Il debito francese preoccupa i mercati

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La scorsa settimana, la corsa dei bond governativi ha portato i decennali americani a un massimo di 5,35%, quelli francesi intorno al 5% e gli italiani al 4,75%, mentre lo spread Btp-Bund si è spinto fino a 125, per poi ripiegare intorno a 110. Le Borse, che fino a poco tempo prima avevano cercato di arginare in ogni modo la situazione, hanno ceduto complessivamente circa il 4%, con un picco negativo intorno al -2% raggiunto mercoledì scorso. La correzione risente anche dell’incertezza geopolitica e dei timori legati all’inflazione, che dipendono dai costi dell’energia (Brent oltre i 100 dollari e gas sopra gli 80 euro): il mercato ha scontato la minor crescita e ha venduto un po’ di valuta europea, favorendo il recupero del dollaro, per la prima volta da molto tempo sotto 1,12. Non per niente, Wall Street ha evidenziato un andamento migliore rispetto alle Borse europee.

Le banche arretrano

Lo storno è stato particolarmente pronunciato per Piazza Affari, in virtù della presenza massiccia di titoli bancari nell’indice. La ragione della correzione violenta di cui sono state protagoniste le azioni finanziarie per tre giorni è chiara: gli istituti di credito sono pieni di titoli di Stato, e se questi salgono di rendimento, impattano sul valore dei titoli.

Prove tecniche di rimbalzo

Prima del week end e in apertura di settimana, le Borse europee hanno poi tentato un cauto rimbalzo, aiutate anche dalle previsioni Fmi di un incremento del Pil mondiale pari al 3,1% per quest’anno. Wall Street, come accennato, ha invece performato meglio delle Borse europee, ma il Nasdaq vede grigio, soprattutto alla luce della perdita del 6% della Borsa coreana, registrata lunedì. Un dato che dipende dai titoli tecnologici e ovviamente fa temere un effetto domino, sulle Borse più esposte all’IA e sulla filiera. Uno dei punti critici che venerdì scorso si è dimostrato in grado di scatenare reazioni a catena è stato un rapporto del Financial Times, secondo cui a fine settembre i ricavi annualizzati di OpenAi erano vicino a 50 miliardi di dollari invece che i 70 indicati dalla stima dell’azienda. Sebbene ci sia il dubbio che la discrepanza dipenda da metodi diversi di calcolo, la comunicazione ha dato uno scossone ai titoli della filiera, a cominciare da Oracle, grande partner del gruppo di ChatGpt.

Francia, il debito preoccupa

La correzione della scorsa settimana è stata anticipata da alcuni segnali. Uno di questi riguarda una statistica relativa al S&P lo scorso settembre: nel mese, i 500 maggiori titoli equipesati avrebbero perso il 4,98%. Sempre a settembre si è verificato il rialzo dei tassi, accompagnato da dichiarazioni inequivocabili su nuove operazioni simili. E i buoni del tesoro hanno preso il volo, mentre si sono amplificate preoccupazioni già presenti da tempo sul debito pubblico francese e sulla sua sostenibilità. Una simulazione mostra che se, in una situazione di rialzo dei tassi e di bilanci pubblici uguali a ora, il debito francese e quello americano fossero rinnovati, aumenterebbero del 20% nel 2030. A Parigi, la questione si interseca con la campagna elettorale per le presidenziali del prossimo anno. Marine Le Pen, data per favorita dai sondaggi, ha dichiarato che non esiterà a utilizzare la leva fiscale per sistemare i conti pubblici. Da parte sua Jean-Luc Mélenchon, che le previsioni danno come possibile contendente al ballottaggio, ha proposto di non rimborsare 600 miliardi di debito pubblico verso la Bce, per poi cercare nuovi finanziamenti sul mercato. Operazione che, però, sarebbe davvero difficile, perché la sottoscrizione del debito dipende anche dall’affidabilità di un Paese nell’apparire in grado di rimborsare le pendenze. Abbiamo usato il termine “apparire” perché, in realtà, facciamo finta di credere che il debito pubblico sovrano, un giorno o l’altro, sia rimborsato. Mentre realisticamente non è così. Ciò che occorre evitare è la situazione estrema, e cioè il default, che però nella storia si è verificato più volte, specialmente in Francia e Spagna. In questa situazione, chi sta meno peggio tra i Paesi del G7 è proprio l’Italia, che ha un avanzo primario del 3%.

