Il collocamento Mps piace a Piazza Affari
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La Borsa di Milano ha chiuso una settimana positiva, trainata dal collocamento Montepaschi. L’operazione – caso assai insolito – è stata effettuata a premio e non a sconto sul prezzo di chiusura, e ha riguardato 188.975.176 azioni ordinarie della banca, pari al 15% del capitale. Ora, la partecipazione detenuta dal ministero dell’Economia e delle Finanze scende dal 26,7% all’11,7% circa del capitale.
Nuovo campione italiano?
Tra gli acquirenti, oltre a Caltagirone e agli eredi Del Vecchio, c’è anche Banco Bpm, il che ha rinfocolato le voci di una prossima, possibile fusione fra Piazza Meda e Rocca Salimbeni. Un’operazione che andrebbe a creare il terzo “campione bancario” italiano dopo il duo Unicredit-Intesa Sanpaolo. Con questa performance, Milano ha superato le Borse europee e Wall Street, su cui ha influito il calo (fisiologico, dati i precedenti exploit) dei tecnologici, oltre che dal probabile rallentamento della politica di taglio dei tassi. La discesa, in ogni caso, è stata seguita da un parziale recupero. In Europa, l’inizio della settimana è stato sofferto: dopo lo stacco dei dividendi, ancora una volta molto corposi, tutte le piazze hanno subito in maniera pesante le notizie provenienti dal fronte russo-ucraino e le poco rosee prospettive sull’andamento economico del prossimo anno.
Il presidente e il “Doge”
Intanto, l’effetto Trump continua a spingere il dollaro, proprio mentre il presidente eletto sta scegliendo la sua squadra di governo. Fa parlare la nomina di Elon Musk e dell’altro ultramiliardario Vivek Ramaswamy al nuovo dipartimento per l’Efficienza governativa, che sarà incaricato di sburocratizzare il più possibile la cosa pubblica. La struttura avrà le caratteristiche di un organo consultivo (e non, quindi, un’agenzia governativa ufficiale), con il compito di indicare gli ambiti in cui tagliare spese inutili, staff troppo numerosi e adempimenti amministrativi ridondanti. Musk ha parlato di ridimensionare il 75% delle agenzie federali, rendendole più agili e favorendo un calo delle tasse. Musica per i cittadini americani, da sempre attratti da qualsiasi iniziativa che implichi un alleggerimento fiscale. C’è anche una scadenza per il lavoro di questa struttura: il 4 luglio 2026, anche se l’amministratore delegato di Tesla conta di ultimare il suo compito molto prima di quella data. Ha fatto sorridere l’acronimo di questo dipartimento: Doge, quasi un indizio sul reale ruolo di Musk – un “consigliere ombra”, con un maggior potere rispetto a quello ufficialmente attribuito. Naturalmente, queste sono solo illazioni e facezie, che lasciano il tempo che trovano: è bene sospendere i giudizi sugli equilibri di potere nell’amministrazione Trump fino a quando si vedranno i primi risultati della sua gestione.
Ursula sull’orlo del baratro
Se le nomine di Trump stanno destando polemiche in patria, la nuova Commissione Europea è addirittura a rischio. La “maggioranza Ursula” si sta infatti sfaldando a causa di due nomine nell’esecutivo europeo: quella di Raffaele Fitto, contestato da varie forze politiche perché conservatore e quindi membro dell’opposizione nell’emiciclo Ue, e quella di Teresa Ribera (Pse), che i popolari spagnoli rifiutano, addebitandole un ruolo di primo piano nella gestione dell’alluvione a Valencia. Per Ursula von der Leyen, riannodare i fili non sarà facile: i socialisti non intendono votare per Fitto e i popolari minacciano lo strappo su Teresa Ribera. Questo ostacolo potrebbe persino dimostrarsi in grado di far crollare il castello di carte e di far ripartire i giochi dal via, o addirittura di convincere la presidente incaricata a clamorose dimissioni. Se però quello spagnolo è soprattutto uno scontro interno, in Italia il presidente Sergio Mattarella ha invitato i politici a non mettere veti su Fitto, negli esclusivi interessi del Paese.
