I mercati navigano a vista

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

I mercati sembrano potersi rilanciare dopo la fase più dura, che da inizio anno ha portato lo S&P a -7% e le Borse europee a -10%. Impossibile prevedere i prossimi movimenti; finora è possibile affermare che la correzione c’è stata, ma non si è rivelata così violenta come la situazione attuale avrebbe potuto far credere. Ancora una volta, gli indici europei si sono dimostrati resilienti. Ed è bastata la dichiarazione di Donald Trump sulla durata della guerra (che, ha detto, non si protrarrà oltre due o tre settimane) per favorire un calo del petrolio e, di lì, la fiammata delle Borse. Anche di quelle asiatiche, perché il Far East è la zona del mondo che dipende maggiormente da petrolio e gas di importazione: in particolare, dopo una discesa rilevante, il Nikkei ha chiuso l’ultima seduta a oltre +5%.

Percezione di provvisorietà

Gli indici cercano quindi di captare qualsiasi segnale positivo (o anche vagamente interpretabile come tale) per provare a uscire dal pantano e abbozzare tentativi di rimbalzo. La precedente dichiarazione di Trump su una possibile fine delle ostilità entro il prossimo 6 aprile aveva permesso alle Borse di recuperare le perdite; passato l’effetto-annuncio erano tornati i ribassi, rovesciati a sua volta da una sorprendente inversione a U (sempre originata da un discorso del presidente americano, come abbiamo ricordato). E la tendenza positiva sembra poter proseguire. Ma, come è facile capire, siamo in una fase di estrema provvisorietà, e la forza che le Borse hanno dimostrato più volte non è sempre in grado di evitare rovesci e arretramenti. In altri termini, si naviga a vista, cercando di limitare i danni e di sfruttare ogni minima occasione per riguadagnare terreno. L’imperativo è, dunque, quello di vivere alla giornata. E, una volta finita la guerra, di dimostrarsi pronti a cogliere le opportunità e a sfruttare il probabile rimbalzo poderoso che ci si attende a fine conflitto. L’esempio più vicino in ordine di tempo è quello del Covid, che ha depresso le Borse, per poi lasciar spazio a un violento balzo in avanti. Dopo le crisi viene spesso il sereno, che porta con sé le opportunità per rimpinguare il portafoglio. Quando le Borse scendono di una percentuale vicina al 10%, è spesso consigliabile aggiungere qualche investimento, per poi rivenderlo quando il mercato sale.

Il nodo di Hormuz

La vera preoccupazione non è tanto la possibilità che si verifichino nuovi ribassi fisiologici delle Borse, quanto il rischio di inflazione dovuto alle restrizioni di transito a Hormuz. Il blocco (parziale) dello stretto contribuisce in senso decisivo al continuo innalzamento del prezzo del petrolio, oltre al rincaro della quotazione del gas.
Ma non è solo una questione di greggio e di metano. Da quel braccio di mare sono infatti solite transitare anche altre materie prime, oltre a elementi che servono sia per l’industria agroalimentare (fertilizzanti su tutti), sia per quella chimica. Alla lunga, impedire alle navi di trasportare questa merce potrebbe portare a problemi gravissimi. Per il mondo occidentale, con un’ondata di inflazione difficilmente controllabile. Ma ancora di più per l’Africa: un blocco delle navi che trasportano materie prime alimentari rischierebbe di rallentare l’approvvigionamento alle industrie e la produzione agricola, proprio all’inizio della stagione di semina. Con i rischi di penuria, se non di carestia, per le popolazioni locali, e i possibili sconvolgimenti provocati dalle conseguenti migrazioni di massa. Ma il maggiore rischio di inflazione potrebbe avverarsi se, dopo un lungo periodo di restrizioni al passaggio marittimo, Hormuz tornasse rapidamente in piena efficienza: in questo caso, infatti, si verificherebbe una corsa per accaparrarsi le scorte, che provocherebbe una crescita incontrollata dei prezzi. Con i relativi guai per i cittadini: a goderne sarebbero solo i Paesi indebitati, per cui l’inflazione è spesso un toccasana.

Bond o azioni?

Per l’Italia, Moody’s ha alzato le previsioni di inflazione dall’1,8% al 2,1%, mentre la crescita 2026 sarà, sempre secondo l’agenzia di rating, dello 0,7% (-0,1% rispetto alle previsioni precedenti). Per proteggersi dai rischi in un simile quadro, i bond possono non rappresentare la scelta migliore. Le obbligazioni sono un parcheggio temporaneo di liquidità, ma non offrono più rendimenti allettanti. I bond governativi hanno perso un po’ dall’inizio della guerra, ma già prima le loro performance erano abbastanza basse; le obbligazioni societarie, da parte loro, soffrono invece gli spread governativi ristretti. In questo quadro il posizionamento sul comparto obbligazionario è pertanto consigliabile solo se accompagnato da un’attenta gestione attiva dell’investimento. Piuttosto che accaparrarsi i bond, è quindi più consigliabile puntare sull’azionario, aspettando il tempo propizio per investire sui settori attualmente penalizzati. Come il settore finanziario, che è sceso più dell’indice e ha sofferto parecchio, ma già ora sta provando una risalita, forse anche in previsione di dati trimestrali positivi. A fine guerra, il settore potrebbe tornare a correre, regalando molte soddisfazioni agli investitori. Ottime anche le prospettive del settore infrastrutture petrolifere, già in spolvero, e che nei prossimi anni sarà premiato per i ricavi provenienti dalle riparazioni degli impianti danneggiati e dalla costruzione di nuovi oleodotti.

Oro, in vista un assestamento?

Oro e argento, da parte loro, tentano di rimbalzare, anche se i massimi storici sono molto lontani, e difficilmente raggiungibili, almeno a breve termine. I due metalli sono stati oggetto prima di “realizzo” da parte dei risparmiatori, forse spinti dal bisogno di affrontare la crisi con denaro contante, poi dai Paesi arabi, che hanno ceduto una parte delle loro riserve per finanziare questa crisi. Oro e argento, dunque, potrebbero aver raggiunto una quotazione abbastanza stabile. Un po’ come il franco svizzero che, dopo essere salito a quota 1,11 sull’euro, ha invece fatto qualche passo indietro, fino a 1,08, per poi risalire leggermente a 1.09. La moneta elvetica è comunque sempre vicina ai massimi e ha evitato un ritracciamento simile a quello dell’oro, anche per le dimensioni ridotte del suo impiego.

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Il petrolio detta la linea

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il petrolio e l’energia si dimostrano ancora una volta decisivi per orientare l’andamento delle Borse. La guerra nel Golfo e il blocco dello stretto di Hormuz hanno fatto raddoppiare la quotazione del greggio in pochi giorni; è poi bastata la dichiarazione di Donald Trump sull’imminente fine delle operazioni militari per riportare il prezzo del petrolio intorno ai 90 dollari – valore comunque decisamente più caro rispetto a quello pre-bellico, che da tempo navigava nella fascia fra i 50 e i 60. Il movimento è stato presto recepito dalle Borse europee e asiatiche, protagoniste di un tentativo di chiaro rimbalzo, che nel nostro continente è stato seguito da un nuovo, più moderato calo.

Dipendenza energetica

La nuova crisi energetica, con la massiccia speculazione che lo ha accompagnato, ha decostruito il castello di certezze che sembravano aver munito i listini di ottime difese. La lezione è chiara: l’impennata del petrolio è troppo anche per un sistema borsistico resistente. Soprattutto in una situazione, come quella attuale, dominata dall’incertezza sui multipli in mercati tirati, che convince gli investitori ad alleggerire il loro portafoglio, causando un prevedibile calo delle quotazioni. Questo è particolarmente vero per Europa e Far East, carenti di materie prime e per questo più influenzati dalle bizze del petrolio e del gas. Wall Street ha perso molto meno: il petrolio, è vero, ha subito un rincaro fortissimo anche oltre oceano, ma la quotazione del metano – che ad Amsterdam è passato dai 30 ai 50 euro circa – negli Stati Uniti è rimasta bassa, diminuendo gli effetti negativi sui mercati. La dipendenza energetica ha quindi messo in ginocchio il Vecchio Continente e l’Estremo Oriente, che poi hanno reagito positivamente alle speranze che la guerra finisca in tempi brevi, con rimbalzi più forti dalle piazze, come Seul, che avevano perso di più in precedenza. E’ proprio qui che si gioca il futuro prossimo dei mercati euro-asiatici. Se davvero dovesse tornare la pace nel Golfo, i listini potrebbero consolidare il recupero e rilanciare, sull’onda di un ritorno di petrolio e gas alla normalità. Se invece lo scontro bellico si protraesse, il mercato finirà per allentarsi, creando recessione e minor crescita.

