Trimestrali positive, mercati felici

Gli ultimi dati di bilancio delle società quotate hanno fatto registrare performance migliori del previsto, rafforzando ulteriormente il rimbalzo. Bene le blue chip italiane, che stanno distribuendo cedole particolarmente ricche. Mentre le obbligazioni...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il momento favorevole dei mercati sembra poter continuare. Le trimestrali sono andate un po' meglio delle aspettative e hanno sostenuto il rimbalzo già in atto da ottobre. Occorrerà ora vedere che cosa succederà quando, prima di fine anno, sarà comunicato l'outlook sul 2023. Le previsioni per ora non sono incoraggianti, ma questo non significa che il circolo virtuoso si fermi. Ricordiamolo: i mercati anticipano i trend e quindi possono sconvolgere i piani. Non per niente, hanno iniziato a scendere quando le prospettive sembravano decisamente positive e sono tornati a salire nel mezzo di un periodo molto burrascoso. E continuano a crescere.

Bene le blue chip italiane
Continuano a crescere, nonostante eventi che avrebbero potuto fermare la ripresa delle quotazioni. Come il caso dei missili ucraini in Polonia. O come la dichiarazione poco lungimirante di Christine Lagarde, che ha ricordato quanto sia aumentato il rischio recessione (c'era bisogno di sottolinearlo?) e che la stretta monetaria continuerà.
I mercati, insomma, sembrano aver sviluppato un “sistema immunitario” abbastanza forte, in grado di proteggerli da eventi sfavorevoli.
Ora ad aver problemi sono gli investitori che sono rimasti fuori. Quelli che, dopo i minimi del 30 settembre e del 6 ottobre, hanno preferito aspettare. E che ora attendono uno storno per poter entrare in extremis nell'investimento, mentre le blue chip italiane stanno distribuendo rendimenti molto generosi (un esempio su tutti, Mediobanca, che ha staccato cedole di 75 centesimi, con un ritorno sul capitale pari all'8,5% circa).
Ciò che sembra abbastanza chiaro è che ormai è passato il momento per esporsi in modo forte sull'azionario. In ottobre, l'acquisto di titoli era caldamente consigliato. Oggi è preferibile non superare il 20% del paniere, magari concentrandosi sulle big italiane, che come abbiamo visto sono in ottima salute e sostengono la nostra economia.

È il turno delle obbligazioni?
Chi invece non è (ancora) rimbalzato è il mercato obbligazionario. Nel 2022, le strategie passive o statiche in obbligazioni hanno perso e chi ha investito in bond da “cassettista” si è visto sfuggire di mano fra il 10% e il 20% dei suoi capitali - somma che non sarà più possibile recuperare, a meno di cambiare strategie di investimento e andare verso strategie attive con un alto grado dinamicità nella gestione delle scadenze.
Particolarmente redditizio è il Btp, che attualmente è più interessante rispetto al Bund. Il buon momento dei titoli di stato ha scatenato una corsa alla sottoscrizione, spinta anche dalla sicurezza di questo strumento (il paese non è mai fallito), dalle agevolazioni fiscali (in primo luogo l'esenzione dalla tassa di successione) e la buona comunicazione che li accompagna.

Petrolio, navigazione tranquilla
Non è riuscita la manovra dell'Opec+ per aumentare il prezzo del petrolio. Il prezzo veleggia sugli 80 dollari, quotazione che poi rappresenta il valore reale del greggio. A rendere possibili questi livelli sono soprattutto due fattori: l'aumento dei casi Covid in Cina, affrontati con le usuali restrizioni che contraddistinguono la strategia di Pechino, e la situazione americana dopo le elezioni di mid term. I democratici, è vero, si sono salvati dalla cosiddetta “onda rossa” (cioè repubblicana) che sembrava inevitabile, ma hanno comunque perso il controllo della camera. Con il Congresso diviso è quindi più difficile ricostituire le riserve strategiche di petrolio – operazione che avrebbe inevitabilmente causato rincari.
I risultati split delle votazioni influiranno anche sulla spesa pubblica e sull'acquisto di armi per l'Ucraina: entrambe le voci di spesa saranno probabilmente ridotte.
Questo contribuirà a rafforzare il freno all'inflazione, che sta determinando i trend attuali dell'economia americana.