L’oro nella comfort zone
Prosegue il moderato recupero dell’oro, che dopo aver toccato i 2.800 dollari l’oncia era sceso sotto quota 2.500, per poi tornare sopra i 2.600. La picchiata del metallo giallo è comunque nella logica delle cose: a fine ottobre si era spinto ai massimi in maniera molto brusca, anche a causa dell’incertezza dell’economia europea e degli acquisti massicci da parte della Cina e dei Brics. Ora, dopo aver rifiatato, il “re dei metalli” cerca la sua dimensione, proprio mentre virano verso l’alto rame e alluminio.
Non vuole neppure sentir parlare di tornare sui suoi passi il franco svizzero, che si conferma bene rifugio e che resta a quotazioni alte. Tutto ciò mentre l’economia elvetica, sebbene l’apprezzamento della sua valuta danneggi i suoi interessi, prosegue a marciare ad alta velocità. E i vortici inflattivi quasi non esistono: anzi, è stata ipotizzata, per la Svizzera, la possibilità di entrare in deflazione. Resta moderato il prezzo del petrolio: il Brent è nella parte bassa della fascia neutrale di 70-80 dollari al barile, mentre il Wti staziona in alto alla forbice 60-70.
Austria-Russia: la guerra del gas
Se il prezzo della benzina è tutto sommato accettabile, preoccupano i nuovi timori relativi al prezzo del gas. La Russia ha infatti annunciato la possibilità di chiudere le forniture all’Austria, dopo che Vienna aveva vinto una causa contro Gazprom al tribunale arbitrale per consegne irregolari. In pratica, la corte aveva comminato alla società russa una sanzione di 230 milioni di euro, al netto di interessi e spese, da versare alla Österreichische Mineralölverwaltung, partecipata per un terzo dallo stato austriaco. Mosca aveva annunciato una ritorsione immediata, con lo stop alle forniture dal 15 novembre – un vero problema per l’Austria, che nonostante la narrazione comune, nel 2023 ha ricevuto oltre il 60% dei suoi approvvigionamenti di gas dalla Russia. Finora, la chiusura dei rubinetti (ancora) non c’è stata, e i flussi proseguono regolari. Tuttavia, i timori hanno provocato un nuovo innalzamento del prezzo del metano, che ad Amsterdam ha sfondato quota 45. I rischi di una nuova impennata preoccupano anche gli italiani, già alle prese con i rincari dovuti al mercato libero. In un contesto così difficile, sembra una buona occasione l’investimento sui titoli energetici, il cui valore è ancora più basso rispetto alle loro potenzialità, mentre i dividendi attesi sono molto interessanti.
Foto di Joshua Hoehne su Unsplash
Euro-dollaro, arriva la parità
La moneta unica continua a calare: oggi il biglietto verde l'ha raggiunta. E forse il peggio non si è ancora visto: la penuria di gas e il suo prezzo potrebbero catapultarci in una situazione peggiore rispetto all'austerity degli anni '70...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari
Tanto tuonò che piovve. Dopo una lunga e costante discesa, l'euro si è fatto raggiungere dal dollaro. Il valore del biglietto verde sulla nostra valuta danza nell’intorno della parità. Non accadeva dagli esordi della moneta unica.
Il rapporto attuale fra le due divise non ha alcun senso logico, ma si teme che il vortice negativo possa proseguire, in una situazione che vede l'Europa devastata dalle conseguenze della guerra russo-ucraina e dalle sanzioni. La crisi energetica e quella alimentare potrebbero farci perdere fino al 3% di PIL nel 2023, con il rischio che ritornino i dubbi sulla stessa sopravvivenza dell'euro. Oltre che, naturalmente, lo stile di vita dei cittadini.
Inverno al freddo
I rischi maggiori per la nostra economia vengono soprattutto dalla crisi del gas, che lungi dall'ammorbidirsi, si aggrava sempre di più. L'interruzione di Nord Stream 1 da parte di Gazprom – ufficialmente dovuta a una manutenzione di dieci giorni – ha costretto le autorità tedesche a predisporre in fretta e furia “piani B” nel caso in cui la Russia chiudesse definitivamente i rubinetti.