Due strategie

Proprio le differenti previsioni sulla durata della guerra guideranno gli investitori nella scelta delle strategie da seguire. Gli ottimisti, cioè quelli che credono in un rapido stop delle operazioni belliche, potrebbero giocare la carta del mantenimento delle posizioni, approfittando di eventuali occasioni in un’ottica di trading, sfruttando cioè il primo rimbalzo, che solitamente è violentissimo e di breve durata. Un po’ quello che è accaduto a inizio settimana: per le Borse, pur in piena incertezza sulla durata della guerra, è bastata la dichiarazione aperturista di Trump per avviare il recupero. Piazza Affari, in particolare, ha assistito a un rimbalzo dai minimi dei titoli finanziari – proprio quelli che avevano sofferto di più appena dopo l’inizio dei bombardamenti sull’Iran. Questa dinamica potrebbe, appunto, instaurarsi in modo ancor più netto nel caso in cui nel Golfo tacessero le armi. Chi invece teme una guerra di lunga durata, farebbe meglio ad alleggerire il portafoglio, tenendo però le antenne ben sintonizzate su eventuali cambiamenti di rotta.
Minimo comun denominatore per tutti, procedere con cautela, mantenere i nervi saldi, operare con mentalità da trader. E leggere poco i giornali, per non farsi prendere dal panico.

I rischi in Europa

Dal punto di vista dell’economia reale, in Europa si rischia un fenomeno inflattivo simile a quello conseguente allo scoppio della guerra russo-ucraina. L’impennata dei prezzi alla pompa è sotto gli occhi di tutti. Il fenomeno non coinvolge solo la benzina, ma anche il gasolio, i cui costi sono inspiegabilmente esplosi. Questi rincari sono in grado di causare problemi non solo agli automobilisti, ma anche (e soprattutto) ai trasporti via gomma e all’agricoltura. Non è quindi escluso che i prezzi delle merci sugli scaffali possa crescere in maniera visibile nei prossimi giorni, innescando una nuova crisi legata ai consumi.

Deficit Usa alle stelle

Pur risparmiando – come visto – uno storno severo alle Borse americane, il caro-petrolio ha comunque creato scompiglio negli Stati Uniti, obbligando Trump a gettare acqua sul fuoco. Washington, ricordiamolo, ha un problema enorme di deficit pubblico, esploso in due riprese (in epoca-Lehman e al tempo del Covid), per cui le casse pubbliche pagano 1.220 miliardi di dollari di interessi sul debito pubblico (proiezione 2025). A queste vanno aggiunte spese difficilmente comprimibili come quelle militari (lo scorso anno sono state di quasi 1.000 miliardi) e quelle legate al welfare, mentre una tassazione maggiore alle aziende è impensabile. La via dei dazi scelta da Trump – poi stroncata dalla Corte Suprema – era quindi parsa una strada obbligata per riequilibrare un po’ i conti, agendo sulla crescita delle entrate tramite controlli strategici sui flussi commerciali. Se la nuova, più moderata, decisione trumpiana sulle tariffe non dovesse subire stop per via giudiziaria, sicuramente non sarà toccata dai democratici, una volta dovessero reinsediarsi alla Casa Bianca, un po’ come è avvenuto per la tornata di tariffe introdotte dal presidente Usa nel corso del suo primo mandato. Come spesso accade, le misure impopolari vengono contrastate dall’opposizione, che poi regolarmente non le tocca una volta conquistato il governo.

La coperta è corta

Certo è che l’improvvisa restrizione del margine di manovra mette in difficoltà Trump, alle prese – oltre che con il caro-petrolio – anche con il cauto avanzamento del dollaro, che recupera lentamente sull’euro pur in un quadro di debolezza intrinseca. Gli americani votano pensando al portafoglio, e la promessa di mantenere basso il prezzo della benzina ha assunto un ruolo centrale nella campagna elettorale del presidente. Che quindi ha una strada obbligata: fare di tutto per far tornare il petrolio a livelli di guardia prima delle elezioni di mid term. In cui il costo della benzina giocherà un ruolo importante, se non decisivo.

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Settimana problematica per i titoli finanziari

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La Borsa di Milano ha chiuso la scorsa settimana con un calo dell’1,7%, e, dopo un lunedì tutto sommato stabile, sta provando il recupero. La flessione di Piazza Affari è stata causata soprattutto dal pesante arretramento delle banche, capaci in una settimana di perdere il 7%. E di influire sul listino milanese, tradizionalmente molto esposto nei confronti del settore dei servizi finanziari – non per niente, le altre Borse europee, pur in presenza del terremoto delle azioni finanziarie, hanno chiuso una settimana tutto sommato tranquilla. La situazione non deve, però, spaventare: febbraio è tradizionalmente un mese poco positivo e in un ambito di trading range al rialzo (da gennaio a oggi le Borse sono ancora in “utile”) le correzioni, anche senza un motivo apparente, sono quasi ordinaria amministrazione. A questi prezzi, l’acquisto selettivo di alcuni titoli bancari potrebbe rivelarsi una buona scelta, tanto più che siamo vicini alla distribuzione dei dividendi.

I motivi della correzione

I motivi dello storno settoriale sono molto deboli: è vero che il governo sta discutendo nuove tassazioni per il settore, ed è altrettanto indubbia la portata delle dichiarazioni di Matteo Salvini (“continuo a ritenere che, in un momento di difficoltà economica per tanti, chi ha di più, come il sistema bancario, debba dare di più”, ha detto il vicepremier). Ma questo non basta a spiegare un movimento di questo tipo. Come non bastano le possibili reazioni degli investitori a un’inchiesta del Sole 24 Ore, secondo cui i maxi-utili delle aziende di credito dipendono sempre meno dagli interessi passivi sui finanziamenti e sempre di più dall’asset management e dalle polizze assicurative. Tanto più che questa politica è ben nota da anni. Insomma: piani governativi, dichiarazioni e indagini giornalistiche non sono sufficienti per un crollo azionario di questa portata. Piuttosto, sullo storno delle banche potrebbe aver influito maggiormente la paura generalizzata che i nuovi strumenti di intelligenza artificiale per il risparmio gestito possano mettersi in concorrenza con le case storiche di investimenti e prendersi tutto il mercato. Non per niente, è bastato che Altruist mettesse sul mercato un servizio di pianificazione fiscale che si basa sull’Ia (nel dettaglio, sulla sua piattaforma Hazel) per colpire i titoli delle società di asset management. E riverberarsi sulle banche.

Incubi IA

D’altra parte il fenomeno sembra ormai consolidato: ogni volta che l’intelligenza artificiale generativa viene accostata a un settore, si scatena il terremoto in Borsa proprio su quel comparto. A questo proposito, ha fatto parlare un post virale (anzi, “viralissimo”, dato che è stato visto da decine di milioni di persone) di Matt Shumer, imprenditore americano che lavora proprio nell’ambito dell’Ia. “Qualcosa di grande sta succedendo”, ha affermato, facendo capire che siamo ormai arrivati allo spartiacque: dall’intelligenza artificiale che affianca il lavoro, afferma, stiamo passando all’Ia generativa in grado di sostituire il personale, facendo irruzione nei processi produttivi e diminuendo in maniera molto significativa la necessità di un contributo umano. Shumer ha paragonato il febbraio 2026 allo stesso mese del 2020, alla vigilia del Covid. Quando si parlava di questo nuovo virus che si stava espandendo in Paesi esteri, ma buona parte delle persone (e delle Borse) non gli prestava molta attenzione. Poi, in tre settimane, è cambiato tutto, trasformando la vita in una modalità che era praticamente impossibile da immaginare. Ecco: per Shumer siamo nelle stesse condizioni di allora. Con una differenza: i rischi insiti nell’Ia generativa sono “molto, molto più grandi” di quelli del Covid. Le opinioni su questa previsione decisamente distopica sono contrastanti. E’ indubbio che l’intelligenza artificiale generativa sia in grado di sostituire alcuni processi, e che lo sarà sempre di più. Tuttavia, ci sono ruoli che è difficile immaginare come completamente gestiti da algoritmi. E il risparmio gestito è uno di questi. A certi livelli, il rapporto umano e la fiducia tra gestore e cliente sono parte fondamentale del processo. Inoltre, l’Ia tende sempre a non contrariare l’utente o a fornire risposte “caute” o troppo equilibrate – un atteggiamento poco adatto a un settore che deve saper proporre alternative fra i vari mix moderati, bilanciati e aggressivi. L’intelligenza umana ha capacità di scelta e discernimento, che l’Ia non ha: un allarme di questo tipo sembra quindi prematuro. Tuttavia, in Borsa si compra e si vende sulle attese: se stimolati, i mercati reagiscono, a volte in maniera inspiegabile.

Sorpresa dall’economia americana

Grande sorpresa dagli Stati Uniti: i dati di gennaio evidenziano un Paese in salute, con 130.000 nuovi posti di lavoro (ne erano attesi 65.000) e una disoccupazione al 4,3% (-0,1%). Ciò, tra l’altro, si unisce alla crescita dell’economia del 5% nell’ultimo trimestre. Con questi risultati, è molto difficile che un Jerome Powell in scadenza di mandato decida di tagliare i tassi nella seduta del prossimo marzo. Tanto più che il leader Fed ha dimostrato indipendenza anche quando era ampiamente criticato da Donald Trump, e non correggerà il tiro proprio negli ultimi mesi di ufficio. A giugno la Federal Reserve sarà presieduta da Kevin Warsh, più propenso ai tagli dei tassi. Anche se – ci teniamo a ribadirlo – un presidente di una banca centrale giudica dalla situazione e dal contesto, prima ancora che dal suo approccio personale.