Arrivano le trimestrali (e le elezioni di mid term)

A breve si attendono nuove carte sul tavolo, in grado di condizionare l’andamento dei mercati: le trimestrali dell’economia reale e dei gruppi di credito. La diffusione dei dati partirà, come da tradizione, dagli Stati Uniti, per poi diffondersi in tutto il mondo. I numeri delle società quotate potrebbero dimostrarsi in grado di dettare la linea, in un senso o nell’altro, indirizzando le Borse verso una nuova fase. Sicuramente faranno la loro parte anche le mid term americane, che sono sempre più vicine, e il cui risultato potrebbe condizionare le scelte future di Donald Trump. Per ora, uno degli obiettivi dell’amministrazione repubblicana è di evitare scossoni, in vista proprio della consultazione elettorale. Tutto questo mentre a Hormuz la situazione è ancora tesa, e gli attacchi incrociati fra gli Houthi e l’Arabia Saudita rischiano di aggiungere nuovi problemi al mercato petrolifero. In questo quadro caotico si osserva la ricerca di alternative, tra cui il cambiamento delle rotte di navigazione. Il passaggio dallo Stretto di Magellano, per esempio, è cresciuto del 70%, sia a causa della situazione mediorientale, sia per la siccità a Panama. Allungare la navigazione, però, costa parecchio: l’esplosione delle spese, che fa il paio con l’aumento a dismisura dei premi assicurativi, non può che riverberarsi sul prezzo della merce. L’India, invece, guarda al lungo termine con il progetto “Nicobar”, ambizioso piano di infrastrutture che dovrebbe avere il compito di prevenire eventuali nuovi problemi agli stretti, primo tra tutti quello di Malacca. Il limite del progetto sono i tempi, dato che si prevede di ultimarlo nel 2047.

Extraprofitti

Il governo italiano è tornato a discutere su una maggiore tassazione delle banche e delle società energetiche. Si è però tornati a utilizzare il termine “extraprofitti”, che è assolutamente impreciso: in economia ci sono ricavi e perdite, non altre voci. Quindi, se aumento fiscale ci sarà, dovrà essere presentato come tale. Il governo, se intenzionato a proseguire su questa strada, sarà chiamato ad avere il coraggio di alzare il carico fiscale dei due settori di un punto in più, piuttosto che inventare formule che non hanno spazio nei bilanci di qualsiasi società. Una maggiore tassazione di banche e società energetiche presenta anche i suoi rischi in Borsa: primo fra tutti, il possibile calo dei dividendi legati ai titoli finanziari. Sicuramente possono essere provate strade alternative, come la tregua sui prezzi alla pompa raggiunta con le compagnie petrolifere. Una scelta di questo genere ha il merito di agire con effetto immediato sulle tasche dei cittadini, oltre che restituire ai gruppi un grande ritorno d’immagine.

Foto di Alexis Minchella su Unsplash


L'incubo degli spread spaventa i mercati

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il mercato obbligazionario non accenna a fermarsi. La scorsa settimana, il decennale americano è arrivato al 5,35%, percentuale che non si vedeva dal 2003; solo i dati sul lavoro Usa, che essendo peggiori del previsto hanno allontanato la possibilità di un imminente rialzo dei tassi, hanno favorito un leggero ripiegamento da questa percentuale. I decennali inglesi hanno, da parte loro sfiorato il 5,50%, mentre gli Oat francesi hanno toccato il 5% e lo spread è salito a 150, per poi arretrare un po’. Il trend ha contagiato anche l’Italia: i buoni del Tesoro sono saliti al 4,70% (per poi ridiscendere un po’), con un differenziale che è balzato nei dintorni di quota 120. Il motivo del “contagio” è di ordine tecnico: l’unico future a disposizione è sul Btp; chi voleva puntare contro la Francia ha perciò messo le sue fiches contro l’Italia, andando short sul nostro mercato e avviando la speculazione sui bond governativi tricolori. Della situazione ha beneficiato la Germania, considerato tuttora un porto sicuro, sebbene la solidità di Berlino non sia più un punto fermo come una volta.