Londra, mancano 55 miliardi
Decisamente peggiore la situazione in Gran Bretagna, dove mancano 55 miliardi di sterline alle casse pubbliche. Ad attendere il cancelliere dello scacchiere Jeremy Hunt è un lavoro molto difficile e impopolare: sembrano scontati un taglio alla spesa pubblica e un aumento delle tasse, che porterà il carico fiscale dal 36,4% al 37,5% del prodotto interno lordo. In parole povere, il livello massimo dalla fine della seconda guerra mondiale.
Le conseguenze? Semplice: il tenore di vita dei cittadini britannici – almeno secondo le stime dell'Office for Budget Responsibility – scenderà del 7,1% nel prossimo biennio, facendo segnare la contrazione maggiore dai primi anni Sessanta. E con poche prospettive di un rovesciamento della situazione: nel 1962 l'economia inglese poté aggrapparsi a un vero e proprio jolly, costituito dall'affermazione dei Beatles e di tutte le band musicali della British Invasion, che risollevarono il fisco di Sua Maestà. Mentre attualmente non c'è nulla di lontanamente simile all'orizzonte. Oggi si intravedono un calo del Pil (-1,4% nel 2023, con un recupero dell'1,3% l'anno successivo) e un'inflazione record, attualmente oltre l'11% e al 7,4% nel 2023.
I dati mostrano quanto sarebbe stata utile, per la Gran Bretagna, la permanenza nell'Ue. Un'istituzione per certi aspetti criticabile e riformabile, ma decisamente imprescindibile. Almeno per una realtà come Londra.

La crisi di Twitter (e delle criptovalute)
A trascorrere un periodo particolarmente critico è anche Twitter, dopo le ultime mosse di Elon Musk. I tagli improvvisi al personale e le nuove, discutibili policy per i dipendenti, che hanno provocato esodi di massa (e tentativi frettolosi di riassunzione di vari lavoratori appena licenziati), hanno fatto temere una chiusura del social network entro lunedì scorso, per mancanza di risorse. Nulla di tutto questo è accaduto: la piattaforma è regolarmente on line e funzionante.
Per quanto alcune scelte di Musk siano criticabili, è pur vero che il patron di Tesla non gode di buona stampa. Un esempio su tutti: proprio come Twitter, anche Facebook e Amazon hanno comunicato licenziamenti in massa; Jeff Bezos ha addirittura fatto coincidere l'annuncio dei tagli di personale con il conferimento di metà del suo patrimonio in attività filantropiche. Tuttavia, l'opinione pubblica ha reagito con il classico “doppiopesismo”.
Forse non si perdona a Musk di essere vicino al partito repubblicano – che notoriamente non gode di troppe simpatie nell'establishment – mentre l'approccio è più morbido nei confronti di Zuckerberg e Bezos, che finanziano i democratici.
Proprio come faceva Sam Bankman-Fried, l'uomo al centro del crack Ftx che ha messo in ginocchio le criptovalute. Che fine faranno ora le monete virtuali? Gli osservatori sono divisi sulla possibilità di una ripresa o sulla chiusura definitiva di un progetto. Probabilmente, varie crypto finiranno per marginalizzarsi o sparire e rimarranno in campo le 20 più forti e affidabili.

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Usa, le elezioni non fermano il rimbalzo

Negli Stati Uniti, le consultazioni di “mid term” sono ancora in bilico. Ma qualsiasi risultato non dovrebbe frenare la ripresa dei mercati, che è proseguito nonostante il rialzo dei tassi. Ottimi dati, invece, dall'economia italiana: il terzo trimestre vede una crescita, trainata dal turismo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Le elezioni di mid term americane sono ancora in bilico. Mentre la Camera dei rappresentanti sembra procedere verso una maggioranza repubblicana – ma meno ampia del previsto – il Senato (che rinnova solo un terzo dei suoi membri) si sta giocando seggio per seggio. I risultati ufficiali potrebbero essere noti fra alcuni giorni: sono probabili ricorsi e richieste di riconteggi, soprattutto se i collegi incerti dovessero mostrare maggioranze sul filo di lana.

Due strade aperte
Ciò che è quindi impossibile è una vittoria netta di uno dei due partiti. Un'affermazione democratica era ritenuta molto difficile, mentre è ancora possibile la conquista, da parte dei repubblicani, di entrambe le camere (anche se, come visto, con una maggioranza risicata in Senato). In questo caso, l'agenda Biden perderebbe forza e il presidente – pur con diritto di veto - dovrebbe accettare compromessi, soprattutto sulla spesa pubblica “a pioggia” attivata per le conseguenze della pandemia. Più ardua, in caso di doppia vittoria repubblicana, la marcia forzata verso l'abbandono delle energie fossili, mentre sarebbero forti le pressioni nei confronti della Fed per un’inversione di tendenza sui tassi. Possibile anche un parziale disimpegno sulle armi all'Ucraina, o almeno una richiesta di rendiconto da parte di Kiev.
Se invece il Congresso risultasse diviso, i cambiamenti possibili sarebbero minori. La situazione potrebbe piacere al mondo del business, che di solito apprezza la soluzione split, foriera di minori trasformazioni dal punto di vista economico.

