Elezioni tedesche, tutto come previsto
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Poche sorprese dalle elezioni tedesche. La consultazione ha infatti ricalcato le indicazioni dei sondaggi: a vincere sono stati i Cristiano-Democratici dell’alleanza Cdu-Csu con il 28% e 208 seggi. Seguono l’estrema destra dell’Afd (20,8%, 152 seggi), i socialdemocratici della Spd (16,4%, 120 seggi), i verdi (11,6%, 85 seggi), la Linke (8,8%, 64 seggi) e il partito dei danesi e dei frisoni dello Schleswig Holstein con un seggio, garantito dalla tutela delle minoranze linguistiche. E’ però dalla differenza con le elezioni precedenti che si comprende meglio chi ha vinto e chi ha perso: a crescere sono stati Afd (+10,4%) e Linke (+3,9%), che hanno aumentato i loro consensi più del previsto, mentre i democristiani hanno lasciato il 2% sul terreno, i verdi sono arretrati del 3,1%, i liberali (non entrati in parlamento) hanno perso il 7,1% e i socialdemocratici – i grandi sconfitti – addirittura il 9,3%. Nessun seggio per la Bsw, la formazione di sinistra radicale che per 14.000 voti non ha superato lo sbarramento del 5% (per la cronaca, la sua leader Sahra Wagenknecht ha chiesto un riconteggio dei suffragi, sperando in una rettifica del 4,97% ottenuto). L’unica vera sorpresa è stata l’affluenza, molto più alta del previsto, che contrariamente a quanto si dice potrebbe aver premiato gli elettori moderati, meno abituati alla mobilitazione di massa alle urne.
Spese militari
Il leader della Cdu, Friedrich Merz, ha annunciato che punterà sulla Große Koalition con la Spd, anche se i margini non sono molto alti. Ma l’impresa del nuovo governo sembra molto difficile, soprattutto per la crisi economica che attanaglia la Germania. L’impoverimento della classe media tedesca è sotto gli occhi di tutti, e un intervento incisivo su questo fronte è necessario per arginare un’eventuale, ulteriore crescita dell’Afd. Un partito forte soprattutto nell’ex Germania Est, i cui abitanti soffrono maggiormente il rapido declino dell’economia. Il voto di protesta non sembra però scalfire il piano già annunciato da Merz in campagna elettorale: introdurre un maxi-stanziamento per la difesa fino a 200 miliardi di euro, per sopperire a un eventuale disimpegno americano in Europa. Per approvare questa misura, il prossimo cancelliere potrebbe proporla al Bundestag nella composizione pre-elettorale, che per legge è attivo fino al 24 marzo; la mossa servirebbe a evitare le barricate da parte dei due partiti anti-militaristi – cioè i vincitori di fatto Afd e Linke. Sempre con il “vecchio” Bundestag, Merz pensa anche di allentare i limiti sul debito, che attualmente non permette deficit a livello federale oltre lo 0,35%. Una decisione che avrebbe del clamoroso, data la posizione storica della Cdu. Per queste riforme, il prossimo cancelliere potrebbe cercare i consensi di socialdemocratici, verdi e liberali, prima che questi ultimi abbandonino il parlamento.
La reazione delle Borse
Le Borse europee hanno reagito in ordine sparso ai risultati delle consultazioni in Germania. Francoforte ha apprezzato l’esito del voto, mentre Piazza Affari è salita in apertura di settimana, tornando però dopo poco tempo ai suoi ritmi ordinari. In realtà, non c’è alcun motivo che possa giustificare un rialzo borsistico post-elettorale: la crisi economica tedesca (ed europea) è conclamata e Merz è sembrato disinteressarsene: non per niente, nei suoi discorsi programmatici ha dato ben poco spazio all’economia, relegandola nel classico angolino. Mentre sarebbe necessario un intervento strutturale: le famiglie sono impoverite e il dilagare del voto di protesta mostra una situazione quasi da pre-Rivoluzione Francese. Con la possibilità concreta che, dall’ex Ddr, il boom di destra e sinistra radicali si amplifichi anche nel resto del Paese, che sta sperimentando sintomi sicuramente poco rassicuranti. Un esempio su tutti è il peggioramento della rete ferroviaria, con ritardi inediti per la ferrea organizzazione tedesca. Ritardi che hanno persino costretto le ferrovie svizzere a fermare nelle stazioni di confine i convogli provenienti dalla Germania, per evitare rallentamenti a catena anche sul territorio elvetico.
Maxifusione nel settore energetico
A far avanzare la Borsa di Milano è, ancora una volta, il settore bancario, in un periodo in cui le protagoniste del risiko stanno affilando le armi per prevalere nelle rispettive contese.