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Nuovo taglio dei tassi in Europa: a quando il prossimo?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Era scontato ed è avvenuto: la Banca Centrale Europea ha tagliato per la seconda volta nell’anno il costo del denaro. Il board della Bce ha deciso all’unanimità di riposizionare il tasso sui depositi dal 3,75% al 3,50%, con un calo di 25 punti ampiamente previsto. La Bce non si è però limitata all’intervento atteso, ma ha fatto di più. L’Eurotower ha infatti cambiato il differenziale fisso fra il tasso sui rifinanziamenti a quello sui depositi, passato da 25 a 15 punti base, stabilendo un nuovo valore fra i due rapporti. Nel dettaglio, passa da 4,25% a 3,65% la percentuale sui rifinanziamenti principali e dal 4,5% al 3,9% quella sui marginali. In questo ultimo caso, il taglio è dunque di 60 punti.

Mutui meno cari

Il taglio (che, ricordiamolo, è il secondo nel 2024) è tardivo, ma avrà comunque la possibilità di regalare una boccata di ossigeno ai cittadini europei. Le banche, per esempio, hanno già iniziato a diminuire gli interessi sui mutui e sugli acquisti a rate, sollevando molte persone da costi spesso divenuti insostenibili. Secondo la Fabi, la decisione di Francoforte dà un po’ di sollievo a 6,8 milioni di famiglie italiane indebitate. A questo proposito Lando Maria Sileoni, segretario dello stesso sindacato dei bancari, ha parlato di “benefici significativi sul fronte dei tassi bancari” conseguenti alla decisione della banca centrale. “La Bce ha preso una decisione importante, anche se attesa, dimostrando di avere coraggio, sul piano politico”. Quanto al costo del credito, “gli interessi sui mutui alle famiglie e sui prestiti alle imprese caleranno ancora nei prossimi mesi, così diventerà più facile comprare casa e fare investimenti. Va comunque ricordato che, già da dicembre scorso, le banche hanno iniziato a ridurre i tassi alla clientela”.

Inflazione sotto controllo

Sembra dunque iniziato il vero trend di discesa. A convincere i membri del board – anche i più refrattari a una politica più morbida – sono stati due fattori. Primo, le buone notizie sul fronte inflazione, che secondo le simulazioni effettuate nel corso di questo mese raggiungerà il 2,5% a fine anno, il 2,2% al termine del 2025 e l’1,9% (quindi sotto il target) 12 mesi dopo. Dovrebbe attestarsi invece sul 2,9% l’inflazione core di quest’anno, per poi scendere al 2,3% nel 2025 e al 2% l’anno seguente. Il secondo fattore che ha reso colombe anche i falchi più incalliti sono i pessimi dati tedeschi sull’economia, che mettono a rischio il benessere della locomotiva d’Europa e della stessa Ue.

La crisi dell’auto in Germania (e non solo)

Uno dei dati da incubo dell’economia tedesca riguarda il settore automotive, che è calato del 10%, mentre sembra inevitabile la chiusura di uno stabilimento Volkswagen in Germania (un vero e proprio inedito) con 16.000 dipendenti che rischiano il posto di lavoro. E’ inutile ripetere quanto influisca l’agenda “verde” delle istituzioni europee su una crisi di questo comparto, che rischia di coinvolgere tutta l’Ue: i conducenti non vogliono sentir parlare dell’auto elettrica, mentre esitano ad acquistare le vetture a motore tradizionale per timore che nei prossimi anni siano introdotte nuove restrizioni, oltre a quelle che hanno già reso difficile circolare in molte città e regioni. Una conseguenza di questa incertezza è visibile nel porto di Savona, dove sostano, in attesa di un improbabile sbarco, le vetture invendute: una scena difficilmente prevedibile quando – a causa delle restrizioni Covid – si poteva attendere anche un anno per potersi veder recapitare un’auto nuova.

Venti di cambiamento sull’agenda 2035?

Anche per questo, le case automobilistiche hanno deciso di muoversi: quasi tutti i costruttori (eccetto Stellantis, e non se ne comprende il motivo) hanno chiesto una revisione dei termini dell’agenda 2035. La crisi del settore automobilistico potrebbe aver influito in modo incisivo sulle dimissioni di Thierry Breton, commissario europeo al Mercato interno e all’Industria della Commissione von der Leyen e super sostenitore della conversione elettrica del settore automobilistico. Il politico transalpino, che era candidato alla riconferma, ha alla fine rinunciato. E lo ha fatto sbattendo letteralmente la porta, in polemica con la stessa presidente di Commissione, accusata di non volere più la sua presenza tra i “ministri” dell’Unione. Breton sarà sostituito da Stéphane Séjourné, indicato dalla Francia come nuovo rappresentante di Parigi nelle istituzioni europee.

Borse indifferenti al taglio

Il taglio Bce ha lasciato abbastanza indifferenti le Borse europee, più sensibili al taglio della Federal Reserve, atteso fra poche ore. Un po’ perché la diminuzione del costo del denaro negli Stati Uniti è probabile, ma non sicura; un po’ perché fino all’ultimo non è dato di conoscere l’entità dell’intervento (25 o 50 punti). Intanto, l’euro sembra rafforzarsi sul dollaro, ma sempre nella “fascia neutrale” (tra 1,08 e 1,12). La crescita è giustificata da eventi di politica monetaria e inflattiva che si verificano più velocemente nell’Ue. L’euro, dunque, guadagna sul biglietto verde ma non sul franco svizzero, che non vuol saperne di lasciare le vette raggiunte già da un po’ di tempo. Il prolungato acquisto di valuta elvetica da parte di risparmiatori di tutto il mondo in cerca di beni rifugio pone a rischio l’economia del Paese. Attualmente, la Svizzera sta sopravvivendo bene all’impennata del franco; tuttavia, a lungo termine potrebbero presentarsi conseguenze negative, dovute a calo di esportazioni e “gentrificazione” del turismo.

Telenovela San Siro

Ha fatto discutere l’ultimo capitolo sullo stadio di San Siro. Milan e Inter hanno chiaramente comunicato a Giuseppe Sala, sindaco di Milano, che non intendono aderire al piano di ristrutturazione del “Meazza”, caldeggiando il ritorno al piano 2019, che prevedeva la costruzione di un nuovo stadio a poca distanza dalla “Scala del calcio”. Un ritorno alla casella zero, dunque, che ha portato il calendario all’era pre-Covid. Proprio mentre il countdown per i Giochi Olimpici di Milano-Cortina, la cui cerimonia inaugurale si svolgerà proprio a San Siro, corre veloce. Tutte le opzioni sono ancora sul tavolo. La ristrutturazione del vecchio stadio è ormai improbabile, ma non ancora impossibile; la costruzione di un nuovo impianto a poca distanza da quello vecchio è osteggiato dai tifosi e non piace alla città (e soprattutto al quartiere); l’alternativa che vedrebbe la costruzione di due arene separate, una a Rozzano e una a San Donato, sembra meno agevole e più costosa per i due club. Uno stadio di proprietà ha il compito di generare ricavi, e gli interventi (siano essi la ristrutturazione o la costruzione ex novo) devono essere ammortizzati. Per rifare San Siro occorrono tra i 600 e i 900 milioni di euro, che possono essere recuperati a breve solo con appalti edilizi. Se non che, intorno al Meazza è già iniziata una campagna di costruzioni che riduce la possibilità, per Milan e Inter, di guadagnare con spazi immobiliari e commerciali. Il discorso è simile anche per l’alternativa “nuovo stadio in zona” che, come accade ora, soffrirebbe anche dell’alto grado di criminalità che si è insediata nelle vicinanze. A cambiare sarebbero le cifre, diverse per l’edificazione da zero, e le condizioni dello stadio (su San Siro grava il vincolo monumentale per il secondo anello). Rozzano e San Donato, invece, partirebbero da un “prato verde”, ma la loro posizione esterna al territorio comunale di Milano e gli investimenti raddoppiati (ogni squadra costruirebbe il proprio stadio) si potrebbero rivelare penalizzanti, ritardando di molto il breakeven. La soluzione sembra molto difficile: occorrerebbe una regia politica e un coinvolgimento dell’opposizione, ma anche il coinvolgimento dello Stato e una maggiore propensione al dialogo da parte delle due società.

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Le previsioni per il nuovo anno

Dopo il grande rally avviato lo scorso novembre, il 2024 delle Borse offre ancora buone occasioni di investimento. Soprattutto nel settore bancario, che sembra conservare ampi margini di crescita. Ma, in generale, dai listini ci si attendono rendimenti più moderati, ben lontani da quelli raggiunti negli ultimi mesi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il 2023 si è chiuso un po' in sordina, complice il ritorno dell'influenza, che ha costretto a letto più di un milione di cittadini italiani. Grandi numeri, certo, ma dopo il Covid anche un’epidemia stagionale “tradizionale” può essere letta come un primo passo verso il ritorno alla normalità.