Tempesta perfetta

La “tempesta perfetta” tra andamento anomalo dei bond governativi, inflazione, debito francese e crisi geopolitiche ha impattato sulle Borse europee, che la scorsa settimana hanno raggiunto i minimi da tre mesi a questa parte, lasciando sul terreno il 3% circa. I listini americani hanno invece evidenziato un andamento del tutto diverso. A trainare Wall Street sono stati i titoli tecnologici, che hanno spesso una reazione in controtendenza alle crisi borsistiche internazionali: quando gli indici europei subiscono una correzione importante, molti americani che avevano allocato denaro sui titoli del nostro continente decidono di riportare in patria gli investimenti, e spesso preferiscono puntare sull’innovazione. E’ così spiegato il rally del dollaro, che è sceso sotto gli 1,13 sull’euro per la prima volta dal maggio del 2025 e si è rafforzato anche sulla sterlina, raggiungendo un rapporto di 1,32. Mentre il leggero calo del franco svizzero sulle altre valute dipende probabilmente dal rialzo dei tassi in Giappone, che ha ridimensionato il ruolo di Tokyo come protagonista del carry trade. Questa dinamica ha spostato le attenzioni proprio su Berna, in virtù del tasso di riferimento allo 0%, che la Bns mantiene da giugno 2025.

Il peso del debito

Da molto tempo evidenziamo la capacità di resistenza che le Borse hanno sviluppato dopo la crisi causata dalla guerra russo-ucraina, ma anche la quasi ineluttabilità di una correzione. La domanda è quindi d’obbligo: il calo della scorsa settimana potrebbe rivelarsi l’esordio del “grande storno” che molti si attendono? E’ ancora presto per fornire una risposta, anche perché è in atto un generale recupero. Molto si giocherà sul terreno dei debiti sovrani: se lo spread fra titoli francesi e Bund tedeschi dovesse superare quota 150, e soprattutto se si verificasse l’effetto-contagio, si potrebbe temere una crisi borsistica di proporzioni serie. Per ora, come detto, i mercati stanno provando un rilancio, mentre lo spread francese cerca di allontanarsi dalla zona più pericolosa. Anche se si riuscisse a evitare l’esplosione del differenziale transalpino, sarebbe comunque molto arduo risolvere la questione del debito di Parigi che, per inciso, non rispetta il target del 3% dal post Covid. Oltretutto, sarebbe difficile applicare una ricetta condivisa per affrontare questo nodo: sia il taglio delle spese, sia l’aumento delle tasse rischierebbero di provocare proteste di piazza, che – di qualsiasi colore siano – in Francia si rivelano sempre molto problematiche.

Scadenze elettorali

Per decidere le sorti delle Borse nei prossimi mesi avrà un peso importante (se non determinante) anche la girandola di appuntamenti elettorali già aperta dalle presidenziali brasiliane, che proseguirà a novembre con le mid term americane e le elezioni anticipate spagnole, fissate per il 29 del mese dal premier dimissionario Pedro Sánchez, e culminerà il prossimo anno con le presidenziali francesi e le “politiche” italiane. Se Donald Trump prova mosse disperate per rovesciare un verdetto negativo già scritto, arrivando a promettere 5.000 dollari a ogni cittadino americano in caso di vittoria repubblicana, Sánchez cavalcherà quasi sicuramente la penuria di alloggi in Spagna, cercando di incanalare le proteste oceaniche di questi giorni per evitare una probabile sconfitta. Il tema della casa, in realtà, non è confinato alla Spagna, ma potrebbe esplodere come un bubbone in tutta Europa, dove da 50 anni non si affronta un piano strutturale di edilizia popolare.

Il petrolio non si schioda

Sul fronte petrolifero, la situazione sembra meno conflittuale rispetto alla scorsa settimana: da un lato pare che a Hormuz riesca ormai a transitare l’80% circa delle imbarcazioni; dall’altra, il blitz delle truppe governative yemenite ha allontanato gli Houthi da Bab el Mandeb, aprendo nuove possibilità al transito delle imbarcazioni attraverso il Mar Rosso. Nonostante ciò, l’atteso arretramento del prezzo del petrolio non è avvenuto, se non superficialmente; forse, il valore ancora alto del greggio (soprattutto del Brent) dipende dall’esigenza di smaltire il pregresso prima che avvenga l’adeguamento delle quotazioni. O forse siamo di fronte all’ennesimo caso di speculazione.