Poco impatto ha invece avuto l’annuncio del nuovo supergruppo di ingegneria energetica: l’accordo per la fusione tra l’italiana Saipem e la norvegese Sunsea7 non ha infatti inciso granché sul listino milanese – anzi, il titolo della società italiana ha leggermente ritracciato. Eppure, la logica industriale alla base dell’operazione è molto importante: l‘intesa darà vita a un colosso del settore, con 43 miliardi di portafoglio ordini aggregato e 20 di ricavi, oltre che una presenza complementare sul territorio e spese di ricerca e investimenti messe a fattor comune. Il nuovo gruppo, a quanto prevede l’accordo, si chiamerà Saipem7, verrà quotato a Milano e Oslo e sarà detenuto dagli azionisti delle due società con quote paritetiche. Saipem viene da aumenti di capitale e salvataggi e ha perso circa il 90% dai massimi storici del 2012; tuttavia, l’accordo di fusione dimostra quanto la società sia appetibile dal punto di vista industriale e infrastrutturale.
Juve, l’eliminazione incide sul titolo
Montagne russe per il titolo Juventus. I movimenti sono iniziati lo scorso 10 febbraio, quando la criptovaluta Tether ha acquistato il 5,01% della società bianconera, favorendo una crescita del 24% in Borsa in una settimana. Poi è arrivata l’eliminazione dalla Champions League, a opera del Psv Eindhoven. E le azioni bianconere hanno lasciato sul campo oltre il 12%, per poi recuperare, ma soltanto in parte. Il febbraio finanziario della Juve solleva due tematiche. La prima consiste nell’ingresso delle criptovalute nel calcio, che potrebbe espandersi ad altre società in breve tempo. La seconda riguarda l’importanza crescente dei risultati sportivi nella valutazione di un club quotato. Nel documento programmatico, la Juventus aveva previsto il raggiungimento degli ottavi di finale di Champions e l’eliminazione ha bruciato 15 milioni di euro sul fronte dei minori ricavi. Un vero problema, soprattutto per il fair play finanziario Uefa e i suoi impatti su eventuali aumenti di capitale.
Storno in vista?
Più in generale, le Borse sono attualmente poco mosse: anche Wall Street, in questi giorni, è un po’ nervosa, scontando forse i dazi e la possibilità di una “guerra commerciale” sui chip con la Cina. Bank of America ha lanciato un allarme, evidenziando il rischio di una bolla high tech in grado di portare il S&P 500 addirittura a un -40%. Forse la previsione è troppo catastrofica; tuttavia, una correzione per le sette grandi protagoniste del Nasdaq sarebbe più che giustificabile, dato che queste aziende corrono da due anni e mezzo. Certo è che stiamo attraversando un periodo all’insegna della cautela: al momento soltanto l’oro corre, e sembra non volersi fermare. Per il resto, la situazione sembra la classica quiete prima della tempesta. Ma, più che un crollo imminente delle Borse, sembra più probabile uno storno moderato, che faccia rifiatare i listini dopo una lunga stagione positiva.
I dividendi fanno rifiatare Piazza Affari
Lo stacco delle cedole ha causato un calo in Borsa. Ma il decremento è stato tutto sommato contenuto. Intanto, Wall Street corre più dell'Europa. Il ritorno degli affitti e l'addio obbligato di Steven Zhang alla "sua" Inter
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Lunedì scorso, la Borsa di Milano ha lasciato sul campo l'1,62%, evidenziando per una volta una prestazione peggiore rispetto agli altri listini europei. Nessuna preoccupazione, però: il calo dipende dallo stacco cedole di 68 aziende quotate, di cui 21 nell'indice più importante. I dividendi, lauti e premianti per gli azionisti, hanno pesato molto sul decremento; senza questo appuntamento, Piazza Affari avrebbe chiuso il primo giorno della settimana a -0,20%, più o meno in linea con l'andamento stagnante della settimana scorsa che ha invece visto Wall Street su posizioni da record. I dividendi potrebbero presto tornare a dare soddisfazioni agli azionisti, se è vero che molte case di investimento stanno rialzando i target, abbondantemente superati. A trainare gli utili, le società tecnologiche negli Stati Uniti e quelle finanziarie in Europa.