Questo pazzo, pazzo 2023

Dal punto di vista dell'economia, il 2023 appena concluso è stato tutto tranne che un anno normale. La cavalcata dei tassi ha visto, per molti mesi, le banche centrali europea, americana e inglese rincorrersi a ritmi serrati sul terreno della stretta monetaria, sviluppando scenari inediti. L'economia, anche grazie al costo del denaro sempre più alto, ha subito drammatici rallentamenti, i cui effetti sono però stati temporaneamente mitigati dall'ottimo andamento dei primi sei mesi. L'inflazione è stata fermata - anche se, come abbiamo visto, a caro prezzo. Le Borse, da parte loro, hanno offerto rendimenti inaspettati: dopo aver proseguito sull'onda del grande rimbalzo di ottobre 2022, i mercati hanno alternato lunghi momenti di tranquillità all'insegna del trading range a periodi di crescita, capaci di coinvolgere, a vario titolo, la maggior parte delle asset class. Dall'inizio dello scorso novembre, poi, si è verificato l'ormai “mitico” rally (sia azionario, sia obbligazionario), con performance che non si vedevano da fine anni Novanta. Gli investitori capaci di mantenere le posizioni e di rimanere con una duration lunga hanno potuto monetizzare molto bene e recuperare le perdite del 2022, o addirittura guadagnarci. Soprattutto chi, in Italia, ha puntato sul settore bancario e finanziario, re indiscusso delle asset class 2023, che (anche grazie alla presenza massiccia nel listino di Piazza Affari) ha portato l'azionario italiano fra i leader mondiali. Meno redditizi, invece, il settore farmaceutico e quello alimentare, classici titoli difensivi che offrono performance quando i mercati sono in difficoltà.

Tassi, presto la discesa

E ora? Che cosa si prevede per il 2024? Iniziamo con la politica monetaria delle banche centrali, elemento decisivo per determinare l'andamento dell'economia mondiale. Da questo punto di vista, gran parte delle case di investimento si aspetta (in generale) tagli dei tassi compresi tra i 75 e i 150 punti. L'inflazione, come già detto, è invece sotto controllo e non è così lontana dal 2%. Tutto, insomma, sembra preannunciare una lunga e morbida transizione verso la normalità che, a meno di eventi geopolitici estremi (non così improbabili, purtroppo), dovrebbe assicurare un anno abbastanza tranquillo. Anche se, quasi sicuramente, il mercato azionario non offrirà risultati eccezionali come lo scorso anno. Se l'economia darà cenni di ripresa, potremo dunque aspettarci andamenti di mercato buoni e rendimenti fra il 5% e il 10% tra flusso dividendi attesi e crescita.

Banche, il rally non è concluso

Ancora una volta, potrebbe essere premiato un atteggiamento all'insegna del sovrappeso di titoli bancari e finanziari italiani, che – nonostante il boom dell'ultimo anno – hanno ancora ampi margini di crescita. Lo ha fatto capire, senza troppi giri di parole, anche Andrea Orcel: l'amministratore delegato di Unicredit ha quantificato il valore reale della sua banca a 45 euro, quasi il doppio rispetto alle quotazioni attuali. L'osservazione, mutatis mutandis, vale per l'intero sistema, soprattutto se si verificheranno ulteriori consolidamenti (in pole position, Mps e Banco Popolare). Il prosieguo della crescita del settore è supportato dai numeri: ci si attendono utili di esercizio 2023 a oltre 43 miliardi (contro i 2 del 2020). Tuttavia, nonostante la progressione dei profitti e la corsa dell'asset class, i mercati internazionali non credono fino in fondo nelle potenzialità di questo settore. Perché all'estero ci sono ancora pregiudizi sulle banche italiane. E perché – Unicredit e Intesa Sanpaolo a parte – i titoli dei nostri istituti di credito sono relativamente piccoli, e i grandi operatori li guardano con occhi distratti. Mentre non dovrebbero farlo. Anche perché, più in generale, nel corso dell'anno appena iniziato le small e mid cap potrebbero ritagliarsi un ruolo da protagoniste, dopo che nel 2023 sono rimaste indietro rispetto alle large sia in Europa, sia negli Stati Uniti.

Obbligazioni, rendimenti in calo

Nell'obbligazionario, i rendimenti sono destinati a scendere.  Per i Btp siamo già rapidamente passati dal 5% del 31 ottobre scorso a percentuali sotto il 3,5%, con cui si è aperto l'anno. Spesso i mercati precorrono i tempi e lo stanno dimostrando anche in questo caso. Quasi sicuramente, nel corso del 2024, i buoni del tesoro si porteranno al 2,5%, forse addirittura al 2%. Un po' più alta la performance che ci si attende dai corporate bond, e ancora maggiore quella delle obbligazioni con subordinati bancari, con rischio più elevato. Entrambe le categorie dovrebbero essere presenti in forza nel mix di investimento, insieme ai buoni del tesoro italiani e degli altri paesi periferici. Il rendimento atteso, tuttavia, si inserisce tra il 4% e il 5%: difficile ottenere ulteriore capital gain sulla componente obbligazionaria.

Le incognite geopolitiche

Tradizionalmente, l'andamento delle valute è imprevedibile, perché il forte potere di indirizzo delle banche centrali ne condiziona in modo forte l'andamento. Dati economici alla mano, avevamo previsto l'indebolimento del dollaro, tornato a un livello di 1,10: con tutti i condizionali del caso, si può ipotizzare, per il 2024, un ulteriore calo del biglietto verde fino a 1,15 e oltre, per i problemi di disavanzo e decrescita dell'economia americanaL'anno in corso potrebbe invece segnare il recupero dello yen: un leggero aumento dei tassi (ancora negativi) in Giappone proprio mentre ci si aspetta il calo del costo del denaro nel resto del mondo obbligherebbe gli investitori che hanno scelto il carry trade con debito nella valuta nipponica e investimenti in euro o dollari a smontare rapidamente le posizioni. E ciò rafforzerebbe lo yen. A livello di macroaree proseguirà la forte crescita indiana, a fronte di un rallentamento della Cina, tra crisi immobiliare e problemi di domanda interna. L'Europa, affossata dalla guerra russo-ucraina e dalla crisi tedesca, rischia di confermarsi fanalino di coda. A fare il resto saranno le incognite geopolitiche e i grandi appuntamenti elettorali del mondo occidentale: le elezioni europee, quelle britanniche e le presidenziali americane, che al momento sembrano le più incerte. Dai risultati delle urne potrebbero uscire indirizzi importanti sia sulla prosecuzione o meno delle guerre in atto, sia sull'economia mondiale. In particolare, i prossimi leader del mondo occidentale decideranno definitivamente se la transizione alla mobilità elettrica sarà radicale (come dettato dall'indirizzo attuale) oppure soft e più aperta alle scelte individuali.

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Patto di stabilità, raggiunto l'accordo

I 27 ministri dell'Economia Ue hanno approvato all'unanimità il nuovo testo. Si tratta di un compromesso tra i Paesi del Nord Europa e quelli con il debito pubblico più alto: da un lato si abbassa il tetto deficit-Pil (dal 3% all'1,5%), dall'altro si allungano i tempi di rientro e si esclude una parte degli interessi. Inesistente la reazione della Borsa, già in clima natalizio

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Alla fine, l'accordo sulla nuova versione del patto di stabilità è stato raggiunto. I ministri dell'Economia dei 27 Stati membri hanno infatti redatto una proposta di testo, che passa ora all'esame del Parlamento europeo. L'approvazione dell'aula, praticamente scontata, è attesa nella prima parte del 2024, in piena campagna elettorale per il rinnovo del legislativo Ue.

Compromesso

La nuova versione del patto di stabilità (che sostituirà quella “storica”, sospesa nel 2020 per consentire ai Paesi membri di affrontare l'emergenza Covid senza restrizioni) rappresenta un compromesso tra i cosiddetti “Paesi frugali”, guidati da Olanda, Germania e dal blocco nordeuropeo, e quelli con debito pubblico alto, sostenuti dalla Francia. Ciascuna delle due parti - ça va sans dire – ha dovuto cedere qualcosa. Su richiesta tedesca, non basterà rispettare il “vecchio” tetto del 3% deficit-Pil, ma occorrerà abbassare ulteriormente il valore all'1,5%. Tuttavia, su pressioni di Parigi, da questo computo sarà esclusa una parte degli interessi e delle spese per investimenti fino al 2027. Il nuovo testo richiede anche un avanzo primario minimale. Un altro punto a favore dei “Paesi indebitati” concede la possibilità di rientrare dal deficit in tempi più lunghi: gli Stati membri più problematici potranno redigere un piano di riduzione dei debiti in quattro anni (con rientro pari allo 0,40% annuo) prorogabili fino a sette (0,25%).Chi non rispetterà le nuove regole riceverà una sanzione pari allo 0,05% del Pil – più bassa, quindi, che in precedenza. Una multa che, in realtà, nei cento e rotti casi che si sono presentati in passato non è mai stata applicata. Il testo è soddisfacente? Non del tutto. Un lieve miglioramento c'è, ma si ritorna comunque a quell'austerity che ha fatto tanti danni in passato. In ogni caso, meglio un nuovo testo che la versione precedente, capace di procurare tanti problemi all'Europa. Più in là di così, vista la posizione dei Paesi del nord Europa, non si poteva proprio andare: per questo, il compromesso raggiunto è tutto sommato accettabile e il giudizio moderatamente positivo. Ci si chiede però per quale motivo, vista la situazione geopolitica internazionale, le istituzioni europee non abbiano deciso di prendersi qualche mese in più, rinviando di un anno il ritorno delle strette regole sul deficit.