I tassi contano di più
Dal lato mercati, tuttavia, non cambierà moltissimo; chiunque sia il vincitore, il rimbalzo dovrebbe proseguire senza particolari problemi. Un po' perché, se si guarda agli Stati Uniti, le elezioni del Presidente hanno un impatto maggiore sull'economia piuttosto che il rinnovo delle camere. E un po' per le dinamiche fatte registrare dai mercati: il rimbalzo di ottobre è infatti proseguito persino in un contesto di continui aumenti dei tassi operati dalla Federal Reserve. Anche se, è bene ricordarlo, di solito gli effetti di queste operazioni sul costo del denaro non hanno conseguenze immediate, ma iniziano ad avere effetto dopo almeno uno o più trimestri.
Nessuno può prevedere in che condizioni sarà l'economia americana fra tre mesi. Ma fa ben sperare la dichiarazione di Jerome Powell, presidente della Fed, che ha annunciato un probabile stop ai rialzi dei tassi. Una decisione che avrà un ruolo molto importante nell'andamento dei listini.
Il mercato americano, dunque, guarda più alle decisioni della Federal Reserve che non ai risultati delle elezioni di medio termine. Piuttosto, il ricambio delle camere ha spesso confermato (o innescato) rialzi, indipendentemente dall'esito rivelato dalle urne. E questo è un ulteriore elemento che fa ben sperare.

La riscossa dell'obbligazionario
Sia però chiara una cosa: quando parliamo di “rimbalzo di ottobre”, ci riferiamo a una crescita dei mercati dal -25% al -16%. La strada, dunque, è ancora lunga, anche se – è bene ricordarlo – la ripresa ha creato nuove opportunità di investimento. Nell'azionario, ma anche nell'obbligazionario. Ora è possibile scegliere bond che rendono mediamente dal 5% al 7%, con punte ancora più alte. È il caso di alcuni titoli bancari (anche italiani) o di società d’oltre oceano attive sulle materie prime, che attualmente assicurano una performance dell'8%.

Il petrolio torna a salire...
Il prezzo del petrolio intanto è tornato a crescere. Dopo essere calato sotto l'asticella dei 90 dollari, ora sembra aver recuperato l’impeto rialzista. Le politiche improntate al calo della produzione caldeggiate dall'Arabia Saudita (e appoggiate anche dalla Russia) hanno dunque influito sul prezzo, nonostante l'utilizzo delle riserve strategiche americane da parte dell'amministrazione Biden, vero e proprio freno a mano ai prezzi utilizzato a fini essenzialmente elettorali.
Ora però, a urne chiuse, le riserve strategiche dovranno essere ricostituite, almeno in parte. Questa politica causerà quasi sicuramente un ulteriore rialzo del prezzo del greggio, che potrebbe superare nuovamente quota 100.

… e il gas scende
Sale il petrolio, scende il gas. Il prezzo del metano, pur più alto rispetto agli anni scorsi, è tornato a valori più sopportabili, nonostante l'inerzia da parte delle autorità europee. Ad abbattere la domanda (e le tariffe) sono state niente altro che dinamiche di mercato: il quasi completamento degli stoccaggi da parte dei paesi europei, le temperature autunnali molto clementi e, purtroppo, la chiusura di varie aziende, causata proprio dai rincari delle bollette precedenti.
Resta però aperto il nodo dello stop alla vendita di automobili a benzina che, per decisione dell'Unione Europea, partirà nel 2035. I problemi, già ampiamente sottolineati, riguardano la distruzione di un'industria europea particolarmente forte come quella dell'automotive e le incognite legate al prezzo dell'energia (meno controllabile, come abbiamo visto ultimamente, rispetto a quello del petrolio). A queste incognite se ne aggiunge una terza: in tutta probabilità, sarà solo l'Unione Europea ad applicare questa misura drastica. Tre subcontinenti come Stati Uniti, India e Cina andranno avanti con la vendita delle automobili endotermiche. Rendendo l'operazione inutile per l'ambiente e dannosa per la competizione fra le aziende europee e quelle del resto del mondo.

Il turismo traina la crescita
Sul fronte economico interno continuano le notizie positive: l'Italia ha archiviato dati provvisori molto buoni per il terzo trimestre. Rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, l'incremento si è attestato sulla percentuale del 2,6% e quello raggiunto nel corso dell'anno del 3,9%.
Un grande contributo a questi risultati, per molti versi inattesi, è stato fornito dal turismo, e non solo quello di prossimità: nel corso di quest'anno si sono registrati anche grandi flussi di vacanzieri da Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina, che hanno colmato le assenze forzate dei turisti russi.
Per questo motivo, la clamorosa scoperta di 24 statue etrusche e romane a San Casciano dei Bagni, oltre a rivelarsi un tesoro inestimabile dal punto di vista culturale, avrà conseguenze molto positive sull'economia italiana. Il nostro “petrolio” è costituito dalla storia e dal patrimonio artistico, monumentale e paesaggistico che ogni singola area geografica del paese può offrire: la sfida è riuscire a utilizzarlo anche come carburante per una nuova crescita economica.

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