Btp: chi compra le scadenze lunghe copre l’inflazione

A queste condizioni, gli investimenti in obbligazioni governative rappresentano un’occasione che è consigliabile non farsi scappare. I Btp a due anni, per esempio, rendono il 3,5%; la performance è di poco al di sotto dell’inflazione, il cui tasso potrebbe però scendere nel corso del biennio. Da parte loro, i buoni del Tesoro decennali rappresentano, oggi come oggi, un’ottima scelta per due ragioni: la prima perché, con il loro 4,70%, offrono prestazioni superiori all’inflazione; in secondo luogo, con una simile performance e la sicurezza insita nelle obbligazioni governative, questi strumenti rivestono un ruolo di copertura nel caso in cui le Borse scendessero in maniera significativa.

Foto di Branimir Balogovic su Unsplash


Niente in ordine, tutto a posto

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Prosegue lo scenario che dura quasi ininterrottamente da alcune settimane. All’aggravarsi dei problemi geopolitici e alle loro conseguenze (prima tra tutte il caro-energia) si affianca il progressivo incremento del rendimento dei titoli di Stato, favorito dai tassi alti: il decennale americano ha ormai superato il 5,20%, il Bund rende più di 3,60% e i Btp quasi il 4,60%. Tuttavia – e anche questo è invariato – le Borse europee continuano a reggere, e quelle americane cedono qualcosa, ma comunque tengono. Il tono dei mercati li mostra davvero temprati alle crescenti difficoltà, testando la loro resistenza e i loro limiti. Con qualche eccezione legata ad alcuni titoli, come quelli difensivi, penalizzati dal volo dei bond. Le condizioni particolari del mercato rendono più attraente, per gli investitori, il mantenimento delle posizioni; al massimo, chi alla fine del terzo trimestre avrà ottenuto buone performance, potrebbe pensare di portare a casa qualcosa.

Caro-energia negli Stati Uniti…

La prossima sfida saranno le mid term americane, che però potrebbero essere già state scontate dai mercati. Una sonora sconfitta di Donald Trump, ampiamente annunciata e difficile da evitare, potrebbe portare i repubblicani a perdere non solo la Camera (il che è praticamente assodato), ma anche il Senato, dove traballano anche collegi fino a poco fa considerati “blindati”. Tra le cause del possibile crollo repubblicano, il costo dell’energia, che la guerra in Iran ha portato alle stelle. Finora il Wti resta nella fascia 90/100 dollari al barile, che ormai si è imposta come “terra di nessuno” tra il rischio di una pericolosissima avanzata dei prezzi a 120 o 150 e il ritorno nella “forbice di sicurezza” 70/80 se le armi nel Golfo dovessero tacere.

… e in Europa

Il problema dell’energia è ben più grave in Europa che non negli Stati Uniti, dato che a differenza degli Usa, l’Ue non può disporre di materie prime proprie, se non marginalmente. Inoltre, l’Europa soffre particolarmente per la compresenza, nello scacchiere mondiale, di due guerre – quella nel Golfo e quella in Ucraina, con le loro conseguenze sul prezzo del gas: attualmente, ad Amsterdam, il metano è sempre nella fascia 70/80 euro, ben oltre il livello di sicurezza.

Arabia Saudita: sale l’export. Ma non per noi

Dai giacimenti del Golfo, invece, arriva una notizia che a prima vista sembrerebbe positiva, ma in realtà non influisce sulla nostra situazione: nonostante gli attacchi all’Arabia, le esportazioni del petrolio saudita hanno raggiunto volumi che non si vedevano da tempo. Tuttavia, paradossalmente, i commerci con l’Europa trovano difficoltà, perché una parte importante del greggio destinato ai nostri lidi transitava proprio da quell’oleodotto sul Mar Rosso che ha subito l’attacco. I tentativi di contenere il prezzo alla pompa registrano un passo importante da parte delle compagnie petrolifere italiane: prima Eni, poi Ip hanno fissato un tetto per le tariffe della benzina. Ci si augura, naturalmente, che questa iniziativa scateni una virtuosa corsa al ribasso da parte dei gruppi energetici internazionali.

