria (che, ricordiamolo, aveva ricevuto il placet in sede Ue) era indicato l'incremento della soglia sopra cui gli esercenti sono obbligati a permettere un pagamento con carta, che si sarebbe elevata da 30 a 60 euro.
L'innalzamento del tetto – effettivamente eccessivo – si concretizzava comunque come misura assolutamente marginale, nonostante i polveroni scatenati nel mondo politico (forse per distogliere l'attenzione da altri problemi) e in sede comunitaria. Alla fine, le critiche di Bruxelles sono state sufficienti per convincere il governo ad alzare bandiera bianca e mantenere invariato il limite.
Ci si chiede: se le pressioni europee sono in grado di favorire la cancellazione di una norma accessoria come i nuovi limiti ai pagamenti elettronici, quanto sarà possibile resistere sul Mes, argomento centrale per l'Ue?
Detto questo, gli scenari di un futuro cashless fanno davvero paura. La storia recente ci mostra già chiari esempi in proposito. I greci ricordano ancora i tempi in cui ai cittadini furono bloccati i prelievi bancomat. In Cina, i pagamenti elettronici sono la base del “credito sociale”, che blocca la possibilità di effettuare transazioni in caso di dissenso nei confronti dell'autorità. In Iran, questa leva è utilizzata per fermare la dissidenza, mentre il Canada ha congelato i conti correnti dei camionisti in protesta.
I precedenti ci fanno temere che una società senza contante potrebbe essere esposta ad abusi di potere e interventi oltre il limite del consentito. Trasformando la vita quotidiana dei consumatori in una corsa a ostacoli e intervenendo sui nostri risparmi con la stessa strategia con cui sono stati gestiti i ban sui social network.

Giappone, mossa a sorpresa
Ha sorpreso la decisione della Banca centrale del Giappone, che ha dato via libera all'oscillazione dei tassi sulle obbligazioni decennali pari a 50 basis point (in entrambe le direzioni). Il provvedimento, che si discosta dalle tradizionali strategie dell'istituto centrale nipponico, risponde all'esigenza di “migliorare il funzionamento del mercato e incoraggiare una formazione più fluida dell’intera curva dei rendimenti, mantenendo nel contempo condizioni finanziarie accomodanti”, si legge in una nota dell'istituto centrale.
La nuova strategia ha causato da un lato un tonfo alla Borsa di Tokyo, dall'altro un andamento a “montagne russe” dello yen, prima ai minimi su euro e dollaro, poi protagonista di un successivo recupero.

Petrolio, navigazione tranquilla
La bufera imperversa ovunque, ma il prezzo del petrolio è ancora sotto gli 80 dollari al barile, anche a causa degli aumenti dei tassi. Ci si chiede se la Casa Bianca inizierà a ricostituire le riserve strategiche, la cui vendita – manovra molto lungimirante in un periodo di apparente calma - ha fruttato a Washington circa 4 miliardi di dollari, portando però la Strategic Petroleum Reserve ai minimi storici.
La ricostituzione delle riserve, su cui l'amministrazione Biden non si è ancora espressa, potrebbe segnare una nuova svolta e provocare un rincaro del greggio.

Il nuovo price cap
Sul fronte del gas invece è stato trovato un nuovo accordo europeo, che ha abbassato il price cap da 275 a 180 euro a megawattora. Un limite ancora troppo alto, se si considera che oggi il prezzo del metano ad Amsterdam è di poco sopra quota 100 e che le bollette che stanno arrivando a famiglie e aziende sono comunque molto alte. In parole più semplici, se davvero il prezzo del gas dovesse raggiungere i 180 euro e mantenersi stabilmente a quel livello, molte aziende chiuderebbero. Il nuovo accordo, quindi, non sposta più di tanto gli equilibri, né evita rischi fortissimi per le economie dei paesi europei.

Argentina campione del mondo di calcio. E di inflazione
Tra i paesi fornitori di materie prime c'è anche il Qatar, che in questo mese è stato al centro dell'attenzione. Sia per i Mondiali di calcio, da poco conclusi, sia per i finanziamenti illeciti agli europarlamentari, oggetto di indagini da parte della magistratura belga.
A proposito di Mondiali, ci si chiede se e quanto la conquista della Coppa del Mondo da parte di Messi e compagni contribuirà a combattere le attuali difficoltà economiche dell'Argentina.
Difficile esprimersi in proposito. Le vittorie di Inter e Milan in Champions League, come l'Italia mondiale del 2006, contribuirono a piccoli rialzi del Pil del nostro paese. Ma l'Argentina, in questo momento, si sta avvicinando a un'inflazione-monstre del 99,6%, che potrebbe portare il paese all'ennesimo default sul debito estero.
Simili percentuali non agevolano certo un aumento di comidas in bar e ristoranti e di altri consumi dovuti ai festeggiamenti post-finale.
Certo è che molti supporter argentini, interpellati prima della finale, avevano affermato di preferire la Coppa del Mondo a un allentamento della spirale inflattiva. “Prima il Mondiale, poi si vedrà”, era il refrain delle interviste lungo un'affollatissima Avenida Pellegrini.
La Coppa è ora a Buenos Aires, fra il tripudio dei porteños. Ma la vera impresa, piuttosto che la vittoria ai rigori sulla Francia, è sistemare una situazione economica che per l'ennesima volta è ampiamente fuori controllo.

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