Borse silenti

L'accordo sul patto di stabilità è una notizia pesante, ma le Borse europee non hanno evidenziato la benché minima reazione. Un po' perché l'intesa era vista come scontata – alla fine tutti, Germania (in crisi) compresa, avevano interesse ad ammorbidire le regole ferree della versione precedente. E un po' perché sotto Natale i mercati sono già in clima festivo, e gli scambi sono davvero limitati. Anche per questo, i listini non hanno reagito neppure alla bocciatura del Meccanismo Europeo di Stabilità da parte del parlamento italiano, che mette in scacco la misura già approvata da tutti gli altri Stati membri. Il progetto sarà ora definitivamente accantonato? Difficile che accada. Piuttosto, è realistico pensare che il Mes sia oggetto di negoziazione. Nella formulazione attuale, il fondo salva-Stati è un organismo autoreferenziale, senza controllo, e le sue regole prevedono che, se il debito di un singolo Paese venisse giudicato eccessivo e non negoziabile, scatterebbe un intervento della troika. Un'eventualità che non si può augurare a nessuno, considerati i danni che questo meccanismo ha portato alla Grecia.

Gas, prorogato il price cap

Il compromesso sul patto di stabilità non è l'unico accordo raggiunto in questi giorni dai ministri Ue. E' stato infatti prorogato di un anno il regolamento d'emergenza sull'energia, che ha come punto forte il price cap del gas. Una notizia positiva, anche se l'eventualità che il costo del metano sfondi il tetto fissato dalle istituzioni europee non preoccupa più di tanto: attualmente, la sua tariffa al Ttf di Amsterdam è di poco sopra ai 30 euro a megawattora, mentre il cap è fissato a 180. In Europa, i prezzi dell'elettricità sono ormai tornati a livelli accettabili, ma si è verificato un paradosso: l'inflazione che la crisi del gas ha generato non è arretrata.

Crisi del Mar Rosso: allarme petrolio?

Finora, a tenere a bada le impennate di prezzi ci ha pensato il petrolio, che per un tempo abbastanza lungo si è mantenuto sotto gli 80 dollari al barile. A scompaginare la situazione, però, potrebbe essere la crisi del Mar Rosso: a causa degli attacchi sferrati dagli huthi, già 100 navi portacontainer hanno scelto di evitare la rotta consueta e di circumnavigare il Capo di Buona Speranza. Finora, la situazione non è ancora totalmente destabilizzata, e il rialzo del Brent oltre quota 80 dollari mantiene comunque il prezzo del greggio sotto controllo. Tuttavia, se la crisi proseguisse, potrebbero presentarsi rischi piuttosto seri (non solo per l'oro nero, ma anche per il Gnl). Nel primo semestre del 2023, ogni giorno, dal Mar Rosso sono transitati 8,8 milioni di barili e 116 milioni di metri cubi di gas naturale liquefatto. Dal Canale di Suez passa circa il 30% del commercio globale: facile temere un ritorno di rischi forti per l'economia (e dell'inflazione) qualora tutte le navi si vedessero costrette a ripiegare sulla rotta sudafricana. A tutto ciò si aggiunge la siccità che sta creando parecchi problemi al transito nel Canale di Panama, che – anche in questo caso – ha costretto molti armatori ad allungare le proprie rotte.

Islanda, i vulcani tornano a eruttare

Come se non bastasse, l'Islanda è stata colpita dall'eruzione del vulcano Fagradalsfjall, che si trova nel sud-ovest dell'isola, a circa 50 chilometri da Reykjavik. L'evento naturale estremo ha fatto tornare alla mente le difficoltà create, nel 2010, dall'eruzione del vulcano Eyjafjöll, sempre a sud dell'Islanda, che ebbe effetti clamorosi su gran parte del continente europeo. Dal 15 al 23 aprile 2010, a causa delle polveri presenti in aria, l'Europa settentrionale e quella centrale dovettero chiudere gli spazi aerei per la mancata idoneità al volo: molti ricordano le code di persone alla stazione di Milano Centrale, in cerca di un treno verso Roma per imbarcarsi a Fiumicino, a causa della chiusura degli aeroporti di Linate, Malpensa e Orio al Serio. Pur non rappresentando un pericolo per la tenuta del sistema economico, l'eruzione del 2010 causò perdite pari a 200 milioni di dollari al giorno circa alle compagnie aeree. In teoria, secondo l'ufficio meteorologico islandese, il peggio dovrebbe essere alle spalle: l'eruzione del vulcano Fagradalsfjall è stata infatti declassata. Tuttavia, ha aggiunto l'autorità, la lava potrebbe ancora scorrere nel sottosuolo: non si può dire, quindi, che l'eruzione sia finita.Se così fosse, dovremmo tornare a rapportarci con l'imprevedibilità di avvenimenti simili, che non ci dà modo di prevedere se gli effetti di una eventuale, nuova eruzione metteranno ancora in difficoltà il traffico aereo europeo. Tuttavia, al giorno d'oggi, il rischio maggiore per mercati e Borse è, e resta, quello geopolitico.

Il pallone a pezzi

E' stata definita “storica” la sentenza C-333/21 della corte Ue che ha aperto all'organizzazione di tornei sportivi alternativi a quelli gestiti dalle federazioni internazionali. "Le norme Fifa e Uefa sull'approvazione preventiva delle competizioni calcistiche interclub”, si legge, “sono contrarie al diritto Ue". Il pronunciamento (che, non è stato ricordato abbastanza, vale solo per i Paesi Ue – escluse quindi l'Inghilterra, ma anche la Svizzera, dove hanno sede Fifa e Uefa) ha subito fatto pensare al progetto di Superlega privata, gestita dai club più ricchi, che punta ad affiancare o a sostituire i tornei internazionali Uefa. Per il momento rimarrà tutto come è. Poi vedremo gli interessi economici che ci sono dietro. Vedremo, cioè, se il potere dei soldi avrà il sopravvento sullo spirito originale del gioco, creando un torneo finanziato da capitali internazionali. Sicuramente, una spaccatura di questo genere andrebbe a creare danni al calcio. Fifa e Uefa, nel bene o nel male, sono istituzioni e fanno parte del sistema piramidale di controllo dello sport. Aprire a competizioni al di fuori di questo modello significherebbe, un giorno, rischiare di assistere alla duplicazione di eventi come mondiali di calcio e Giochi Olimpici. Questo trend, alla lunga, rischierebbe di causare una perdita di interesse nei confronti delle manifestazioni sportive. Soprattutto in Europa, dove l'approccio degli appassionati si basa su un'identità emozionale con una determinata squadra. La diffusione di un modello americano, basato meno sul tifo e più sul mero spettacolo, rischierebbe di allontanare gli spettatori, già colpiti dal crescente prezzo dei biglietti. E questo avrebbe una chiara ricaduta economica. Che cosa accadrà ora? Probabilmente si cercherà di evitare la spaccatura. Le istituzioni del calcio hanno un asso nella loro manica: la posizione della Premier League inglese, allineata al governo di Sua Maestà e ai tifosi nel contrasto all'organizzazione dei tornei paralleli. Downing Street ha già definito un quadro normativo per scoraggiare la partecipazione dei club alla Superlega, e un comunicato ha annunciato che proseguirà su questa strada. Senza le squadre della massima divisione inglese (e di colossi come il Bayern, l'Inter e il Psg) l'eventuale Superlega rischierebbe di partire zoppa. Per questo motivo, una trattativa in grado di portare a una redistribuzione degli introiti di Champions League, a condizione che non nascano tornei paralleli, sembra la soluzione più probabile. Perché alla fine, come spesso accade, è solo questione di soldi.

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Poche sorprese sotto l'albero

Diversamente dal solito, il dicembre delle Borse potrebbe trascorrere in un'atmosfera molto calma, anche per la scarsa liquidità disponibile. Difficili, invece, le previsioni per l'azionario 2024, probabilmente influenzato dagli appuntamenti elettorali europeo, inglese e americano. Quasi scontato il rilancio dei bond, che avverrà quando i tassi torneranno a scendere

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Venerdì scorso le Borse hanno chiuso senza particolari scossoni, archiviando un risultato moderatamente positivo. Una settimana tranquilla non era difficile da prevedere, sia per un comprensibile bisogno dei listini di rifiatare, sia perché la festa del Ringraziamento americano ha di fatto “spezzato” il periodo di contrattazione negli Stati Uniti, con ricadute anche negli altri mercati.