Il vertice Trump-Xi

La scorsa settimana, un altro evento ha tenuto il mondo in attesa: il vertice fra Donald Trump e Xi Jinping. Sebbene inizialmente le Borse avessero reagito positivamente ai preparativi per l’incontro, l’entusiasmo è pian piano scemato, e gli indici si sono concentrati sui temi ormai diventati usuali. La freddezza dei listini per gli esiti del vertice sta forse nel fatto che di risultati concreti ne sono stati prodotti pochi: tra questi, il prolungamento, da parte di Stati Uniti e Cina, della tregua commerciale, che durerà due mesi in più. Più precisamente, l’entrata in vigore delle pesanti tariffe reciproche, inizialmente prevista per il prossimo novembre, slitta al 10 gennaio. Poi si vedrà. Oltre a prendere tempo sulla “guerra dei dazi”, che lo scorso anno aveva visto l’annuncio di Trump e la reazione cinese, i due leader non hanno raggiunto altri obiettivi. A parte la messa in opera di una sorta di “telefono rosso” per la “super IA” (la cui abbreviazione sarà SI”), che eviti conseguenze potenzialmente distruttive nel caso in cui qualcosa non vada per il verso giusto. Per il resto, Trump ha dichiarato di non essere per nulla preoccupato che l’IA sfugga al controllo umano, ritenendosi soddisfatto delle norme attuali e schierandosi apertamente contro un’ulteriore regolamentazione del settore; Xi Jinping si è invece mostrato più propenso a un maggiore controllo, per garantire che l’IA (pardon, la SI) non sfugga alle decisioni umane. Sul dossier “freddo” di Taiwan e quello “caldo” dell’Iran, invece, le posizioni restano molto distanti.

Tim, ok per l’opas di Poste italiane

L’opas di Poste Italiane su Tim ha ampiamente superato il tetto minimo delle adesioni. Si è però fermato all’85,82%, di poco sotto a quel 90% che avrebbe permesso al “gigante giallo” di rivendicare il diritto di squeeze out, cioè l’acquisto automatico delle azioni restanti. Il risultato consentirà in ogni caso alle Poste di procedere alla fusione e al delisting di Tim dalla Borsa. Un esito ampiamente atteso, perché è molto forte l’esigenza di vedere un’infrastruttura strategica così importante tornare, seppur parzialmente, sotto il controllo pubblico.

Arrivano i “Btp gemelli”

Se l’offerta di scambio è stata un buon investimento per gli azionisti Tim, ora parte il conto alla rovescia per uno strumento aperto a tutti: la nuova emissione di Btp Valore. Anzi, “le nuove emissioni”, dato che saranno due i titoli di Stato a tutela crescente che verranno messi a disposizione dei risparmiatori. Il lancio contemporaneo (dal 19 e 23 ottobre) ha guadagnato loro il soprannome di “Btp gemelli”. La sovrabbondanza di richieste dimostra ancora una volta che, soprattutto in tempo di tassi alti, i titoli di Stato piacciono molto e, come ricordavamo in apertura, si impongono come veri concorrenti del mercato azionario.

Foto di Rochelle Lee su Unsplash


Trump attacca Powell. E il dollaro arretra ancora

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Nella settimana che si è aperta con l’improvvisa scomparsa di Papa Francesco, i mercati si confermano poco intonati. Mentre l’Europa cerca di tenere con i denti i suoi valori e di evitare nuovi storni, in attesa di tempi migliori, New York continua a soffrire per il terremoto causato dai dazi e dalle tensioni fra il presidente Usa Donald Trump e la Federal Reserve. Le Borse americane sono ancora in una decisa fase “orso”, anche se non hanno raggiunto i minimi dell’anno. Sugli Stati Uniti pesano molto la fuga degli investitori, che si rivolgono ad altri mercati, e l’indebolimento del dollaro che perde dall’euro e da gran parte delle principali valute mondiali. Per comprendere la situazione del mercato americano è sufficiente ricordare che da inizio anno l’Europa ha sovraperformato gli Stati Uniti di 22 punti; il valore è una combinazione fra l’andamento dell’Eurostoxx e l’arretramento del dollaro, che da inizio anno ha lasciato sul campo l’11%.

Tutto giù, oro su

La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina ha effetti negativi sull’economia reale, soprattutto americana, ma non solo. Anche la maggior parte delle materie prime soffre: dal petrolio, con Brent e Wti ancora sotto i 70 dollari al barile, fino a rame e alluminio, ai minimi dell’anno. In controtendenza l’oro, che dopo l’ultimo attacco di Trump al presidente Fed Jerome Powell – definito sul social Truth Mr Too Late – ha raggiunto i massimi, fino a sfiorare i 3.500 dollari l’oncia (e superare il crinale dei 3.000 euro). Il “re dei metalli” ha da tempo recuperato la funzione di bene rifugio che tempo addietro sembrava aver perso. Tuttavia, a causa della svalutazione del dollaro, l’investimento in asset aurei conviene molto di più agli americani che non da questo lato dell’oceano.