Tassi, previsti pochi scostamenti
Certo è che i mercati dovranno fare i conti con il rientro nei ranghi dell'inflazione (prima in Europa che negli Stati Uniti) e con l'incertezza legata al taglio dei tassi. Nell'Eurozona è praticamente certa solo la prima sforbiciata di 25 punti, la cui comunicazione è prevista in occasione della riunione del board Bce di giugno. Forse (ma non è detto) l'operazione sarà replicata a settembre, ma non ci si può aspettare nulla di più. Altrettanto probabile è l'immobilismo della Fed, che a quanto ci si aspetta non modificherà le percentuali di riferimento né a giugno, né a settembre. Lo affermano anche i trader, che ora sono molto più scettici su un allentamento della stretta monetaria nel corso dell'ultimo mese estivo: a formare questa convinzione, la maggiore crescita rispetto alle attese dei prezzi all'ingrosso ad aprile, con i suoi effetti sull'inflazione, e le condizioni dell'economia e delle Borse, che vanno bene nonostante l'alto costo del denaro. Solo tre mesi fa, l'aspettativa sui tassi era nettamente diversa: la maggioranza degli economisti interpellati da Reuters aveva espresso fiducia in due tagli Fed nel corso di quest'anno, con un primo intervento a settembre. La strategia attuale delle banche centrali sembra insomma voler rendere inoffensiva l'inflazione e, nello stesso tempo, permettere alle aziende finanziarie di fare utili. Cigni neri a parte, l'unico elemento che potrebbe rompere le uova nel paniere, e far tornare l'inflazione, è una nuova impennata delle materie prime. Soprattutto del rame, di cui attualmente c'è molto bisogno per il suo ruolo centrale nell'intelligenza artificiale, il cui mantenimento è super energivoro, anche se molti teorici del green deal sembrano apparentemente ignorarlo.
Il ritorno degli affitti
A schizzare in alto sono anche i costi degli appartamenti, che a causa dell'inflazione stanno diventando una chimera per molti cittadini. Con un risultato: il ritorno di fiamma degli affitti. Anche i canoni, è vero, sono rincarati (a Milano, negli ultimi anni sono cresciuti del 50% circa), ma esiste pur sempre un livello oltre il quale non si possono spingere. Secondo uno studio Crif, il 42% degli abitanti preferisce una casa in affitto "perché la propria condizione economica attuale rappresenta un ostacolo all’acquisto di un’abitazione. Condizione che risulta ancora più rilevante in particolare per le famiglie monogenitoriali e individui con presunto reddito contenuto o inesistente". Soprattutto per imprenditori, dirigenti e impiegati invece, la soluzione è temporanea; poco più di un quarto dei locatari considera provvisoria questa formula. Nel vasto mondo degli affitti, come del resto nella ricerca degli alberghi, la tecnologia viene però in aiuto: on line è possibile confrontare prezzi per risparmiare anche in maniera sensibile. O almeno per limitare i danni.
Inter, il debito di Zhang
Poco dopo la conquista della seconda stella, l'Inter passa di mano. Non per volere del suo presidente, Steven Zhang, ma per l'indebitamento contratto dalla Grand Tower (società lussemburghese del gruppo Suning che controlla i neocampioni d'Italia) nei confronti del fondo californiano Oaktree Capital Management. Il prestito, contratto per la cifra di 275 milioni con un interesse del 12% e arrivato alla scadenza del 20 maggio 2024 per un importo di 375 milioni circa, non è stato restituito. Il fondo sarà quindi ripagato con le azioni dell'Inter. Nell'ambito di questo contratto sarà effettuata una valutazione della società nerazzurra: se il suo valore al netto dei debiti superasse l'importo dovuto, la famiglia Zhang sarà rimborsata della parte eccedente. In denaro contante, oppure in quote della societa – in quest'ultimo caso, Suning manterrebbe un piede dentro l'azionariato. Sulla comunicazione di questo avvenimento è stata comunque fatta molta confusione: il debito che la famiglia Zhang ha sottoscritto non è dell'Inter ma della Grand Tower. Questo macigno ha però impedito al presidente uscente di effettuare un rifinanziamento. La Champions League e il prossimo Mondiale per club sono comunque alleati della compagine nerazzurra per raggiungere il pareggio di bilancio. Il nuovo proprietario – che in quanto fondo di investimento dovrà sviluppare il più possibile i suoi asset per poi rivenderli – non potrà dunque trascurare il lato sportivo: non è sfoltendo la rosa e svendendo giocatori che si acquisisce valore. Certamente, eventuali acquisti dovranno essere finanziati da cessioni equipollenti – ma questo è già scritto nelle regole del fair play finanziario.
India, le sfide del nuovo premier
Saranno annunciati il prossimo 4 giugno i risultati delle elezioni in India, che coinvolgono 1,4 miliardi di persone (il 10% circa della popolazione mondiale) per un milione di cabine elettorali sparse per tutto il Paese. La consultazione, divisa in varie tornate (dal 19 aprile al 4 giugno), vede come grande favorito il premier uscente Narendra Modi che, se riconfermato, dovrà gestire varie sfide: prima tra tutte la disoccupazione, che ha accompagnato dieci anni di crescita e di incremento del pil, ma senza la creazione di nuovi posti di lavoro. Sebbene l'India sia radicalmente diversa da quella - poverissima - in cui prestava la sua opera di carità Santa Teresa di Calcutta, esistono ancora sacche di indigenza, anche se lontane dalla estrema gravità di soli 20 anni fa. Il Paese ora è protagonista nel Brics e ha ricchezze stratosferiche, ma non ha ancora del tutto risolto il problema della forbice fra i supermilionari e i più poveri.