In Germania si è parlato di razionamento del gas e addirittura di palestre e locali pubblici in cui le persone meno abbienti potranno recarsi per scaldarsi.
L'argomento è stato affrontato anche in Italia, dove non si è esclusa la possibilità di un razionamento e persino di un nuovo coprifuoco per i locali pubblici e un drastico stop all'illuminazione nelle strade. Qualcuno ha addirittura paventato l'oscuramento anche nelle case private dopo una certa ora della notte. Una misura (ovviamente inapplicabile) che ci porterebbe a una situazione persino peggiore rispetto all'austerity anni '70, quando la sigla della “Fine delle Trasmissioni” - quel jingle inquieto che spaventava molti bambini dell'epoca – chiudeva la serata televisiva rigorosamente prima delle 23.
Misure insufficienti
A parte accenni confusi e contraddittori a misure estreme, l'Italia (almeno finora) non ha fatto altro che mettere sul tappeto 30 miliardi di scostamento di bilancio. Una piccola cosa, rispetto a quanto occorrerebbe per dare tranquillità a famiglie e aziende. Ed evitare di costringere pensionati e fragili a un inverno freddo e imprese a rischiare la chiusura a causa della mancanza di elettricità.
Questa situazione dimostra ancora una volta l'estrema leggerezza che ha spinto i politici europei ad approvare sanzioni-boomerang, poco amate anche dei mercati: basta vedere le reazioni positive delle Borse quando le autorità canadesi hanno annunciato la restituzione alla Germania di una turbina necessaria per la riattivazione del Nord Stream 1. In attesa, naturalmente, di vedere che cosa succederà quando i dieci giorni di manutenzione (o supposta tale) scadranno.
Difficile interpretare le intenzioni di Mosca, impossibile prevedere dove porteranno le trattative frenetiche in corso fra Russia e Germania. Una cosa è certa: l'Europa è sotto scacco. Perché le stesse sanzioni che stanno spingendo l'Ue in uno scenario da incubo hanno toccato solo in parte la Russia. Che, anzi, ha raddoppiato le entrate dovute al gas erogandone un terzo rispetto all'anno scorso, grazie all'aumento abnorme dei prezzi. E può quindi condurre i giochi. Parafrasando Clint Eastwood: quando un Paese con le sanzioni incontra un Paese con le materie prime, il Paese con la sanzioni è un Paese morto.
I danni potenziali per l'Europa potrebbero quindi essere incalcolabili: sui listini, Italia e Germania hanno perso il 20% da inizio anno (e il 13% da inizio giugno), lo scenario recessivo sembra inevitabile, mentre non si vede la fine delle tensioni sull'euro. E la tanto sbandierata solidarietà europea ancora una volta è finita in fumo.
Nessuno è al riparo, tanto meno le banche. Sembra che la Bce stia chiedendo a tutti i gruppi creditizi un nuovo stress test, per controllare la loro solidità nel caso in cui il PIL europeo cali del 6% nei prossimi due anni. Uno scenario che, tra le altre cose, vanificherebbe uno dei pochi trend positivi di questi ultimi giorni: il calo, per la prima volta in otto anni, dell'indebitamento medio delle aziende europee. Nel quadro di una ripresa che, purtroppo, gli ultimi avvenimenti hanno reso effimera.
La meteora-Johnson
Il crollo dell'euro ha trascinato con sé la sterlina, che ha anche risentito delle dimissioni di Boris Johnson da leader del Partito Conservatore. Anche se, in realtà, il prossimo premier (la cui nomina sembra prevista per settembre) proseguirà sulla linea dell'attuale primo ministro: archiviata la Brexit, dovrà affrontare i problemi irrisolti che derivano dall'uscita inglese dall'Unione Europea, come la mancanza di personale (tutto questo mentre sono state create barriere assurde nei confronti dei cittadini europei) e l'incidente diplomatico sulla frontiera irlandese. Poco cambierà anche nel sostegno a Zelensky, che ha reso la Gran Bretagna il paese più filo-ucraino del mondo: Londra se lo può permettere, dato che l'impatto della crisi energetica sulla Gran Bretagna è minore che non sul resto d'Europa.