Scontro istituzionale

I rapporti fra Trump e Powell, si diceva, sono pessimi. Praticamente ai minimi storici. Da tempo, il presidente Usa spinge per un abbassamento dei tassi di interesse, con l’obiettivo di favorire la crescita economica e le Borse. Il numero uno della Fed, invece, resiste sulla posizione hawkish, paventando un rischio di stagflazione causata dalla politica trumpiana sui dazi e affermando senza mezzi termini che gli Stati Uniti entreranno in una recessione a lungo termine. La ritrosia di Powell nell’abbassare il costo del denaro è comprensibile, dato il quadro attuale, aggravato da un inusuale perdita di appeal di azioni e obbligazioni americane e il rischio stagflazione, che porterebbe al rincaro di tutti i beni made in Usa. La luna di miele fra Trump e Powell sembra davvero finita: difficile che i rapporti – anche personali – fra i due tornino normali (anche se, quando c’è di mezzo il presidente Usa non si può mai sapere). L’inquilino della Casa Bianca ha addirittura minacciato di licenziare Powell e di sostituirlo con un esponente dall’approccio più dovish (la dichiarazione è stata successivamente smentita). Una via molto accidentata, dato che la legge permette il siluramento di un presidente Fed solo in occasioni molto circostanziate (e non sembra questo il caso) e piazza paletti per salvaguardare l’indipendenza della banca centrale. Trump sarà in realtà costretto ad aspettare la scadenza del mandato di Powell, prevista a maggio 2026, per poi puntare su qualcun altro. Ma sempre considerando la spada di Damocle del debito pubblico molto alto, che non consente a Washington di perdere la storica fiducia degli investitori, e il chiaro sostegno che i mercati stanno assicurando alla politica del governatore.

In attesa della retromarcia

Anche per le questioni legate al debito e al deterioramento dell’economia è probabile che Trump debba prima o poi mollare la presa, soprattutto sul fronte dazi. Le elezioni di mid term non sono poi tanto lontane e l’elettore americano vota pensando al suo portafoglio. Il presidente americano ha provato a premere sulla Fed per il taglio aggressivo dei tassi proprio per avviare una fase espansiva, in grado di stimolare la crescita e, indirettamente, di non erodere il consenso per i Repubblicani. Ma non ha fatto i conti con i rischi inflattivi causati dalla politica aggressiva sui dazi. Ciò che preoccupa è l’indole orgogliosa di Trump, che però potrebbe inventare qualche escamotage per uscire dall’impasse da lui stesso partorita. Questi segnali sono già chiari nei confronti dell’Europa, e sono emersi dall’incontro con la premier italiana Giorgia Meloni. Tuttavia, gli scontri con la Cina sono più difficili da ricomporre, dato che si è scatenata una vera propria faida, che ha portato Pechino a bloccare l’importazione di gas americano e a respingere le forniture di Boeing, mentre gli investitori cinesi lasciano i Treasury per concentrarsi su Bund e anche Btp. Per fare retromarcia, dunque, occorreranno al Tycoon tanta abilità e una dose sufficiente di “faccia tosta”.

Resa dei conti in Generali

In Italia tiene banco il conto alla rovescia per la nuova assemblea di Generali, che si svolgerà domani. Gli azionisti avranno la possibilità di scegliere fra tre diverse liste: la prima, sostenuta da Mediobanca, punta alla riconferma dell’amministratore delegato Philippe Donnet; la seconda sarà capitanata dalla coppia Caltagirone-Delfin; la terza è promossa da Assogestioni. Prevedibilmente, lo scontro al vertice – preannunciato da bordate reciproche sulla joint venture con Natixis – avverrà fra le prime due liste. Ed è difficilissimo fare previsioni, soprattutto considerato che Unicredit non ha espresso un’intenzione di voto e potrebbe rivelarsi decisiva nella scelta della governance. Interessante, invece, è l’approvazione, da parte di Montepaschi, dell’operazione su Mediobanca, con l’86% dei consensi. Mentre il golden power del governo sull’operazione Unicredit-Bpm potrebbe indurre la banca di Piazza Gae Aulenti a ricorrere al Tar. Il risiko bancassicurativo, insomma, è in una fase caotica e aperta a ogni esito.