Condizioni stazionarie

Ora si avvicina dicembre. Che cosa possiamo aspettarci dai listini? Ben poco. Nel corso del prossimo mese, infatti, le Borse dovrebbero marciare sui ritmi di quest'ultima settimana, senza la consueta accelerazione che di solito si verifica sotto l'albero di Natale. Ci stiamo infatti avvicinando a un mese molto corto di liquidità: questa situazione renderà meno frequenti e rilevanti gli scambi di qui a San Silvestro, portando i mercati a una chiusura dell'anno su livelli simili a quelli attuali. D'altra parte, si dovrebbero evitare anche rischi di contraccolpi negativi dovuti alla situazione internazionale. Tre le ragioni principali. Prima di tutto perché le Borse si sono dimostrate forti, nonostante le numerose difficoltà disseminate sul loro percorso. Poi per ragioni geopolitiche: la crisi mediorientale è rimasta un conflitto locale, senza cioè coinvolgere altre potenze regionali o mondiali, mentre il gelo polare ha rallentato le operazioni degli eserciti russo e ucraino, proprio nei giorni in cui Stati Uniti ed Europa iniziano ad accarezzare l'idea di uno stop a un conflitto divenuto dispendioso, lungo e difficilmente risolvibile dal punto di vista militare. Last but not least, il calo dell'inflazione tendenziale, che a fine anno chiuderà sotto il 4%, mentre quella reale ha ormai quasi raggiunto l'obiettivo del 2% e in Italia è ancora più bassa. Contribuisce al rasserenamento anche la tranquillità sia sul fronte del petrolio, ormai tornato vicino alla forbice 75-80 dollari al barile, sia su quello del gas, che sta lentamente tornando a scendere verso i 40 euro a megawattora. Unica preoccupazione è il picco di polmoniti in Cina, che porta timori di nuovi contagi in tutto il resto del mondo. Ma stante l'attuale situazione (favorita anche dall'alt di Bundesbank, preoccupata per la recessione in Germania) è praticamente impossibile che i tassi tornino a salire: a metà 2024, probabilmente, inizierà la lunga e lenta discesa.

Previsioni contrastanti

Con tassi più consoni potremmo vedere un forte rimbalzo azionario e il ritorno di fiamma delle obbligazioni. C'è chi però va contro corrente: uno studio di Ubs – il primo rapporto organico sulle previsioni per l'anno prossimo – vede l'economia europea in recessione, con Borse in perdita fra il 5% e il 10%. Sicuramente, il 2024 è, dal punto di vista borsistico, un anno difficile da prevedere. Anche perché, a breve distanza, si svolgeranno le elezioni europee, quelle britanniche e le presidenziali americane. E tutto potrebbe cambiare.

Il punto sulle obbligazioni

Meno dubbi sulla ripartenza del settore obbligazionario, già da qualche mese in attesa del semaforo verde. Prima di settembre, si diceva che la migliore strategia di investimento per i bond potesse prevedere duration lunghe, dato che i tassi sembravano arrivati al loro picco – o plateau che dir si voglia. In settembre e ottobre, tuttavia, si è verificata una recrudescenza: i tassi di interesse hanno compiuto il loro ultimo balzo verso l'alto per poi fermarsi. E lasciarci un periodo di riflessione. Oggi, la situazione è calma, gli spread si sono ridotti e sembra aver senso investire sulle obbligazioni a cinque-sei anni. Il rendimento atteso in Europa è tra il 5% e il 6%, quello in Italia ancora maggiore (6%-7%); in entrambi i casi, la protezione dal vortice inflattivo sarebbe assicurata. Ma attenzione: l'orizzonte temporale si sta restringendo, perché il conto della rovescia che ci separa dall'abbassamento dei tassi (e dalla conseguente crescita dei bond) è già partito. Occorre quindi vincere le resistenze di chi, ingolosito dai conti deposito al 3% o al 4%, ritiene più sicuro e comodo affidarsi a queste formule: una volta scesi i tassi, i conti remunerati saranno infatti sempre meno frequenti e redditizi, per poi sfumare lentamente. Mentre le obbligazioni torneranno a dare sicurezza e rendimenti.

Pnrr: siamo davvero in ritardo?

Intanto, in Italia si discute ancora sul Pnrr e sul ritardo (vero o presunto) con cui il Paese sta utilizzando i fondi messi a disposizione dall'Europa. Premesso che, come abbiamo già ricordato più volte, non è obbligatorio spendere l'intero importo accordato (anche perché la maggior parte della somma dovrà essere restituita), occorre comunque ricordare che il carattere farraginoso della burocrazia italiana non facilita certo lo sviluppo rapido dei progetti. Con qualsiasi governo, gli intoppi amministrativi sono in grado di bloccare – o almeno di rallentare – ogni tipo di intervento economico e infrastrutturale.

Più aziende vulnerabili

Ha destato un certo interesse uno studio di Deloitte e Assifact secondo cui le aziende con alto rischio di credito o vulnerabilità finanziaria sarebbero aumentate dal 42% del periodo precedente al Covid al 49% del 2022, con tendenza a un ulteriore peggioramento. D'altra parte, a cigni neri e difficoltà economiche crescenti, si è aggiunto un dato di fatto “macro”: da 20 anni le banche hanno stretto i rubinetti del credito, a causa di requisiti sempre più rigidi sul capitale, cicli economici veloci e mancanza di autonomia da parte delle filiali, che una volta erano il cuore pulsante dei processi di finanziamento. Il 49% sembra una percentuale enorme, ma quando l'economia si contrae e i tassi salgono, le banche sono ancora più restie a prestare soldi (cioè a svolgere il loro mestiere), perché il rischio di insolvenza aumenta. Non solo nel caso delle imprese, ma anche per i privati. Non per niente, dall'inizio della stretta monetaria in poi, i beneficiari dei mutui casa non sono riusciti a rimborsare 690 milioni di euro, soprattutto per il forte aumento delle rate nelle formule variabili. Certo è che l'aumento degli utili bancari rende comunque i loro bilanci molto più sostenibili. Ciò sarebbe ancora più evidente se le agenzie di rating rimuovessero una regola assurda, che impedisce a una qualsiasi azienda di ricevere una valutazione più alta rispetto a quella del Paese in cui ha sede. Senza questo ostacolo, varie banche e assicurazioni italiane sarebbero sicuramente da tripla A.

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Un anno di guerra: ecco come sono cambiate le economie

A dodici mesi dallo scoppio del conflitto, la cessazione delle ostilità sembra un traguardo lontano e poco probabile. I mercati lo sanno e dopo il primo periodo di choc hanno provato ad adattarsi: raggiunti i minimi lo scorso ottobre, hanno fatto partire un rimbalzo che in Europa non si è ancora esaurito. E ora...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il 24 febbraio 2022 le truppe russe varcavano il confine dell'Ucraina aprendo un conflitto dagli incerti esiti e dall'imprevedibile durata. Dopo un anno e poco più dall'escalation militare, la pace sembra irrealizzabile e molti osservatori ritengono che la vittoria di uno dei due contendenti sia un'ipotesi poco probabile. Sembra fondata l'ipotesi di Sergeij Radčenko, docente di relazioni internazionali alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies, pubblicata sul New York Times e citata sul Corriere della Sera dal giornalista Federico Rampini. L'analisi ha opposto i due scenari secondo lui più probabili: o i combattimenti ad libitum o una “soluzione coreana” - cioè la cessazione delle ostilità e il congelamento de facto dei confini tra i due paesi belligeranti, con uno stato prolungato di “guerra non guerreggiata”. In Corea, la situazione (tecnicamente ancora provvisoria) si è in realtà consolidata: dal 1953 in avanti, i due stati si sono sviluppati in maniera autonoma e Seul ha “vinto la pace”, affrancandosi da un'atavica povertà, scalando le gerarchie e superando recentemente persino il PIL dell'Italia.

Sanzioni, che flop

Intanto, però, la guerra russo-ucraina è più che mai in corso. E a un anno di distanza è lecito abbozzare qualche bilancio riguardante i suoi impatti sull'economia mondiale. In primo luogo, le vicende belliche hanno scatenato una reazione delle potenze occidentali (in primis Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Europea), che hanno cercato di colpire Mosca con vari pacchetti di sanzioni approvati in sequenza – l'ultimo, il decimo, è stato introdotto qualche giorno fa. Molte le conseguenze di queste misure. In primo luogo, la minore dipendenza dell'Europa dal petrolio e soprattutto dal gas russo, che andrà a ridursi ulteriormente nei prossimi due anni, fino quasi ad annullarsi. In un primo tempo, le sanzioni avevano fatto schizzare in alto proprio il metano e il greggio; se il secondo è poi tornato rapidamente su livelli accettabili, il primo – il cui costo era raddoppiato a causa della ripresa post-restrizioni Covid, ma anche per le conseguenze della transizione all'elettrico - è stato oggetto di speculazioni molto robuste, superando la cifra folle di 300 euro al megawattora. Complice l'incapacità di reagire da parte delle autorità europee, il livello, pur calando sensibilmente, si è mantenuto a lungo a tre cifre; è poi sceso gradualmente sotto quota 50, a causa dell'inverno mite, che ha facilitato il completamento degli stoccaggi. Ora, nonostante i livelli più accettabili stabiliti dal Ttf di Amsterdam, l'economia europea soffre ancora per il prezzo del gas e per le conseguenze dei suoi picchi del 2022. Come facilmente prevedibile, dunque, l'apparato sanzionatorio ha fatto male all'Ue, molto meno alla Russia: tutte le previsioni che avevano dato per certo il collasso di Mosca in tre mesi, il default della sua economia e il rapido deprezzamento del rublo hanno dimostrato la loro inconsistenza. Al contrario, Mosca ha semplicemente cambiato “cavallo” e ha stretto rapporti politici e commerciali con la Cina. La diffidenza nata tra le due potenze ai tempi del XX Congresso delCina Pcus – degenerata con la guerra di confine sino-sovietica del 1969 – si è dunque trasformata in collaborazione politica ed economica. È di non molti giorni fa la foto del grande gasdotto in costruzione, che porterà il gas russo, precedentemente destinato a Germania, Italia ed Europa, nelle aziende e nelle abitazioni dei cinesi. Tutto questo mentre la maggior parte dei paesi del mondo non ha aderito alle sanzioni, lasciandone il peso sulle fragili spalle dell'Europa.

