Trump attacca Powell. E il dollaro arretra ancora
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Nella settimana che si è aperta con l’improvvisa scomparsa di Papa Francesco, i mercati si confermano poco intonati. Mentre l’Europa cerca di tenere con i denti i suoi valori e di evitare nuovi storni, in attesa di tempi migliori, New York continua a soffrire per il terremoto causato dai dazi e dalle tensioni fra il presidente Usa Donald Trump e la Federal Reserve. Le Borse americane sono ancora in una decisa fase “orso”, anche se non hanno raggiunto i minimi dell’anno. Sugli Stati Uniti pesano molto la fuga degli investitori, che si rivolgono ad altri mercati, e l’indebolimento del dollaro che perde dall’euro e da gran parte delle principali valute mondiali. Per comprendere la situazione del mercato americano è sufficiente ricordare che da inizio anno l’Europa ha sovraperformato gli Stati Uniti di 22 punti; il valore è una combinazione fra l’andamento dell’Eurostoxx e l’arretramento del dollaro, che da inizio anno ha lasciato sul campo l’11%.
Tutto giù, oro su
La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina ha effetti negativi sull’economia reale, soprattutto americana, ma non solo. Anche la maggior parte delle materie prime soffre: dal petrolio, con Brent e Wti ancora sotto i 70 dollari al barile, fino a rame e alluminio, ai minimi dell’anno. In controtendenza l’oro, che dopo l’ultimo attacco di Trump al presidente Fed Jerome Powell – definito sul social Truth Mr Too Late – ha raggiunto i massimi, fino a sfiorare i 3.500 dollari l’oncia (e superare il crinale dei 3.000 euro). Il “re dei metalli” ha da tempo recuperato la funzione di bene rifugio che tempo addietro sembrava aver perso. Tuttavia, a causa della svalutazione del dollaro, l’investimento in asset aurei conviene molto di più agli americani che non da questo lato dell’oceano.
Scontro istituzionale
I rapporti fra Trump e Powell, si diceva, sono pessimi. Praticamente ai minimi storici. Da tempo, il presidente Usa spinge per un abbassamento dei tassi di interesse, con l’obiettivo di favorire la crescita economica e le Borse. Il numero uno della Fed, invece, resiste sulla posizione hawkish, paventando un rischio di stagflazione causata dalla politica trumpiana sui dazi e affermando senza mezzi termini che gli Stati Uniti entreranno in una recessione a lungo termine. La ritrosia di Powell nell’abbassare il costo del denaro è comprensibile, dato il quadro attuale, aggravato da un inusuale perdita di appeal di azioni e obbligazioni americane e il rischio stagflazione, che porterebbe al rincaro di tutti i beni made in Usa. La luna di miele fra Trump e Powell sembra davvero finita: difficile che i rapporti – anche personali – fra i due tornino normali (anche se, quando c’è di mezzo il presidente Usa non si può mai sapere). L’inquilino della Casa Bianca ha addirittura minacciato di licenziare Powell e di sostituirlo con un esponente dall’approccio più dovish (la dichiarazione è stata successivamente smentita). Una via molto accidentata, dato che la legge permette il siluramento di un presidente Fed solo in occasioni molto circostanziate (e non sembra questo il caso) e piazza paletti per salvaguardare l’indipendenza della banca centrale. Trump sarà in realtà costretto ad aspettare la scadenza del mandato di Powell, prevista a maggio 2026, per poi puntare su qualcun altro. Ma sempre considerando la spada di Damocle del debito pubblico molto alto, che non consente a Washington di perdere la storica fiducia degli investitori, e il chiaro sostegno che i mercati stanno assicurando alla politica del governatore.
In attesa della retromarcia
Anche per le questioni legate al debito e al deterioramento dell’economia è probabile che Trump debba prima o poi mollare la presa, soprattutto sul fronte dazi. Le elezioni di mid term non sono poi tanto lontane e l’elettore americano vota pensando al suo portafoglio. Il presidente americano ha provato a premere sulla Fed per il taglio aggressivo dei tassi proprio per avviare una fase espansiva, in grado di stimolare la crescita e, indirettamente, di non erodere il consenso per i Repubblicani. Ma non ha fatto i conti con i rischi inflattivi causati dalla politica aggressiva sui dazi. Ciò che preoccupa è l’indole orgogliosa di Trump, che però potrebbe inventare qualche escamotage per uscire dall’impasse da lui stesso partorita. Questi segnali sono già chiari nei confronti dell’Europa, e sono emersi dall’incontro con la premier italiana Giorgia Meloni. Tuttavia, gli scontri con la Cina sono più difficili da ricomporre, dato che si è scatenata una vera propria faida, che ha portato Pechino a bloccare l’importazione di gas americano e a respingere le forniture di Boeing, mentre gli investitori cinesi lasciano i Treasury per concentrarsi su Bund e anche Btp. Per fare retromarcia, dunque, occorreranno al Tycoon tanta abilità e una dose sufficiente di “faccia tosta”.