Foto di Richard Lee su Unsplash 


Moody's promuove l'economia italiana

L'agenzia ha confermato il rating del nostro Paese, alzando l'outlook da negativo a stabile. Hanno contribuito alla valutazione gli impatti positivi del Pnrr, la solidità dei gruppi bancari e il calo dei costi energetici. Ma anche la consapevolezza che il mondo non potrebbe sopportare una nuova crisi. Il giudizio positivo abbatte lo spread e fa volare i titoli delle aziende di credito

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

L'Italia supera brillantemente l'esame di Moody's. L'agenzia ha infatti confermato il rating Baa3, alzando l'outlook da negativo a stabile. Ed evitando in questo modo contraccolpi per i titoli di stato e lo spread. A spingere il Belpaese verso la conferma del giudizio già espresso da S&P, soprattutto le ricadute positive del Pnrr, il forte balzo in avanti delle banche e la diminuzione dei costi energetici rispetto al 2022, anche per la diversificazione delle forniture e le azioni del governo sulle infrastrutture.

I motivi di un successo

L'Italia, promossa prima da S&P, poi da Moody's, tira dunque un sospiro di sollievo. E si prende anche le sue rivincite: molti ricordano le previsioni negative delle grandi banche internazionali sui titoli di stato italiani, che ora vengono frettolosamente corrette in corsa. Un esempio su tutti, quello di Citigroup, che lo scorso settembre aveva consigliato di vendere i Btp italiani a causa dello spread: bene, ora la stessa banca newyorkese ha semplicemente riconosciuto di essersi sbagliata. Sospiro di sollievo, si diceva, ma non stupore. Perché una valutazione positiva era nell'aria per varie ragioni. I tre motivi che abbiamo già elencato, certo. Ma anche cause più “macro”. In primo luogo, il mondo non può permettersi nuove crisi finanziarie, soprattutto su paesi, come l'Italia, che sono cruciali nella tenuta dell'intera economia monetaria europea. Poi, la situazione della nostra economia che, lo abbiamo ricordato molte volte, è migliore di quella registrata da altri Paesi europei, e oltre a questo si presenta in crescita. Certo, a svantaggiare l'Italia c'è la stagnazione, oltre a un debito pubblico atavicamente alto. Ma anche su questo fronte, Moody's ha ricordato che la situazione è in miglioramento: a fine 2023, ha affermato l'agenzia di rating, è previsto un calo, mentre il rapporto debito/pil scenderà dal 141,7% al 140,3%. Valori ancora lontani dalla situazione pre-Covid, ma comunque in progressivo calo. Oltre a questo, non è mai inutile ricordare che alcuni Paesi a economia avanzata hanno una situazione debitoria ben peggiore rispetto al nostro. Il Giappone, per esempio. E gli Stati Uniti, che per il quarto anno consecutivo chiuderanno con un deficit stratosferico (8%), contro il 5% dell'Italia. Se il nostro Paese fosse nella stessa situazione, sarebbe in default da tempo.

Banche a gonfie vele

Il rating positivo di Moody's ha spinto in alto i titoli bancari italiani, già protagonisti di ottime prestazioni. A influire in modo decisivo, il calo degli spread Btp-Bund, che – anche in seguito alla valutazione dell'agenzia di rating – hanno proseguito la discesa da un valore di oltre 200 a poco sopra quota 170.  La correlazione tra la presenza forte dei titoli di stato nel portafoglio delle banche e l'orizzonte positivo che il rating Moody's ha dato al Btp è molto chiara. E si inserisce in un momento già di per sé favorevole per il settore. Lo diciamo dall'inizio dell'anno: investire sulle banche è particolarmente redditizio, perché gli istituti di credito hanno un valore borsistico molto più basso rispetto a quello reale. E perché, in un periodo di tassi alti, il settore non può che crescere. Ora, forse, acquistare titoli bancari potrebbe sembrare tardivo, dato che il grande balzo in avanti è stato compiuto. Ma è probabile che il trend di crescita riservi ancora soddisfazioni per il comparto, almeno fino a quando i tassi resteranno a questo livello. Una menzione speciale per Montepaschi, che ha chiuso la scorsa settimana a +13,7% (contro il pur lusinghiero +3,5% di Piazza Affari) e che ha archiviato con successo il collocamento del 20% del capitale effettuato dallo Stato. Ciò dimostra che a volte gli interventi pubblici, quando effettuati a regola d'arte, sono una necessità. Questo è, appunto, il caso di Montepaschi, che spicca il volo dopo molte difficoltà. Le banche sono la benzina perché l'economia funzioni: i trend di Piazza Affari lo stanno ampiamente dimostrando. Il paradosso è che, nonostante questi ultimi record borsistici, il mercato abbia valutazioni ancora basse. Anche in uno scenario da cui emerge un rallentamento economico, dunque, le Borse europee non hanno nessun motivo per scendere.