Inflazione, quanto ci costi

Un'Europa che ora, proprio a causa delle montagne russe delle materie prime, non sa come fermare l'inflazione: come avevamo ampiamente previsto in tempi non sospetti, il rialzo graduale e insistente dei tassi non è stato in grado di intaccarla, agitando nel contempo lo spettro della recessione. E favorendo l'iniziale depressione dei mercati finanziari, con la corsa verso il basso che si è fermata con minimi dello scorso 6 ottobre. Poi, soprattutto in Europa, è avvenuto il grande rimbalzo, che ha riportato l'azionario, in alcuni mercati, a livelli prebellici. La fase virtuosa è proseguita ben più a lungo rispetto alle più rosee previsioni. L'inflazione è  rimasta in sella, ma i mercati finanziari sembrano essersi dimenticati della guerra, smentendo le previsioni pessimistiche di alcuni mesi fa. Sembra quindi corretta la recente affermazione di Warren Buffett: nella lettera che ha comunicato agli azionisti di Berkshire Hathaway la chiusura del 2022 con 22,82 miliardi di dollari di perdite nette, l'oracolo di Omaha ha sostenuto che “spesso le azioni scambiano a prezzi davvero folli, in alto o in basso. Il mercato efficiente esiste solo nei libri di testo”. Nella lettera, Buffett è anche tornato su un vecchio cavallo di battaglia: l'investimento a lungo termine. “Facciamo affidamento sulla forza di fondo dell’economia americana che, anche se di tanto in tanto evidenzia rallentamenti, ha sempre confermato la sua capacità propulsiva”, ha affermato, in una dichiarazione che può essere estesa anche all'economia europea.

Ping-pong sui tassi

E in questi giorni, i mercati del nostro continente hanno registrato performance migliori di quelli americani, influenzati anche dai verbali Fomc (il Federal Open Market Committee della banca centrale americana): il documento ha ribadito l'avanti tutta sui tassi, sottolineando che l'obiettivo resta l'inflazione al 2% e che, per arrivarci, “ci vorrà un po' di tempo”. Bce e Fed restano quindi allineate nel loro ping-pong al rialzo: le aspettative prevedono tassi al 3,75% nell'Eurozona e al 5,5% negli Stati Uniti. A rischiare, nel secondo semestre, potrebbe essere soprattutto l'azionario, alle prese con ritocchi dell’inflazione molto forti verso l'alto ed effetti negativi sull'economia. Con alcune eccezioni: il mercato italiano ha tutti i numeri per contenere eventuali danni perché sbilanciato sui titoli bancari, strutturalmente favoriti da un costo alto del denaro. Punto di domanda, invece, sull'obbligazionario, che forse (ma non è detto) potrebbe rivelarsi in grado di prendere la parte positiva del rialzo e rilanciarsi ulteriormente.

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Tassi Usa, incertezza sui mercati

I dati positivi sui posti di lavoro negli Stati Uniti dimostrano la tenuta dell'economia americana di fronte ai ritocchi sui tassi d’interesse da parte della Fed. E questo, insieme all'inflazione, crea un certo nervosismo nelle Borse. In Italia, buona performance di Btp e obbligazioni

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La settimana dei mercati è partita con qualche incertezza. A rendere gli indici nervosi sono soprattutto le notizie provenienti dagli Stati Uniti, dove l'inflazione si combina con i dati “troppo” positivi sul mercato del lavoro (a novembre, +263.000 nuovi posti contro i 200.000 previsti). Il motivo per cui questi numeri influenzano negativamente le Borse è chiaro: le cifre mostrano che gli Usa possono tollerare nuovi aumenti dei tassi di interesse senza contraccolpi per l'economia reale. Il fenomeno è visto come un via libera agli aumenti dei tassi, che ça va sans dire non piacciono ai mercati.
Le indecisioni dei mercati sono, dunque, un “discorso americano” e sono legati ai nuovi aumenti che saranno decisi dalla Fed: a dimostrarlo è il calo maggiore dei mercati Usa (-1,70%) rispetto a quelli europei (-0,50%), che evidentemente hanno tenuto nonostante i dati negativi sull'inflazione, diffusi venerdì scorso.

L'exploit dei Btp
In Europa prosegue invece il ritorno dell'obbligazionario: in particolare in Italia i bond hanno invertito la rotta, con i rendimenti adesso in discesa. I Btp hanno superato il 4% prima delle elezioni, per poi attestarsi sul 3,75%. È fin troppo chiaro che la dinamica dei buoni del tesoro, che ha portato gli spread sotto quota 190, non è né merito, né demerito del governo, ma è assolutamente indipendente dall'azione dell'esecutivo e dalla sua manovra finanziaria. Che – lo avevamo più volte anticipato – è in gran parte “blindata”, poiché deve destreggiarsi negli stretti margini di autonomia lasciati dall'Europa.

Il gas torna su
A preoccupare, invece, è l'aumento del prezzo del gas, a cui ha fatto da contraltare la nuova, bizzarra trovata delle autorità comunitarie. Secondo gli ultimi orientamenti, per fronteggiare il caro-bollette, l'Ue ammetterebbe aiuto di stato alle imprese, ma solo ai paesi che se lo possano permettere. Detto in parole povere, Germania e Francia sì, Italia no. Una misura che, se prendesse davvero corpo, sarebbe in palese contrasto con i principi europei di solidarietà.

E il petrolio...
Il petrolio, invece, resta abbastanza stabile: attualmente il prezzo si muove tra 75 e 85 dollari al barile. Sì è dunque rapidamente raffreddato il mini-picco del 5 dicembre, con il Brent a un passo da quota 90, aumento causato dalle notizie sull'allentamento delle restrizioni Covid in Cina, ma soprattutto dalla ricostituzione delle riserve strategiche americane.
Rispetto al mese scorso, in ogni caso, la situazione è più favorevole, perché il dollaro ha ripreso a calare (non solo sulla nostra moneta: il biglietto verde ha infatti raggiunto i minimi degli ultimi tre mesi rispetto allo yen). Un euro meno debole significa prezzi più favorevoli di gas e petrolio, che sono quotati in dollari.
L'indebolimento della valuta americana ha anche contribuito a rilanciare l'oro, tornato al valore più congruo di 1.800 dollari l'oncia. A influenzare il trend positivo anche un rimbalzo su tutti gli asset, comprese le criptovalute.

Blog Bce duro con i bitcoin
A proposito di criptovalute, ha fatto scalpore un articolo dal titolo emblematico (Bitcoin's last stand) apparso lo scorso 30 novembre sul blog della Bce. I due autori - Ulrich Bindseil, direttore generale della divisione Infrastruttura di mercato e pagamenti e Jürgen Schaaf, consulente) hanno bollato l'attuale rimbalzo dei bitcoin come “un ultimo sussulto” vissuto dalla moneta virtuale “prima di avviarsi all’irrilevanza”. Un giudizio molto netto che si discosta dai toni usuali del blog Bce, solitamente paludati.
Niente di nuovo sotto al sole, verrebbe da dire. Già tre o quattro anni fa, i banchieri centrali si esprimevano negativamente nei confronti delle crypto; in seguito si è verificato un improvviso innamoramento per questi asset, ma ora tutto è tornato come prima. Eppure, lo strumento è sempre stato opaco e ad alto rischio, e ora sta trascinando nelle sabbie mobili molti investitori e persino stati sovrani.
Parliamo di El Salvador, primo paese al mondo ad adottare il bitcoin come valuta nazionale (insieme al dollaro) e ora a un passo del default. Il presidente Nayib Bukele ha buttato acqua sul fuoco, garantendo che l'esperimento va avanti, e che lui stesso acquisterà un bitcoin al giorno; tuttavia, la catastrofica perdita di valore della più importante moneta virtuale ha un impatto devastante sulle casse di un paese con un ingente debito pubblico.
Debito che – a quanto sembra - sarà acquistato dalla Cina, nell'ambito di un accordo di libero scambio che presumibilmente porterà San Salvador nell'orbita di Pechino. Perché in economia (come in politica) nessuno fa niente per niente.