Resa dei conti in Generali
In Italia tiene banco il conto alla rovescia per la nuova assemblea di Generali, che si svolgerà domani. Gli azionisti avranno la possibilità di scegliere fra tre diverse liste: la prima, sostenuta da Mediobanca, punta alla riconferma dell’amministratore delegato Philippe Donnet; la seconda sarà capitanata dalla coppia Caltagirone-Delfin; la terza è promossa da Assogestioni. Prevedibilmente, lo scontro al vertice – preannunciato da bordate reciproche sulla joint venture con Natixis – avverrà fra le prime due liste. Ed è difficilissimo fare previsioni, soprattutto considerato che Unicredit non ha espresso un’intenzione di voto e potrebbe rivelarsi decisiva nella scelta della governance. Interessante, invece, è l’approvazione, da parte di Montepaschi, dell’operazione su Mediobanca, con l’86% dei consensi. Mentre il golden power del governo sull’operazione Unicredit-Bpm potrebbe indurre la banca di Piazza Gae Aulenti a ricorrere al Tar. Il risiko bancassicurativo, insomma, è in una fase caotica e aperta a ogni esito.
Moody's promuove l'economia italiana
L'agenzia ha confermato il rating del nostro Paese, alzando l'outlook da negativo a stabile. Hanno contribuito alla valutazione gli impatti positivi del Pnrr, la solidità dei gruppi bancari e il calo dei costi energetici. Ma anche la consapevolezza che il mondo non potrebbe sopportare una nuova crisi. Il giudizio positivo abbatte lo spread e fa volare i titoli delle aziende di credito
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
L'Italia supera brillantemente l'esame di Moody's. L'agenzia ha infatti confermato il rating Baa3, alzando l'outlook da negativo a stabile. Ed evitando in questo modo contraccolpi per i titoli di stato e lo spread. A spingere il Belpaese verso la conferma del giudizio già espresso da S&P, soprattutto le ricadute positive del Pnrr, il forte balzo in avanti delle banche e la diminuzione dei costi energetici rispetto al 2022, anche per la diversificazione delle forniture e le azioni del governo sulle infrastrutture.
I motivi di un successo
L'Italia, promossa prima da S&P, poi da Moody's, tira dunque un sospiro di sollievo. E si prende anche le sue rivincite: molti ricordano le previsioni negative delle grandi banche internazionali sui titoli di stato italiani, che ora vengono frettolosamente corrette in corsa. Un esempio su tutti, quello di Citigroup, che lo scorso settembre aveva consigliato di vendere i Btp italiani a causa dello spread: bene, ora la stessa banca newyorkese ha semplicemente riconosciuto di essersi sbagliata. Sospiro di sollievo, si diceva, ma non stupore. Perché una valutazione positiva era nell'aria per varie ragioni. I tre motivi che abbiamo già elencato, certo. Ma anche cause più “macro”. In primo luogo, il mondo non può permettersi nuove crisi finanziarie, soprattutto su paesi, come l'Italia, che sono cruciali nella tenuta dell'intera economia monetaria europea. Poi, la situazione della nostra economia che, lo abbiamo ricordato molte volte, è migliore di quella registrata da altri Paesi europei, e oltre a questo si presenta in crescita. Certo, a svantaggiare l'Italia c'è la stagnazione, oltre a un debito pubblico atavicamente alto. Ma anche su questo fronte, Moody's ha ricordato che la situazione è in miglioramento: a fine 2023, ha affermato l'agenzia di rating, è previsto un calo, mentre il rapporto debito/pil scenderà dal 141,7% al 140,3%. Valori ancora lontani dalla situazione pre-Covid, ma comunque in progressivo calo. Oltre a questo, non è mai inutile ricordare che alcuni Paesi a economia avanzata hanno una situazione debitoria ben peggiore rispetto al nostro. Il Giappone, per esempio. E gli Stati Uniti, che per il quarto anno consecutivo chiuderanno con un deficit stratosferico (8%), contro il 5% dell'Italia. Se il nostro Paese fosse nella stessa situazione, sarebbe in default da tempo.