Mercato unico dei capitali

Archiviata (o messa in pausa, fate voi) la saga dei tassi, Christine Lagarde ha puntato il faro su un progetto che le è particolarmente caro: l'unione del mercato dei capitali. Il settore obbligazionario, ha detto la presidente Bce, è tre volte minore rispetto a quello americano, e il rapporto Ue-Usa del capitale di rischio è addirittura di uno a cinque. Un distacco davvero forte, in grado di frenare l'economia reale del nostro continente che, secondo il numero uno della Banca Centrale Europea, con l'unificazione potrebbe realizzare un esteso mercato delle cartolarizzazioni. Tra i benefici, anche la possibilità di incrementare i finanziamenti alle aziende più innovative: a opinione di Christine Lagarde, il mercato unico dei capitali potrebbe consentire di raccogliere 535 miliardi di euro l'anno per circa 4.800 aziende europee. Il tema è ricorrente e potenzialmente realizzabile. Prima, però, è necessario risolvere alcuni nodi, come per esempio il nuovo patto di stabilità. Le cui regole, lo ricordiamo ancora, non dovranno ricalcare quelle fallimentari della precedente versione.

Materie prime

Nel frattempo, il gas si è stabilizzato nella fascia 40-50, mentre il petrolio è poco sopra gli 80 dollari al barile. Alla fine, la quota accontenta un po' tutti: con un'economia mondiale in difficoltà, e minacciata da varie guerre sparse per il mondo, una quota vicino agli 80 dollari fa comodo a tutti: i produttori guadagnano comunque, mentre non si crea inflazione. Intanto, il Financial Times ha rivelato che il petrolio russo non viene quasi mai venduto per meno di 60 dollari al barile, come stabilito dal price cap europeo. Qualcuno si meraviglia. Ma, con un gioco di parole, è lecito sorprendersi che qualcuno si sorprenda. Proprio come le sanzioni, anche il price cap è stato introdotto da un quinto del mondo. I restanti quattro quinti continuano a commerciare con Mosca e a ignorare le decisioni dei Paesi occidentali. Che, tra le altre cose, non hanno smesso del tutto di comprare gas dalla Russia, pur in minori quantità.

Terremoto Argentina

Tra i Paesi attualmente in bilico tra l'Occidente e i Brics c'è l'Argentina, la cui posizione sullo scacchiere mondiale potrebbe cambiare dopo la vittoria del filo-americano Javier Milei. Difficile che il nuovo capo di stato riesca a fermare l'adesione di Buenos Aires ai Brics, anche perché ogni sua decisione dovrà passare dall'esame del parlamento. Tuttavia, un certo ricollocamento della politica estera (e dell'economia) argentina probabilmente avverrà. In ogni caso, più che per il suo programma economico, basato su privatizzazioni a raffica e dollarizzazione dell'economia, Milei è stato votato dagli elettori per lasciarsi alle spalle i protagonisti del dissesto economico argentino degli ultimi 20 anni. Una gestione poco accurata capace di portare a ben tre crisi economiche un Paese che, se gestito bene, avrebbe le risorse per potersi risollevare. E arrivare a competere con gli stati più ricchi del mondo.

Foto di Sincerely Media su Unsplash


Privacy Policy – Cookie Policy – Termini e Condizioni

CONTROVERSIE – DISCLAIMER – WHISTLEBLOWING

CHI SIAMO – NEWS – PREMI

Società con azionista unico – Soggetta all’attività di direzione e coordinamento di Finsolari S.r.l.
Capitale Soc. €1.040.000 int. Versato.CF 11416170154 – P.IVA 01867650028
R.I. Milano Monza Brianza Lodi n. 11416170154 REA MI – 2022469
La SGR aderisce al Fondo nazionale di Garanzia

Milano

Via Agnello, 5 - 20121


Tel. +39 02 863571
Fax +39 02 86357300

Biella

Via Italia, 64 - 13900


Tel. +39 015 9760097
Fax +39 015 9760098

© 2024 Alicanto Capital SGR S.p.A. | All Rights Reserved

Privacy Preference Center