Shinzō Abe, morte di un innovatore
Grande emozione in tutto il mondo ha invece suscitato il brutale assassinio di Shinzō Abe, freddato lo scorso 8 luglio durante un comizio elettorale nella città di Nara. Migliaia di persone hanno partecipato al funerale dell'ex premier del Giappone, i cui cittadini sono letteralmente traumatizzati. L'onda emotiva della tragedia ha anche contribuito a rendere più netto il già annunciato trionfo del partito liberal democratico alle elezioni di domenica scorsa.
In occasione della morte dell'ex premier, è stata ampiamente rievocata la portata storica delle Abenomics, il pacchetto di misure da lui introdotte dal 2013 in poi per contrastare la crisi economica in Giappone e la concorrenza sempre più serrata da parte della Cina.
La strategia di Abe, proseguita anche dopo il passaggio del testimone a un nuovo primo ministro, prevedeva la permanenza di tassi negativi, un'inflazione non superiore al 2%, la svalutazione dello yen e la creazione di posti di lavoro utilizzando la spesa pubblica.
Favorito da 30 anni di tassi mai superiori allo zero, Abe ha affrontato di petto l'enorme debito pubblico, tenendo la barra dritta e cercando di confrontarsi con le ataviche caratteristiche del paese: crescita bassa, alta densità di popolazione, buon tasso di risparmio personale, forte economia interna. L'azione di Abe è stata sostenuta fedelmente dalla banca centrale, che continua a procedere su questo percorso, insistendo sui tassi negativi in un mondo in cui si fa a gara per alzarli.
Una strategia simile all'Abenomics potrebbe rivelarsi una buona scelta per l'Europa? Difficile rispondere, anche perché la domanda sfiora uno scenario fantascientifico. Piuttosto che un cambio di rotta sul debito pubblico è più probabile la fine dell'euro. Troppo alto il timore tedesco sull'inflazione: a Berlino, gli spettri di ciò che accadde negli anni Venti spaventano ancora. A parte questo, troppe differenze rendono impossibile effettuare una comparazione tra le due realtà. Tuttavia, i numeri dicono che le strategie di Abe hanno pagato, mentre l'austerity imposta dai Paesi nord europei ha fallito il suo scopo.
- Il dietrofront di Elon Musk
Negli Stati Uniti sono stati pubblicati i nuovi verbali del FOMC, sbilanciati sulla lotta dura all’inflazione, le cui aspettative erano state ampiamente sottostimate.
Ma la notizia che ha fatto più rumore, proveniente da oltre Oceano, è la rinuncia di Elon Musk all'acquisto di Twitter. La ragione ufficiale riferita dal patron di Tesla è la presenza di troppi account falsi. Ironicamente, il top management del social – inizialmente contrario all'offerta di Musk – ora vuole portare Musk in tribunale, comprendendo forse che, qualora saltasse l'acquisto, il futuro di Twitter sarebbe a rischio.
L'esito della controversia è del tutto imprevedibile. Il magnate potrebbe cavarsela con una multa salata oppure essere costretto a onorare l'accordo.
Sta di fatto che, giunti a questo punto, è difficile capire il motivo che ha spinto Elon Musk a spiccare questo salto nel buio. Forse, in un secondo tempo, l'imprenditore sudafricano ha fatto i suoi calcoli, scoprendo che l'offerta di 44 miliardi di dollari era esagerata. Oppure, come affermano alcuni rumours, si sarebbe trattato di una manovra diversiva, organizzata per distrarre l'opinione pubblica dalla vendita del controvalore di 8 miliardi di dollari di titoli Tesla. Un'azienda che, ricordiamolo, a ottobre 2021 aveva una capitalizzazione maggiore rispetto alla somma di tutte le case automobilistiche sparse per il mondo.
L'annuncio di Musk ha comunque causato un crollo delle azioni Twitter, dai 54,20 dollari dell'offerta presentata lo scorso aprile ai circa 34 attuali, in una società che fa fatica a fare breakeven. E che spaventa gli investitori.
Il caso Musk-Twitter non ha comunque inciso troppo sui titoli tecnologici, il cui valore era già diminuito negli ultimi mesi per dinamiche di mercato.