Banche a gonfie vele
Il rating positivo di Moody's ha spinto in alto i titoli bancari italiani, già protagonisti di ottime prestazioni. A influire in modo decisivo, il calo degli spread Btp-Bund, che – anche in seguito alla valutazione dell'agenzia di rating – hanno proseguito la discesa da un valore di oltre 200 a poco sopra quota 170. La correlazione tra la presenza forte dei titoli di stato nel portafoglio delle banche e l'orizzonte positivo che il rating Moody's ha dato al Btp è molto chiara. E si inserisce in un momento già di per sé favorevole per il settore. Lo diciamo dall'inizio dell'anno: investire sulle banche è particolarmente redditizio, perché gli istituti di credito hanno un valore borsistico molto più basso rispetto a quello reale. E perché, in un periodo di tassi alti, il settore non può che crescere. Ora, forse, acquistare titoli bancari potrebbe sembrare tardivo, dato che il grande balzo in avanti è stato compiuto. Ma è probabile che il trend di crescita riservi ancora soddisfazioni per il comparto, almeno fino a quando i tassi resteranno a questo livello. Una menzione speciale per Montepaschi, che ha chiuso la scorsa settimana a +13,7% (contro il pur lusinghiero +3,5% di Piazza Affari) e che ha archiviato con successo il collocamento del 20% del capitale effettuato dallo Stato. Ciò dimostra che a volte gli interventi pubblici, quando effettuati a regola d'arte, sono una necessità. Questo è, appunto, il caso di Montepaschi, che spicca il volo dopo molte difficoltà. Le banche sono la benzina perché l'economia funzioni: i trend di Piazza Affari lo stanno ampiamente dimostrando. Il paradosso è che, nonostante questi ultimi record borsistici, il mercato abbia valutazioni ancora basse. Anche in uno scenario da cui emerge un rallentamento economico, dunque, le Borse europee non hanno nessun motivo per scendere.
Mercato unico dei capitali
Archiviata (o messa in pausa, fate voi) la saga dei tassi, Christine Lagarde ha puntato il faro su un progetto che le è particolarmente caro: l'unione del mercato dei capitali. Il settore obbligazionario, ha detto la presidente Bce, è tre volte minore rispetto a quello americano, e il rapporto Ue-Usa del capitale di rischio è addirittura di uno a cinque. Un distacco davvero forte, in grado di frenare l'economia reale del nostro continente che, secondo il numero uno della Banca Centrale Europea, con l'unificazione potrebbe realizzare un esteso mercato delle cartolarizzazioni. Tra i benefici, anche la possibilità di incrementare i finanziamenti alle aziende più innovative: a opinione di Christine Lagarde, il mercato unico dei capitali potrebbe consentire di raccogliere 535 miliardi di euro l'anno per circa 4.800 aziende europee. Il tema è ricorrente e potenzialmente realizzabile. Prima, però, è necessario risolvere alcuni nodi, come per esempio il nuovo patto di stabilità. Le cui regole, lo ricordiamo ancora, non dovranno ricalcare quelle fallimentari della precedente versione.
Materie prime
Nel frattempo, il gas si è stabilizzato nella fascia 40-50, mentre il petrolio è poco sopra gli 80 dollari al barile. Alla fine, la quota accontenta un po' tutti: con un'economia mondiale in difficoltà, e minacciata da varie guerre sparse per il mondo, una quota vicino agli 80 dollari fa comodo a tutti: i produttori guadagnano comunque, mentre non si crea inflazione. Intanto, il Financial Times ha rivelato che il petrolio russo non viene quasi mai venduto per meno di 60 dollari al barile, come stabilito dal price cap europeo. Qualcuno si meraviglia. Ma, con un gioco di parole, è lecito sorprendersi che qualcuno si sorprenda. Proprio come le sanzioni, anche il price cap è stato introdotto da un quinto del mondo. I restanti quattro quinti continuano a commerciare con Mosca e a ignorare le decisioni dei Paesi occidentali. Che, tra le altre cose, non hanno smesso del tutto di comprare gas dalla Russia, pur in minori quantità.
Terremoto Argentina
Tra i Paesi attualmente in bilico tra l'Occidente e i Brics c'è l'Argentina, la cui posizione sullo scacchiere mondiale potrebbe cambiare dopo la vittoria del filo-americano Javier Milei. Difficile che il nuovo capo di stato riesca a fermare l'adesione di Buenos Aires ai Brics, anche perché ogni sua decisione dovrà passare dall'esame del parlamento. Tuttavia, un certo ricollocamento della politica estera (e dell'economia) argentina probabilmente avverrà. In ogni caso, più che per il suo programma economico, basato su privatizzazioni a raffica e dollarizzazione dell'economia, Milei è stato votato dagli elettori per lasciarsi alle spalle i protagonisti del dissesto economico argentino degli ultimi 20 anni. Una gestione poco accurata capace di portare a ben tre crisi economiche un Paese che, se gestito bene, avrebbe le risorse per potersi risollevare. E arrivare a competere con gli stati più ricchi del mondo.
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