Auto elettriche, Svizzera verso lo stop?
Non sarà solo El Salvador a legarsi mani e piedi ai cinesi. Senza neppure la fatica di comprarsi i nostri debiti pubblici, Pechino aumenterà inevitabilmente la sua influenza sull'Europa dal momento in cui il nostro continente smetterà di produrre automobili endotermiche, virando su quelle elettriche. Se n'è accorta persino l'Ue, grande motore della transizione verso le e-cars, che ha dovuto ammettere l'assenza di tecnologia e di imprese europee specializzate in questo campo.
Nel mentre, dalla Svizzera arriva una notizia che ha del clamoroso: la Confederazione starebbe per annunciare l'alt alle auto elettriche in tutto il suo territorio. La misura sarebbe introdotta con un pacchetto di norme per limitare il consumo di energia da Basilea a Chiasso: con gli attuali costi, un pieno con l'auto elettrica inizia a costare persino di più che un rifornimento di benzina. Anche in un paese come la Svizzera che non ha ridotto le accise di un centesimo, con annessa crisi dei distributori di confine.
Il progetto, pur temporaneo, accende un faro sull'inconsistenza delle decisioni Ue (di cui la Svizzera non fa parte, pur essendone inevitabilmente influenzata): come abbiamo ripetuto più volte, la conversione all'elettrico che si completerà nel 2035 è una decisione miope. Piuttosto, occorrerebbe puntare sulle auto a idrogeno, finanziando la ricerca e gli investimenti in un settore veramente ecologico ed economico.

Torna lo Stato in economia
In Italia ha fatto scalpore l'intervista dell'HuffPost ad Alberto Clò. Il ministro dell'industria del governo Dini ha dichiarato che, dopo l'ubriacatura neoliberista, lo stato sta tornando nell'economia.
Se ciò fosse vero (e i segnali ci sono tutti – da Tim, a Priolo, alle autostrade) le dinamiche di intervento pubblico dovranno essere del tutto differenti di quelle che abbiamo sperimentato fino a metà degli anni Novanta. In quel periodo, le partecipazioni statali non erano altro che un modo illecito di finanziare i partiti e arricchire vari manager pubblici lottizzati. D'altra parte, anche le privatizzazioni a tappeto che hanno contraddistinto gli anni Novanta non hanno giovato al consumatore – a parte l'apertura al mercato della telefonia, unica operazione di questo tipo a rivelarsi conveniente per l'utenza. Per il resto, si è passati da monopoli pubblici a monopoli privati, spesso svenduti e ancora più spesso fonte di arricchimento da parte delle grandi imprese, anche a costo della stessa sicurezza dei cittadini.
Per questo motivo, è lecito vedere con favore il ritorno di alcune infrastrutture sotto il controllo dello Stato, soprattutto se queste sono strategiche per il paese. Se un'azienda pubblica è gestita bene, dà ottimi risultati: basti pensare che Eni ed Enel, in cui lo Stato detiene solo il 30% (con la golden share) macinano utili. Che si riversano anche nei forzieri delle casse pubbliche.

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Price cap: forse ci siamo?

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Fissare un tetto europeo temporaneo sul prezzo del gas. Per poi sganciarlo da quello dell’energia. Sono le due misure allo studio dell'Unione Europea. Misure che, solo per essere state ipotizzate, hanno fermato l'aumento dell'oro blu, causando un arretramento del suo prezzo del 20% circa.
Meglio tardi che mai, viene spontaneo dire, dato che del price cap si parla da molto tempo, senza alcun risultato tangibile.
Eppure, una soluzione al problema appariva urgente già parecchi mesi fa, persino prima dell'escalation militare in Ucraina. Perché ricordiamolo: il rialzo dei prezzi del gas (e del petrolio) non è iniziato con la guerra, ma ben prima. La causa scatenante dei rincari è stata la ripresa della produzione dopo le restrizioni Covid e le vicende belliche non hanno fatto che aggravare una situazione già molto seria.
C'era quindi tutto il tempo per intervenire. Ma ogni appello per il price cap è caduto finora nel vuoto, anche a causa degli interessi nazionali divergenti che hanno impedito all'Europa di tutelare i suoi cittadini. Se le due misure fossero finalmente introdotte (e non è scontato) l'intervento sarebbe comunque tardivo. Anche perché la decisione sarà presa fra due settimane, e ci vorrà ancora un po' di tempo perché sia attuata. Tutto questo mentre varie aziende italiane e tedesche dei settori ceramica, vetro e acciaio non stanno riaprendo: per loro anche un'ora di troppo ha un costo salatissimo. E rischi inimmaginabili.

Alla ricerca di un tetto ragionevole
Riusciranno i nostri rappresentanti a introdurre una misura sensata? Ovviamente ce lo auguriamo tutti. Certo, occorrerebbe individuare un tetto realistico alla tariffa del gas, che possa mediare fra prezzi velleitari e valori insostenibili.
È possibile, per esempio, che il prezzo americano sia di 30 dollari e quello europeo di 260? Anche senza allinearci ai valori di oltre oceano, è davvero un'impresa fissare il cap a quota 60, o comunque sotto i 100? Se ci fossero costi a carico delle istituzioni, sarebbero comunque recuperati in un altro senso. Un price cap ridurrebbe l'inflazione, favorirebbe la ripresa, fermerebbe la disoccupazione (e interventi come cassa integrazione o sussidi) e darebbe più potere di spesa. E tutto questo compenserebbe ampiamente le spese per fermare la corsa folle del gas. Certamente, una svolta di questo tipo potrebbe essere aiutata da un meccanismo di equalizzazione europea, che mostri finalmente la coesione dell'intera Unione per respingere questo ennesimo attacco speculativo.

L'eccezione iberica
La strada del cap, tra le altre cose, è già stata battuta autonomamente da due paesi Ue: Portogallo e Spagna (con il placet di Bruxelles) hanno introdotto un tetto al prezzo del metano, riuscendo a contenere gli aumenti.
Forse una scelta analoga si sarebbe potuta fare anche in Italia. Se lo avessero voluto le forze politiche. E se Mario Draghi non avesse lasciato anticipatamente la guida del governo, senza peraltro essere stato di fatto sfiduciato.
C'è anche da dire che l'esecutivo è ancora in carica e che ha la possibilità di intervenire su tutti gli affari correnti. Per questo motivo sembra un po' una boutade l'invito di Carlo Calenda a sospendere la campagna elettorale per trovare una soluzione al problema gas: il governo può intervenire normalmente fino alle elezioni, e anche oltre.
Piuttosto, occorre che tutti i leader politici . indipendentemente dall'imminente appuntamento elettorale - appoggino Draghi nella ricerca di una soluzione. Che deve rivelarsi rapida e condivisa, oltre che indipendente da qualsiasi misura approvata in sede comunitaria.

Financial Times: "c'è chi scommette contro l'Italia"
Intanto, se n'è accorto anche il Financial Times: gli hedge fund stanno scommettendo al ribasso sul debito pubblico italiano. Siamo dunque nel bel mezzo di una nuova ondata di speculazioni selvagge sulla pelle delle persone, proprio nei giorni in cui la troika lascia la Grecia. Restituendole sovranità economica, ma anche una povertà inaudita e un pil devastato.
Una cosa è certa: tollerare queste speculazioni contro un qualsiasi paese di Eurolandia significa non reagire nei confronti degli attacchi all'euro. Le istituzioni comunitarie dovrebbero stroncare sul nascere queste operazioni vergognose. Se la Bce decidesse, finalmente, di mostrare il pugno di ferro ai fondi speculativi, questi ci penserebbero due, se non tre volte prima di piazzare una scommessa ribassista contro l'Italia. Perché poi la reazione dell'Eurotower sarebbe dura e forte.
Invece, nonostante il tanto sbandierato scudo, la Bce non è ancora intervenuta sullo spread a 230, anche se i dati economici italiani non sono certo negativi. Secondo uno studio Fabi, il nostro paese ha infatti un tasso di indebitamento dello 0,6% (contro lo 0,9% circa di Germania e l'1% della Francia) ed è leader per ricchezza finanziaria rispetto al debito disponibile (3,4% contro il 2,8% della Francia, il 2,6% della Germania e il 2,5% della Spagna).
Se si prendesse in considerazione la media fra il debito pubblico e quello privato – e non solo il primo dato – le “pagelle” dell'Italia sarebbero decisamente migliori.

Powell fa il falco sui tassi. E le Borse soffrono
Anche i tassi non smettono di tenere banco. Soprattutto negli Usa, dove Jerome Powell ha annunciato che andrà avanti sulla linea dura. Nel corso della sua relazione annuale tenuta a Jackson Hole, nel Wyoming, il presidente della Federal Reserve ha dichiarato che l'istituto centrale proseguirà con il rialzo del costo del dollaro, anche se l'operazione – ha dichiarato – porterà "qualche sofferenza" all'economia americana.
Il ritocco dei tassi, di 50 o 75 punti, è previsto per settembre, ma il suo annuncio ha avuto un impatto immediato su Wall Street e sulle Borse europee, influenzate anche da una possibile mossa analoga da parte della Bce.
Una reazione un po' esagerata, dato che i rialzi sono sì maggiori del previsto, ma ancora non altissimi. D'altra parte nel trading l'emozionalità è ancora troppo presente, e forse è impossibile eliminarla del tutto. Certamente, almeno in Europa, non sono tanto i tassi americani a far paura, ma la questione energia: se si riuscisse a ristabilire una certa tranquillità su gas, petrolio e materie prime (compresi palladio e neon, la cui penuria sta impattando sulla fornitura di chip), si creerebbero le condizioni ideali per investire. Anche se oggi sembra molto difficile scendere sotto i livelli raggiunti dai mercati europei in questo periodo.

 

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